Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 18

Chapter 182,909 wordsPublic domain

I Romani, che narrano con tanta freddezza e brevità gli atti di giustizia esercitati dalle legioni[403], riservano la lor pietà ed eloquenza per le angustie, che soffrirono essi, allorchè le Province furono invase e desolate dalle armi fortunate de' Barbari. La semplice ben circostanziata istoria (se pure una tal istoria esistesse) della rovina d'una sola città, delle disgrazie d'una sola famiglia[404] potrebbe rappresentare un'interessante ed istruttiva pittura de' costumi umani; ma la tediosa ripetizione di vaghi e declamatori lamenti stancherebbe l'attenzione del più paziente lettore. Si può applicare la stessa censura, quantunque forse non in grado uguale agli scrittori sì profani che ecclesiastici di quegl'infelici tempi, vale a dire che i loro animi erano accesi da una religiosa e volgare animosità, e che s'alterava la vera grandezza e il colore di ogni oggetto dall'esagerazioni della corrotta loro eloquenza. Potè l'ardente Girolamo[405] deplorar con ragione le calamità apportate da' Goti, e da' Barbari loro alleati nel nativo suo paese della Pannonia e nella vasta estensione delle Province, che sono fra le mura di Costantinopoli e il piè delle alpi Giulie; le rapine, le stragi, gl'incendi, e sopra tutto la profanazion delle Chiese, che si convertirono in stalle, e l'irriverente trattamento delle reliquie de' Santi Martiri. Ma il Santo si lascia trasportare oltre i confini della natura e dell'istoria, quando asserisce «che non rimase in quelle deserte regioni altro che il cielo e la terra; che distrutte le città ed estirpata la razza umana, il suolo era tutto ingombrato da folte selve e d'inestricabili boschi; e che s'adempiva la universal desolazione, annunziata dal Profeta Sofonia, nella scarsità delle bestie, degli uccelli e fino de' pesci». Si esposero tali querele circa vent'anni dopo la morte di Valente; e le Province Illiriche, le quali furono sempre soggette all'invasione ed al passaggio de' Barbari, continuarono dopo un calamitoso corso di dieci secoli a somministrar nuovi materiali di rapina e di distruzione. Quand'anche si potesse supporre, che un ampio tratto di paese fosse lasciato inculto e senz'abitanti, le conseguenze di ciò non avrebber potuto essere tanto fatali alle inferiori produzioni dell'animata natura. Gli utili e deboli animali, che si nutriscon dalla mano degli uomini, posson soffrire e distruggersi, qualora sieno privati della lor protezione; ma le bestie della foresta, nemiche o vittime dell'uomo, si debbon piuttosto moltiplicare nel libero e non disturbato possesso de' solitari loro dominj. Le varie tribù, che popolano l'aria o l'acqua, sono anche meno connesse colla sorte della specie umana; ed è molto probabile, che i pesci del Danubio dovessero sentire maggior terrore ed angustia dall'avvicinarsi loro un vorace luccio, che dalle ostili scorrerie d'un'armata di Goti.

[A. 378]

