Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Part 15
Due volte si è fatta la conquista della China dalle tribù pastorali del Nord; le forze degli Unni non erano inferiori a quelle dei Mogolli o dei Mantsciù; e la loro ambizione poteva nutrir le più ardenti speranze di buon successo. Ma ne restò umiliato l'orgoglio, ed arrestato il progresso, dalle armi e dalla politica di Vouti[342], quinto Imperatore della potente dinastia di Ilan. Nel lungo suo regno di cinquantaquattr'anni, i Barbari delle Province meridionali si sottoposero alle leggi ed ai costumi della China, e furono estesi gli antichi limiti della Monarchia, dal gran fiume di Kiang fino al porto di Canton. Invece di ristringersi alle timide operazioni d'una guerra difensiva, i suoi Luogotenenti penetrarono per più centinaia di miglia nel paese degli Unni. In quegl'immensi deserti, dov'è impossibile formar magazzini, e difficile trasportare una sufficiente quantità di provvisioni, le armate di Vouti furono esposte più volte ad intollerabili travagli; e di centoquarantamila soldati, che marciarono contro i Barbari, soli trentamila tornarono salvi ai piedi del loro Sovrano. Queste perdite però vennero compensate da una splendida e decisiva fortuna. I Generali Chinesi trasser vantaggio dalla superiorità che avevano per la natura delle loro armi, pei loro carri da guerra e per l'aiuto dei Tartari loro alleati. Fu sorpreso il campo del Tangiù in mezzo all'intemperanza ed al sonno: e quantunque il Monarca degli Unni si facesse bravamente strada per le file nemiche, lasciò sopra mille cinquecento dei suoi soldati sul campo. Ciò nonostante, questa segnalata vittoria, che fu preceduta e seguitata da molti sanguinosi combattimenti, assai meno contribuì alla distruzione della potenza degli Unni, che l'efficace politica, usata per distaccare dalla loro ubbidienza le tributarie nazioni. Intimorite dalle armi, o allettate dalle promesse di Vouti e dei suoi successori, le più considerabili tribù, sì Orientali che Occidentali, scossero il giogo del Tangiù. Mentre alcune di esse si professarono alleate o suddite dell'Impero, divennero tutte implacabili nemiche degli Unni; ed il numero di quell'altiero popolo, ridotto che fu alle naturali sue forze, si potea forse contenere nelle mura di una delle grandi e popolate città della China[343]. La diserzione dei propri sudditi, e l'incertezza d'una guerra civile finalmente costrinsero il Tangiù stesso a rinunziare alla dignità d'indipendente Sovrano ed alla libertà regolare di una guerriera e coraggiosa nazione. Fu egli ricevuto a Sigan, capitale della Monarchia, dalle truppe, dai Mandarini e dall'Imperatore medesimo con tutti gli onori, che adornar potevano, e mascherare il trionfo della vanità Chinese[344]. Fu preparato un palazzo magnifico per riceverlo; gli fu assegnato il posto sopra tutti i Principi della Famiglia Reale; e fu tratta all'estremo la pazienza d'un Barbaro Re dalle cerimonie di un banchetto composto di otto portate di vivande e di nove solenni cantate di musica. Ma egli pagò inginocchioni il debito di un rispettoso omaggio all'Imperatore della China; pronunziò in nome di se stesso e de' suoi successori un perpetuo giuramento di fedeltà, e volentieri accettò un sigillo, che gli fu dato come emblema della sua real dipendenza. Dopo quest'umiliante sommissione i Tangiù alle volte mancaron di fede, e profittarono dei favorevoli momenti della guerra e della rapina; ma la monarchia degli Unni appoco appoco decadde, finattanto che dalla discordia civile restò divisa in due separati regni, fra loro nemici. Uno dei Principi della nazione fu spinto dall'ambizione o dal timore a ritirarsi verso il Mezzodì con otto Orde, che comprendevano fra quaranta e cinquantamila famiglie. Egli ottenne insieme col titolo di Tangiù un sufficiente territorio sul confine delle Province Chinesi; e fu assicurato il costante suo attaccamento al servizio dell'Impero dalla debolezza e dal desiderio di vendicarsi. Dopo questa fatal divisione gli Unni del Nord continuarono a languire intorno a cinquant'anni, finattanto che da ogni parte restarono oppressi dai loro esterni ed interni nemici. La superba Inscrizione[345] d'una colonna, eretta sopra un'alta montagna, annunzia alla posterità che un esercito Chinese avea marciato settecento miglia nell'interno del paese degli Unni. I Sienpi[346], tribù di Tartari orientali, si vendicarono delle ingiurie che anticamente avevano ricevute; e la potenza dei Tangiù, dopo un regno di mille trecento anni, fu totalmente distrutta, avanti il fine del primo secolo dell'Era Cristiana[347].
