Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 16

Chapter 163,278 wordsPublic domain

Nella sospensione, che produceva un dubbioso e distante trattato, gl'impazienti Goti fecero qualche temerario tentativo di passare il Danubio senza la permissione del Governo, del quale implorato avevano la protezione. Furono diligentemente osservati i loro movimenti dalla vigilanza delle truppe acquartierate lungo il fiume, ed i loro primi distaccamenti andarono disfatti con notabile strage; pure tanto eran timide le deliberazioni del regno di Valente, che i probi Uffiziali, che avean servito la patria nell'adempimento del loro dovere, furon puniti con la perdita degli impieghi, e poco mancò che non fossero privati di vita. Giunse finalmente l'ordine Imperiale per trasportare sopra il Danubio tutto il corpo della nazione Gotica[369]; ma l'esecuzione di tal ordine fu laboriosa e difficile. Le acque del Danubio, che in quel luogo ha più d'un miglio di larghezza[370], erano gonfie per le continue piogge, ed in quel tumultuario passaggio, molti restaron dispersi ed annegati dalla rapida violenza della corrente. Fu messa in ordine una grossa flotta di navi, di barche e di battelli; s'impiegarono più giorni e più notti nel passare e ripassare con istancabil travaglio; e gli Uffiziali di Valente usarono la maggior diligenza, affinchè neppure uno di quei Barbari, che erano destinati a rovesciare i fondamenti di Roma, rimanesse sull'opposta sponda. Fu creduto espediente di prendere un'esatta notizia del loro numero; ma le persone, a ciò deputate, ben presto abbandonarono con maraviglia e sconcerto il proseguimento d'un'infinita ed ineseguibile impresa[371], ed il principale Istorico di quel tempo asserisce con la maggior serietà, che i prodigiosi eserciti di Dario e di Serse, che si erano sì lungamente risguardati come favole della vana e credula antichità, allora furono giustificati agli occhi del Mondo dall'evidenza del fatto e dell'esperienza. Un probabile testimone ha determinato il numero dei soldati Goti a dugentomila uomini; e se vogliamo aggiungervi una dose proporzionata di donne, di fanciulli e di schiavi, tutta la massa del popolo, che componeva tal formidabile emigrazione, dovè montare a quasi un milione di persone di ambedue i sessi e di ogni età. I figli dei Goti, almeno quelli d'un grado distinto, furono separati dalla moltitudine. Essi vennero senza dilazione condotti a remoti luoghi, assegnati per la loro dimora ed educazione; e quando quel numeroso corpo di ostaggi o di schiavi passava per le città, il loro gaio e splendido abbigliamento, la robusta e marzial loro figura, eccitava la sorpresa e l'invidia dei Provinciali. Ma la stipulazione più offensiva pe' Goti, e più importante pe' Romani, vergognosamente fu elusa. I Barbari, che risguardavano le loro armi come insegne di onore e pegni di sicurezza, si disposero ad offerire per esse un prezzo, che la licenza o l'avarizia dei Ministri Imperiali fu facilmente tentata di accettare. I superbi guerrieri, ad oggetto di conservare le armi, acconsentirono con qualche ripugnanza a prostituire le mogli o le figlie; e le bellezze d'una vaga donzella o d'un piacevol fanciullo assicurarono la connivenza degl'Inspettori, che alle volte gettavano un occhio d'avidità sui frangiati tappeti o sulle vesti di lino dei nuovi loro alleati[372], o che sacrificavano il loro dovere al vil desiderio d'empire le loro stalle di bestiame e le case di schiavi. Fu permesso ai Goti d'entrar nelle barche con le armi in mano; e quando la lor forza fu riunita all'altra parte del fiume, l'immenso esercito, che si sparse nei piani e nei colli della bassa Mesia prese un ostile e minaccevole aspetto. Poco dopo comparvero, sulle rive Settentrionali del Danubio, Alateo e Safrace, tutori del fanciullo loro Sovrano, e condottieri degli Ostrogoti; ed immediatamente spedirono ambasciatori alla Corte di Antiochia per sollecitare con le medesime proteste di alleanza e di gratitudine l'istesso favore, che era stato concesso ai supplichevoli Visigoti. L'assoluta negativa di Valente sospese il loro progresso, manifestò il pentimento, i sospetti ed i timori del consiglio Imperiale.

