Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

Part 10

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Siccome questo giudizio intorno a Giuliano è espresso da Gibbon in un paragrafo a parte, il quale ha per titolo (_il suo carattere_), però mi azzardai di asserire, che questo Imperatore è il suo Eroe. Non lo è per altro del Mosheim dottissimo Protestante ancor esso. Fate di grazia il confronto di questi giudizi: «Per collocare (dice questo Scrittore, Storia Eccl. Sec. I. part. n. 13.) Giuliano tra i più grandi uomini, conviene essere od acciecato all'eccesso dai propri pregiudizi, o non aver letto giammai con attenzione le opere di lui, o non aver finalmente alcuna giusta idea della vera grandezza. Il carattere di Giuliano presenta pochi di quei tratti, che contraddistinguono un uomo grande... Egli era superstizioso all'eccesso; prova ben chiara di un intelletto limitato e di uno spirito basso e superficiale... Aggiungete a ciò l'ignoranza la più perfetta della vera filosofia, e giudicate se Giuliano quand'anche fosse superiore in alcuna cosa ai figli di Costantino, non è però al di sotto di Costantino medesimo ad onta delle ingiurie con cui l'opprime, e del disprezzo che ne mostra in qualsivoglia occasione». Voi forse potrete dirmi, letta che avrete la storia del Sig. Gibbon, che ancora egli confessa essere stato Giuliano credulo all'_arte divinatoria_ quant'altri mai, _dissimulatore_ solenne in fatto di Religione, per _una strana contraddizione avere sdegnato il giogo salutare del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta di sua ragione sugli altari di Giove e di Apollo e preferì gli Ancili alla Croce_, essersi _per fine avvilito_ con le _visioni e coi sogni_ e con una _superstizione_ che pose in _pericolo la sorte dell'Impero Romano_. Che se è così, perchè dunque per una più strana contraddizione asserire che _inimitabili furono le virtù_ di Giuliano, e che _bisogna riguardare con minuta, e forse con malevola attenzione il ritratto di lui, affinchè sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione dell'intera figura_? O fidatevi del Sig. Gibbon, quando si tratta di formare i caratteri! Finisco con fare una osservazione di quello, che ei fece in generale delle Sette Cristiane, cioè di _quegli ostili Settari, che prendevano i nomi di Ortodossi e di Eretici; ai quali la nostra tranquilla ragione, a suo dire, imputerà un uguale, o almeno «non molto diversa dose di bene e di male .... poichè sì dall'una che dall'altra parte poteva esser lo sbaglio innocente, la fede sincera, la pratica meritoria o corrotta»_. Qui sicuramente si parla degli Atanasiani od Omousiani, e degli Arriani loro avversari. Ma questi servironsi per ripetute confessioni del Sig. Gibbon _dell'ambiguità dell'ingegnosa malizia_, di _una squisita malignità dell'inganno, dei destri maneggi, dell'arte sofistica_; questi, che al Concilio di Tiro _avevan segretamente determinato di fare apparir delinquente, e di condannare il lor nemico_ Atanasio, _procurarono di mascherare la loro INGIUSTIZIA coll'imitazione della forma giudiciaria_. Questi, opponendosi alla causa di Atanasio, opponevansi ancora alla _Fede Nicena_, di cui egli era il campione, ed _alla verità religiosa_. Ed in uomini di tal tempra _poteva esser lo sbaglio innocente, la fede sincera_? E questo non è un contraddirsi, ed un abusarsi della pazienza d'un onorato lettore?

LETTERA II.

