Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

Part 4

Chapter 43,520 wordsPublic domain

IV. Il Clero Latino, che eresse il proprio tribunale sulle rovine del Gius civile e comune, ha modestamente riconosciuto come un dono di Costantino[110] quell'indipendente giurisdizione, che fu il frutto del tempo, del caso, e della propria sua industria. Ma la liberalità degli Imperatori Cristiani aveva già insignito il carattere Sacerdotale di certe legali prerogative, che lo assicuravano e lo nobilitavano[111]. Primieramente sotto un governo dispotico i Vescovi erano i soli che godessero e mantenessero l'inestimabile privilegio di non esser giudicati che da' loro pari; ed anche nelle accuse capitali i soli giudici della loro reità od innocenza erano i loro fratelli adunati in un Sinodo. Un tribunale di questa sorte, a meno che non fosse acceso da un odio personale, o da discordia religiosa, poteva esser favorevole o anche parziale all'ordine de' Sacerdoti: ma Costantino era persuaso[112] che l'impunità segreta sarebbe stata meno perniciosa del pubblico scandalo, ed il Concilio Niceno restò edificato da quella sua pubblica dichiarazione, che s'egli avesse sorpreso un Vescovo in adulterio, avrebbe gettato il proprio imperial manto sopra del reo. In secondo luogo, la domestica giurisdizione de' Vescovi era nel tempo stesso un privilegio ed un freno dell'ordine Ecclesiastico, le cause civili del quale potevano decentemente sottrarsi alla cognizione d'un giudice secolare. Le minori loro colpe non erano esposte alla vergogna d'un pubblico processo o gastigo; e s'imponeva dal moderato rigore de' Vescovi quella specie di mite correzione, che i teneri figli posson ricevere da' loro padri o istruttori. Ma se il cherico diveniva reo d'alcun delitto, che non si potesse abbastanza purgare colla degradazione dal posto onorevole e vantaggioso che aveva in quell'ora, il Magistrato Romano, senza riguardo veruno all'Ecclesiastiche immunità, adoperava la spada della giustizia. In terzo luogo, venne da una positiva legge ratificato l'arbitrio de' Vescovi, e fu ordinato a' Giudici d'eseguire senza dilazione o appello i decreti Episcopali, la validità de' quali non si era sin allora appoggiata che al consenso delle parti. La conversione de' Magistrati medesimi e di tutto l'Impero potè appoco appoco allontanare i timori e gli scrupoli dei Cristiani. Ma essi ricorrevan sempre al tribunale dei Vescovi, de' quali stimavano l'integrità e la dottrina; ed il venerabile Agostino aveva la soddisfazione di dolersi che venivano continuamente interrotte le sue spirituali funzioni dall'odioso travaglio di decidere il diritto o il possesso d'argento e d'oro, di terreni e di bestiami. In quarto luogo, fu trasferito l'antico privilegio del Santuario a' Tempj Cristiani, e dalla generosa pietà di Teodosio il Giovane esteso a' recinti de' luoghi sacri[113]. Era permesso a' supplichevoli fuggitivi, ed anche rei, d'implorar la giustizia o la misericordia della Divinità e de' suoi Ministri. Veniva sospesa la dura violenza del dispotismo dalla dolce interposizione della Chiesa; e si potevano proteggere le vite ed i beni de' sudditi più cospicui dalla mediazione del Vescovo.

