Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

Part 19

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[382] _Quae paulo ante arida, et sibi anhelantia visebantur, ea nunc perlui, mundari, madere; fora, deambulacra, gymnasia laetis et gaudentibus Populis frequentari; dies festos et celebrari veteres et novos in honorem Principis consecrari_ (Mammertino XI. 9). Esso particolarmente restaurò la città di Nicopoli, ed i giuochi Aziaci instituiti da Augusto.

[383] Juliano _Ep. XXXV. p. 407-411_. Questa lettera, che illustra la decadente età della Grecia, è omessa dall'Ab. della Bleterie, e stranamente sfigurata dal traduttore latino, che indicando ατελεια _immunità_ per _tributo_ e ιδιωται _privati_ per _populus_, direttamente contraddice al senso dell'Originale.

[384] Esso regnò in Micene alla distanza di cinquanta stadi, o di sei miglia da Argo, ma queste Città che fiorirono alternativamente, son confuse fra loro da' Poeti Greci. Strab. _l. VIII. p. 879. edit. Amstel. 1707_.

[385] Marsham. _Can. Chron. p. 420_. Questa provenienza da Temeno ed Ercole può esser sospetta; pure fu accordata dopo un rigoroso esame da' giudici de' giuochi Olimpici (Erodoto _l. V. c. 22_.) in un tempo nel quale i Re di Macedonia eran oscuri, e non popolari nella Grecia. Quando la lega Achea si dichiarò contro Filippo, fu creduto conveniente, che i deputati d'Argo si ritirassero. T. Liv. _XXXII_.

[386] È celebrata la sua eloquenza da Libanio (_Orat. parent. c. 75. 76. p. 300. 301_.) che fa menzione distintamente degli Oratori d'Omero. Socrate (_l. III c. 1._) ha imprudentemente affermato, che Giuliano fu il solo Principe dopo Giulio Cesare, che arringò nel Senato. Tutti i predecessori di Nerone, (Tacit. _Annal. XIII. 3_) e molti de' suoi successori possederono la facoltà di parlare in pubblico; e si potrebbe provare con varj esempj, ch'essi l'esercitarono frequentemente in Senato.

[387] Ammiano (XXII. 10.) ha imparzialmente narrati i meriti, ed i difetti delle sue processure giudiciali. Libanio (_Orat. parent. c. 90. 91. p. 315_.) ha veduto solo il lato buono, e la sua pittura, se adula la persona, esprime almeno i doveri del giudice. Gregorio Nazianzeno (_Orat. IV. p. 120_.) che sopprime le virtù, ed esagera eziandio i più piccoli difetti dell'apostata, trionfalmente domanda, se un tal giudice fosse atto a sedere fra Minosse e Radamanto ne' campi elisi.

[388] Delle leggi, che Giuliano fece in un regno di sedici mesi, cinquantaquattro sono state ammesse ne' codici di Teodosio, e di Giustiniano (_Gothofr. Chron. Leg. p. 64-67_.) L'Ab. della Bleterie (T. II. p. 329-336.) ha scelto una di queste leggi per dare un'idea dello stile latino di Giuliano, ch'è forte ed elaborato, ma men puro del suo stile Greco.

CAPITOLO XXIII.

_Religione di Giuliano. Tolleranza universale. Tenta di restaurare il culto Pagano: di rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Persecuzione artificiosa de' Cristiani. Zelo ed ingiustizia vicendevole._

