Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 19
La liberazione e la pace delle Province Romane[423] fu opera più della prudenza che del valore; la prudenza di Teodosio fu secondata dalla fortuna; e l'Imperatore non mancò mai di trar profitto e vantaggio da ogni favorevole circostanza. Finattantochè il superior genio di Fritigerno conservò l'unione, e diresse i movimenti dei Barbari, la loro forza fu capace della conquista d'un grande Impero. La morte di quell'Eroe, predecessore e maestro del famoso Alarico, liberò un'impaziente moltitudine dall'intollerabile giogo della disciplina e della discrezione. I Barbari, ch'erano stati tenuti in freno dalla sua autorità, s'abbandonarono ai dettami delle loro passioni; e queste di rado erano coerenti o uniformi. Un'armata di conquistatori si divise in molte disordinate bande di selvaggi ladroni; e la cieca ed irregolare lor furia non fu meno dannosa a loro medesimi che ai nemici. Si vedeva la cattiva loro disposizione nel distrugger che essi facevano qualunque oggetto, che non avevan forza di trasportare, o buon gusto da godere; e spesso consumarono con improvvida rabbia le raccolte o i granai, che poco dopo divennero necessari alla lor sussistenza. Eccitossi uno spirito di discordia fra quelle indipendenti nazioni e tribù, che non s'erano unite che per mezzo dei vincoli d'una libera e volontaria alleanza. Le truppe degli Unni e degli Alani dovevan naturalmente rinfacciare a' Goti la fuga; e questi non eran disposti ad usar con moderazione i vantaggi della fortuna: non potea più lungamente restar sospesa l'antica gelosia fra gli Ostrogoti ed i Visigoti; ed i superbi Capitani tuttora si rammentavan gl'insulti e le ingiurie che si eran fatte reciprocamente, allorchè la nazione trovavasi al di là del Danubio. Il progresso delle particolari fazioni abbatteva il più general sentimento dell'animosità nazionale; e gli uffiziali di Teodosio avevan ordine di comprare con liberali doni e promesse la ritirata o i servigi del malcontento partito. L'acquisto di Modar, principe del sangue reale degli Amali, diede un ardito e fedel campione alla parte Romana. L'illustre disertore ottenne subito il posto di Generale con un importante comando; sorprese un'armata di suoi nazionali, che erano immersi nel sonno e nel vino; e dopo una crudele strage degli attoniti Goti tornò con un'immensa preda di quattromila carri al campo Imperiale[424]. Nelle mani d'un avveduto politico i mezzi più differenti si possono utilmente dirigere ai medesimi fini; e la pace dell'Impero, cominciata dalla divisione, fu compiuta dalla riunione dei Goti. Atanarico il quale era stato paziente spettatore di quegli straordinari avvenimenti, alla fine dell'evento delle armi fu tratto fuor dagli oscuri nascondigli dei boschi di Caucaland. Egli non esitò più a passare il Danubio, ed una parte molto considerabile dei sudditi di Fritigerno, che aveva già provato gli incomodi dell'anarchia, facilmente s'indusse a riconoscer per Re un Giudice Gotico, del quale rispettava la nascita, e spesso aveva sperimentato l'abilità. Ma l'età avea raffreddato l'ardente spirito d'Atanarico; ed invece di condurre il suo popolo al campo della battaglia e della vittoria, diede orecchio prudentemente all'opportuna proposizione d'un onorevole e vantaggioso trattato. Teodosio, che conosceva il merito ed il potere del suo nuovo alleato, condiscese ad incontrarlo alla distanza di più miglia da Costantinopoli; e lo trattò nella città Imperiale con la confidenza d'un amico o colla magnificenza d'un Monarca. «Il Barbaro Principe con curiosa attenzione osservò la varietà degli oggetti, che a sè traevano i suoi occhi, e finalmente proruppe in questa sincera e patetica esclamazione di meraviglia: Adesso io miro, ciò che non avrei mai creduto, le glorie di questa Capitale stupenda! E girando attorno gli occhi vide ed ammirò la dominante situazione della città, la forza e bellezza delle mura e dei pubblici edifizi, il capace porto, coronato d'innumerabili navi, il continuo commercio di remote nazioni, e le armi e la disciplina delle truppe. In verità, proseguì Atanarico, l'Imperator dei Romani è un Dio sopra la terra; e l'uomo presontuoso, che ardisce d'alzar la mano contro di lui, è reo del proprio sangue[425].» Il Gotico Re non potè goder lungamente di quell'onorevol e splendido trattamento, e poichè la temperanza non era la virtù della sua nazione, giustamente si può sospettare che la mortale malattia di lui derivasse da' piaceri degl'Imperiali banchetti. Ma la politica di Teodosio trasse un più solido vantaggio dalla morte di lui che