V. Il Vescovo era il perpetuo censore de' costumi del suo popolo. La disciplina della penitenza era disposta in un sistema di giurisprudenza canonica[114], che definiva esattamente il dovere della confessione pubblica o privata, le regole delle prove, i gradi delle colpe, e la misura delle pene. Era impossibile eseguire questa censura spirituale, se il Pontefice Cristiano, che puniva le oscure colpe della moltitudine, avesse rispettato i vizi cospicui ed i delitti distruttivi del Magistrato; ma pure era impossibile attaccare la condotta di questo senza sindacare l'amministrazione del governo civile. Alcune considerazioni di religione di fedeltà, o di timore proteggevano le sacre persone degl'Imperatori dallo zelo o risentimento de' Vescovi; ma questi arditamente censuravano e scomunicavano i Tiranni subordinati, che non erano insigniti della maestà della porpora. S. Atanasio scomunicò uno de' Ministri d'Egitto, e l'interdetto, ch'egli pronunziò dell'acqua e del fuoco, fu solennemente trasmesso alle Chiese della Cappadocia[115]. Al tempo di Teodosio il Giovane, il colto ed eloquente Sinesio, uno de' discendenti d'Ercole[116], occupava la sede Episcopale di Tolemaide vicino alle rovine dell'antica Cirene[117], ed il Vescovo filosofo sosteneva con dignità il carattere che aveva ricevuto con ripugnanza[118]. Egli vinse il presidente Andronico, mostro della Libia, che abusava dell'autorità d'un uffizio venale, inventava modi nuovi di rapina e di tortura, ed aggravava il delitto dell'oppressione con quello del sacrilegio[119]. Dopo un vano tentativo di ridurre il superbo Magistrato, mediante una dolce e religiosa ammonizione, Sinesio procede a pronunziare l'ultima sentenza della giustizia Ecclesiastica[120], che condanna Andronico co' suoi compagni e le loro famiglie all'esecrazione della terra e del cielo. Gl'impenitenti peccatori, più crudeli di Falaride e di Sennacherib, più dannosi della guerra, della peste o d'un nuvolo di locuste, son privati del nome e de' privilegi di Cristiani, della partecipazione de' Sacramenti e della speranza del Paradiso. Il Vescovo esorta il Clero, i Magistrati ed il Popolo a rinunziare a qualunque commercio co' nemici di Cristo, ad escluderli dalle proprie case o mense, ed a negar loro i comuni uffici della vita ed i convenienti riti della sepoltura. La Chiesa di Tolemaide, oscura e per quanto sembra poco autorevole, manda questa dichiarazione a tutte le altre Chiese del Mondo sue sorelle, dichiarando che qualunque profano rigetterà i suoi decreti, sarà partecipe del delitto e della punizione d'Andronico e degli empi seguaci di lui. Tali spirituali terrori acquistaron forza da una destra rappresentanza alla Corte di Bisanzio; il Presidente implorò tremando la pietà della Chiesa; e il discendente d'Ercole ebbe il piacere d'alzar da terra un prostrato Tiranno[121]. Tali principj ed esempi appoco appoco preparavano il trionfo de' Pontefici Romani, che han posto il piede sul collo dei Re.