Vi ho fatto osservare nella mia prima lettera, che il Sig. Gibbon si protesta di non poter ammettere la _delicatezza del Baronio, del Valesio, e del Tillemont, che quasi rigettano_ il racconto di Palladio intorno al rifugio di S. Atanasio in casa della Vergine Alessandrina, che egli con ogni scaltrezza vorrebbe pure far credere una lunga corrispondenza amorosa. E che? Sarebbe forse un troppo gran torto fatto a Palladio, il preferire alla sua l'autorità di S. Gregorio Nazianzeno, e di Atanasio medesimo, il quale attesta, che subito dopo l'invasione della Chiesa di Alessandria fatta da Siriano fuggissi nell'Eremo? Che ivi poi si trattenesse per lungo tempo il dimostrano le lettere, che ei di colà scrisse, come ne fa fede la data[161], e il conferma la minuta descrizion del saccheggio dato a quei Monasteri dai furibondi soldati, che l'obbligarono a ricovrarsi in un orrido nascondiglio. Ma quando fosse stato sì scrupoloso il Sig. Gibbon da negar tutto a Palladio, perchè invece di far una vana pompa di delicatezza di stile non ha piuttosto avvertito, che non apparteneva alle vergini il _lavare i piedi dei Santi, che l'intrepido Campion della fede Nicena_ non era sì molle da esigere da una vergine un tale uffizio in mancanza di vedove[162], che quella vergine inerendo al racconto dello stesso Palladio doveva essere allora non di venti anni, ma quasi quadragenaria, e che finalmente brevissima e transitoria dovette essere la dimora del S. Arcivescovo presso di lei, essendo fuor di ogni dubbio, che egli visse nel deserto presso a sei anni, e che intruso appena Giorgio di Cappadocia nella sua sede, sotto pretesto di andare in traccia di lui, furono saccheggiate le case, ed aperte perfino le sepolture; e le vergini, altre svelte dalle braccia dei genitori, altre insultate per le pubbliche vie di Alessandria (Athan. ad solit. p. 849. a 53.)? Or come persuadersi, che fosse dalla sfrenata licenza di mal credenti soldati rispettata la casa di colei, che descrivesi come un prodigio di bellezza notissimo? Il Sig. Gibbon però, tacendo tutto questo, chiude la sua narrazione con asserire senz'altra testimonianza, fuor di quella del suo capriccio, che nel _tempo della sua persecuzione ed esilio, Atanasio replicò sovente le sue visite alla bella e fedele amica_[163].

Almeno il Sig. Gibbon contentandosi di calunniare così audacemente nella condotta morale il _grande_ ed _immortale_ Atanasio, lo risparmiasse nella credenza! Ma no: Atanasio, secondo lui, _difese più di vent'anni il Sabellianismo di Marcello di Ancira, ed il Petavio dopo un lungo ed accurato esame ha pronunziato con ripugnanza la condanna di Marcello._ Io confesso, che il Petavio[164] enumera vari Scrittori gravissimi del secolo di Marcello, dai quali esso fu tenuto per vero eretico Sabelliano. Egli però in tuono molto diverso da quello del Sig. Gibbon parla di lui; poichè trova di malagevole discussione la causa di quel Vescovo: _Minus explicatu facilis est Causa Marcelli Ancyrani_ (§. 1. ivi), e così conchiude il §. V: «_Quare digna est ea res, de qua amplius cogitent eruditi, ed antiquitatis Ecclesiasticae periti._» Questo appunto io vedo eseguito dal Ch. Natale Alessandro[165] nella dissertazione _de Fide Marcelli Ancyrani_, in cui dimostra l'integrità della dottrina di quel Prelato, bersaglio delle calunnie Eusebiane, sì con la confessione di fede da lui presentata al Pontefice Giulio riferita da S. Epifanio (haeres. 72.), come dalla esposizione di fede, che da lui ricevuta, i suoi discepoli presentarono ai Vescovi Ortodossi, ed ai Confessori, in cui si anatematizza, tra le altre distintamente, l'eresia di Sabellio, per tacere le testimonianze di S. Atanasio ed il giudizio del Concilio Sardicese: e fa eziandio svanire le difficoltà dedotte dagli Scrittori enumerati dal Petavio[166]. A me però basta, che gli argomenti di quel dotto Domenicano e del Montfaucon vaglian soltanto a lasciare il fatto di Marcello nell'antica dubbiezza[167] per verificare, che il Sig. Gibbon per iscreditare il partito Cattolico pone per indubitati dei fatti, che non lo sono. Ma quand'ancora si potesse provar