Per quanto fosse stato grande il numero delle calamità dell'Europa, v'era motivo di temere che in breve le stesse disgrazie s'estenderebbero alle pacifiche regioni dell'Asia. I figli de' Goti erano stati giudiziosamente distribuiti per le città dell'Oriente; e si erano impiegate le cure dell'educazione per vincere ed ingentilire la nativa fierezza della loro indole. Nello spazio di circa dodici anni era continuamente cresciuto il lor numero; ed i fanciulli, che nella prima emigrazione erano stati mandati sopra l'Ellesponto, avevano acquistato con rapido avanzamento la forza e lo spirito di una perfetta virilità[406]. Era impossibile di impedir che sapessero gli eventi della guerra Gotica; e siccome quegli arditi giovani non aveano studiato il linguaggio della dissimulazione, dimostravano il desiderio, la brama, e forse l'intenzione, che avevano, d'emulare il glorioso esempio de' loro padri. Pareva che il pericolo di que' tempi giustificasse i gelosi sospetti dei Provinciali; e furono ammessi tali sospetti come indubitabili prove, che i Goti dell'Asia formato avessero una segreta e pericolosa cospirazione contro la pubblica sicurezza. La morte di Valente avea lasciato l'Oriente senza Sovrano; e Giulio, che occupava l'importante posto di General delle truppe con un'alta riputazione di diligenza e d'abilità, si credè in dovere di consultare il Senato di Costantinopoli, che nella vacanza del Trono si considerava da esso, come l'assemblea rappresentante della nazione. Appena ebbe ottenuto la libera facoltà di operare come giudicava espediente pel bene della Repubblica, che convocò i primi uffiziali, e segretamente concertò i mezzi opportuni per eseguire il sanguinario suo disegno. Fu immediatamente pubblicato un ordine, che in un dato giorno si unisse la Gioventù Gotica nelle città capitali delle respettive loro Province; e siccome si fece a bella posta spargere una voce, che si convocavano per dar loro un liberal donativo di terre e di danaro, la piacevole speranza mitigò il furore del loro sdegno, e forse sospese i moti della cospirazione. Nel giorno determinato tutta la gioventù Gotica fu diligentemente raccolta senz'armi in una piazza; le strade ed i passi della medesima erano occupati dalle truppe Romane, ed i tetti delle case coperti di arcieri e frombolieri. In tutte le città dell'Oriente fu dato alla medesima ora il segnale dell'indistinto macello; e la crudel prudenza di Giulio liberò le Province dell'Asia da un domestico nemico, che in pochi mesi avrebbe potuto portare il ferro ed il fuoco dall'Ellesponto all'Eufrate[407]. L'urgente considerazione della sicurezza pubblica può senza dubbio autorizzare la violazione di ogni legge positiva. Ma fino a qual segno questa od altra simil considerazione possa valere a disciogliere le naturali obbligazioni d'umanità e di giustizia, è dessa una dottrina, che io desidero di sempre ignorare.

[A. 379]