Una indisciplinata e vagante nazione di Barbari esigeva le più ferme disposizioni ed il maneggio più destro. Non potea supplirsi al quotidiano mantenimento di quasi un milione di sudditi straordinari, senza una costante ed abile diligenza, e questa poteva continuamente venire interrotta dal caso o dagli sbagli. L'insolenza o lo sdegno dei Goti, se accorgevansi di essere soggetti di timore o di disprezzo, poteva spingerli agli estremi più disperati, e sembra, che il destino dello Stato dipendesse dalla prudenza ed integrità de' Generali di Valente. In quest'importante crisi tenevano il governo militare della Tracia Lupicino e Massimo, nelle cui venali menti la più tenue speranza di privato guadagno prevaleva a qualunque considerazione di pubblico vantaggio; e la cui reità non era diminuita, che dall'incapacità di conoscere i perniciosi effetti della temeraria e colpevole loro amministrazione. Invece d'ubbidire agli ordini del Sovrano, e di soddisfare con decente liberalità le domande dei Goti, imposero un vile ed opprimente tributo sulle necessità degli affamati Barbari. Vendevasi loro ad un prezzo esorbitante il più basso cibo; ed in luogo di sane e sostanziose provvisioni eran pieni i mercati di carne di cani, e di animali immondi, che erano morti di malattia. Per fare il considerabile acquisto d'una libbra di pane, i Goti si privavano del possesso d'un dispendioso, quantunque utile, schiavo; e volentieri compravasi una piccola quantità di cibo per dieci libbre d'un prezioso, ma inutil metallo[373]. Quando esaurite furono le loro facoltà, continuarono tale necessario commercio con la vendita dei loro figli e delle figlie; e non ostante l'amor della libertà, che animava ogni petto Gotico, si sottoposero alla massima umiliante, che era meglio pei loro figliuoli di esser mantenuti in una condizione servile, che perire in uno stato di misera e disperata indipendenza. Viene eccitato il risentimento più vivo dalla tirannia di pretesi benefattori, i quali esigono fieramente il debito di gratitudine, cui hanno cancellato con le posteriori ingiurie. Appoco appoco si suscitò nel campo dei Barbari, che inutilmente adducevano il merito della paziente e rispettosa loro condotta, uno spirito di malcontentezza, ed altamente si dolsero dell'inumano trattamento che avean ricevuto dai nuovi alleati. Si vedevano attorno la dovizia ed abbondanza di una fertil provincia, in mezzo alla quale soffrivano gl'intollerabili travagli d'un'artificial carestia. Avevano però nelle mani i mezzi di trovare sollievo ed anche vendetta, giacchè la rapacità dei loro Tiranni avea rilasciato ad un offeso popolo il possesso e l'uso delle armi. I clamori d'una moltitudine, che non sa mascherare i suoi sentimenti, annunziarono i primi sintomi di resistenza; e posero in agitazione i timidi o colpevoli amici di Lupicino e di Massimo. Questi artificiosi Ministri, che sostituirono le astuzie di momentanei espedienti ai savi e salutari consigli di una estesa politica, tentarono di rimuovere i Goti dalla pericolosa lor situazione sulle frontiere dell'Impero, e dispergerli per le province interiori in quartieri di accantonamento separati fra loro. Siccome sapevano quanto male avevan meritato il rispetto o la confidenza dei Barbari, diligentemente raccolsero da ogni parte delle forze militari, che spinger potessero la lenta e ripugnante marcia di un popolo, che ancora non avea rinunziato al titolo o ai doveri di suddito di Roma. Ma nel tempo che l'attenzione dei Generali di Valente non applicavasi che ai malcontenti Visigoti, disarmavano essi imprudentemente le navi ed i Forti, che formavano la difesa del Danubio. Alateo e Safrace videro il fatale sbaglio, e ne profittarono, mentre ansiosamente spiavano la favorevole occasione di sottrarsi all'inseguimento degli Unni. Per mezzo di quelle navi e barchette, che precipitosamente poteron trovare i condottieri degli Ostrogoti, trasportarono senza ostacolo il Re e l'esercito loro, ed arditamente piantarono un ostile e indipendente campo sul territorio dell'Impero[374].