non avrebbe potuto aspettare dai più fedeli servigi del suo alleato. Con solenni ceremonie si fece il funerale d'Atanarico, nella capitale dell'Oriente; fu eretto un magnifico monumento alla sua memoria; e tutta l'armata di esso, vinta dalla liberal cortesia e dal decente lutto di Teodosio, s'arrolò sotto gli stendardi dell'Imperio Romano[426]. La sommissione d'un corpo di Visigoti sì grande produsse le più salutevoli conseguenze; e l'influsso della forza, della ragione e della corruzione, unite insieme, divenne sempre più potente ed esteso. Ogni Capitano indipendente affrettossi a fare un trattato a parte, pel timore che un ostinato indugio non l'esponesse solo e senza difesa alla vendetta o alla giustizia del vincitore. Si può fissare la data della generale o piuttosto finale capitolazione dei Goti a quattro anni, un mese e venticinque giorni dopo la disfatta e la morte dell'Imperator Valente[427].
[A. 386]
Le Province del Danubio erano già sollevate dall'opprimente peso dei Grutungi od Ostrogoti mediante la volontaria ritirata d'Alateo e di Safrace, lo spirito inquieto dei quali avevagli mossi a cercare nuove scene di rapina e di gloria. Il distruttivo loro corso era diretto verso l'Occidente; ma noi dobbiamo contentarci d'un'oscura ed imperfetta cognizione delle varie loro avventure. Gli Ostrogoti spinsero varie tribù Germaniche nelle Province della Gallia; conclusero e tosto violarono un trattato coll'Imperator Graziano; avanzaronsi nelle incognite regioni del Norte; e dopo uno spazio di quattro anni tornarono con maggiori forze alle rive del basso Danubio. Avevano reclutato i più feroci guerrieri della Germania e della Scizia; ed i soldati o almeno gli Istorici dell'Impero non conoscevan più il nome e gli aspetti dei primi loro nemici[428]. Il Generale, che comandava le forze terrestri e marittime della frontiera della Tracia, tosto s'accorse che la propria superiorità sarebbe svantaggiosa pel pubblico servigio; e che i Barbari, spaventati dalla presenza delle sue flotte e legioni, avrebbero probabilmente differito il passaggio del fiume fino al prossimo inverno. La destrezza delle spie, che esso mandò nel campo dei Goti, attirò i Barbari in una rete fatale. Si lasciarono persuadere, che mediante un ardito tentativo avrebber potuto sorprendere nel silenzio e nell'oscurità della notte l'addormentato esercito dei Romani; e fu precipitosamente imbarcata tutta la moltitudine in una flotta di tremila canoe[429]. I più prodi fra gli Ostrogoti conducevano la vanguardia: il corpo di mezzo era composto del rimanente dei loro sudditi e soldati; e le femmine ed i fanciulli seguivano con sicurezza nella retroguardia. Era stata scelta una notte senza luna per eseguire il disegno; ed erano quasi giunti alla sponda meridionale del Danubio con la ferma fiducia di trovare un facile sbarco ed un campo non guardato. Ma s'arrestò ad un tratto il progresso dei Barbari da un ostacolo inaspettato, vale a dire da una triplice fila di navi fortemente connesse l'una coll'altra, che formavano un'impenetrabil catena di due miglia e mezzo lungo il fiume. Mentre tentavano essi di aprirsi per forza la strada in un disuguale combattimento, fu oppresso il lor destro fianco dall'irresistibile attacco di una flotta di galere, che erano spinte giù pel fiume dalla forza insieme dei remi e della corrente. Il peso e la velocità di quelle navi da guerra ruppe, gettò a fondo, e disperse le rozze e deboli canoe dei Barbari: inefficace tornò ad essi il loro valore; ed Alateo, Re o Generale degli Ostrogoti, perì con le brave sue truppe, o sotto la spada dei Romani, o nelle acque del Danubio. L'ultima divisione di quell'infelice flotta poteva riguadagnare l'opposto lido; ma l'angustia ed il disordine della moltitudine la rendè incapace di azione e di consiglio; e tosto implorarono la clemenza dei vittoriosi nemici. In questa occasione, ugualmente che in molte altre, è difficile di conciliar le passioni ed i pregiudizi degli scrittori del secolo di Teodosio. Il parziale e maligno Istorico, che altera qualunque azione del suo regno, asserisce, che l'Imperatore non comparve nel campo di battaglia, finattantochè i Barbari non furon vinti dal valore e dalla condotta di Promoto, suo luogotenente[430]. L'adulante Poeta, che celebrò nella Corte d'Onorio le glorie del padre e del figlio, attribuisce la vittoria al personale valore di Teodosio; e quasi vuole insinuare che il Re degli Ostrogoti fosse ucciso per mano dell'Imperatore[431]. Si potrebbe forse trovare la verità dell'istoria in un giusto mezzo fra queste estreme e contradditorie asserzioni.