VI. Ogni Governo popolare ha provato gli effetti d'una rozza o artificiale eloquenza. Il naturale più freddo viene animato, e la ragione più soda vien mossa dalla rapida comunicazione dell'impeto che prevale; ed ogni uditore si trova spinto dalle sue proprie passioni, e da quelle della moltitudine che lo circonda. La rovina della libertà civile aveva fatto tacere i Demagoghi d'Atene ed i Tribuni di Roma: non s'era introdotto ne' templi dell'antichità il costume di predicare, che par che formi una parte considerabile della devozione Cristiana, e le orecchie de' Monarchi non erano mai state tocche dall'aspro suono della popolar eloquenza, finattanto che i pulpiti dell'Impero furon pieni di sacri Oratori, che godevano alcuni vantaggi incogniti a' profani loro predecessori[122]. Agli argomenti ed alla rettorica del Tribuno immediatamente si opponevano con uguali armi abili e risoluti antagonisti; e la causa della verità e della ragione poteva trarre per accidente qualche vantaggio dal conflitto delle contrarie passioni. Il Vescovo o qualche distinto Prete, al quale aveva esso cautamente delegata la facoltà di predicare, parlava, senza rischio d'esser interrotto o contraddetto, ad una sommessa moltitudine, le cui menti erano già disposte e convinte dalle venerande ceremonie della religione. Era tanto stretta la subordinazione della Chiesa Cattolica, che nel tempo stesso potevan partire da cento pulpiti dell'Italia o dell'Egitto suoni concertati nella medesima forma, qualora essi fossero diretti[123] dalla mano maestra del Primate Romano o Alessandrino. Il disegno di tale instituzione era lodevole, ma i frutti non furono sempre salutari. I predicatori raccomandavano la pratica de' doveri sociali; ma esaltavano la perfezione della virtù Monastica, ch'è penosa per gli individui ed inutile pel genere umano. Le lor caritatevoli esortazioni dimostravano una segreta brama che fosse affidato al Clero il maneggio de' beni de' Fedeli per benefizio de' poveri. Le più sublimi rappresentazioni degli attributi e delle leggi di Dio venivano contaminate da una vana mistura di metafisiche sottigliezze, di riti puerili e di supposti miracoli; e col più fervido zelo si diffondevano sul merito religioso di detestar gli avversari della Chiesa, e di ubbidirne i ministri. Quando l'eresia o lo scisma turbava la pubblica pace, i sacri oratori suonavan la tromba della discordia e forse della sedizione. Per mezzo de' misteri si rendeva perplesso l'intelletto degli uditori; se ne infiammavano le passioni colle invettive; ed essi uscivano da' tempj Cristiani d'Antiochia o d'Alessandria, preparati o a soffrire o a dare il martirio. Nelle veementi declamazioni de' Vescovi Latini si vede chiaramente la corruzione del gusto e della lingua; ma le composizioni di Gregorio o di Grisostomo si son paragonate a' modelli più splendidi dell'Attica o almeno dell'Asiatica eloquenza[124].

[A. D. 314-325]

VII. I rappresentanti della Repubblica Cristiana ogni anno adunavansi regolarmente nella primavera e nell'autunno; e questi Sinodi sparsero lo spirito della disciplina e legislazione Ecclesiastica per le centoventi Province del Mondo Romano[125]. L'Arcivescovo o il Metropolitano era dalle leggi autorizzato a convocare i Vescovi suffraganei alla sua Provincia, ad invigilare sulla lor condotta, a sostenerne i diritti, a dichiararne la fede, e ad esaminare il merito de' candidati, che venivano eletti dal Clero e dal Popolo, per supplire alla vacanza del collegio Episcopale. I Primati di Roma, d'Alessandria, d'Antiochia, di Cartagine, ed in seguito di Costantinopoli, che godevano una giurisdizione più ampia, adunavano le numerose assemblee de' Vescovi lor dipendenti. Ma era una prerogativa propria del solo Imperatore la convocazione de' Sinodi grandi e straordinari. Ogni volta che le occorrenze della Chiesa richiedevano si venisse a tal passo decisivo, egli mandava una perentoria intimazione a' Vescovi o ai Deputati di ciascheduna Provincia, coll'ordine opportuno per l'uso de' cavalli pubblici, o con assegnamenti convenienti per le spese del loro viaggio. Ne' primi tempi, allorchè Costantino era protettore piuttosto che proselito del Cristianesimo, egli rimise la controversia Affricana al Concilio d'Arles, in cui si trovarono come fratelli ed amici i Vescovi di Yorck, di Treveri, di Milano, e di Cartagine per dibattere nel nativo loro linguaggio il comune interesse della Chiesa Latina e Occidentale[126]. Undici anni dopo, a Nicea nella Bitinia, fu convocata una più celebre e numerosa assemblea, per estinguere con definitiva sentenza le sottili dispute ch'erano insorte nell'Egitto sopra la Trinità. Trecento diciotto Vescovi obbedirono all'intimazione dell'indulgente loro Signore; gli Ecclesiastici di ogni specie, setta o nome, vennero computati fino a duemila quarantotto persone[127]; i Greci vi comparvero personalmente, ed il consenso de' Latini fu espresso da' Legati del Romano Pontefice. Le sessioni, che durarono circa due mesi, frequentemente furon onorate dalla presenza dell'Imperatore. Lasciando esso le guardie alla porta, sedeva (colla permissione del Concilio) sopra una piccola sedia nel mezzo dell'assemblea. Costantino ascoltava con pazienza e parlava modestamente; e nel mentre che influiva sulle discussioni, protestava umilmente, ch'egli era il ministro non il giudice de' successori degli Apostoli, ch'erano stati stabiliti come Sacerdoti e come Dii sulla terra[128]. Tal profonda venerazione d'un assoluto Monarca verso un debole disarmato congresso di propri sudditi, non si può paragonare che al rispetto con cui si trattava il Senato da' Principi Romani, che adottarono la politica d'Augusto. Nello spazio di cinquant'anni, uno spettator filosofico delle umane vicende avrebbe potuto confrontar Tacito nel Senato di Roma, e Costantino nel Concilio di Nicea. Tanto i Padri del Campidoglio, quanto quelli della Chiesa eran degenerati dalle virtù de' lor fondatori; ma siccome i Vescovi avevan gettate radici più profonde nella pubblica opinione, così sostennero con più decente orgoglio la lor dignità, ed alle volte si opposero con virile spirito alle brame del loro Sovrano. Il progresso del tempo e della superstizione ha cancellato la memoria della debolezza, della passione e dell'ignoranza, che oscurava quegli Ecclesiastici Sinodi, ed il Mondo Cattolico si è concordemente sottomesso[129] agl'_infallibili_ decreti de' generali Concilj[130].

