Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 11

Chapter 113,307 wordsPublic domain

Avendo il Sig. Gibbon intrapresa in qualche modo la difesa dei Donatisti, con quanta ragione però già l'avete veduto: credete voi che ei volesse abbandonare la causa dei Novaziani? Pensate: essa è la migliore del Mondo, perciocchè _ortodossa era la loro fede e sol dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli di disciplina, i quali forse non erano essenziali per la salute_. A dir vero, sulle prime, Novaziano si contentò di dolersi, che in Roma i caduti si ricevessero alla Comunione con soverchia facilità, e questo potè passare per uno zelo di disciplina[206], ed anche sedurre alcuni Santi allor prigionieri per la fede. Ma quindi ed egli, e molto più apertamente i seguaci di lui[207] unirono allo scisma l'eresia negando alla Chiesa la potestà di riconciliare i caduti in tempo di persecuzione per qualsivoglia penitenza che essi facessero contro le generali ed illimitate espressioni di Gesù Cristo[208], e condannando le seconde nozze per modo da dichiarare adultere quelle vedove che si rimaritavano, come se avesser preteso di saperne più di S. Paolo[209], dice S. Agostino, ed avere una dottrina più pura di quella degli Apostoli. Senza che io mi dilunghi a noverare gli altri errori dei Novaziani ed intorno all'assoluzione dei peccati gravi commessi dopo il battesimo stesso, al culto delle reliquie, il Canone VIII. del I. Concilio Niceno basta per sè solo a distruggere affatto la loro pretesa _Ortodossia. Haec autem prae omnibus eos_, (Cioè i Novaziani, i quali avevano assunto l'orgoglioso nome di Catari) _convenit profiteri, quod Catholicae et Apostolicae Ecclesiae Dogmata suscipiant et sequantur, idest et bigamis se communicare, et his qui in persecutione prolapsi sunt_. Non ho avuto difficoltà ad allegare l'autorità di un Concilio, primieramente perchè il mio disegno scrivendo è di premunir voi, che vi gloriate di esser Cattolici contro gli errori del Sig. Gibbon; ed in secondo luogo perchè egli per quanto ironicamente possa chiamarne _infallibili i Decreti_, trattandosi dei _generali_ pur si confessa ben soddisfatto dell'articolo _Concile_ nella Enciclopedia e ne cita ancor esso le decisioni, quando gli torna in acconcio. Sarebbe pure stato considerabile in uno storico giudizioso e sincero, che ne avesse allegata alcuna per confermare, che _la superstizione de' tempi abbia insensibilmente moltiplicati gli ordini, giacchè nella Chiesa Romana oltre il carattere Episcopale se n'è stabilito il numero di sette, tra i quali però i quattro minori son presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli_. Per altro pur troppo è giusta riguardo a molte Chiese particolari quest'ultima riflessione: comecchè dai Padri Tridentini[210] fosse fatta ai Vescovi una gravissima esortazione, ed un positivo comando, che nelle sacre funzioni si rendessero attivi i Chierici dal Diacono fino all'Ostiario. Ma questo istesso dimostra, che la Chiesa universale rappresentata da quel sacro Consesso, contro l'avviso del Sig. Gibbon è persuasa che tutti questi Ordini, benchè sia forse soverchio il numero degli Ordinati, non sono un _parto della superstizione_. Erano forse tempi di superstizione i primi tre secoli della Chiesa e l'età degli Apostoli? Or di quei tempi appunto gloriosissimi per Santa Chiesa s'introdussero questi ordini per sentimento del medesimo S. Concilio: _Sanctorum Ordinum a Diaconatu ad Ostiariatus functiones ab Apostolorum temporibus in Ecclesia laudabiliter receptae in usum juxta Sacros Canones revocentur_. Non ignoravano quei venerabili Padri, che fino dalla metà del terzo secolo Cornelio R. Pontefice scrivendo a Fabio Antiocheno[211] numera sette Suddiaconi, 42. Accoliti, e tra Esorcisti, Lettori, ed Ostiari 52: e che S. Ignazio Patriarca antichissimo di Antiochia scrive in una lettera: _saluto Sanctum Presbyterium, saluto Sacros Diaconos, saluto Subdiaconos, Lectores, Exorcistas..._ Li vedevano rammentati nel quarto secolo dai Concili Laodiceno e Cartaginese come cosa già da gran tempo stabilita, e per conseguenza eran convinti, che _non per superstizione_ tali Ordini _sunt adjecti_, ma bensì _propter utilitatem ministerii, quod propter multitudinem credentium per alteros postea impleri debere necessitas flagitavit_[212].