[A. 93-100]
Fu variata la sorte dei soggiogati Unni dalla varia influenza del carattere e della situazione[348]. Più di centomila persone, le più povere invero e le più imbecilli della nazione, si contentarono di restare nel loro nativo paese, di rinunziare al nome e all'origine loro particolare, e d'essere incorporate al vittorioso popolo dei Sienpi. Cinquant'otto Orde, che sono circa dugentomila uomini, ambiziosi d'una più onorevole servitù, si ritirarono verso il Sud; imploraron la protezione degli Imperatori della China; e fu loro permesso d'abitare e di guardare le ultime frontiere della Provincia di Chansi ed il territorio di Ortous. Ma le tribù più guerriere e potenti degli Unni mantennero, nell'avversa fortuna, l'indomito spirito dei loro antichi. Il Mondo occidentale era aperto al loro valore e risolverono di scuoprire e soggiogare, sotto la condotta degli ereditari lor Capitani, qualche remota regione, tuttavia inaccessibile alle armi dei Sienpi ed alle leggi della China[349]. Il corso della loro emigrazione presto li portò oltre le montagne dell'Imao, ed i confini della Geografia Chinese; ma noi possiamo distinguer fra loro le due gran divisioni di questi formidabili esuli, che diressero la loro marcia verso l'Osso e verso il Volga. La prima di tali colonie si stabilì nelle fertili e vaste pianure della Sogdiana sulla parte orientale del mar Caspio, dove conservarono il nome di Unni con l'epiteto di Eutaliti, o Neftaliti. Ne furono mitigati i costumi, ed anche insensibilmente migliorati gli aspetti dalla dolcezza del clima e dalla lunga dimora che fecero in una florida provincia[350], che poteva tuttavia ritenere una debole impressione delle arti della Grecia[351]. Gli Unni _bianchi_, nome che trassero dal cangiamento delle loro carni, presto abbandonaron la vita pastorale degli Sciti. Gorgo, che sotto il nome di Carizmo, ha poi goduto un temporaneo splendore, era la resistenza del Re, che esercitava una legittima autorità sopra un obbediente popolo. Il loro lusso era mantenuto dal lavoro dei Sogdiani; e l'unico vestigio dell'antica loro barbarie era l'uso che obbligava tutti i compagni, alle volte fino al numero di venti, che avevan partecipato della generosità d'un ricco Signore, ad esser sepolti vivi nell'istesso sepolcro di lui[352]. La vicinanza degli Unni alle Province della Persia gli espose a frequenti e sanguinosi contrasti con la potenza di quella Monarchia. Ma essi rispettavano in tempo di pace la fede dei trattati, ed in guerra i dettami dell'umanità; e la loro memorabil vittoria sopra Perose o Firuz dimostrò la moderazione ugualmente che il valore dei Barbari. Il secondo corpo degli Unni, che appoco appoco s'avanzarono verso il Nord-ovest, fu soggetto ai travagli d'un più freddo clima, e di una marcia più laboriosa. La necessità li costrinse a mutar le sete della China con le pelli della Siberia; si cancellarono in essi gl'imperfetti principj di una vita tendente a civiltà; e la natural fierezza degli Unni divenne maggiore pel commercio con le selvagge tribù, che con qualche ragione paragonate furono alle bestie feroci del deserto. Il loro spirito indipendente rigettò ben presto l'ereditaria successione dei Tangiù; ed essendo ciascheduna Orda governata dai particolari suoi Mursi, la tumultuaria loro assemblea