Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04
Part 28
Mentre Giuliano combatteva con le difficoltà quasi insuperabili della sua situazione, impiegava sempre le quiete ore della notte nello studio o nella contemplazione. Ogni volta che chiudeva gli occhi in brevi ed interrotti sonni, il suo spirito era agitato da penose inquietudini; nè dee recar maraviglia che una volta gli comparisse davanti il Genio dell'Impero, in atto di coprirsi il capo od il corno dell'Abbondanza con un funereo velo, e di lentamente ritirarsi dalla tenda Imperiale. Il Monarca balzò fuori del letto, ed uscito dalla tenda per sollevare gli stanchi suoi spiriti con la freschezza dell'aria notturna, osservò un'ignea meteora, che balenò attraverso il cielo, ed immediatamente sparì. Giuliano restò convinto d'aver veduto il minaccevole aspetto del Dio della guerra[621]: il consiglio degli Aruspici Toscani[622], ch'ei convocò, disse tutto d'accordo, che si doveva astener dal combattere; ma in tal congiuntura la necessità e la ragione prevalsero alla superstizione, e le trombe allo spuntar del giorno diedero il segno. L'esercito marciava per un paese montuoso; e se n'erano segretamente occupate le alture dai Persiani. Giuliano, che conduceva la fronte dell'esercito con l'abilità e la diligenza d'un consumato Generale, fu sorpreso dalla notizia, ch'era stata improvvisamente attaccata la sua retroguardia. Il caldo della stagione l'aveva tentato a spogliarsi della corazza; ma strappato di mano lo scudo ad uno de' suoi famigliari, s'affrettò con un sufficiente rinforzo a soccorrer la retroguardia. Un pericolo simile richiamò l'intrepido Principe a difender la fronte; e nel tempo che galoppava fra le colonne, fu attaccato e quasi rotto il centro della sinistra da una impetuosa irruzione di cavalleria Persiana e di elefanti. Questo grosso corpo fu presto disfatto dalla ben intesa evoluzione della fanteria leggiera, che diresse le proprie armi con destrezza ed effetto contro le spalle dei cavalli e le gambe degli elefanti. I Barbari si diedero alla fuga; e Giuliano, che in ogni pericolo era sempre il primo, animava i suoi ad inseguirli con la voce e co' gesti. Le tremanti sue guardie, disperse ed angustiate dalla disordinata folla degli amici e de' nemici, rammentarono all'intrepido lor Sovrano, ch'egli era senza armatura, e lo scongiurarono ad evitare il colpo dell'imminente rovina. Nel tempo che così gridavano[623], fu scaricato da' fuggitivi squadroni un nuvol di dardi e di frecce; ed un giavellotto, avendogli raso la pelle del braccio gli trafisse le coste, e si piantò nella inferior parte del fegato. Giuliano tentò di trarsi la mortale arme dal fianco, ma gli si tagliaron le dita dall'acutezza del ferro, e cadde privo di sensi da cavallo. Le guardie corsero in aiuto di esso, ed il ferito Imperatore fu gentilmente alzato da terra, e trasportato fuor del tumulto della battaglia in una tenda vicina. Passò di fila in fila la nuova del tristo caso; ma il dolor dei Romani inspirò loro un invincibil valore e il desiderio della vendetta. Continuò il sanguinoso ed ostinato combattimento fra le due armate, finattanto che non furon separate dalla totale oscurità della notte. I Persiani riportarono qualche onore dal vantaggio che ottennero contro l'ala sinistra, dove Anatolio maestro degli Uffizi fu ucciso, ed al Prefetto Sallustio appena riuscì di scappare. Ma l'evento della giornata fu contrario ai Barbari. Essi abbandonarono il campo; perderono i due lor Generali, Merane e Noordate[624], cinquanta nobili o Satrapi, ed una gran quantità dei lor più bravi soldati; ed il buon successo dei Romani, se Giuliano fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riuscire in una decisiva ed util vittoria.