Alavivo e Fritigerno, sotto nome di giudici, erano i condottieri dei Visigoti in pace ed in guerra; e l'autorità, che essi traevano dalla nascita, era confermata dal libero consenso della nazione. In un tempo di tranquillità, il governo loro aveva potuto essere uguale, non meno che il grado che avevano; ma tosto che i lor nazionali furono esacerbati dalla fame e dall'oppressione, la superiore abilità di Fritigerno assunse il militar comando che egli aveva diritto di esercitare pel pubblico bene. Ei raffrenò lo spirito impaziente dei Visigoti, finattanto che le ingiurie e gl'insulti dei loro tiranni giustificassero nell'opinione degli uomini la lor resistenza; ma non era disposto a sagrificare alcun reale vantaggio alla pura lode di moderazione e di giustizia. Conoscendo l'utile che potea trarre dall'unione delle forze Gotiche sotto lo stesso stendardo, segretamente coltivò l'amicizia degli Ostrogoti; e mentre professava un'implicita obbedienza agli ordini dei Generali Romani, avanzavasi a piccole giornate verso Marcianopoli, capitale della bassa Mesia, circa settanta miglia distante dalle rive del Danubio. In quel luogo fatale, scoppiarono le fiamme della discordia e dell'odio reciproco in un terribile incendio. Lupicino aveva invitato i Capitani Goti ad uno splendido convito, ed il militare lor seguito era rimasto in armi all'ingresso del palazzo. Ma erano strettamente guardate le porte della città; ed erano i Barbari assolutamente esclusi dal comodo d'un abbondante mercato, al quale avevano ugual diritto e come sudditi e come alleati. Le umili loro suppliche si rigettarono con insolenza e derisione; e siccome esausta ormai era la loro pazienza, i paesani, i soldati ed i Goti presto si trovarono involti in un combattimento di appassionate altercazioni, e di ardenti rimproveri. Inconsideratamente diedesi un colpo; si trasse precipitosamente una spada; ed il primo sangue, che videsi uscire in quest'accidentale contesa, divenne il segnale d'una lunga e rovinosa guerra. In mezzo allo strepito ed alla brutale intemperanza, fu riportato a Lupicino da un segreto messo, che molti de' suoi soldati erano stati uccisi e spogliati delle loro armi, ed essendo egli già infiammato dal vino ed oppresso dal sonno, diede l'ordine temerariamente che se ne vendicasse la morte con la strage delle guardie di Fritigerno e d'Alavivo. Le clamorose strida ed i lamenti di quei, che morivano, scoprirono a Fritigerno il suo estremo pericolo; e siccome esso possedeva il freddo ed intrepido spirito d'un Eroe, vide ch'egli era perduto, se lasciava deliberare un momento quell'uomo che l'aveva sì altamente ingiuriato. «Una piccola contesa (disse il Capitano Goto con un fermo, ma piacevol tuono di voce) par che sia insorta fra le due nazioni; essa potrebbe produrre le più pericolose conseguenze, qualora non sia subito quietato il tumulto dalla sicurezza della nostra salute e dall'autorità della nostra presenza». Dette queste parole, Fritigerno ed i suoi compagni, sguainate le spade, s'aprirono il passo per mezzo all'irresistente folla che empiva il palazzo, le strade e le porte di Marcianopoli, e montando sui loro cavalli, scomparvero in fretta dagli occhi degli stupefatti Romani. I Generali dei Goti vennero salutati dalle fiere, e liete acclamazioni del campo; immediatamente fu risoluta la guerra, e senza differire s'eseguì tale risoluzione: si spiegarono le bandiere della nazione, secondo l'uso dei loro antenati; e risuonò l'aria della terribile e lugubre musica della barbara tromba[375]. Il debole e reo Lupicino, che aveva osato di provocare, trascurato di distruggere, e che tuttavia presumeva di sprezzare il formidabile suo nemico, marciò contro i Goti alla testa di quella milizia, che potè raccogliere in tal subitanea occorrenza. I Barbari aspettarono che s'avvicinasse circa nove miglia in distanza da Marcianopoli, ed in quest'occasione si vide che l'abilità del Generale era di maggior efficacia che le armi e la disciplina delle truppe. Il valore dei Goti fu con tanta perizia diretto dal genio di Fritigerno, che in uno stretto e vigoroso attacco rupper le file delle Legioni Romane. Lupicino abbandonò le armi e le insegne, i Tribuni ed i più bravi soldati che aveva, nel campo di battaglia; ed il loro inutil coraggio non servì che a proteggere la vergognosa fuga del Capitano. «Quel fortunato giorno pose fine alle angustie dei Barbari ed alla sicurezza