dirigeva i pubblici passi di tutta la nazione. Fino al secolo XII il nome di Grande Ungheria[353] provava la passeggiera loro residenza sulle sponde orientali del Volga. Nell'inverno discendevano coi loro greggi ed armenti verso la bocca di quel gran fiume; e le loro estive correrie giungevano fino alla latitudine di Saratoff, o forse all'unione del Kama. Tali per lo meno erano i moderni confini dei Calmucchi neri[354], che rimasero per circa un secolo sotto la protezione della Russia, e che sono di poi ritornati alle native loro sedi sulle frontiere dell'Impero Chinese. La marcia ed il ritorno di quei Tartari vagabondi, il campo riunito dei quali è composto di cinquantamila tende o famiglie, serve a schiarire le distanti emigrazioni degli antichi Unni[355].
È impossibile riempire quell'oscuro intervallo di tempo, che scorse da che gli Unni del Volga furono perduti di vista dai Chinesi, fino al comparire che fecero agli occhi dei Romani. V'è qualche ragione però di sospettare, che quella medesima forza, che tratti gli aveva dalle native lor sedi, sempre continuasse a spinger la lor marcia verso le frontiere dell'Europa. La potenza dei Sienpi, loro implacabili nemici, che s'estendeva più di tremila miglia da Levante a Ponente[356], doveva gradatamente opprimerli col peso e col terrore d'una formidabil vicinanza; e la fuga delle tribù della Scizia doveva tendere inevitabilmente ad accrescere la forza, o a restringere i territori degli Unni. I difficili ed oscuri nomi di quelle tribù offenderebber l'orecchio senza illuminar l'intelletto del lettore; ma io non posso tacere il sospetto assai naturale, che gli Unni del Nord traessero un rinforzo considerabile dalla rovina della dinastia del Sud, la quale nel corso del terzo secolo si sottopose al dominio della China; che i guerrieri più prodi andassero in cerca dei liberi e fortunati lor nazionali: e che siccome s'eran divisi per la prosperità, così fossero facilmente riuniti dai comuni travagli della loro avversa fortuna[357]. Gli Unni co' loro greggi ed armenti, colle loro mogli e figliuoli, coi loro dipendenti ed alleati si trasferirono all'occidental parte del Volga, ed arditamente avanzaronsi a invadere il paese degli Alani, popolo pastorale che occupava o devastava un esteso tratto dei deserti della Scizia. Le tende degli Alani occupavano le pianure fra il Volga ed il Tanai, ma il nome e gli usi di essi erano sparsi per l'ampia estensione dalle loro conquiste, e le dipinte tribù degli Agatirsi e dei Geloni si confondevano fra' loro vassalli. Verso il Nord penetrarono nelle agghiacciate regioni della Siberia fra quei selvaggi che nell'impeto del furore o della fame erano assuefatti a cibarsi di carne umana; e le loro incursioni meridionali giungevano fino ai confini della Persia e dell'India. La mescolanza col sangue Sarmatico e Germanico aveva contribuito a migliorare la figura degli Alani, a schiarirne l'oscura carnagione, ed a tingere i loro capelli d'un color biondo, che di rado si trova nella razza dei Tartari. Essi erano meno deformi nelle persone, e meno brutali nei costumi degli Unni; ma non cedevan punto a quei formidabili Barbari nel loro marziale indipendente coraggio, nell'amor della libertà, che rigettava fin l'uso degli schiavi domestici, e nella passione per le armi, che