NOTE:

[1] Si è diligentemente discussa la data delle _Istituzioni Divine_ di Lattanzio; vi si sono scoperte difficoltà; si sono proposti mezzi per iscioglierle; e si è finalmente immaginato l'espediente di supporne due edizioni _originali_, la prima pubblicata nel tempo della persecuzione di Diocleziano, l'altra sotto quella di Licinio. Vedi Dufresnoy _Praef. p. 5_. Tillemont _Mem. Eccl. Tom. VI p. 465-470_. Lardner _Credibilità ec. P. II Vol. VII, p. 78-86_. Quanto a me io sono quasi convinto, che Lattanzio dedicasse le sue Istituzioni al Sovrano della Gallia nel tempo in cui Galerio, Massimino, e Licinio stesso perseguitavano i Cristiani, cioè fra gli anni 306 e 311.

[2] Lactant. _Divin Inst. l. I. VII. 27_. Veramente il primo ed il più importante di questi passi manca in 28 manoscritti; ma si trova in altri 19. Se vogliam ponderare il merito di questi manoscritti paragonati fra loro, può allegarsene, in favor di quel passo, uno della libreria del Re di Francia dell'età di 900 anni, ma si omette lo stesso passo nel corretto manoscritto di Bologna, che il P. Montfaucon giudica del sesto, o del settimo secolo (_Diar. It. p. 409_). Il gusto della maggior parte degli Editori (eccettuato Iseo, vedi Lattanzio dell'edizione del Dufresnoy, _Tom. I p. 596_) vi ha riconosciuto il genuino stil di Lattanzio.

[3] Euseb. _in vit. Const_. (_l. I. c. 27-32_.)

[4] Zosimo (_l. II. p. 104_.)

[5] Questo rito fu _sempre_ in uso nel fare i Catecumeni (vedi Bingam. Ant. l. X. c. I. p. 419. Dom. Chardon _Hist. des Sacremens, T. I. p. 62_); e Costantino lo ricevè per la prima volta immediatamente avanti il suo battesimo, e la sua morte (Eusebio _in vita Const. l. IV. c. 61_). Valesio, dalla connessione di questi due fatti, ha tirato quella conseguenza (_al luogo cit. d'Euseb_.), che viene ammessa con ripugnanza dal Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. IV. p. 628_), e contraddetta con deboli argomenti dal Mosemio (_p. 968_).