de' Romani; da quel giorno in poi rinunziando i Goti alla precaria condizione di esuli e di stranieri, assunsero il carattere di cittadini e di padroni, s'attribuirono un assoluto dominio sopra i possessori delle terre, e ritennero in lor potere le province Settentrionali dell'Impero, che hanno per confine il Danubio». Tali son le parole d'un Istorico Goto[376], che celebra con rozza eloquenza la gloria dei suoi nazionali. Ma i Barbari non esercitarono il loro dominio, che ad oggetto di predare o di distruggere. Poichè i Ministri dell'Imperatore gli avean privati dei benefizi comuni di natura, e del libero commercio della vita sociale, vendicarono essi tale ingiustizia contro i sudditi dell'Impero, e furono espiati i delitti di Lupicino con la rovina dei pacifici agricoltori della Tracia, coll'incendio dei loro villaggi e con la strage o la schiavitù delle innocenti loro famiglie. Tosto si sparse nei luoghi vicini la nuova della vittoria dei Goti; e riempiendo essa di terrore e di sconcerto gli animi dei Romani, la precipitosa loro imprudenza contribuì ad accrescer le forze di Fritigerno e le calamità della provincia. Qualche tempo avanti questa grand'emigrazione, era stato ricevuto sotto la protezione ed al servizio dell'Impero un numeroso corpo di Goti condotti da Suerido e da Colia[377]. Erano questi accampati sotto le mura d'Adrianopoli; ma i ministri di Valente desideravano ansiosamente di mandarli di là dall'Ellesponto per allontanarli dalla pericolosa tentazione, a cui potevano sì facilmente esser soggetti per la vicinanza ed il buon successo dei lor nazionali. La rispettosa sommissione, con la quale acquietaronsi all'ordine della loro marcia, avrebbe potuto considerarsi come una prova della lor fedeltà; e la moderata richiesta, che fecero d'un sufficiente sussidio di provvisioni e della dilazione di soli due giorni fu espressa nei termini più doverosi. Ma il primo Magistrato di Adrianopoli, irritato per causa di alcuni disordini commessi nella sua villa, negò di compiacergli, ed armando contro di loro gli abitanti e gli artefici di una popolata città, insistè con ostili minacce nell'immediata loro partenza. I Barbari si rimasero in silenzio e sospesi, finattanto che non furono esacerbati dagl'insultanti clamori e da' dardi della plebaglia; ma stancata che fu la loro pazienza o non curanza, scagliaronsi contro l'indisciplinata moltitudine, percossero con molte vergognose ferite i dorsi dei fuggitivi loro nemici, e gli spogliarono delle splendide armi[378], che erano indegni di portare. La somiglianza delle offese e delle azioni presto riunì questo vittorioso distaccamento alla nazione dei Visigoti; le truppe di Colia e di Suerido aspettarono l'arrivo del gran Fritigerno, si raccolsero sotto i suoi stendardi, e segnalarono il loro ardore nell'assedio di Adrianopoli. La resistenza però della guarnigione fece conoscere ai Barbari che nell'attacco delle regolari fortificazioni rare volte hanno effetto gli sforzi d'un imperito coraggio. Il lor Generale conobbe l'errore, levò l'assedio, e dichiarò «d'essere in pace con le mura di pietra[379],» e si vendicò del mancato colpo sull'addiacente campagna. Egli accettò con piacere l'utile rinforzo degl'indurati lavoratori, che scavavano le miniere d'oro della Tracia[380] per vantaggio e sotto la sferza d'un insensibil padrone[381]; e questi nuovi compagni condussero i Barbari per segreti sentieri ai luoghi più remoti, che erano stati scelti per porre in sicuro gli abitanti, le bestie ed i magazzini di grano. Coll'aiuto di tali guide, niente rimase nascosto o inaccessibile; era fatale la resistenza, la fuga ineseguibile, e la paziente sommissione della disperata innocenza rare volte trovava pietà nei Barbari conquistatori. Nel corso di tali depredazioni si restituirono agli abbracciamenti degli afflitti genitori in gran numero i figli dei Goti, che erano stati venduti per ischiavi, ma questi teneri incontri, che avrebbero dovuto ravvivare nei loro animi e far loro gustare qualche sentimento di umanità, non tendevano che a stimolare la nativa loro fierezza col desiderio della vendetta. Essi con grande attenzione prestavano orecchio ai lamenti dei loro figli, che nella schiavitù avean sofferto le più crudeli indegnità dalle licenziose o ardenti passioni dei loro padroni; ed usavan le medesime crudeltà, gli stessi indegni trattamenti con gran rigore verso i figli e le figlie dei Romani[382].