Le prime parole, che pronunziò Giuliano dopo che fu rinvenuto dal deliquio, nel quale era caduto per la perdita del sangue, servono ad esprimere il marziale suo spirito. Egli chiese il cavallo e le armi, ed era impaziente di correre alla battaglia. Si esaurì la forza che gli restava pel penoso sforzo che fece, ed i chirurghi, ch'esaminavan la sua ferita, vi scuoprirono i sintomi d'una vicina morte. Passò egli quei terribili momenti col fermo contegno d'un savio e d'un eroe; i filosofi, che l'avevano accompagnato in quella fatale spedizione, paragonavan la tenda di Giuliano alla prigione di Socrate; e gli spettatori, che per dovere, per amicizia o per curiosità si erano adunati attorno al suo letto, udivano con rispettoso cordoglio l'orazion funerea del morente loro Imperatore[625]. «Amici e miei militari compagni (diss'egli), è giunto adesso il tempo opportuno alla mia partenza, ed io pago ciò che domanda la natura con quella gioia che ha un buon debitore. Ho appreso dalla filosofia, quanto l'anima è più eccellente del corpo; e che la separazione della sostanza più nobile dovrebbe piuttosto esser motivo d'allegrezza che d'afflizione. Ho appreso dalla religione che una presta morte spesso è stata il premio della pietà[626]; ed accetto, come un favore degli Dei, il mortal colpo, che mi libera dal pericolo di disonorare un carattere, che fino qui è stato sostenuto dalla virtù e dalla fortezza. Siccome son vissuto senza colpa, così muoio senza rimorso. Io mi compiaccio nel pensare all'innocenza della mia vita privata; e posso affermare con sicurezza, che l'autorità suprema, quell'emanazione cioè del potere Divino, si è conservata pura ed immacolata nelle mie mani. Detestando le corrotte e rovinose massime del dispotismo, ho risguardato la felicità del popolo come lo scopo del governo. Sottoponendo le mie azioni alle leggi della prudenza, della giustizia e della moderazione, ne ho lasciato l'evento alla cura della Providenza. Finattanto che la pace fu coerente al pubblico bene, fu essa l'oggetto de' miei consigli; ma quando l'imperiosa voce della patria m'invitò alle armi, esposi la mia persona ai pericoli della guerra, chiaramente prevedendo (come aveva conosciuto mediante la divinazione) che era destinato che io morissi per mezzo della spada. Offro adesso i miei rendimenti di grazie all'Ente supremo, che non ha permesso che io perissi nè per la crudeltà d'un tiranno, nè per le segrete insidie d'una cospirazione, nè pei lenti tormenti d'una languida malattia. Ei mi ha concesso una splendida e gloriosa partenza da questo Mondo, in mezzo ad una onorevol carriera, ed io stimo ugualmente assurdo che vile il sollecitare o fuggire il colpo del fato... Non posso favellar più oltre; mi mancan le forze, e sento l'approssimarsi della morte... mi guarderò cautamente da ogni parola, che possa tendere ad influire sui vostri voti nella elezione d'un Imperatore. La mia scelta potrebbe essere imprudente o non giudiziosa, e se non venisse confermata dal consenso dell'esercito, potrebbe tornar funesta a quello che avessi raccomandato. Io non farò ch'esprimere da buon cittadino i miei voti, che possano i Romani esser felici sotto il governo d'un virtuoso Sovrano». Dopo questo discorso, che Giuliano pronunziò con un costante e fermo tuono di voce, egli distribuì, un testamento militare[627], i residui delle sue facoltà private; e dimandando perchè non si trovasse presente Anatolio, quando seppe da Sallustio che Anatolio era morto, pianse con un'amabile incoerenza la perdita dell'amico. Nel tempo stesso egli biasimava lo smoderato dolore degli astanti, e gli scongiurava a non disonorare con deboli lagrime il destino d'un Principe, che in breve si sarebbe unito col cielo e con le stelle[628]. Gli spettatori stavano in silenzio; e Giuliano entrò in una metafisica discussione coi filosofi Prisco e Massimo sopra la natura dell'anima. Gli sforzi, ch'ei fece di spirito, non men che di corpo, probabilmente ne affrettaron la morte. Incominciò la sua ferita a versare sangue con maggior forza; dal gonfiamento delle vene gli s'impediva il respiro, chiese un sorso di acqua fresca, e tosto che l'ebbe presa, spirò senza pena verso la mezza notte. Tale fu il termine di questo uomo straordinario nel trentesimo secondo anno della sua età, dopo un regno di un anno, e circa otto mesi dalla morte di Costanzo. Negli ultimi suoi momenti dimostrò, forse con qualche ostentazione, l'amore della virtù e della fama, ch'erano state le passioni dominanti della sua vita[629].