Ciò che finora io sono andato divisando, benchè di volo, può, cred'io, bastare a convincervi, che il Sig. Gibbon dà per indubitati alcuni fatti di Storia Ecclesiastica, che se non son falsi, sono almen dubbi ed indecisi, e che per l'opposto i meglio autenticati e più certi o niega od oscura sempre a danno ed avvilimento del partito Cattolico. Leggetelo con attenzione, e troverete altri esempi per confermare la verità della mia asserzione.

LETTERA III.

Chi ha del Vangelo la stranissima idea, che esso _apra un infinito prospetto d'invisibili mondi, e spieghi la misteriosa essenza della Divinità_, la quale abitando in mezzo ad una luce inaccessibile noi viatori non possiam vedere che di riflesso ed in enimma, non dee recar maraviglia se mal conosca e sfiguri i Dommi della nostra SS. Religione quantunque fondamentali. Tal è il Sig. Gibbon. Primieramente è suo disegno l'inculcare, che quello, che dai Cristiani si crede del Divin Verbo, altro non è se non se _un Domma già maravigliosamente annunziato da Platone_ anzi il _fondamental principio della Teologia di quel Filosofo_: il quale però _non si stabilì sufficientemente, come una verità, o trovossi in stato di restar sempre confuso con le filosofiche visioni dell'Accademia ... finchè il nome, ed i divini attributi del Logos non furono confermati dalla celeste penna dell'ultimo e del più sublime fra gli Evangelisti_.

Secondariamente si lusinga nella controversia Arriana di andare _seguendo il progresso della ragione e della Fede, dell'errore e della passione in un modo_ da farsi credere uno storico, _il quale tiri rispettosamente il velo del Santuario_ (p. 90.).

Nella presente lettera farò alcune riflessioni su questi due punti: e riguardo al λογος, asserisco I. che il Domma Cristiano del Divin Verbo _non è maravigliosamente annunziato da Platone_, e che verisimilmente neppure il nome λογος è stato preso da lui[213]. II. Che prima dell'Evangelo di S. Giovanni per _divina rivelazione era stato scoperto al Mondo il sorprendente segreto, che il_ λογος, _che era con Dio, fu dal principio, che era Dio ec. Si era incarnato ec._

Esaminando senza prevenzione le opere di Platone egli è ben difficile, per non dire impossibile, il persuadersi, che esso distinguesse l'idea, il λογος dal sommo Dio. Infatti in quel libro, in cui riferisce ciò che egli aveva appreso da Timeo Locrese, Pitagorico illustre, fissando che due son le cagioni di tutte le cose, stabilisce, che _di quelle, le quali si fanno secondo la ragione ella è una mente_ Νὸον μἐν των κατὰ λογον γιγνομενων, _la quale chiamasi Dio, è cagione delle cagioni_ θέον τε ὀνομαὶσερ θαι, ἀρχην τε τὦν ἀρχὦν, e _che questo Dio è un Essere improdotto ed immutabile ed intelligibile esemplare di quante cose soggiacciono a mutazione_ καὶ τὸ μὲνεὶμεν αγενατον τε καὶ ἀχινάτον... νοατον τε καὶ παραδεῖγμα τὸν γεννωμένων, όπὸσα ὲν μετὰβολα ἑντε e per fine questa mente, questa Idea, questo Dio, questo Esemplare non stassi ozioso ma _tien la ragione di maschio, e di padre_ ὥ τό μέν ἓιδος λόγος εχει ἆρρενος τε καί πὰτρος. Fin qui adunque non sembra aver neppur sospettato Platone, che l'Idea, il Verbo, od il λὸγος si distingua da Dio Sovrano. Indi prosegue a dire, che prima della disposizione dei Cieli fatta λὸγω altro non vi era che _Idea, materia_: ma che ο Φὲος δημιῦργος _Iddio sommo Artefice_: ordinò la seconda, sottoponendola a certe determinate leggi. Se adunque il Cielo od il Mondo secondo quel Filosofo è formato λὸγω, e questo λὸγος è l'idea ίδεα, e l'idea, la quale esso chiama in appresso, _intelligibile essenza... ed esemplare, che in sè contiene tutti gli animali intellegibili_ τὰν νοητὰν ουσιὰν… καί τὸ παρὰδειγμα περὶεχον πὰντα τὰ νοατὰξῶα ὲν ὰυτῶ, e l'Idea, io dico non è punto distinta da Dio; si rende manifesto, che Platone non fa distinzione alcuna tra il _Logos_, e _Dio_.