chiaramente, che l'Ancirano sostenne il Sabellianismo, resterebbe pure da mostrare a Gibbon, che S. Atanasio difese il medesimo errore, ed il difese per più di vent'anni, ed io lo sfido a citarmi un sol testimone in suo favore. Ma gli spiriti filosofici dei nostri giorni si arrogano l'altissimo privilegio di asserir senza prove, ed in bocca loro un'espressione enfatica, od un motto pungente ha da passare per una perfetta dimostrazione. Uditelo infatti: Il _celebre sogno di Costantino può spiegarsi o colla politica, o coll'entusiasmo dell'Imperatore, e la famosa apparizion della Croce è una favola Cristiana, che potè trarre la sua origine dal sogno, e si mantenne un onorevole posto nelle leggende di superstizione, finattanto che l'ardito e sagace spirito di critica osò di non apprezzare il trionfo, e di attaccar la veracità del primo Imperatore Cristiano._

Chi non crederebbe a sentir parlare in un tuono sì decisivo, che questo avvenimento si dimostrasse falso al dì d'oggi come si è dimostrata falsa la storiella della Papessa Giovanna? Non sono già leggende di superstizione a giudizio del Sig. Gibbon medesimo le opere del Tillemont, del Fleury, del Noris[168]: eppure ed il _celebre sogno, e la famosa apparizion della Croce_ vi trovan luogo tuttora. Non è una leggenda di superstizione la bella dissertazione del Benedettino Matteo Jaccuzzi[169], nè troppo superstiziosi,

_ cred'io, si diranno gli Autori della _Storia Universale_; eppur questi ed altri moltissimi ricevon tutto il racconto di Eusebio (L. I. C. XXVIII. in V. _Constantini_). Ed a ragione: poichè se la _politica_ e l'_entusiasmo_ avesser potuto indurre il primo Imperatore Cristiano ad uno spergiuro sacrilego, avrebbe almeno egli avuta tanta politica da non allegare per testimone della visione tutto l'esercito, che lo seguiva. Che se Costantino non solo narrò al suo confidente Eusebio il prodigio, ma soggiunse: _eo viso et seipsum, et milites omnes qui ipsum sequebantur, et qui spectatores miraculi fuerant, vehementer obstupefactos_: ecco migliaia di persone atte a scoprir l'impostura del primo già morto, mentre Eusebio scriveva, ed a rilevare e decidere la credulità del secondo. Il fatto si e però che _id quod subsecutum est tempus sermonis hujus veritatem testimonio suo confirmavit._ Lo confermarono le vittorie e la conversione di Costantino, lo confermarono il Labaro, e l'iscrizione conservataci da Eusebio, e lo confermarono con ogni apparenza di verità molti di quegli spettatori, che, quando scrisse Eusebio[170] tai cose, sopravvivevano. Nè starò ad allegare gli atti del Martire Artemio, rigettati senza _però sospirare_, come afferma falsamente il Sig. Gibbon, dal Tillemont: il Cronico Alessandrino, Lattanzio, Filostorgio, Socrate, Niceforo, Gelasio Ciziceno, e molti altri Scrittori di ogni nazione ed età, e di religione diversa: le pitture dell'Effemeridi Greco-Moscovite, una antica lucerna, nella quale sotto il monogramma di Cristo si legge: ἐν τουτω νικα: son testimoni e monumenti, i quali dal più ardito e _sagace spirito di Critica_ non si abbatteranno giammai con puri argomenti negativi, quali sono gli addotti dal Sig. Gibbon: ciò non ostante ha da essere un tale avvenimento una _favola Cristiana_, ed _una leggenda di superstizione_, solo perchè il Sig. Gibbon decide così: come pure per la ragione medesima noi dobbiam credere, che _la fermezza di Liberio fosse superata dai travagli dell'esilio, e che quel Romano Pontefice comprasse il suo ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze._ Qui però mi aspetto, che voi prendendo le parti del vostro compatriota vi maravigliate, come io ardisca rimproverarlo intorno ad un fatto, di cui tra i Protestanti del pari che tra i Cattolici comunemente si è convenuto, e parmi di vedervi stendere la mano alla penna per tessere il numeroso Catalogo degli Scrittori che sostengono la caduta di quel Pontefice. Vi prego però a voler sospendere questa inutil fatica, ed a riassumer piuttosto l'esame di questo fatto con quella maturità di riflessione, la quale è sì propria di voi. Quali adunque mai furono queste ree condiscendenze