[A. D. 363]
Possono in qualche modo attribuirsi a Giuliano stesso il trionfo del Cristianesimo e le calamità dell'Impero pur aver egli trascurato di assicurare in futuro l'esecuzione dei suoi disegni, mediante l'opportuna e giudiziosa scelta d'un collega e successore. Ma la reale stirpe di Costanzo Cloro s'era ridotta alla sua sola persona; e se gli passò per la mente qualche serio pensiero d'investir della porpora il più degno fra' Romani, fu distolto da tale risoluzione per la difficoltà della scelta, per la gelosia della potenza, pel timore dell'ingratitudine e per la natural presunzione di salute, di gioventù e di prosperità. L'inaspettata sua morte lasciò l'Impero senza Signore e senza erede in uno stato di perplessità e di pericolo, che non s'era provato per lo spazio d'ottant'anni dopo l'elezione di Diocleziano. In un Governo, che aveva quasi dimenticato la distinzione del sangue puro e nobile, era di poca importanza la superiorità della nascita; i diritti del grado militare erano accidentali e precari; ed i candidati, che aspirar potevano a salir sul trono vacante, non potevano esser sostenuti che dalla coscienza del loro merito personale, o dalle speranze del favore del popolo. Ma la situazione di un esercito affamato, circondata per ogni parte dai Barbari, abbreviò i momenti del lutto e della deliberazione. In quello spettacolo di terrore e d'angustia, il corpo del morto Principe fu, secondo i suoi propri ordini, decentemente imbalsamato; ed allo spuntar del giorno i Generali adunaronsi in un Senato militare, a cui furono invitati i Comandanti delle Legioni e gli Uffiziali sì di cavalleria che d'infanteria. Non erano anche passate tre o quattr'ore della notte, che s'era già formata qualche segreta cabala, e quando si propose la scelta d'un Imperatore, lo spirito di partito incominciò ad agitar l'Assemblea. Vittore ed Arinteo riunirono i residui della Corte di Costanzo; gli amici di Giuliano s'attaccarono a Dagalaifo e Nevitta, capitani Galli; e potean temersi le più fatali conseguenze dalla discordia di due fazioni così opposte fra loro nel carattere ed interesse, nelle massime di governo, e forse anche ne' princìpi di religione. Le sole sublimi virtù di Sallustio avrebber potuto conciliarne le divisioni, ed unire i lor voti, ed il venerabil Prefetto immediatamente sarebbe stato dichiarato successor di Giuliano, se da se medesimo con sincera e modesta fermezza non avesse addotto la sua età e mancanza di salute, che lo rendeano incapace di sostenere il peso del diadema. I Generali, che restarono sorpresi e perplessi dal suo rifiuto, mostraron qualche disposizione ad ammettere il salutar consiglio d'un uffiziale inferiore[630], che operassero come avrebbero fatto nell'assenza dell'Imperatore; che dimostrassero la loro abilità nello strigar l'esercito dalle presenti strettezze: e se eran tanto felici da giungere a' confini della Mesopotamia, avrebbero allora potuto devenire con unanimi e maturi consigli all'elezione d'un legittimo Sovrano. Mentre deliberavano, alcune poche voci salutaron Gioviano, il quale non era più che il _Primo_ de' domestici[631], ne' nomi d'Imperatore e d'Augusto. Fu immediatamente ripetuta quella tumultuaria acclamazione dalle guardia, che circondavan la tenda, e passò in pochi minuti fino all'estremità della fila. Il nuovo Principe, attonito della sua fortuna, fu precipitosamente vestito degli ornamenti Imperiali, e ricevè il giuramento di fedeltà da que' Duci, de' quali tanto poco tempo avanti sollecitava il favore e la protezione. La più forte raccomandazione di Gioviano fu il merito del Conte Varroniano suo padre, che in onorato ritiro godeva il frutto de' suoi lunghi servigi. Nell'oscura libertà d'una condizione privata, il figlio secondò il proprio genio per le donne e pel vino; ma sostenne con riputazione il carattere di Cristiano[632] e di soldato. Senza esser cospicuo per alcuna di quelle ambiziose qualità, che risvegliavan l'ammirazione e l'invidia degli uomini, la persona ben fatta di Gioviano, il piacevol temperamento ed il famigliare suo spirito avean guadagnato l'affetto dei suoi compagni, ed i Generali d'ambedue le parti acconsentirono ad un'elezion popolare, che non era stata diretta dalle arti dei respettivi nemici. La vanità, che potea nascere da questa inaspettata elevazione, veniva moderata dal giusto timore, che quell'istesso giorno potea finir la vita ed il regno del nuovo Imperatore. Si obbedì senza dilazione alla voce imperiosa, della necessità, ed i primi ordini dati da Gioviano, poche ore dopo ch'era spirato il suo predecessore, furono di continuare una marcia, che sola distrigar potea i Romani dalle attuali loro strettezze[633].