[A. 383-395]
Il trattato originale, che fissò lo stabilimento dei Goti, che assicurò i lor privilegi, e ne determinò le obbligazioni, servirebbe ad illustrare la storia di Teodosio e de' suoi successori. La serie di questa non ha che imperfettamente conservato lo spirito e la sostanza di quel singolare accordo[432]. Le devastazioni della guerra e della tirannide preparato avevano molti ampi tratti di fertile ma incolto terreno per uso di quei Barbari, che non isdegnavano d'esercitarsi nell'agricoltura. Fu posta una Colonia numerosa di Visigoti nella Tracia; il resto degli Ostrogoti si trapiantò nella Frigia e nella Lidia: si supplì agl'immediati loro bisogni con una distribuzione, che loro si fece di bestiame e di grano; e se ne incoraggiò l'industria in futuro, mercè di un'esenzione dai tributi per un certo numero di anni. I Barbari avrebbero meritato di provare la perfida e crudel politica della Corte Imperiale, se si fossero piegati ad esser dispersi per le Province. Essi chiesero ed ottennero separatamente il possesso dei villaggi e distretti, assegnati per loro abitazione: ritennero sempre e propagarono il linguaggio ed i costumi loro nativi; sostennero in seno del dispotismo la libertà del domestico loro governo; e riconobbero la sovranità dell'Imperatore, senza sottoporsi all'inferior giurisdizione delle leggi e dei magistrati di Roma. Fu sempre permesso ai Capi ereditari delle tribù e delle famiglie di comandare in pace ed in guerra i loro seguaci; ma fu abolita la dignità reale, ed i generali dei Goti erano eletti e rimossi ad arbitrio dell'Imperatore. Si mantenne al servizio continuo dell'Impero d'Oriente un'armata di quarantamila Goti; queste superbe truppe, che prendevano il nome di _Foederati_, o alleati, si distinguevano per le auree loro collane, per la generosa paga, e pei larghi privilegi che avevano. S'accrebbe il nativo loro coraggio per l'uso delle armi e per la cognizione della disciplina, e mentre la Repubblica era difesa o minacciata dalla dubbiosa spada dei Barbari, vennero finalmente ad estinguersi negli animi dei Romani le ultime scintille dell'ardor militare[433]. Teodosio ebbe la destrezza di persuadere ai suoi alleati, che le condizioni di pace, a cui l'avevano tratto la necessità e la prudenza, non erano che volontarie espressioni della sua sincera amicizia per la nazione dei Goti[434]. Si oppose poi una maniera diversa di difesa o d'apologia alle querele del popolo, che altamente censurava tali vergognose e pericolose concessioni[435]. Si dipinsero coi più vivi colori le calamità della guerra; e diligentemente s'esagerarono i primi sintomi della restaurazione del buon ordine, dell'abbondanza e della sicurezza. Gli avvocati di Teodosio affermar potevano con qualche apparenza di verità e di ragione, che era impossibile d'estirpare tante bellicose tribù, ridotte alla disperazione per la perdita del nativo loro paese; e che l'esauste Province sarebbero tornate a vita, mediante un fresco sussidio di soldati e di agricoltori. I Barbari serbavano sempre un acerbo ed ostile aspetto; ma la esperienza del passato poteva animar la speranza, che avrebbero acquistato in seguito l'abitudine dell'industria e dell'obbedienza; che si sarebbero inciviliti i loro costumi mercè del tempo, dell'educazione e della forza del Cristianesimo; e che la loro posterità si sarebbe appoco appoco fusa nel gran Corpo del popolo Romano[436].