Il carattere d'Apostata ha oltraggiato la riputazione di Giuliano; e l'entusiasmo, che ne adombrò le virtù, ha esagerato la reale o apparente grandezza de' suoi difetti. La nostra parziale ignoranza ce lo può rappresentare come un filosofo Sovrano, che procurò di proteggere con ugual favore le religiose fazioni dell'Impero, e mitigare la teologica febbre, che aveva infiammato le menti del popolo, dagli editti di Diocleziano sino all'esilio d'Atanasio. Un esame però più accurato del carattere e della condotta di Giuliano ci toglierà questa favorevole prevenzione per un Principe, che non fu esente dal general contagio de' suoi tempi. Abbiamo il singolar vantaggio di poter confrontare fra loro le pitture, che ne sono state fatte, sì da' suoi più appassionati ammiratori, che dagl'implacabili suoi nemici. Le azioni di Giuliano son fedelmente riferite da un giudizioso e candido Istorico, imparziale spettatore della vita e della morte di esso. L'unanime testimonianza de' suoi contemporanei viene confermata dalle pubbliche e private dichiarazioni dell'Imperatore medesimo; ed i suoi varj scritti esprimono l'uniforme tenore de' religiosi sentimenti di lui, che la politica avrebbe dovuti fargli piuttosto dissimulare che affettare. Un divoto e sincero attaccamento agli Dei d'Atene e di Roma formava la dominante passion di Giuliano[390]; le facoltà d'un intelletto illuminato furon tradite e corrotte dalla forza d'un superstizioso pregiudizio; ed i fantasmi, ch'esistevano soltanto nella mente dell'Imperatore, produssero un reale e pernicioso effetto sul governo dell'Impero. Il veemente zelo de' Cristiani, che disprezzavano il culto, e rovesciavan gli altari di quelle favolose divinità, trasse il loro devoto in uno stato d'irreconciliabile ostilità con una numerosa porzione di sudditi; ed egli fu qualche volta tentato dal desiderio della vittoria, dalla vergogna della ripulsa, a violar le leggi della prudenza ed anche della giustizia. Il trionfo del partito, ch'egli abbandonò ed a cui s'oppose, ha stampato una macchia d'infamia sul nome di Giuliano; ed il disgraziato Apostata è stato oppresso da un torrente di pie invettive, il segnal delle quali fu dato dalla sonora tromba[391] di Gregorio Nazianzeno[392]. L'interessante natura degli avvenimenti, ammucchiati nel breve regno di quest'operativo Imperatore, merita una giusta e circostanziata narrazione. I motivi, i consigli e le azioni del medesimo, in quanto sono connesse coll'istoria della religione, formeranno il soggetto del presente capitolo.