di Liberio? Soscrisse egli forse qualche formula di Fede eretica? Questa opinione, che fu già dei Centuriatori Magdeburgesi, di Giunio, di Chamber ec. è stata omai confutata pienamente dal Gretsero[171] e da Natale Alessandro[172] per tacere degli altri, nè ardirei mai di attribuirla al Sig. Gibbon. Forse Liberio, sorpreso dagli artifizi dei Semiarriani, gli ammise alla sua comunione, soscrivendo la personal condanna di S. Atanasio? Questo appunto sembra essere il sentimento del nostro Storico, e questa è stata sempre, io nol niego, la comune opinione. Non la pensano però così il Ch. Corgnio Canonico di Soissons[173], non l'eloquentissimo Card. Orsi[174], non l'eruditissimo Zaccaria nell'appendice alla Teologia del Petavio in una Dissertazione: _De Commentitio Liberii lapsu_. Ed eccone le principali ragioni. Teodoreto[175] versatissimo nelle storie, che chiama Liberio nell'atto di andare in esilio _gloriosum veritatis Athletam_, lo chiama poi di ritorno, _egregium omni laude dignissimum, admirandum_: Son eglino titoli questi, che convenissero a Liberio, il quale _avesse comprato il suo ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze?_ Cassiodoro[176] detto da Incmaro Remense[177] _virum acerrimi ingenii, et insignis eruditionis_ pensa, e scrive nei termini di Teodoreto. Altrimenti vogliamo noi credere, che il popolo Romano avesse accolto Liberio siccome avvenne per testimonianza di S. Girolamo, e di Marcellino[178] in aria di trionfante? Quel popolo, io dico, a cui esso era carissimo appunto per la sua fermezza in resistere all'Imperatore Costanzo[179], che era amantissimo di S. Atanasio, e che non odiava l'intruso Felice, se non perchè comunicava con gli Arriani, quantunque _formulam fidei a Nicenis Patribus expositae integram quidem, et inviolatam servabat_[180]. Che se Liberio vinto dai travagli dell'esilio avesse condisceso a Costanzo a danno della causa del _grande Atanasio, e della verità religiosa_, ed a prezzo sì indegno avesse comprato il suo ritorno, avrebbe pur anche _espiata con opportuna penitenza la propria colpa_; e la prima e necessaria testimonianza di pentimento sarebbe stata una ritrattazione o dichiarazione del suo operato: ed il Sig. Gibbon istesso par che ne abbia veduta la necessità, come ancora la vide quell'impostore, che ci ha lasciato un frammento di una lettera comunicatoria sotto il nome di quel Pontefice diretta a S. Atanasio[181]. Ora il pentimento dei Vescovi ingannati a Rimini vien contestato da molti Autori contemporanei[182]; ma nè Sulpizio Severo, nè Socrate, nè Sozomeno, nè Teodoreto fanno menzione di quel di Liberio. Aggiungete, che questo Papa scrivendo ai Vescovi dell'Italia[183] dopo il Concilio Riminese, dice che sebbene vi fossero alcuni di parere _non esse parcendum his qui apud Ariminum ignorantes egerunt_, ei però pensa diversamente, così esprimendosi: _sed mihi, cui convenit omnia MODERATE perpendere, maxime cum et Egyptii omnes et Achivi hanc adunati sententiam receperint_ (secondo la correzione degli Editori Benedettini) _visum est parcendum quidem his, de quibus supra tractavimus._ Qui pone in veduta Liberio, che il Sovrano Pontefice debba essere moderato: qui egli sembra determinarsi pel perdono a contemplazione ancora dei Greci e degli Egiziani. Ma come avrebbe potuto mostrar di esitare a concedere perdonanza a dei Vescovi pentiti di ciò che _ignorantes egerant_ in una causa, in cui egli medesimo avesse lasciata _vincere la sua fermezza_ e fosse stato _colpevole condiscendente_? E come ostentare moderazione senza esporsi alle risa, ed alle invettive degli emuli, e forse di quei medesimi, a cui accordava il perdono? Unite tali riflessioni alle testimonianze degli Storici sopraccitati[184], e decidete se la caduta di Liberio non debba aversi per favolosa, giacchè quello, che si ha di essa in S. Atanasio, ed ha fatto illusione a tanti illustri Scrittori, si dimostra esser parto di una mano ignorante o maligna; e supposti eziandio interpolati, ed indegni di S. Ilario si provano quei testi, che per essere stati da molti tenuti per genuini, rendevano indubitata la caduta di