Il Dialogo intitolato il Timeo, in cui più diffusamente si espongono i pensamenti di quel filosofo conferma ciò che abbbiamo veduto finora. E come non vedere che il _Logos_ non è una persona distinta da Dio, ma o il _raziocinio di lui_ λυγισμος θεοῦ[214] _o la Idea, la Nozione, il pensiero di Dio_ ἔξ οὔν λόγου καί διάνοιας θεου ec.[215] è infine Dio stesso che _avendo pensata_ λογισαμένος, e che per tal _pensiero, o ragione_ διὰ τόν λογισμον τὸν δὲ[216] formò l'Universo?

Una maggior somiglianza della dottrina Platonica con la Cristiana apparisce nella lettera, in cui Platone invita Ermia, Erasto, e Corisco ad unirsi in amicizia _chiamando in testimone Dio regolatore delle cose tutte esistenti e future, e Padre Signore del Regolatore e Principio_. καί τὸν τῶν πὰντον θεὸν ἡγέμονα τῶν τε οντῶνκαί τῶν μελλόνκων τε ἡγέμονός καί αιτίου πατέρα κυρίον νἓπομνύτας. Egli è però certo, che quel Filosofo per figlio di Dio, non intende altro che il Mondo, come ei dichiara nell'Epimonide, dicendo: _E quale Dio mai vado io celebrando? Il Cielo senza fallo._ τινά δη καί σεμνυνῶν ποτὲ λεγῶ θεον: σχὲδον ούράνον. Sì il Cielo od il Mondo, come si spiega in più luoghi del Timeo, lì è Figlio di Dio, del quale parla il filosofo Ateniese, generato dalla prima ed immutabile cagione[217], figlio Unigenito, immagine di Dio, e Dio perfettissimo, perchè creduto da lui di una perfettissima somiglianza non colla sola eterna idea del sommo Fattore, ma col sommo Fattore medesimo. Di qui lo scherzo di Velleio Epicureo nel chiamare rotondo il Dio di Platone[218]. È poi ciò tanto vero, che Platone per prevenire l'obbiezione, che poteva farsegli contro la pretesa perfettissima somiglianza del Mondo con Dio, essendo questo sempiterno, e quello formato, soggiunge[219] che siccome il _solo prototipo Dio esiste da tutta l'eternità: così il Mondo è il solo ad essere stato, ad essere attualmente, e che sarà per tutto il tempo_. Τό μέν γὰρ δὴ παρα. δειγμα πάντα ἄιωνα εδίν ον. ὸ δ’ αὺδιὰ τέλους τον απαντα χρονον γεγωνος (ουρα ος) τε και ῶν, καί ἔσομὲνος ἔδι μόνος. E poichè tuttavolta dopo la produzione del tempo mancava ancor qualche cosa al Mondo per essere somigliantissimo al suo esemplare Dio; questi al parer di Platone vi fece altrettante specie di animali, quante corrispondessero alle sue idee, essendo egli l'_eterno animale_. Aggiungete, che niuno degli antichi i più versati nelle opere di quel creduto Dio de' filosofi vi ha ravvisato giammai che il _Logos_ sia figlio vero di Dio, ed una persona da lui distinta. Non Cicerone, il quale chiamando la vera legge: _mentem omnia ratione aut cogentis, aut vetantis Dei_: e dicendola _nata simul cum mente_ _divina_, conchiude che ella è in sostanza _Ratio recta summa Jovis_[220]. Non Plutarco; poichè sebbene attribuisca il sistema di tre principi a Platone, cioè Dio, la materia, e l'Idea che egli chiama _essenza incorporea_; ciò nonostante non la distingue da Dio, ma la pone esistente nei _concetti e nell'immaginazione del medesimo Dio_ ὲν νομάσι καὶ φαντάσιαις τοῦ θεοῦ[221]. Non Celso finalmente, il quale sebben sovente deridesse i Cristiani come plagiari di Platone, e mille volte li rampognasse della loro credenza intorno al Figlio di Dio G. C., confessa chiaramente, accennando senza dubbio Platone, che gli _antichi chiamavano il Mondo figlio di Dio, perchè esso è prodotto da Dio_: ὰνδρες παλαιοὶ τὸν δὲ τόν κόσμον ὡς ἑκ θεοῦ γεγομένον, παιδὰ τὲ αὐτοῦ ἤιθεον προσείπον[222]. Ciò presupposto, vi par egli che la fede Cattolica del Divin Verbo _sia un Domma già maravigliosamente annunziato da Platone, anzi il fondamental principio della Teologia di quel filosofo_? Quando non fosser giustissime le spiegazioni dei luoghi sopraccitati[223], e si temesse di fare ingiuria ai Padri della Chiesa[224] (scrupolo che se è potuto cadere nel Ch. Zaccaria, è del tutto fuori del carattere dei Sig. Gibbon) a non concedere a quel filosofo alcun'ombra d'idea dell'arcano, di cui ragiono; non basterebbe a smentire la proposizione dello storico, e mostrare che ei non conosce, o sfigura i nostri dommi veramente _fondamentali_, e la discordia che osservasi tra gl'interpreti più celebri della dottrina Platonica, Plotino, Numenio, Proclo, ed altri da quest'ultimo confutati, e quel che ne dice nella sua _stupenda opera_ il P. Petavio, anzi quel che ne dice il Sig. Gibbon istesso? Il _Logos_ di Platone è per il Sig. Gibbon _una metafisica astrazione animata dalla sua poetica immaginazione, con cui rappresentosselo sotto il più accessibil carattere di Figlio di un Eterno Padre Creatore e Governatore del Mondo_. Ma il _Logos_, di cui S. Giovanni _ha sì chiaramente definita la precedente esistenza, e le divine perfezioni_, è per Domma Cattolico vero figlio di Dio, ed è una Persona distinta dall'Eterno suo Genitore. Dove è dunque _tanto maravigliosamente annunziato da Platone_ questo Domma Cattolico? Ella è poi un'altra quistione di pura critica, se S. Giovanni togliesse da Platone questo vocabolo λόγος: il che sebben sia facilissimo l'asserire, tanto è lontano da potersi provar chiaramente, che anzi le congetture son del tutto contrarie. Basti riflettere, che Platone era il favorito dei Farisei, e degli Eretici contemporanei degli Apostoli. Questi adunque per l'uno e per l'altro motivo dovevan guardarsi dal far uso a bella posta sì delle dottrine, che delle espressioni Platoniche. Vero è però, che in progresso di tempo Ammonio, fondatore della scuola Alessandrina, volendo formare un sincretismo universale filosofico e teologico, pretese che Platone avesse insegnata la Trinità: ed i Padri della Chiesa se ne persuasero per la lusinga di far ricevere ai Gentili i nostri misteri coll'autorità dei medesimi loro filosofi. Così le oscurissime idee di Platone furon determinate nel senso Cristiano. Ma quanto la Trinità di Platone sia lontana dalla nostra Cristiana pochi vi sono che nol sappiano, specialmente dopo la celebre opera del P. Mairan[225].