Può esser derivata la causa della strana e fatale apostasia di Giuliano dal tempo della sua più tenera età, in cui restò orfano nelle mani degli uccisori di sua famiglia. S'associarono tosto i nomi di Cristo e di Costanzo, le idee di schiavitù e di religione in una giovenil immaginativa, suscettibile delle più vive impressioni. Fu affidata la cura della sua puerizia ad Eusebio Vescovo di Nicomedia[393], che gli era congiunto per parte di madre; e fino all'età di vent'anni ricevè da' Cristiani suoi precettori l'educazione non già da eroe, ma da santo. L'Imperatore, meno geloso della corona celeste, che della terrena, si contentava dell'imperfetto carattere di catecumeno, mentre largiva i vantaggi del battesimo[394] a' nipoti di Costantino[395]. I quali furono ammessi fino agli uffizi minori dell'Ordine ecclesiastico; e Giuliano pubblicamente lesse le sacre scritture nella Chiesa di Nicomedia. Lo studio della religione, che assiduamente facevano, parve che producesse i più bei frutti di fede e di devozione[396]. Essi pregavano, digiunavano, dispensavano elemosine a' poveri, doni al Clero, ed oblazioni alle tombe de' martiri, e lo splendido monumento di S. Mamas a Cesarea fu eretto, o almeno intrapreso, congiuntamente per opera di Gallo e di Giuliano[397]; conversavan rispettosamente co' Vescovi più eminenti per la lor santità, e chiedevano la benedizione a' Monaci ed agli eremiti, che avevano introdotto in Cappadocia i volontari travagli della vita ascetica[398]. A misura che i due Principi s'avanzavano verso la virilità, dimostravano ne' religiosi lor sentimenti la differenza de' loro caratteri. Il tardo ed ostinato ingegno di Gallo con implicito zelo abbracciò le dottrine del Cristianesimo, che non influirono mai sulla sua condotta, nè moderarono le sue passioni. La mansueta indole del fratello minore fu meno ripugnante a' precetti del Vangelo, e la sua attiva curiosità potè restar soddisfatta da un sistema teologico, che spiega la misteriosa essenza di Dio, ed apre un infinito prospetto d'invisibili e futuri Mondi. Ma l'indipendente spirito di Giuliano ricusò di cedere alla passiva ed irresistente obbedienza, ch'esigevasi a nome della Religione dagli altieri Ministri della Chiesa. Imponevano essi le loro speculative opinioni come leggi positive, sostenute da terrori di eterne pene; ma mentre prescrivevano il rigido formulario de' pensieri, delle parole, e delle azioni del giovane Principe; mentre facevan tacere le sue obbiezioni; e severamente frenavan la libertà delle sue ricerche, segretamente provocavano l'impaziente suo ingegno a ricusar l'autorità delle sue ecclesiastiche guide. Era egli educato nell'Asia Minore fra gli scandali della controversia Arriana[399]. Le fiere contese de' Vescovi Orientali, le continue alterazioni de' loro simboli ed i motivi profani, che sembravano agire sulla lor condotta, insensibilmente fortificarono il pregiudizio di Giuliano, che essi non intendessero nè credessero la Religione, per la quale sì ardentemente combattevano. In vece di dar orecchio alle prove del Cristianesimo con quella favorevole attenzione che aggiunge peso alla testimonianza più rispettabile, egli ascoltava con sospetto, poneva in dubbio con ostinazione ed acutezza le dottrine, per le quali aveva già concepito un'avversione invincibile. Ogni volta che si faceva comporre ai giovani Principi qualche declamazione sopra le controversie allora correnti, Giuliano si dichiarava sempre avvocato del Paganesimo sotto lo spezioso pretesto, che la sua dottrina o cultura si sarebbe esercitata e spiegata più vantaggiosamente in difesa della causa più debole.

Appena Gallo fu investito dell'onor della porpora, venne permesso a Giuliano di respirar l'aria della libertà, della letteratura, e del Paganesimo[400]. La schiera de' sofisti, ch'erano attratti dal gusto e dalla liberalità del loro Allievo reale, avea formato una stretta lega fra il sapere e la religione della Grecia; ed i poemi d'Omero, invece d'esser ammirati come originali produzioni dell'ingegno umano, venivano seriamente attribuiti alla celeste inspirazione d'Apollo e delle Muse. Le deità dell'Olimpo, quali sono dipinte dal vate immortale, s'imprimono nelle menti anche le meno portate alla superstiziosa credulità. La famigliar cognizione, che abbiamo de' loro nomi e caratteri, le loro forme ed attributi, _pare_ che diano a questi aerei soggetti una reale e sostanzial esistenza, ed il piacevol incanto produce un imperfetto e momentaneo assenso dell'immaginazione a quelle favole, che sono le più ripugnanti alla nostra ragione ed esperienza. Nell'età di Giuliano i magnifici tempj della Grecia e dell'Asia; le opere di quegli artefici, che avevano espresso colla pittura o colla scultura i divini concetti del Poeta; la pompa delle feste e de' sacrifizj; le arti fortunate della divinazione; le popolari tradizioni degli oracoli e de' prodigi, l'antica pratica di duemila anni, ogni circostanza in somma contribuiva ad accrescere e fortificar l'illusione. La debolezza del politeismo era in qualche modo scusata dalla moderazione di ciò che esigeva, e la devozione de' Pagani non era incompatibile col più libero scetticismo[401]. Invece d'un indivisibile e regolar sistema che occupa tutta l'estensione della mente che crede, la mitologia de' Greci era composta di mille sciolte e flessibili parti, ed il servo degli Dei poteva liberamente determinare il grado e la misura della religiosa sua fede. Il simbolo che Giuliano adottò per suo uso, aveva le più ampie dimensioni; e, per una strana contraddizione, sdegnò il giogo salutare del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta della sua ragione su gli altari di Giove e d'Apollo. Una delle orazioni di Giuliano è consacrata in onore di Cibele, madre degli Iddii, ch'esigeva dagli effeminati sacerdoti suoi il sanguinoso sacrifizio, sì temerariamente fatto dalla pazzia del fanciullo di Frigia. Il pio Imperatore condiscende fino a riferire senza rossore e senza riso il viaggio della Dea da' lidi di Pergamo all'imboccatura del Tevere, e lo stupendo miracolo, che convinse il Senato ed il Popolo di Roma che il pezzo di terra, che i loro ambasciatori avean trasportato sul mare, avea vita e sentimento e divino potere[402]. Per la verità di tal prodigio egli si appella a' pubblici monumenti della città, e censura, con qualche acrimonia, l'infermo ed affettato gusto di quelli, che impertinentemente deridono le sacre tradizioni de' loro Maggiori[403].