L'Imperator Graziano erasi molto avanzato nella sua marcia verso le pianure d'Adrianopoli, quando fu informato, a principio dalla voce confusa della fama, ed in seguito dai più esatti ragguagli di Vittore e di Ricomero, che l'impaziente collega di lui era stato ucciso in battaglia, e che la spada dei vittoriosi Goti aveva esterminato due terzi dell'armata Romana. Per quanto sdegno meritasse la temeraria e gelosa vanità dello zio, l'ira di un animo generoso è facilmente vinta dai più dolci moti di dolore e di compassione; ed anche i sentimenti di pietà presto andarono a perdersi nella seria e formidabile considerazione dello stato attuale della Repubblica. Graziano non era più in tempo d'assistere, ed era troppo debole per vendicare il suo disgraziato Collega, ed il valoroso e modesto giovane sentì se stesso incapace a sostenere un Mondo cadente. Una formidabil tempesta di Barbari della Germania sembrava pronta ad invader le Province della Gallia; e lo spirito di Graziano era oppresso e distratto dall'amministrazione dell'Impero Occidentale. In quest'importante crisi, il Governo dell'Oriente, e la condotta della guerra Gotica esigevano tutta intera l'attenzione d'un Eroe e d'un politico. Un suddito, investito di sì ampio comando, non avrebbe lungamente conservato la sua fedeltà ad un distante benefattore; ed il consiglio Imperiale abbracciò la savia e virile risoluzione di acquistarsi una riconoscenza, piuttosto che cedere ad un insulto. Graziano desiderava di donare la porpora come un premio della virtù: ma non è facile per un Principe, educato nel supremo posto, di conoscere alla età di diciannove anni i veri caratteri dei propri Generali e ministri. Procurò di pesare con imparziale bilancia i diversi loro meriti e difetti; e mentre frenava il temerario ardire dell'ambizione, diffidava di quella cauta saviezza, che induce a disperare della Repubblica. Siccome ogni momento di dilazione faceva perdere qualche parte del potere e de' ripieghi del futuro Sovrano d'Oriente, la situazione delle circostanze non permetteva un tedioso dibattimento. Graziano tosto dichiarò la sua scelta in favore d'un esule, il padre del quale, non più che tre anni avanti, aveva sofferto, esercitando esso l'autorità sovrana, un'ingiusta ed ignominiosa morte. Il Gran Teodosio, nome celebre nell'Istoria e caro alla Chiesa Cattolica[408], fu chiamato alla Corte Imperiale, che appoco appoco erasi ritirata dai confini della Tracia al più sicuro quartiere di Sirmio. Cinque mesi dopo la morte di Valente, l'Imperator Graziano produsse in presenza alle truppe adunate il _suo_ Collega e _loro_ Signore, che dopo una modesta e forse sincera resistenza, fu costretto ad accettare, in mezzo alle generali acclamazioni, il diadema, la porpora e l'ugual titolo d'Augusto[409]. Destinate furono al governo del nuovo Imperatore le Province della Tracia, dell'Asia e dell'Egitto, sopra le quali avea regnato Valente; ma siccome ad esso era specialmente affidata la condotta della guerra Gotica, fu smembrata la Prefettura dell'Illirico; e furono aggiunte agli stati dell'Impero d'Oriente le due gran diocesi della Dacia e della Macedonia[410].