Non ostanti questi speciosi argomenti e queste grate speranze, ogni occhio illuminato chiaramente vedeva, che i Goti sarebbero lungamente restati nemici, e ben presto sarebber divenuti conquistatori del Romano Impero. Il rozzo ed insolente loro contegno esprimeva il disprezzo, che avevano dei cittadini e dei provinciali, che impunemente insultavano[437]. Teodosio fu debitore del buon successo delle sue armi allo zelo ed al valore dei Barbari, ma era precaria la loro assistenza; e qualche volta furono indotti da una ribelle ed incostante disposizione ad abbandonare i suoi stendardi, nel momento in cui v'era maggior bisogno del loro servigio. Nella guerra civile contro Massimo, un gran numero di disertori Goti si ritirò nelle paludose terre della Macedonia; saccheggiarono le addiacenti Province, ed obbligarono l'intrepido Monarca ad esporre la propria persona, e ad esercitar la sua forza per sopprimere la nascente fiamma della ribellione[438]. Le pubbliche apprensioni venivano confermate dal forte sospetto, che quei tumulti non fossero l'effetto d'un accidentale trasporto, ma il risultato di un profondo e premeditato disegno. Si credeva generalmente, che i Goti avessero sottoscritto il trattato di pace con un'ostile ed insidiosa intenzione; e che i loro Capi si fossero precedentemente legati fra loro con un solenne e segreto giuramento di non mantener mai la fede ai Romani, di mostrar la più bella apparenza di fedeltà e d'amicizia, e di spiare il momento favorevole alla rapina, alla conquista ed alla vendetta. Ma siccome gli animi dei Barbari non erano affatto insensibili alla forza della gratitudine, molti condottieri Gotici sinceramente attaccaronsi al servizio dell'Impero, o almeno dell'Imperatore; il corpo della nazione fu appoco appoco diviso in due contrari partiti, e gran sottigliezza impiegossi nella conversazione e nella disputa in paragonare fra loro le obbligazioni del primo e del secondo dei loro vincoli. I Goti, che si riguardavano come amici della pace, della giustizia e di Roma, eran diretti dall'autorità di Fravitta, valoroso ed onorato giovane, spettabile sopra gli altri suoi nazionali per la gentilezza dei costumi, pei generosi sentimenti, e per le dolci virtù della vita sociale. Ma la fazione più numerosa aderiva al fiero ed infedele Priulfo, che infiammava le passioni, e sosteneva l'indipendenza dei suoi guerrieri seguaci. In una delle feste solenni, essendo i Capi di ambe le parti stati invitati alla mensa Imperiale, furono riscaldati appoco appoco dal vino a tal segno, che dimenticarono i consueti riguardi di discrezione e di rispetto, e scuoprirono alla presenza di Teodosio il fatal segreto delle domestiche loro dispute. L'Imperatore, ch'era stato contro sua voglia testimone di tale straordinaria controversia, dissimulò i timori e lo sdegno, e tosto licenziò la tumultuosa assemblea. Fravitta, agitato ed inasprito dall'insolenza del suo rivale, la cui partenza dal palazzo avrebbe potuto essere il segno d'una guerra civile, arditamente lo seguitò, e sfoderata la spada, stese morto Priulfo ai suoi piedi. I loro compagni corsero alle armi; ed il fedel campione di Roma sarebbe restato oppresso dal maggior numero, se non fosse stato difeso dall'opportuna interposizione delle guardie Imperiali[439]. Tali erano le scene del furore dei Barbari, che disonoravano il palazzo e la mensa dell'Imperatore di Roma; e poichè gl'impazienti Goti non potevano esser tenuti a freno, che dal fermo e moderato carattere di Teodosio, pareva che la pubblica salute dipendesse dalla vita e dall'abilità di un solo uomo[440].
NOTE:
[305] È tale il cattivo gusto d'Ammiano (XXVI; 10) che non è facile il distinguere in esso i fatti dalle metafore. Pure egli positivamente asserisce d'aver veduto lo scheletro imputridito d'una nave _ad secundum lapidem_, a Metone o Modona nel Peloponneso.