I timori d'un nemico esprimono con la maggiore sincerità la sua stima; e si può esattamente misurare il grado del suo timore dalla gioia, con cui celebra la propria liberazione. La gradita nuova della morte di Giuliano, che un disertore portò al campo di Sapore, inspirò nel disanimato Monarca una subitanea fiducia di vincere. Immediatamente distaccò la regia cavalleria, formata forse da diecimila _Immortali_[634], per secondare e sostenere la caccia de' nemici, e scaricò tutto il peso delle riunite sue forze sulla retroguardia Romana. Fu essa posta in disordine; le famose legioni, che portavano il nome di Diocleziano e del guerriero collega di lui, furono rotte e calpestate dagli elefanti; e perderono la vita tre Tribuni, che tentavano di fermar la fuga de' loro soldati. La battaglia però in seguito fu rimessa dal costante valor de' Romani; i Persiani vennero rispinti con un gran macello di uomini e di elefanti; e l'esercito dopo aver marciato e combattuto per tutta una giornata di state, arrivò la sera a Samara sulle rive del Tigri circa cento miglia sopra Ctesifonte[635]. Il giorno seguente i Barbari, invece di sturbare la marcia, attaccarono il campo di Gioviano, che s'era situato in una profonda e remota valle. Gli arcieri Persiani insultavano e molestavano dalle altezze gli stanchi legionari; ed un corpo di cavalleria, che con disperato coraggio era penetrato nella porta Pretoria, fu dopo un dubbioso combattimento tagliato a pezzi vicino alla tenda Imperiale. Nella notte di poi, il campo di Carche fu difeso dalle alte dighe del fiume; e l'esercito Romano, sebbene continuamente esposto al molesto inseguimento de' Saracini, piantò le sue tende presso la città di Dura[636] quattro giorni dopo la morte di Giuliano. Esso aveva sempre il Tigri a sinistra; erano quasi tutte consumate le sue provvisioni e speranze; e gl'impazienti soldati, che s'erano fortemente persuasi, che le frontiere dell'Impero non fosser molto distanti, chiedevano al nuovo lor Principe la permissione di tentare il passo del fiume. Gioviano, coll'aiuto de' suoi più savi Uffiziali, procurò di frenarne la temerità, rappresentando loro, che quando avessero avuto sufficiente abilità e vigore da vincere l'impetuosità di una rapida e profonda corrente, non avrebber fatto altro che andare a porsi nudi e senza difesa nelle mani de' Barbari, che avevano occupato le opposte rive. Cedendo però finalmente alla clamorosa loro importunità, acconsentì con ripugnanza, che cinquecento Galli e Germani, assuefatti fin da fanciulli alle acque del Reno e del Danubio, tentassero l'ardita impresa, che sarebbe servita o d'incoraggiamento o d'avviso pel resto dell'esercito. Nel silenzio della notte passarono a nuoto il Tigri, sorpresero un posto non guardato dal nemico, e spiegarono allo spuntar del giorno il segno di lor risolutezza e fortuna. L'evento di tale sperimento dispose l'Imperatore a prestare orecchio alle promesse de' suoi architetti, che proposero di costruire un mobile ponte di gonfiate pelli di pecore, di bovi e di capre coperte con uno strato di terra e di fascine[637]. Si consumarono due importanti giornate in quell'inutil lavoro; ed i Romani, che già provavano le miserie della fame, gettavano sguardi di disperazione sul Tigri o su' Barbari, il numero e l'ostinazione dei quali andava crescendo coll'angustie dell'armata Imperiale[638].