Vediamo adesso, se prima del Vangelo scritto da S. Giovanni nel regno di Nerva[226] fosse ancor rivelato, che il _Logos che era con Dio fin dal principio, che era Dio, che aveva fatto tutte le cose, e per cui tutte le cose erano state fatte, si era incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, era nato da una Vergine e morto sulla croce_. Avvertite bene: io non metto in questione se S. Giovanni fosse primo tra gli Scrittori inspirati dalla nuova alleanza ad usare la voce λὸγος; pretendo solo contro il Sig. Gibbon, che il soggetto, o la persona, a cui l'applicò S. Giovanni fosse già nota per divina rivelazione, pretendo in somma, che la dottrina, che assegna a Dio un figlio da Lui distinto, eterno, ed a Lui eguale fosse rivelata bastantemente molto prima dell'ultimo Evangelista. Ciò poi dovrà intendersi dimostrato quando si provi, che in quel medesimo Gesù di Nazaret la rivelazione divina aveva fatto conoscere riuniti quegli stessi caratteri ed attributi, che si ravvisano nel _Logos_ di S. Giovanni.

Io non istarò ad insistere con il dotto Lamy[227] sulle testimonianze di Filone[228] per mostrar che gli antichi Giudei avevano la stessa nozione del _Verbo Divino_ ιοῦ λόγου θεἰου, la qual ce ne danno gli scritti dei Cristiani, nè sulle parafrasi Caldaiche del V. T. le quali in cento luoghi insinuano, che il _Membra_ corrispondente al λόγος dei Giudei Ellenisti è distinto da Dio Padre, è Dio, e mediatore tra Dio e gli uomini. Osserverò bensì col Ch. vostro Pocok nelle sue note ad _Portam Mosis_, che tutti gli antichi Ebrei interpretarono il secondo Salmo Davidico del Messia (e conseguentemente di G. C.) tenuto sempre per vero figlio di Dio[229] finchè non si videro costretti ad interpretarlo altrimenti, _ut respondeatur Minacis seu haereticis_, cioè a noi Cristiani, secondo l'espressione di R. Jarchi. Mi unisco ancora col soprallodato Lamy a maravigliarmi come chi ha dato un'occhiata al Vangelo possa esser d'avviso, contro la testimonianza di S. Epifanio[230], che fosse ignota ai buoni antichi Israeliti la Trinità: mentre l'Angelo Gabriele nell'annunziazion della Vergine abitante in Nazaret[231], le ne ragiona come di cosa notissima. E notate che l'ossequio di lei alla fede era quale l'esige S. Paolo da tutti i Cristiani, non cieco, ma ragionevole. La difficoltà da lei opposta sulla propria fecondità ne sia la riprova. Eppur ella non chiese chi fosse lo Spirito S. fecondatore, non chi il figlio dell'Altissimo Salvatore, e Re Sempiterno, mistero per lo meno tanto sublime ed astruso, quanto la fecondità di una Vergine. Ma checchesia della credenza Giudaica prima della venuta di Gesù Cristo, certo è che S. Luca riferì molto prima[232] del Vangelo di S. Giovanni questa celeste ambasceria, ed inserì ancora nella sua narrazione il Cantico di Maria, il colloquio di lei con Elisabetta, e l'altro Cantico di Zaccaria. Ora nel primo la Vergine esulta alla vista del suo _Salvatore vicino_[233] σοτηρί μου, Elisabetta si umilia profondamente alla _madre del suo Signore_[234], e Zaccaria chiama il suo neonato _Profeta dell'Altissimo e Precursor del Signore[235] disceso dall'alto de' Cieli ad illuminare l'uman genere sedente nelle tenebre e nell'ombra di morte. Lume illustratore delle nazioni e Salvatore_ fu detto Gesù ancora dal buon Simeone[236], quando colle tremule braccia se lo strinse al seno, allorchè Maria presentollo al Tempio: come forse prima ancor di S. Luca, e certamente non molto dopo narrò S. Matteo[237]. E che diremo poi di quella voce celeste, che in occasione del