Ma il devoto Filosofo, che sinceramente abbracciava, e caldamente incoraggiava la superstizione del popolo, a se stesso riservava il privilegio di una libera interpretazione; e passava in silenzio dal piè dell'altare all'interior santuario del Tempio. La stravaganza della Greca mitologia proclamava con chiara ed intelligibile voce, che il pio investigatore invece di scandalizzarsi, o soddisfarsi del senso letterale, dovesse diligentemente esplorar la occulta sapienza che s'era nascosta dalla prudenza dell'Antichità sotto la maschera della favola e della follia[404]. I Filosofi della scuola Platonica[405], Plotino, Porfirio, ed il divino Jamblico erano ammirati come i più dotti maestri di quest'allegorica scienza, che cercava di mitigare, e di render coerenti le deformi fattezze del Paganesimo. Giuliano medesimo, che fu diretto nella misteriosa ricerca da Edesio, venerabile successore di Jamblico, aspirava al possesso d'un tesoro, che (se dee credersi alle sue solenni asserzioni) egli stimava molto più dell'Impero del Mondo[406]. In fatti era un tesoro che traeva il suo valore solo dall'opinione; ed ogni artefice che si lusingava d'aver estratto il prezioso metallo dalle scorie che lo circondavano, avea un egual diritto di dargli la figura ed il nome, che più piaceva alla sua particolar fantasia. La favola d'Ati e di Cibele s'era già spiegata da Porfirio; ma le sue fatiche non servirono che ad animar la pietosa industria di Giuliano, che inventò e pubblicò la nuova sua allegoria di quella mistica ed antica favola. Questa libertà d'interpretazione, che parea soddisfare l'orgoglio de' Platonici, manifestò la vanità di lor arte. Senza un noioso ragguaglio, il moderno lettore formar non si potrebbe una giusta idea delle strane allusioni, delle forzate etimologie, delle solenni inezie e dell'impenetrabile oscurità di que' Savi, che si protestavan di rivelare il sistema dell'Universo. Siccome le tradizioni della mitologia Pagana si riferirono in varie maniere, i sacri interpreti erano in libertà di scegliere le circostanze più convenienti; ed interpretando essi una cifra arbitraria, da _ogni_ favola potevan trarre _ogni_ senso che si adattasse al lor favorito sistema di religione e di filosofia. La lasciva figura d'una Venere nuda riducevasi alla scoperta di qualche precetto morale o di qualche fisica verità; e la castrazione di Ati spiegava la rivoluzione del sole fra' tropici, e la separazione dell'anima umana dal vizio e dall'errore[407].