[306] I terremoti e le innondazioni sono in varie guise descritte da Libanio (_Orat. de ulcisc. Juliani nece. c. X. ap. Fabric. Biblioth. Graec. Tom. VII. p. 158 con una dotta nota d'Oleario_,) da Zosimo (_l. IV. p. 221_), da Sozomeno (_l. VI. c. 2_), da Cedreno (_p. 310-314_) e da Girolamo (_in Chron. p. 186 e Tom. I. p. 250 in vit. Hilarion_.). La città d'Epidauro sarebbe restata distrutta, se i prudenti cittadini non avesser posto S. Illarione, monaco Egizio, sul lido. Egli vi fece il segno della croce, la montagna si scosse, si fermò, piegossi, e tornò al suo posto.
[307] Dicearco Peripatetico compose un trattato a posta per provare questa verità ovvia, che non è la più onorevole alla specie umana: Cicer. _de Offic_. II. 5.
[308] I primitivi Sciti d'Erodoto (l. IV. c. 47-57. 99. 101) avevano per confini il Danubio e la palude Meotide, occupando uno spazio di 400 stadi (o 400 miglia Romane). Vedi Dauville _Mem. de l'Acad. Tom. XXV. p. 573-571_. Diodoro Siculo (Tom. I. _l. II. p. 155. Edit. Wesseling_) ha notato i successivi progressi del nome e della nazione degli Sciti.
[309] I _Tatars_ o Tartari furono in origine una tribù; in seguito rivali, e finalmente sudditi dei Mògolli. Nelle vittoriose armate di Gengis-Kan e dei suoi successori, i Tartari formavano la vanguardia; ed applicavasi a tutta la nazione il nome, che prima degli altri giungeva alle orecchie degli stranieri: Freret _Hist. de l'Acad. Tom. XXV. p. 60_. Parlando di tutti o di alcuno dei popoli pastori settentrionali dell'Europa o dell'Asia, promiscuamente mi servo dei nomi di _Sciti_ o di _Tartari_.
[310] _Imperium Asiae ter quaesivere: ipsi perpetuo ab alieno Imperio aut intacti aut invicti mansere_. Dal tempo di Giustino (II. 2.) in poi essi hanno moltiplicato questo numero. Voltaire ha compendiato in poche parole (Tom. X. p. 65. _Hist. Gener. c. 156_) le conquiste dei Tartari.
«Spesso sulle tremanti nazioni da lontano «Ha la Scizia spirato il vivo nembo di guerra.
[311] Il quarto libro d'Erodoto somministra un curioso, benchè imperfetto, ritratto degli Sciti. Fra' moderni che descrivono l'uniforme loro vita, il Kan di Kowaresm Abulgazi Bahadur esprime i naturali suoi sentimenti; e la sua storia genealogica dei Tartari è stata copiosamente illustrata dagli editori Francesi e Inglesi. Carpin, Ascelin e Rubruquis (_nell'Istor. dei viaggi Tom. VII_.) rappresentano i Mogolli del secolo XIV. A queste guide ho aggiunto Gerbillon, e gli altri Gesuiti (_Descript. de la Chine par du Halde Tom. IV_.) che hanno esattamente osservato la Tartaria Chinese, e l'onesto ed intelligente viaggiatore Bell d'Antermony (2. Vol. in 4. _Glasg_. 1763).
[312] Gli Usbecchi son quelli che più si sono allontanati dai lor primitivi costumi 1. per causa della religion Maomettana che professano, 2. per il possesso che hanno delle città e delle raccolte della gran Bucaria.
[313] _Il est certain, que, les grands mangeurs de viande sont en général cruels et féroces plus que les autres hommes. Cette observation est de tous les lieux et de tous les temps: la barbarie Anglaise est connue: Emil. de Rousseau Tom. I. p. 274_. Qualunque sia l'opinione che abbiamo di questa osservazione in generale, non accorderemo facilmente la verità dell'esempio addotto. Le oneste querele di Plutarco ed i patetici lamenti di Ovidio ci seducono la ragione con eccitar la nostra sensibilità.
[314] Tali emigrazioni Tartare si sono scoperte dal sig. di Guignes (_Hist. des Huns Tom._ I. II.) abile e laborioso interprete della lingua Chinese, il quale ha aperto in tal guisa nuove ed importanti scene nell'istoria dell'uman genere.