battesimo di G. Cristo pubblicamente lo autenticò per figlio di Dio: _Hic est filius meus dilectus in quo mihi bene complacui_[238]? Mi si opporrà forse coi Sociniani, che si parla in quel luogo di una figliuolanza di adozione? Ma quelle parole, specialmente coll'enfasi del testo Greco ὸ υἰόςμου, ὁ ἀγάπητος _ille est filius meus, ille dilectus_[239], non indicano la preesistenza della persona, a cui son dirette, ed alludendo chiaramente al Cap. VIII. dei Proverbi, ove parla la Sapienza medesima, o il λὸγος divino non coincidono con l'espression del Salmista[240] _Dominus dixit ad me: filius meus es tu, ego hodie genui te?_ Espressioni applicate a G. Cristo negli atti Apostolici[241], e da S. Paolo nella sua sublime Epistola agli Ebrei[242]. Seguiamo pertanto la sicura traccia di quel gran Dottor delle genti. Egli è fuor di dubbio, che l'intenzion dell'Apostolo nel domandare: _Cui enim dixit aliquando Angelorum, filius meus es tu, ego hodie genui te?_ Ella è di confermare, che Cristo è figlio di Dio in un modo distinto e del tutto singolare. Ma gli Angeli ancora son detti nelle Sacre Scritture figli di Dio[243], perchè son tali per adozione. Dunque se Cristo è quell'unico figlio, che dicesi generato da Dio Padre, e generato _hodie_, avverbio attissimo ed usato nel sacro linguaggio[244] ad esprimere l'eternità; egli debbe essere necessariamente figlio non adottivo, ma per natura[245]. Ed invero nel capo ottavo della lettera ai Romani, dove il medesimo Apostolo parla diffusamente della figliuolanza di adozione di tutti i credenti, quando rammenta Gesù Cristo, che ce l'ha meritata sottoponendosi alla morte di Croce, lo chiama in opposizione _Figlio proprio_ dell'eterno Genitore. ὀς γε τοῦ ἰδίου υὕου ούκ ὲφείσατο[246]. _Qui etiam proprio Filio_ (suo) _non pepercit_: espressione esattamente corrispondente a quella di S. Giovanni, là dove ei dice, che i Giudei cercavano di uccidere Gesù Cristo non tanto come violatore del Sabato, quanto perchè[247] diceva Iddio πατέρα ἰδίον _Padre proprio_, agguagliandosi in tal maniera a Dio stesso: dritto però che secondo il medesimo Apostolo giustamente arrogavasi[248]: _Qui cum in forma Dei esset non rapinam arbitratus est se aequalem Deo._ E come non dovea credersi proprio, e natural figlio di Dio quello, che vien chiamato dall'istesso San Paolo assolutamente tale le tante volte[249], Immutabile e Sempiterno[250]? Quello di cui dice: _portans omnia verbo virtutis suae[251], omnia per ipsum et in ipso_ _creata sunt_[252], _per quem fecit et saecula[253]?_ Quello che viene intimato agli Angeli di adorare[254], ed è chiamato _super omnia Deus benedictus in saecula, e Dio_[255] _sedente sopra un eterno trono_[256]? Ecco adunque manifestato per una divina rivelazione anteriore di non poco a quella fatta per mezzo di San Giovanni in Gesù di Nazaret un figlio di Dio, Luce vera, un figlio proprio e naturale, Dio ancor esso eguale al Padre, che ha fatto tutte le cose, e per cui tutte le cose sono state fatte, incarnatosi, e nato da una Vergine, e morto sulla Croce. Ma questi sono i caratteri del λόγος di S. Giovanni. Ecco adunque atterrata la proposizione del Critico: ed altro non si può per conseguenza conchiudere se non che l'ultimo Evangelista introdusse una nuova parola, ma esprimente l'idea comune, e ischiarò la materia, spiegando la generazione divina di G. Cristo contro l'oscura e scarsa setta degli Ebioniti, confusi a torto da Gibbon[257] coi Nazareni, con quella esattezza, con cui gli altri tre Evangelisti ne avevano narrata la generazione carnale.