considerava la guerra e la rapina come il piacere e la gloria dell'uman genere. Una scimitarra nuda piantata in terra era l'unico oggetto del religioso lor culto; i crani dei nemici formavano i sontuosi ornamenti dei loro cavalli; e miravan con occhio di pietà e di disprezzo i pusillanimi guerrieri, che pazientemente aspettavano la infermità della vecchiezza o i tormenti d'una lenta malattia[358]. Sulle rive del Tanai la forza militare degli Unni affrontossi con quella degli Alani con ugual valore, ma con sorte diversa. Gli Unni prevalsero nel sanguinoso combattimento; vi restò ucciso il Re degli Alani; ed i residui della vinta nazione furon dispersi dall'ordinaria alternativa della fuga o della sommissione[359]. Una colonia di esuli trovò rifugio sicuro nelle montagne del Caucaso fra il Ponto Eussino e il mar Caspio, dove conservano tuttavia il proprio nome e la loro indipendenza. Un'altra colonia s'avanzò con coraggio più intrepido verso i lidi del Baltico, unissi alle settentrionali tribù della Germania, e partecipò delle spoglie delle Province Romane della Gallia e della Spagna. Ma la maggior parte della nazione degli Alani abbracciò le offerte d'una onorevole ed utile unione, e gli Unni, che stimavano il valore dei loro men fortunati nemici, passarono con un aumento di numero e di sicurezza ad invadere i confini del Gotico Impero.
[A. 375]
Il grand'Ermanrico, gli stati del quale s'estendevan dal Baltico all'Eussino, godeva in una piena maturità di vecchiezza e di riputazione il frutto delle sue vittorie, allorchè fu agitato dal formidabile aspetto di un esercito d'ignoti nemici[360], ai quali potevano i suoi barbari sudditi senza ingiustizia dare il nome di Barbari. Il numero, la forza, i rapidi movimenti, e l'implacabile crudeltà degli Unni si provarono, si temettero e si amplificarono dagli attoniti Geti, che videro i loro campi e villaggi consumati dalle fiamme, ed oppressi da ogni genere di stragi. A questi reali terrori aggiungevasi la sorpresa e l'abborrimento, che eccitavano la strillante voce, i rozzi gesti e la strana deformità degli Unni. Questi selvaggi della Scizia furon paragonati (e la pittura aveva qualche rassomiglianza) agli animali che camminano assai sconciamente sopra due gambe; ed alle malfatte figure (_Termini_), che solevano collocarsi dagli antichi sui ponti. Erano essi distinti dal resto della specie umana per le larghe spalle, i nasi schiacciati, ed i piccoli occhi neri profondamente sepolti nel capo; ed essendo quasi privi di barba, non godevan giammai nè le grazie virili della gioventù, nè il venerabile aspetto della vecchiezza[361]. S'assegnò loro un'origine favolosa, degna della figura e dei costumi che avevano, vale a dire che le streghe della Scizia, che per le maligne loro o mortifere azioni erano state cacciate dalla società, si fosser congiunte nel deserto con spiriti infernali, e che gli Unni fossero la prole di quell'esecrabile congiunzione[362]. Questa favola, sì piena d'orrore e di assurdità, fu facilmente abbracciata dal credulo odio de' Goti; ma nel tempo che soddisfaceva il loro abborrimento, ne accresceva il timore; mentre poteva supporsi che la posterità dei demoni e delle streghe avesse ereditato qualche parte della forza soprannaturale non meno che dell'indole maligna dei suoi