[6] Eusebio _in vit. Const_. (_l. IV. c. 61, 62, 63_). La leggenda del Battesimo di Costantino, seguìto in Roma tredici anni avanti la sua morte, fu inventata nell'ottavo secolo come un acconcio motivo per la sua donazione. Tale è stato a grado a grado il progresso delle cognizioni, che una storia, di cui il Cardinal Baronio (_Annal. Eccl. An. 324. n. 43-49_) si dichiarò senza rossore avvocato, adesso debolmente si sostiene anche sotto la giurisdizione del Vaticano. Vedi le _antichità Crist._ (_Tom. II p. 203_), opera pubblicata con sei approvazioni a Roma, nell'anno 1751, dal P. Mamachi, erudito Domenicano.

[7] Il Questore, o segretario, che compose la _leg. 1. del lib. XVI. Tit. II. del Cod. Teodos_. fa dire con indifferenza al suo Signore, _hominibus supradictae religionis_; al Ministro poi degli affari Ecclesiastici era permesso uno stile più devoto e rispettoso, τηϛ ενθεσμου και αγιωτατηϛ καθολικηϛ θρησκειαϛ; _legittimo, e santissimo catolico culto_. Vedi Eusebio _Hist. Eccles._ (_l. X. c. 6_).

[8] Cod. Theodos. (_lib. II Tit. VIII. leg. I._) Cod. Giustin. (_Lib. III. Tit. XII. leg. III_). Costantino chiama la Domenica _dies Solis_; nome, che non poteva offender le orecchie de' suoi sudditi Pagani.

[9] Cod. Theodos. (_lib. XVI. Tit. X. leg. I_). Il Gottofredo, come comentatore, procura di scusare (_Tom. VI. p. 257._) Costantino; ma il Baronio più zelante (_Annal. Eccles, an. 521. n. 18._) critica con verità ed asprezza il profano contegno di lui.

[10] Sembra che Teodoreto (_l. I. c. 18_) voglia far credere, ch'Elena desse al suo figlio un'educazione Cristiana; ma la superiore autorità d'Eusebio può assicurarci (_in vita Const. l. III. c. 47_), ch'ella medesima fu debitrice della cognizione del Cristianesimo a Costantino.

[11] Vedi le medaglie di Costantino appresso il Du-Cange, e il Banduri. Siccome poche città ritenuto avevano il privilegio del conio, quasi tutte le medaglie di quel tempo uscirono dalla zecca autorizzata dalla sanzione Imperiale.

[12] Il Panegirico (_VII. inter Panegyr. vet_.) d'Eumenio che fu recitato pochi mesi prima della guerra Italica, è pieno delle più chiare prove della superstizione Pagana di Costantino, e della sua particolar venerazione per Apollo, o pel Sole, al quale allude Giuliano, allorchè dice nell'_Oraz. VII. p. 228_ απολειπων σε (_abbandonando te_). Vedi il _Coment. dello Spanemio sui Cesari p. 317_.

[13] Costantino _Orat. ad Sanctos c. 25_. Ma potrebbe facilmente dimostrarsi, che il Traduttore Greco ha esteso il senso dell'originale Latina; e potè anche l'Imperatore in età avanzata rammentarsi la persecuzione di Diocleziano con più vivo abborrimento di quello che aveva realmente sentito nel tempo della sua gioventù o idolatria.

[14] Vedi Eusebio _Hist. Eccles_. (_l. VII. 13 l. IX. 9_ etc.) _in vit. Const_. (_l. I. c. 16, 17_.) Lactant. _Divin. Inst. l. 2_. Cecil. _De mort. persecut. c. 25_.