Sembra che il sistema Teologico di Giuliano contenesse i sublimi ed importanti principj della religion naturale. Ma siccome la fede, che non è fondata sulla rivelazione, dee rimaner priva d'ogni stabile sicurezza, il discepolo di Platone imprudentemente ricadde nell'abitudine della volgar superstizione: e pare che si confondessero insieme l'idea popolare e la filosofica della Divinità nella pratica, negli scritti ed eziandio nello spirito di Giuliano[408]. Riconosceva e adorava il pio Imperatore l'Eterna Causa dell'Universo, alla quale attribuiva tutte le perfezioni, d'un'infinita natura, invisibile agli occhi, ed inaccessibile all'intelletto de' deboli mortali. Il supremo Dio, secondo lui, avea creato, o piuttosto, nel linguaggio Platonico, avea generato la successiva serie dogli spiriti dipendenti, degli Dei, de' demonj, degli eroi e degli uomini; ed ogni ente, che immediatamente traeva la propria esistenza dalla Prima Cagione, riceveva inerente a sè il dono dell'immortalità. Affinchè sì prezioso vantaggio non cadesse sopra indegni soggetti, il Creatore affidato aveva all'abilità ed al potere degl'inferiori Dei l'incumbenza di formare il corpo umano, e d'ordinar la bell'armonia de' regni animale, vegetabile e minerale. Alla condotta di tali divini Ministri commise il governo temporale di questo basso Mondo; ma l'imperfetta loro amministrazione non va esente dalla discordia o dall'errore. Si dividon fra loro la terra ed i suoi abitanti, e si posson distintamente rintracciare i caratteri di Marte o di Minerva, di Mercurio o di Venere nelle leggi e ne' costumi de' particolari loro devoti. Finchè le immortali nostre anime sono confinate in una prigione mortale, è nostro interesse e dovere di sollecitare il favore, ed allontanar l'ira delle potestà celesti, l'orgoglio delle quali si compiace della divozione degli uomini; e può supporsi, che le loro parti più grosse ricevan qualche nutrimento dal fumo de' sacrifizi[409]. Gli Dei minori potevano alle volte condiscendere ad animare le statue, e ad abitare i tempj dedicati al lor culto. Potevano accidentalmente visitare la terra, ma i Cieli erano il proprio trono, ed il simbolo della lor gloria. L'ordine invariabile del sole, della luna, e delle stelle fu precipitosamente ammesso da Giuliano come una prova della eterna loro durata; e tal eternità era una sufficiente contrassegno, ch'essi eran l'opera non già d'una Divinità inferiore, ma del Re onnipotente. Nel sistema de' Platonici, il Mondo visibile era una figura dell'invisibile. I corpi celesti essendo animati da uno spirito divino, si potevan considerare come gli oggetti più degni del Culto religioso. Il _Sole_, di cui la lieta influenza penetra e sostien l'universo, giustamente esigeva l'adorazione degli uomini, come lo splendido rappresentante del _Logos_, viva, ragionevole e benefica immagine del Padre intellettuale[410].

In ogni tempo si supplisce alla mancanza d'una genuina inspirazione colle forti illusioni dell'entusiasmo e colle comiche arti dell'impostura. Se, al tempo di Giuliano, queste arti non si fossero praticate che da' sacerdoti Pagani per sostenere una causa spirante, si potrebbe forse usar qualche indulgenza all'interesse ed all'abitudine del carattere sacerdotale. Ma può esser soggetto di sorpresa e di scandalo, il vedere che i Filosofi stessi contribuissero ad ingannar la superstiziosa credulità dell'uman genere[411], e che fossero sostenuti i misteri Greci dalla magia o teurgia de' moderni Platonici. Essi arrogantemente pretendevano di sconvolger l'ordine della natura, d'esplorare i segreti del futuro, di comandare agli spiriti inferiori, di goder della vista e della conversazion degli Dei superiori; e sciogliendo l'anima da' materiali suoi vincoli, di riunir quell'immortal particella allo Spirito infinito e divino.