Ci resta ora ad esaminare, se il sig. Gibbon nel seguire il progresso della controversia Arriana abbia tirato il velo del Santuario con quel rispetto che vanta. Già voi sareste in grado di giudicarne sì dalla taccia di Sabellianismo, e da quella di fanatismo data ad un Santo, _il cui zelo era temperato dalla discrezione_ (son parole dell'Autore), e che fu tanto alieno dal tumulto, che dovette perfino difendersi dalla calunnia di codardia che gli procurò la sua fuga[258], come pure dalla caduta di Liberio asserita con tanta franchezza. Ma poichè trattasi del principal Capo di nostra fede, come osservarono ancora i Vescovi adunati in Ancira[259], mi convien darvi una più chiara riprova del rispetto del nostro Storico pel Santuario.

Egli pertanto vuol proibito l'uso dell'_Homoousion_ dal sinodo Antiocheno, e considera quel _termine misterioso, che ognuno era libero d'interpretare secondo le proprie opinioni_, come un temperamento politico della _maggior parte_ dei Vescovi presenti al Concilio Niceno, _alcuni dei quali inclinavano ad una Trinità nominale_, ed altri che erano i _Santi allor più alla moda, il dotto Gregorio Nazianzeno, e l'intrepido Atanasio favorivano il Triteismo._ Quindi a scorno dei _Consustanzialisti, che pel loro buon successo avevan meritato il nome di Cattolici_ reca in trionfo un passo di S. Ilario _trascritto da Locke nel modello del suo nuovo repertorio_, in cui si duole che _tanti sinodi rigettassero, ammettessero, ed interpretassero quel celebre termine_: e sembra che si compiaccia nel rammentar _le furiose dispute_, che quegli ebbero _con gli Homoiousii_ i quali tanto _accostavansi_, al parer suo, _alle porte della Chiesa_, che narrando le crudeltà di Macedonio _in difesa_ (com'ei dice) _dell_'ομοιουσιον, _non può ritenersi_ dal _rammentare che la differenza tra Homoiousion, e Homoousion è quasi invisibile all'occhio teologico più delicato_: conchiudendo in fine che _tutti erano egualmente agitati dallo spirito intollerante, che avevano tratto dalle pure e semplici massime dell'Evangelio_.