[15] Cecilio (_De mort. persecut. c. 48_) ci ha conservato l'originale Latino; ed Eusebio (_Hist. Eccles. l. X. c. 5_) ha dato una traduzione Greca di questo editto perpetuo, che si riferisce ad alcuni regolamenti provvisionali.

[16] Un Panegirico di Costantino pronunziato sette o otto mesi dopo l'editto di Milano (vedi Gottofredo _Chron. Legum p. 7_ e Tillemont, _Hist. des Emper. Tom. IV. p. 246_) usa la seguente notabile espressione: _Summe rerum Sator, cujus tot nomina sunt, quot linguas Gentium esse voluisti, quem enim Te ipse dici velis, scire non possumus. Paneg. Vet. IX. 26_. Il Mosemio nello spiegare p. 971 ec. il progresso di Costantino nella Fede, è ingegnoso, sottile e prolisso.

[17] Vedi l'elegante descrizion di Lattanzio (_Div. Inst. v. 8._) ch'è molto più chiara e positiva di quel che convenga a un discreto Profeta.

[18] Il sistema politico de' Cristiani si spiega da Grozio (_de Jur. Bell. et pac. l. I. c. 3. 4_). Questi era un repubblicano ed un esule; ma la dolcezza del suo temperamento lo faceva inclinare a sostenere le potestà già stabilite.

[19] Tertulliano _Apolog. c. 32, 34, 35, 36. Tamen nunquam Albiniani, nec Nigriani vel Cassiani inveniri potuerunt Christiani, ad Scapulam c. 2._ Se tale espressione è rigorosamente vera, essa esclude i Cristiani di quel secolo da tutti gli impieghi civili e militari, che gli avrebber costretti a prendere qualche parte nel servizio de' respettivi loro Governatori. Vedi _le Opere di Moyle Vol. II. p. 349._

[20] Vedi l'artificioso Bossuet, Hist_. des Variat. des Egl. Protest. Tom. III. p. 210-258_, ed il malizioso Bayle (_Tom. II. p. 630_). Io nomino Bayle, perchè fu egli senza dubbio l'autore dell'_avviso a' Refugiati_. Vedi il _Dizionar. di Critica de Chaufepiè Tom. I. part. 2. p. 145._

[21] Il Bucanano è il più antico, o almeno il più celebre fra' riformatori, che hanno giustificato la teoria della resistenza. Vedi il suo dialogo _de Jure regni apud Scotos Tom. II. p. 28, 30._ Edit. _fol. Reddiman_.

[22] Lattanzio _Divin. Instit. l. 1._ Eusebio nel corso della sua storia della Vita di Costantino e nelle sue orazioni inculca più volte il divino diritto di esso all'Impero.

[23] L'imperfetta cognizione, che abbiamo della persecuzione di Licinio è tratta da Eusebio, _Hist. Eccles. l. X. c. 8. vit. Const. l. I. c. 49-56. l. II. c. 1, 2._ Aurelio Vittore fa menzione della sua crudeltà in termini generali.

[24] Eusebio _in vit. Const. l. II. c. 24-42. 48-60_.

[25] Nel principio del secolo passato, i Papisti dell'Inghilterra non formavano che la trentesima parte, ed i Protestanti della Francia la decimaquinta delle respettive nazioni, per le quali lo spirito e poter loro erano un oggetto continuo di timore. Vedi le relazioni, che il Bentivoglio (il quale in quel tempo era Nunzio a Brusselles, e poi fu Cardinale) mandò alla Corte di Roma. _Relaz. Tom. II. p. 211, 241_. Il Bentivoglio era curioso, ben informato, ma un poco parziale.

[26] Quest'indole trascurata de' Germani si vede quasi uniforme nella storia della conversione di ciascheduna delle loro Tribù. Si reclutavano le legioni di Costantino con Germani, (Zosimo _l. II. p. 86_); ed eziandio la Corte di suo padre era stata piena di Cristiani. Vedi il primo libro della vita di Costantino fatta da Eusebio.