[A. 377]

L'imprudenza di Valente e dei suoi ministri aveva introdotto nel cuor dell'Impero un popolo di nemici; pure si sarebber potuti riconciliare gli animi dei Visigoti mediante un'ingenua confessione dei passati errori, ed un sincero adempimento degli antichi trattati. Sembrava che tali salutari e moderate provvisioni fosser coerenti alla timida disposizione del Monarca orientale; ma in questa sola occasione Valente fece il bravo, e tale inopportuna bravura tornò fatale a lui stesso ed a' sudditi. Ei dichiarò la sua intenzione di marciare da Antiochia a Costantinopoli per reprimere quella pericolosa ribellione; e siccome conosceva le difficoltà dell'impresa, sollecitò l'assistenza dell'Imperatore Graziano suo nipote, che comandava le forze dell'Occidente. Si richiamarono in fretta dalla difesa dell'Armenia le truppe veterane; abbandonossi alla discrezione di Sapore quell'importante frontiera; e fu affidata, nell'assenza di Valente, l'immediata condotta della guerra Gotica a' suoi Luogotenenti Traiano e Profuturo, Generali che nutrivano una favorevole e ben falsa opinione della loro abilità. Arrivati che furono nella Tracia s'unì ad essi Ricomero, Conte dei domestici, e gli ausiliari dell'Occidente, che marciavano sotto la sua bandiera, sostenevano le legioni Galliche, ridotte però da uno spirito di diserzione a vane apparenze di forza e di numero. In un consiglio di guerra, nel quale influiva più l'orgoglio che la ragione, fu risoluto di cercare ed affrontare i Barbari, che stavano accampati nei fertili e spaziosi prati vicino alla più meridionale delle sei bocche del Danubio[383]. Il loro campo era circondato dalla solita fortificazione de' carri[384]; ed i Barbari, sicuri dentro il vasto cerchio di quel recinto, godevano i frutti del loro valore e le spoglie della Provincia. In mezzo alla disordinata intemperanza, il vigilante Fritigerno osservava i movimenti, e penetrava i disegni dei Romani. Egli si accorse che il numero de' nemici andava sempre crescendo; e siccome conobbe l'intenzione che avevano d'attaccar la sua retroguardia, subito che la mancanza del cibo lo costringesse a muovere il campo, richiamò i suoi predatorj distaccamenti, che occupavano l'addiacente campagna. Appena scuoprirono essi i concertati fuochi[385], che obbedirono con incredibile prestezza al segnale del lor Capitano; il campo fu ripieno d'una marzial folla di Barbari; le impazienti lor grida chiedevano la battaglia, e quel tumultuario zelo fu approvato ed animato dallo spirito dei loro Capi. Era già molto avanzata la sera; e le due armate si prepararono al combattimento, che fu differito soltanto fino allo spuntare del nuovo giorno. Mentre le trombe incitavano alle armi, fu invigorito l'indomito coraggio dei Goti dalla reciproca obbligazione d'un solenne giuramento; e nell'avanzarsi che facevano incontro al nemico, i rozzi cantici, che celebravano la gloria dei loro maggiori, eran mescolati con dissonanti e feroci strida, che s'opponevano all'artificiosa armonia delle acclamazioni Romane. Fritigerno dimostrò qualche perizia militare nel guadagnar che fece il vantaggio d'una dominante altura; ma la sanguinosa pugna, che principiò e finì col giorno, si mantenne da ambe le parti mediante i personali ed ostinati sforzi di robustezza, di valore e d'agilità. Le legioni dell'Armenia sostennero la loro fama nelle armi; ma furono oppresse dall'irresistibile peso della moltitudine dei nemici; fu posta in disordine l'ala sinistra dei Romani, ed i loro corpi, tagliati a pezzi, restarono sparsi nel campo. Questa particolare disfatta, per altro, fu bilanciata da un particolar successo; e quando i due eserciti ad un'ora tarda della sera si ritirarono ai respettivi lor campi, niuno di loro potè vantare gli onori o gli effetti di una decisiva vittoria. La perdita reale fu più sensibile pe' Romani a cagione della piccolezza del loro numero; ma i Goti restarono tanto confusi e sconcertati per questa vigorosa e forse inaspettata resistenza, che rimasero sette giorni dentro le loro fortificazioni. Ad alcuni uffiziali di grado distinto furono piamente fatte quelle ceremonie funebri, che permettevan le circostanze del tempo e del luogo; ma l'indistinto volgo fu lasciato insepolto sul campo. Ne fu avidamente divorata la carne dagli uccelli di rapina, che in quel tempo godevano di molto frequenti e deliziosi pasti, e molti anni dopo le bianche o nude ossa, che cuoprivano l'ampia estensione dei campi, presentarono agli occhi d'Ammiano un terribile monumento della battaglia di Salice[386].