L'istessa Provincia, e forse anche l'istessa città[411], che aveva dato al trono le virtù di Trajano ed i talenti d'Adriano, fu la sede originale d'un'altra famiglia di Spagnuoli, che in un secolo meno felice tenne per quasi ottant'anni il decadente Impero di Roma[412]. Questa uscì dall'oscurità degli onori municipali mediante l'attivo spirito del vecchio Teodosio, Generale le cui imprese nella Britannia e nell'Affrica formarono una delle più splendide parti degli annali di Valentiniano. Il figlio di quel Generale, che aveva parimente il nome di Teodosio, fu educato da abili professori negli studi liberali della gioventù; ma nell'arte della guerra fu istruito dalla tenera cura e dalla severa disciplina del proprio padre[413]. Sotto lo stendardo di tal condottiere, il giovane Teodosio andò in cerca di gloria e di cognizioni nei più lontani teatri dell'azione militare; assuefece il suo corpo alla diversità delle stagioni e dei climi; distinse il suo valore per mare e per terra; ed osservò la differente maniera di guerreggiare degli Scoti, dei Sassoni e dei Mori. Il proprio merito e la raccomandazione del conquistatore dell'Affrica l'elevarono in breve ad un comando separato; e fatto Duce della Mesia, vinse una armata di Sarmati, salvò la Provincia, meritò l'amor dei soldati, e provocò l'invidia della Corte[414]. La sua nascente fortuna ben presto decadde per la disgrazia e l'esecuzione dell'illustre suo padre; e Teodosio ricevè come un favore la permissione di ritirarsi a fare una vita privata nella nativa sua Provincia di Spagna. Ei dimostrò un fermo e moderato carattere nella calma, con cui s'adattò a questa nuova situazione. Il suo tempo era quasi ugualmente diviso fra la città e la campagna; lo spirito, che aveva animato la sua condotta pubblica, si fece conoscere anche nell'attivo e premuroso adempimento di ogni dover sociale; e con vantaggio applicossi la diligenza del soldato a migliorare il vasto suo patrimonio[415], che era fra Vagliadolid e Segovia in mezzo ad un fertile territorio, tuttavia famoso per la più squisita razza di pecore[416]. Dagl'innocenti ma utili lavori delle sue possessioni, Teodosio in meno di quattro mesi fu trasferito al trono dell'Impero Orientale; e tutta la serie dell'istoria degli uomini non potrà forse somministrare un esempio simile d'innalzamento nell'istesso tempo sì puro e sì onorevole. I Principi, che ereditano pacificamente lo scettro dei loro padri, pretendono e godono un diritto legittimo, tanto più sicuro, quanto è assolutamente distinto dai meriti del lor carattere personale. I sudditi, che in una Monarchia o in uno stato popolare acquistano la suprema potestà, possono elevarsi colla superiorità del genio o della virtù sopra i loro simili; ma rare volte la loro virtù è libera dall'ambizione, e frequentemente la causa del candidato, che ottiene il suo intento, è macchiata dalla colpa della cospirazione o della guerra civile. Eziandio in que' Governi, che permettono al Monarca regnante di nominare un collega o successore, la parziale sua scelta, nella quale possono influire le più cieche passioni, è spesso diretta ad un indegno soggetto. Ma la più sospettosa malignità non potè attribuire a Teodosio nell'oscura sua solitudine di Cauca, gli artifizi, i desiderj, e neppure le speranze d'un ambizioso politico, ed il nome stesso dell'esule da gran tempo sarebbe andato in dimenticanza, se le vere e distinte virtù di lui non avesser lasciato una profonda impressione nella Corte Imperiale. Il sublime suo merito, nel tempo della prosperità, non si era curato; ma nelle pubbliche angustie fu generalmente riconosciuto o sentito. Qual fiducia mai non doveva esser posta nella sua integrità, mentre Graziano potè fidarsi, che un pietoso figlio per amore della Repubblica perdonato avrebbe l'uccisione del padre! Qual espettazione dovevasi avere della sua abilità per sostener la speranza, che un solo uomo potesse salvare e restaurar l'Impero dell'Oriente! Teodosio fu decorato della porpora nell'anno trentesimoterzo della sua età. Il volgo guardava con ammirazione la virile bellezza del sembiante e la graziosa maestà della persona di lui, che si compiaceva di paragonare con le pitture e medaglie dell'Imperator Trajano; mentre gl'intelligenti osservatori scuoprivano nelle sue qualità del cuore e dello spirito una ben più importante rassomiglianza all'ottimo ed al più grande fra i Principi Romani.