In questa disperata situazione il nome di pace ravvivò gl'indeboliti spiriti de' Romani. Era già svanita la transitoria presunzione di Sapore; osservò egli con seria ponderazione, che replicando le dubbiose battaglie, aveva perduti i suoi più fedeli ed intrepidi nobili, le truppe più brave e la maggior parte degli elefanti; e l'esperto Monarca temè di provocare la resistenza della disperazione, le vicende della fortuna e l'inesausta potenza del Romano Impero, che poteva in breve soccorrere o vendicare il successor di Giuliano. Comparve nel campo di Gioviano il Surenas medesimo accompagnato da un altro Satrapo[639]; ed espose che la clemenza del suo Sovrano non era aliena dell'indicare le condizioni, colle quali avrebbe acconsentito a risparmiare e lasciare in libertà Cesare, co' residui del disastrato suo esercito. Le speranze di salute vinsero la fermezza dei Romani; l'Imperatore fu costretto dal parere del suo consiglio e dai clamori dei soldati ad ammetter l'offerta di pace; e fu immediatamente spedito il Prefetto Sallustio col Generale Arinteo per intendere qual fosse la volontà del gran Re. L'astuto Persiano differì sotto vari pretesti la conclusion del trattato; oppose difficoltà, chiese schiarimenti, suggerì impedienti, ristrinse quel che aveva concesso, accrebbe le sue domande, e consumò quattro giorni negli artifizi della negoziazione, finattanto che fossero terminate le provvisioni, che restavano ancora nel campo Romano. Se Gioviano fosse stato capace d'eseguire un ardito e prudente divisamento, avrebbe dovuto continuar la sua marcia con assidua diligenza; il progresso del trattato avrebbe sospeso gli attacchi dei Barbari; e prima che spirasse il quarto giorno, sarebbe giunto salvo alla fertil Provincia di Corduena, che non era distante più di cento miglia[640]. L'irresoluto Imperatore, invece di rompere le reti del nemico, aspettò con paziente rassegnazione il suo fato, ed accettò le umilianti condizioni di pace, le quali non era in suo poterò di ricusare. Furono restituite alla Monarchia Persiana le cinque Province di là dal Tigri, che dall'avo di Sapore erano state cedute. Per un articolo separato acquistò egli anche l'inespugnabile città di Nisibi, che in tre successivi assedi aveva sostenuto lo sforzo delle sue armi. Singara ed il castello de' Mori, una delle più forti piazze della Mesopotamia, si smembrarono parimente dall'Impero. Fu considerata come una largità, che fosse permesso agli abitanti di quelle fortezze di ritirarsi coi loro effetti; ma il vincitore fortemente insistè, che i Romani dovesser per sempre abbandonare il Re ed il regno dell'Armenia. Stipulossi fra le nemiche Nazioni una pace o piuttosto una lunga tregua di trent'anni; con solenni giuramenti e con cerimonie religiose si ratificò la fede de' trattati; e reciprocamente si diedero ostaggi di ragguardevol grado per assicurare l'esecuzione de' patti[641].
Il Sofista d'Antiochia, che vide con isdegno lo scettro del suo eroe nelle deboli mani d'un successore Cristiano, protesta d'ammirar la moderazione di Sapore in contentarsi d'una sì piccola parte dell'Impero Romano. S'egli avesse esteso fino all'Eufrate le ambiziose sue pretensioni, sarebbe stato sicuro, dice Libanio, di non incontrare opposizione alcuna. S'egli avesse fissato per confini della Persia l'Oronte, il Cidno, il Sangario, o anche il Bosforo Tracio, non sarebber mancati nella Corte di Gioviano gli adulatori per convincere quel timido Principe, che le sue rimanenti Province gli avrebbero tuttavia somministrato il modo d'ampiamente soddisfare la potenza ed il lusso[642]. Senza interamente ammettere questa maliziosa osservazione, dobbiam confessare però che la privata ambizion di Gioviano facilitò la conclusione d'un trattato così vergognoso. Un oscuro domestico, innalzato al trono dalla fortuna piuttosto che dal merito, era impaziente di sottrarsi dalle mani dei Persiani per poter prevenire i disegni di Procopio, che comandava l'esercito della Mesopotamia, e stabilire il dubbioso suo regno sulle Legioni e Province, che tuttavia ignoravano la precipitosa e tumultuaria elezione, fatta nel campo di là dal Tigri[643]. In vicinanza del medesimo fiume, ad una distanza non molto grande dalla fatale stazione di Dura[644], i diecimila Greci restarono abbandonati senza Generali, senza guide e senza provvisioni, più di dugento miglia lontani dal loro paese, allo sdegno d'un vittorioso Monarca. La differenza della condotta ed il successo di essi è più da imputarsi al loro carattere, che alla situazione in cui si trovarono. In vece di ciecamente abbandonarsi alle deliberazioni segrete ed alle private mire d'una sola persona, i consigli riuniti dei Greci venivano inspirati dal generoso entusiasmo di una popolare assemblea, dove lo spirito d'ogni cittadino è pieno d'amore della gloria, d'orgoglio della libertà e di disprezzo della morte. Consapevoli della loro superiorità nella disciplina e nelle armi sopra de' Barbari, sdegnarono di cedere, e ricusarono di capitolare; fu sormontato qualunque ostacolo dalla loro pazienza, dal coraggio e dalla militare perizia; e la memorabile ritirata dei diecimila schiarì e svergognò la debolezza della Monarchia Persiana[645].