genitori. Contro nemici di questa sorte Ermanrico preparossi ad esercitare le riunite forze del dominio Gotico; ma presto conobbe, che le suddite sue tribù, irritate dall'oppressione, eran più inclinate a secondar che a rispingere l'invasione degli Unni. Uno dei Capi de' Rossolani[363] aveva già disertato dallo stendardo d'Ermanrico, ed il crudel Tiranno aveva condannato la moglie innocente del traditore ad essere fatta in pezzi da indomiti cavalli. I fratelli di quell'infelice donna presero il favorevol momento di vendicarsi. Il vecchio Re de' Goti languì qualche tempo dopo la pericolosa ferita che ricevè da' loro pugnali; ma ritardossi la condotta della guerra per la sua infermità; ed i pubblici consigli della nazione furono divisi da uno spirito di gelosia e di discordia. La morte di esso, che fu attribuita alla sua propria disperazione, lasciò le redini del governo in mano a Vitimero, il quale col dubbioso aiuto di alcuni mercenari Sciti, mantenne la disugual contesa fra le armi degli Unni e degli Alani, finattanto che fu egli disfatto ed ucciso in una decisiva battaglia. Gli Ostrogoti si sottomisero al loro destino; e da ora in poi troverassi la regia stirpe degli Amali fra' sudditi del superbo Attila. Ma la persona del fanciullo Re Viterico fu salvata dalla diligenza di Alateo e di Safrace, due guerrieri di sperimentata bravura e fedeltà, che per mezzo di caute marce condussero gl'indipendenti residui della nazione degli Ostrogoti verso il Danasto o il Niester, fiume considerabile, che ora separa gli stati Turchi dall'Impero della Russia. Il prudente Atanarico, più attento alla propria che alla generale salvezza, aveva stabilito il campo dei Visigoti sulle rive del Niester, con la ferma risoluzione d'opporsi ai vittoriosi Barbari, che stimò imprudenza di provocare. L'ordinaria velocità degli Unni era impedita dal peso del bagaglio e dall'impaccio degli schiavi; ma la loro perizia militare ingannò, e quasi distrusse l'armata d'Atanarico. Mentre il Giudice dei Visigoti difendeva le rive del Niester, fu circondato da un numeroso distaccamento di cavalleria, che al lume della luna aveva passato a guado il fiume; e d'uopo gli furono estremi sforzi di coraggio e di condotta per effettuar la sua ritirata verso la montagna. L'indomito Generale aveva già formato un nuovo e giudizioso piano di guerra difensiva; e le forti linee, che si preparava a tirare fra i monti, il Pruth, ed il Danubio, avrebbero assicurato l'esteso e fertile territorio, che adesso porta il nome di Valachia dalle rovinose incursioni degli Unni[364]. Ma le speranze e le misure del Giudice dei Visigoti furono presto sconcertate dalla tremante impazienza de' suoi scoraggiati compagni, persuasi dal lor timore che l'interposizione del Danubio fosse l'unico baluardo, che salvar li potesse dalla rapida caccia e dall'invincibil valore dei Barbari della Scizia. Sotto il comando di Fritigerno e d'Alavivo[365], il corpo della nazione s'avanzò in fretta verso le rive del gran fiume, ed implorò la protezione del Romano Imperatore dell'Oriente. Atanarico medesimo, sempre ansioso d'evitare il delitto di spergiuro, si ritirò con una truppa di fedeli seguaci nella montuosa regione di Caucaland, che sembrava esser guardata e quasi nascosta dalle impenetrabili foreste della Transilvania[366].