[27] _De his, qui arma projiciunt in pace, placuit eos abstinere a communione. Concil. Arelat. Can. 3_. I migliori Critici applican queste parole _alla pace della Chiesa_.

[28] Eusebio sempre risguarda la seconda guerra civile contro Licinio, come una specie di religiosa Crociata. All'invito del Tiranno alcuni Uffiziali Cristiani avevano riprese le loro zone, o in altri termini eran tornati al servizio militare. Fu dipoi censurata la lor condotta dal Canone XII del Concilio Niceno, qualora vogliasi ammettere questa interpretazione particolare, invece di quel generale e libero senso, che gli danno gl'interpreti Greci Balsamone, Zonara, ed Alessio Aristeno. Vedi Beveridge _Pandect. Eccles. Graec. Tom. I. p. 72. Tom. II p. 73. annotat_.

[29] _Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed etiam a cogitatione, oculis, auribus: Cicer. pro Rabirio c. 5_. Gli scrittori Cristiani, Giustino, Minucio Felice, Tertulliano, Girolamo, e Massimo di Torino hanno investigato con passabil successo la figura o la somiglianza della croce in quasi tutti gli oggetti della natura, o dell'arte; nell'intersezione per esempio del meridiano coll'equatore, nella faccia umana, nell'uccello che vola, nell'uomo che nuota, nell'albero coll'antenna della nave, nell'aratro, nello _stendardo ec_. Vedi Lipsio _de cruce_. (_l. I. c. 9_).

[30] Vedi Aurelio Vittore, che riguarda questa legge come uno degli esempi delle pietà di Costantino. Un editto così onorevole al Cristianesimo meritava luogo nel Codice Teodosiano, invece di farne indirettamente menzione, come par che resulti dal paragone de' Titoli V. e XVIII. del lib. IX.

[31] Eusebio _in vit. Const. l. I. c. 40_. Questa statua, o almeno la croce e l'iscrizione, si può riportare più probabilmente alla seconda, o anche alla terza visita di Costantino a Roma. Subito dopo la disfatta di Massenzio gli animi del Senato e del Popolo non potevano essere ancora disposti per tal pubblico monumento.

[32]

_Agnoscas regina libens mea signa necesse est;_ _In quibus effigies crucis aut gemmata refulget,_ _Aut longis solido ex auro praefertur in hastis,_ _Hoc signo invictus transmissis alpibus ultor_ _Servitium solvit miserabile Constantinus._ · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · _Christus purpureum gemmanti textus in auro_ _Signabat Labarum clypeorum insignia Christus_ _Scripserat; ardebat summis crux addita christis._

Prudent. _in Symmach. l. II. v. 464. 486_.

[33] Rimane tuttora ignota la derivazione, ed il senso della parola _Labarum_ o _Laborum_, che s'usa da Gregorio Nazianzeno, da Ambrogio, da Prudenzio ec. malgrado gli sforzi dei Critici, che hanno inutilmente torturato il Latino, il Greco, lo Spagnuolo, il Celtico, il Teutonico, l'Illirico, l'Armeno ec. per trovarne l'etimologia. Vedi Du Cange. _Gloss. et inf. Latin. v. Labarum_ e Gottofredo _ad Cod. Theodos._ (_Tom. II. p. 143_).

[34] Eusebio _in vit. Const. l. I. c. 30, 31_. Il Baronio (_annal. Eccles. An._ 312. n. 46) ha riportato un'immagine del _Labarum_.

[35] _Transversa X. littera, summo capite circumflexa, Christum in scutis notat. Caecil. de M. P. c. 44. Cuper ad M. P. in Edit. Lactant. Tom. II p. 500_, ed il Baronio an. 312. n. 25 hanno tratto dagli antichi monumenti vari modelli di tali monogrammi, i quali divennero molto alla moda nel Mondo Cristiano.