[315] I Missionari trovarono, che una pianura nella Tartaria Chinese, distante non più d'ottanta leghe dalla gran muraglia, era superiore tremila passi geometrici al livello del mare. Montesquieu, il quale ha fatto uso ed abuso delle relazioni dei viaggiatori, deduce le rivoluzioni dell'Asia da questa importante circostanza, che il caldo ed il freddo, la debolezza e la forza si toccano fra loro senza una zona temperata di mezzo: (_Esprit des Loix l. XXII. c. 3_).
[316] Petit de la Croix (_vie de Gengiskan l. III. c. 7_) rappresenta tutta la gloria ed estensione della caccia Mogolla. I Gesuiti Gerbillon e Verbiest seguivano l'Imperatore Kamhi nella caccia di Tartaria (Duhalde _Descritp. de la Chine_ T. IV p. 81, 290. _edit. in fol._). Kienlong, nipote di lui, che congiunge la disciplina dei Tartari con le leggi e la cultura della China, descrive da poeta (_Elog. de Moukden_ p. 273. 285) i piaceri, che aveva spesso goduto alla caccia.
[317] Vedi il Tomo II. dell'Istoria genealogica dei Tartari, e le liste dei Kan, al fine della vita di Gengis o Zingis. Nel regno di Timur, o Tamerlano, uno de' suoi soggetti, discendente di Gengis, usava sempre il regio nome di Kan, ed il conquistatore dell'Asia contentossi del titolo d'Emir, o di Sultano. Abulgazi P. V. c. 4. D'Herbelot. _Bibl. Orien. p. 878._
[318] Vedi le diete dogli antichi Unni (De Guignes Tom. II. p. 26), ed una curiosa descrizione di quelle di Gengis (_vie de Gengiskan. l. I. c 6. l. IV. c. 11_). Si fa menzione di tali assemblee frequentemente nell'istoria Persiana di Timur, quantunque non servissero esse che a confermar le risoluzioni del loro Signore.
[319] Montesquieu s'affatica per ispiegare una differenza, che non sussiste, fra la libertà degli Arabi e la _perpetua_ schiavitù de' Tartari (_Espr. des Loix l. XVII. c. 5. l. XVIII. c. 19 ec._).
[320] Abulgazi Kan riferisce, nelle prime due parti della sua storia Genealogica, le misere favole e tradizioni de' Tartari Usbecchi, intorno a' tempi anteriori al regno di Gengis.
[321] Nel XIII. libro dell'Iliade Giove da' sanguinosi campi di Troja rivolge gli occhi alle pianure della Tracia e della Scizia. Cangiando ogggetto, ei non potea vedere una scena più piacevole o più innocente.
[322] Tucidide _l. II c. 97._
[323] Vedi il lib. IV. d'Erodoto. Allorchè Dario avanzossi nel deserto di Moldavia, fra il Danubio ed il Niester, il Re degli Sciti gli mandò un topo, una rana, un uccello e cinque dardi: formidabile allegoria!
[324] Posson trovarsi tali guerre ed eroi sotto i respettivi lor titoli nella Biblioteca orientale dell'Herbelot. Se ne sono celebrate le geste in un poema epico di sessantamila coppie di versi rimati da Ferdusi, l'Omero Persiano. Vedi l'Istoria di Nader Shah p. 145, 165. Il Pubblico si dee dolere che il sig. Jones abbia sospeso le sue ricerche d'erudizione orientale.
[325] S'illustra laboriosamente il mar Caspio co' suoi fiumi e le addiacenti Tribù nell'_Esame critico degli Storici d'Alessandro_, dove si paragona la vera geografia con gli errori prodotti dalla vanità o dalla ignoranza de' Greci.
[326] Sembra che la sede originale della nazione fosse al Norte-Ovest della China nelle province di _Chensi o Chansi_. Sotto le due prime Dinastie, la città principale fu sempre un campo amovibile; eran sparsi raramente i villaggi; s'impiegava più terra in pasture, che per l'agricoltura: l'esercizio della caccia era diretto a purgare il paese dalle bestie selvagge; Petcheli (dove ora è Pekino) era un deserto: e le province meridionali eran popolate da selvaggi Indiani. La dinastia di Han (206 anni avanti Cristo) diede all'Impero la forma ed estensione attuale.