[A. 376]
Dopo che Valente ebbe terminato la guerra Gotica con qualche apparenza di gloria e di buon successo, passò pe' suoi dominj dell'Asia; e finalmente fissò la sua residenza nella Capitale della Siria. I cinque anni[367], che ei consumò in Antiochia, furono impiegati a spiare in una sicura distanza gli ostili disegni del Monarca Persiano, a frenare le ruberie dei Saracini e degl'Isauri[368], a confermare con argomenti più forti di quelli della ragione a dell'eloquenza la fede della teologia Arriana, ed a quietare i suoi ansiosi sospetti cogl'indistinti supplizi dell'innocente e del reo. Ma s'eccitò l'attenzione più seria dell'Imperatore per l'importante notizia, che ei ricevè dagli ufficiali militari e civili, ai quali affidato avea la difesa del Danubio. Egli fu informato che il Settentrione agitavasi da una furiosa tempesta; che l'irruzione degli Unni, incognita e mostruosa razza di selvaggi, avea rovesciato la potenza de' Goti; e che una supplichevole moltitudine di quella bellicosa nazione, l'orgoglio di cui era in quel tempo umiliato all'eccesso, occupava uno spazio di più miglia lungo le rive del fiume. Con le braccia stese e con patetici lamenti, ad alta voce deploravano le passate loro disgrazie ed il presente pericolo; confessavano che la unica loro speranza di salute era posta nella clemenza del Governo Romano; e con la maggior solennità protestavano, che se la graziosa liberalità dell'Imperatore avesse loro permesso di coltivare le ampie terre della Tracia, si sarebbero tenuti obbligati dai più forti vincoli di dovere e di gratitudine ad obbedire alle leggi, ed a difendere i confini della Repubblica. Tali assicurazioni confermate furono dagli Ambasciatori dei Goti, i quali con impazienza aspettavano dalla bocca di Valente una risposta, che finalmente determinasse la sorte degl'infelici lor nazionali. L'Imperatore Orientale non era più guidato dalla saviezza ed autorità del suo fratello maggiore, ch'era morto verso il fine dell'anno precedente; e siccome la misera situazione de' Goti richiedeva un'instantanea e perentoria decisione, gli mancò il favorito spediente degli spiriti deboli e timidi, che riguardano l'uso de' passi dilatorj ed ambigui, come i più ammirabili sforzi d'una consumata prudenza. Finattantochè sussisteranno fra gli uomini le medesime passioni ed interessi, si presenteranno frequentemente, come soggetto di moderne deliberazioni, le quistioni di guerra e di pace, di giustizia e di politica, che agitavansi nei consigli della Antichità. Ma a' più sperimentati Politici dell'Europa non è stato giammai commesso d'investigare la convenienza o il pericolo di rigettare o d'ammettere una innumerabile moltitudine di Barbari, che son tratti dalla disperazione e dalla fame a cercare uno stabilimento negli Stati d'una incivilita nazione. Allorchè fu riferita ai Ministri di Valente quest'importante proposizione, sì essenzialmente connessa con la pubblica sicurezza, essi rimasero perplessi e divisi, ma presto convennero nel lusinghiero sentimento che pareva più favorevole all'orgoglio, all'indolenza, ed all'avarizia del loro Sovrano. Gli schiavi, ch'erano decorati coi titoli di Prefetti e di Generali, dissimularono o non curarono il timore di questa nazional emigrazione, tanto diversa dalle particolari ed accidentali colonie, che si erano ammesse negli ultimi confini dell'Impero. Anzi applaudirono alla buona fortuna, che avea condotto dalle più distanti regioni del globo una numerosa ed invincibile armata di stranieri a difendere il trono di Valente, il quale aggiunger poteva al tesoro Imperiale le immense somme d'oro somministrate dai Provinciali per compensare l'annua loro dose di reclute. Si esaudirono le preghiere dei Goti, e dalla Corte Imperiale s'accettò il loro servigio; e furono immediatamente spediti ordini a' Governatori civili e militari della diocesi della Tracia onde fare i preparativi necessari pel passaggio, e per la sussistenza di un gran popolo, insino a che destinato gli fosse un proprio e sufficiente territorio per la futura sua residenza. Fu accompagnata però la liberalità dell'Imperatore da due rigorose e dure condizioni, che la prudenza giustificar potea dalla parte dei Romani, ma che non altro che la necessità poteva estorcere dagli sdegnosi Goti. Prima che passassero il Danubio, si volle che consegnassero le loro armi; e che tolti loro i figli, si spargessero per le Province dell'Asia, dove potessero ridursi a civiltà mercè dell'educazione, e servire di ostaggi per assicurare la felicità dei loro genitori.