Liberio[185]. Io però mi sarei contentato[186], che il Sig. Gibbon avesse citato Ruffino là dove dice[187]; _Liberius Romae Episcopus, Costantio vivente, regressus est. Sed hoc utrum quod acquieverit voluntati suae ad subscribendum, an ad populi R. gratiam, a quo proficiscens fuerat exoratus, indulgens pro certo compertum non habeo._ Non è però da pretendersi questa sincerità e moderazione da chi mette in dubbio i fatti più certi, e che talora anche li nega od oscura. Incominciamo dalla riedificazione del tempio di Gerusalemme tentata in van da Giuliano. «La demolizione dell'antico tempio, dice il Sig. della Bleterie[188], era terminata, e senza pensarvi si erano rigorosamente adempiute le parole di Cristo: _non relinquetur lapis super lapidem, qui non destruatur_[189]. Si vollero gettar le nuove fondamenta, ma usciron dal luogo medesimo vortici spaventosi di fiamme, che con formidabili slanci divorarono i lavoranti. Lo stesso accadde diverse volte, e l'ostinazione del fuoco rendendo inaccessibile quel luogo, costrinse ad abbandonare per sempre l'impresa». Son questi gli stessi termini di Ammiano Marcellino, autore contemporaneo[190]. Ruffino[191], Teodoreto[192], Socrate[193], Sozomeno[194], Filostorgio confermano il fatto attestato altresì da tre Padri coetanei ancor essi Gio. Grisostomo, Ambrogio e Gregorio Nazianzeno, dal primo vent'anni dopo davanti a tutta Antiochia[195], dal secondo non molto dopo, come cosa notissima scrivendo all'Imperatore Teodosio; dal terzo in uno[196] dei suoi discorsi contro Giuliano composto l'anno medesimo. Non vi è adunque, conchiude il Mosemio[197], avvenimento certo sì come è questo. Tuttavolta a sentimento di Gibbon, _un Filosofo potrà sempre domandare l'original testimonianza d'intelligenti ed imparziali Spettatori_. Sì certamente potrà domandar un filosofo Spinosista, od uno che sembra insultare i Santi Ortodossi sfidandoli a scegliere intorno alla celebre morte d'Arrio _o il veleno o un miracolo_, quand'ei fu sempre attorniato da una folla di Eusebiani; sì uno che ha la franchezza di domandare col Sig. Jortin chi prova la verità dei miracoli dei Monaci antichi Egiziani, mentre quello, che asserisce Teodoreto[198] del Monaco S. Giuliano, può con ragione asserirsi di quasi tutti: _magnitudinis autem miracolorum factorum ab illo testes etiam sunt hostes veritatis_. Qui non si tratta di un fenomeno passaggiero, come è un fuoco fatuo, od una stella cadente; i vortici di fuoco si videro diverse volte: _metuendi globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis ALIQUOTIES operantibus inaccessum_. Nè i testimoni del fatto son puri Cattolici, e però tali _da non dispiacer loro un miracolo_. Ve n'ha degli Eterodossi, ve n'è un _Pagano giudizioso e candido storico_ per confessione del Sig. Gibbon, _e spettatore IMPARZIALE della vita e della morte di Giuliano_, per non contarsi Giuliano medesimo[199]. Considerate poi se la nazione Giudaica, _di cui gli uomini si erano dimenticati della loro avarizia, e le donne della loro delicatezza_ per agevolare la sospirata intrapresa; se il Monarca, _che si proponeva di stabilire in quel tempo un ordine di Sacerdoti, l'interessato zelo dei quali scuoprisse le arti, e resistesse all'ambizion dei Cristiani loro rivali, ed invitarvi gli Ebrei, il forte fanatismo dei quali sarebbe sempre stato pronto a secondare ed anche prevenire le ostili misure dal Paganesimo; se il virtuoso, dotto, fortissimo Alipio_, che presiedeva coraggiosamente a quell'opera; se Libanio l'adulatore più sfacciato, che abbian conosciuto le Corti, sarebber sempre rimasti in un vergognoso silenzio, quando tante bocche Cristiane gridarono altamente al miracolo? Conchiuderò dunque col lodato Mosemio: «Chiunque esaminerà questo fatto con attenzione e senza parzialità, troverà le più forti ragioni di aderire all'opinion di coloro, che lo attribuiscono all'azione immediata della Divinità. Gli argomenti, che si propongono per provare che fu un fenomeno naturale, o come altri il pretendono, effetto dell'arte e dell'impostura, non hanno solidità, e si possono confutare con la maggiore facilità».