[A. 379-382]

Non senza il più sincero dispiacere debbo adesso prender licenza da un'esatta e fedel guida, che ha composto l'istoria de' suoi tempi senza secondare i pregiudizi e le passioni che ordinariamente influiscono sulla mente di uno scrittore contemporaneo. Ammiano Marcellino, che termina l'utile sua opera con la disfatta e con la morte di Valente, raccomanda il soggetto più glorioso del seguente regno al fresco vigore ed all'eloquenza della nuova generazione[417]. Ma questa non fu disposta ad accettarne il consiglio o ad imitarne l'esempio[418], e nello studio del regno di Teodosio noi siamo ridotti ad illustrare la parzial narrazione di Zosimo con oscuri barlumi di frammenti e di croniche, col figurato stile della poesia o del panegirico, e col precario aiuto degli Ecclesiastici, che nel calore della fazion religiosa son portati a disprezzare le virtù profane della sincerità e della moderazione. Consapevole di tali svantaggi, che continueranno ad involgere una parte considerabile dell'istoria della decadenza e rovina del Romano Impero, io camminerò con dubbiosi e timidi passi. Può affermarsi però arditamente, che non fu mai vendicata la battaglia d'Adrianopoli da veruna segnalata o decisiva vittoria di Teodosio contro i Barbari: e l'espressivo silenzio dei venali oratori di lui si può confermare dall'osservazione dello stato e delle circostanze dei tempi. La fabbrica d'un potente Impero, che era sorto coll'opera di più secoli, non poteva rovesciarsi dalla disgrazia di una sola giornata, se la forza fatale dell'immaginazione non avesse esagerato la vera misura della calamità. La perdita di quarantamila Romani, che perirono nelle pianure d'Adrianopoli, poteva presto ripararsi nelle popolate Province dell'Oriente, che contenevano tanti milioni di abitatori. Il coraggio di un soldato è la qualità più a buon mercato e più comune della natura umana; ed una sufficiente perizia per affrontare un nemico indisciplinato, poteva in breve acquistarsi mediante la cura dei Centurioni, che in vita eran rimasti. Se i Barbari s'erano impossessati dei cavalli e delle armi dei vinti loro nemici, le copiose razze della Cappadocia e della Spagna somministrar potevano nuovi squadroni di cavalleria; i trentotto arsenali dell'Impero erano abbondantemente forniti di magazzini di armi offensive e difensive; e la ricchezza dell'Asia potea sempre concedere un ampio fondo per le spese della guerra. Ma gli effetti, che produsse la battaglia d'Adrianopoli negli animi dei Barbari o de' Romani estesero la vittoria de' primi, e la disfatta de' secondi molto al di là dei limiti d'una sola giornata. Si udì un Capitano Gotico protestare con insolente moderazione, che quanto a sè era stanco della strage; ma si maravigliava come un popolo, che fuggiva d'avanti a lui come un branco di pecore, ardisse ancora di disputargli il possesso dei propri beni e delle Province[419]. Gli stessi terrori, che aveva sparso fra le tribù Gotiche il nome degli Unni, s'erano inspirati dal formidabil nome dei Goti fra' sudditi ed i soldati dell'Impero Romano[420]. Se Teodosio avesse precipitosamente raccolto le sparse sue truppe, e le avesse condotte in campo a fronte d'un vittorioso nemico, il suo esercito sarebbe restato vinto dai propri timori, nè l'incerta sorte del successo avrebbe scusato l'imprudenza del Capitano. Ma il Gran Teodosio, titolo che onorevolmente si meritò in questa importante occasione, si condusse da costante e fedel custode della Repubblica. Piantò i suoi principali quartieri a Tessalonica, capitale della Diocesi di Macedonia[421], d'onde poteva osservare gli irregolari movimenti dei Barbari, e diriger le operazioni dei suoi Luogotenenti, dalle porte di Costantinopoli fino ai lidi dell'Adriatico. Si rinforzarono le guarnigioni e fortificazioni delle città; e le truppe, nelle quali fu ravvivato un sentimento d'ordine e di disciplina, ripresero insensibilmente coraggio per la confidenza della propria salvezza. Da questi sicuri posti arrischiaronsi a fare delle frequenti sortite su' Barbari, che infestavano l'addiacente campagna; e siccome rare volte permettevasi loro l'attacco senza qualche decisivo vantaggio o nel terreno o nel numero, le loro imprese furono per lo più fortunate, e presto restarono persuasi per la propria esperienza della possibilità di vincere gl'_invincibili_ loro nemici. Appoco appoco riunironsi in piccole armate i distaccamenti di quelle divise guarnigioni; si proseguirono i medesimi cauti passi a forma d'un esteso e ben concertato piano di operazioni; i quotidiani successi accrescevan forza e coraggio alle armi Romane, e l'artificiosa diligenza dell'Imperatore, che facea circolare i più favorevoli ragguagli degli avvenimenti della guerra, contribuì a domar l'orgoglio dei Barbari, e ad animar le speranze e l'ardire dei proprj sudditi. Se in luogo di questi deboli ed imperfetti delineamenti, si potessero con esattezza rappresentare i consigli e le azioni di Teodosio in quattro successive campagne, vi è ragione di credere, che la consumata perizia di lui meriterebbe l'applauso d'ogni militare lettore. Le dilazioni di Fabio avevano anticamente salvato la Repubblica; e mentre gli splendidi trofei di Scipione nella campagna di Zama tirano a sè gli occhi della posterità, gli accampamenti e le marce del Dittatore fra i colli della Campania hanno un ben giusto diritto a quell'indipendente e solida fama, che il Generale non è costretto a dividere nè con la fortuna nè con le truppe. Di tal sorta fu il merito ancor di Teodosio; e la debolezza del suo corpo, che fu molto inopportunamente attaccato da una lunga e pericolosa malattia, non potè opprimere il vigore della sua mente, o deviarne l'attenzione dal pubblico servigio[422].

[A. 379-382]