La devota e coraggiosa curiosità di Giuliano tentò i filosofi colla speranza d'una facil conquista; che, attesa la situazione del giovane loro proselito, poteva produrre le più importanti conseguenze[412]. Giuliano apprese i primi rudimenti delle dottrine Platoniche dalla bocca d'Esedio, che avea fissato a Pergamo la perseguitata e vagabonda sua scuola. Ma siccome la decadente forza di quel venerabile Savio non era corrispondente all'ardore, alla diligenza ed alla rapida penetrazione dello scolare, due de' suoi più dotti discepoli, Crisante ed Eusebio, supplirono, secondo il proprio desiderio di lui, all'attempato loro maestro. Sembra che questi filosofi avesser già preparate e si fosser distribuite le respettive lor parti; ed artificiosamente procurarono per mezzo di oscuri cenni e di affettate dispute d'eccitare le impazienti speranze dell'_aspirante_, finattanto che lo consegnarono al loro compagno Massimo, il più ardito ed il più abile maestro della scienza teurgica. Dalle sue mani Giuliano fu segretamente iniziato in Efeso, nel ventesim'anno della sua età. La permanenza, ch'ei fece in Atene, confermò questa non naturale alleanza di filosofia e di superstizione. Egli ottenne il privilegio d'esser solennemente iniziato a' Misteri d'Eleusi, che nella general decadenza del Culto della Grecia ritenevan qualche vestigio della primiera lor santità; e tale fu lo zelo di Giuliano, che in seguito invitò il Pontefice Eleusino alla Corte della Gallia, pel solo fine di perfezionare mercè di sacrifizi e di riti la grand'opera di sua santificazione. Poichè tali ceremonie si facevano in profonde caverne e nel silenzio della notte, e che la discretezza dell'iniziato conservò l'inviolabil segreto dei Misteri, io non pretenderò di descrivere gli orridi suoni o le apparizioni di fuoco, che si presentarono a' sensi o all'immaginazione del credulo aspirante[413], insino a che non comparvero le visioni di conforto e di cognizione in una fiamma di celeste luce[414]. Nelle caverne d'Efeso e d'Eleusi la mente di Giuliano fu penetrata da un sincero, profondo ed inalterabil entusiasmo; quantunque dimostrasse alle volte le vicende della pia frode e dell'ipocrisia, che osservar si possono, o almen sospettarsi ne' caratteri de' più scrupolosi fanatici. Fino da quel momento esso consacrò la sua vita al servizio degli Dei, e mentre pareva che le occupazioni della guerra, del governo e dello studio richiedessero tutto il suo tempo, era invariabilmente riservata una certa porzione dell'ore della notte per l'esercizio della privata sua devozione. La temperanza, che adornava i rigorosi costumi del soldato e del filosofo, era accompagnata da varie frivole e strette regole di religiosa astinenza; e Giuliano, in onore di Pane e di Mercurio, d'Ecate o d'Iside, in certi giorni s'asteneva dall'uso di alcuni particolari cibi, che avrebber potuto dispiacere alle sue tutelari Divinità. Per mezzo di questi volontari digiuni egli preparava i sensi e l'intelletto alle frequenti e famigliari visite, colle quali veniva onorato dai celesti Poteri. Non ostante il modesto silenzio di Giuliano medesimo, possiamo apprendere dall'oratore Libanio, suo fedele amico, ch'egli viveva in perpetuo commercio con gli Dei e con le Dee; ch'essi discendevano in terra per godere la conversazione dell'eroe lor favorito; che interrompevan gentilmente i suoi sonni toccandogli la mano o i capelli; che l'avvertivano di ogni imminente pericolo, e lo dirigevano con la loro infallibil sapienza in ogni azione della sua vita; e che aveva egli acquistato un'intima cognizione sì grande de' celesti suoi ospiti, che facilmente distingueva la voce di Giove da quella di Minerva, e la figura di Apollo da quella d'Ercole[415]. Tali visioni, o nel sonno o nella vigilia, che sono gli effetti ordinari dell'astinenza e del fanatismo, abbasserebbero quasi l'Imperatore al livello d'un monaco Egizio. Ma le inutili vite d'Antonio e di Panomio si consumarono in queste vane occupazioni, laddove Giuliano potea dal sogno della superstizione passare ad armarsi per la battaglia, e dopo aver vinto in campo i nemici di Roma, tranquillamente ritirarsi nella sua tenda a dettare savie e salutari leggi a un Impero, od a secondare il suo genio in eleganti ricerche di letteratura e di filosofia.