Un altro _fatto oscuro_ pel Sig. Gibbon è lo scisma dei Donatisti. _Forse_, egli dice, _la loro causa fu decisa giustamente, e forse non era priva di fondamento la lor querela, che si fosse ingannata la credulità dell'Imperatore_: Due cose però egli tiene per ferme, la prima _che il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre dall'anteriorità della sua Ordinazione veniva tolto di mezzo dall'illegittima od almeno indecente fretta, con cui si era fatta senza aspettare l'arrivo dei Vescovi della Numidia_; la seconda è che _i due partiti non ostante il loro irreconciliabile odio avevan gli stessi costumi, lo stesso zelo e dottrina, la istessa fede e lo stesso culto_. Ma per quanta oscurità possa trovarsi in tal fatto sappiamo da S. Ottato Milevitano[200] e da S. Agostino[201], cioè da scrittori i meglio informati di tutta la controversia, che l'ambizion di Bostro e Celesio, i quali con Lucilla formarono il rabbiosissimo scisma, impedì l'intervento dei Vescovi della Numidia all'elezione di Ceciliano: che questi fu eletto con i suffragi di tutto il popolo, e quindi ordinato dal Vescovo di _Aptonga_, città vicina a Cartagine, e conseguentemente a norma del costume vegliante, in quel modo appunto che il Vescovo Romano si consacrava da quello d'Ostia. E ciò è tanto vero, che cent'anni dopo pretendendo i Donatisti, che Ceciliano fosse stato condannato per non aver ricevuta l'ordinazione dal Primate Numida, S. Agostino fu in grado di sostenere, che questa ommissione neppur gli era stata obiettata. Infatti Ceciliano all'arrivo dei Vescovi della Numidia era già unito con tutta Cartagine, trattine pochi Scismatici, e per mezzo delle usate lettere comunicatorie con la Chiesa di Roma, con tutte quelle dell'Affrica e dell'Universo. Non credeva adunque la Chiesa Cattolica, che l'_anteriorità dell'ordinazione di Ceciliano venisse tolta di mezzo_ dall'assenza dei Numidi, nè poteva crederlo per le ragioni addotte, e nol credevano gli stessi faziosi: perocchè, non trovando delitto da rimproverare a Ceciliano, si ridussero ad asserire contro la verità che il Vescovo Aptungitano Consecrante era uno dei traditori.

Con qual fronte poi osa il Sig. Gibbon di decantare nei due partiti tanta _uniformità di costumi, di zelo, di dottrina e di fede_? I Donatisti rovesciavano gli altari, o li purgavano come contaminati da quei che si dicevan Cattolici: frangevano i sacri vasi e li fondevano, infierivano contro i vivi e contro i defunti, gettavano il Crisma per le finestre, ed ai cani la Sacratissima Eucaristia, come attestano i Padri sopra lodati, ed espone il medesimo Sig. Gibbon[202]. Ora dove si legge che fossero somiglianti costumi nel partito Cattolico? Qui si chiedono al Sig. Gibbon testimonianze da stare a confronto con quelle di Ottato e di Agostino. Ma non allegandone, e non potendone allegare veruna: qual concetto formerete del vostro Gibbon? E per riguardo alla dottrina e alla fede non erano i Donatisti quei soli, che ribattezzando negavano l'efficacia del battesimo amministrato fuor della vera Chiesa contro i decreti dei Concili di Arles[203] e di Nicea[204]? E non riputavano una meretrice la Chiesa Cattolica, pretendendo che la vera ed immacolata fosse riconcentrata nella fazion di Donato, e pronunziando nel tempo medesimo la condanna della loro eresia con quelle solenni parole liturgiche, con cui dicevano di offerire il Sacrificio per l'unica Chiesa, _la quale è sparsa per tutta la terra_? Ommetto, che Donato il Cartaginese era Arriano di sentimento, perchè la moltitudine dei Donatisti non vi aderiva[205]: essendo assai manifesto e per le cose già dette e per essere stati refrattari i Donatisti ad ambedue le legittime Potestà, il Sacerdozio e l'Impero, aver eglino avuto una Fede ed una Dottrina molto diversa da quella dei loro avversari.