Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

Part 17

Chapter 173,572 wordsPublic domain

La riforma della Corte Imperiale fu uno de' primi, e più necessari atti del governo di Giuliano[357]. Appena entrato nel Palazzo di Costantinopoli, ebbe occasione di servirsi d'un barbiere. Gli si presentò subito un uffiziale, magnificamente vestito; «Ho bisogno d'un barbiere (esclamò il Principe con affettata sorpresa) non d'un ricevitor generale di Finanze[358]». Dimandò a quest'uomo quanto gli rendesse il suo impiego; ed intese, che oltre un grosso salario, ed alcuni valutabili incerti, godeva una quotidiana prestazione per venti servi, ed altrettanti cavalli. Eran distribuiti, ne' varj uffizj di lusso, mille barbieri, mille coppieri, mille cuochi; e il numero degli Eunuchi non poteva paragonarsi che agl'insetti d'un giorno d'estate[359]. Il Monarca che abbandonava a' suoi sudditi la superiorità nel merito, e nella virtù, si distingueva mediante l'oppressiva magnificenza degli abiti, della tavola, degli edifizi, e del suo seguito. I superbi palazzi, eretti da Costantino e da' suoi figli, eran ornati di molti marmi di varj colori, e di finimenti d'oro massiccio. Si procuravano i cibi più squisiti per soddisfare la loro vanità piuttosto che il gusto: uccelli delle più remote regioni, pesci de' mari più distanti, frutti fuori delle stagioni lor naturali, rose d'inverno, e nevi d'estate[360]. La spesa della domestica turba del palazzo sorpassava quella delle legioni; eppure la minima parte di tal dispendiosa moltitudine serviva all'uso, o allo splendore del Trono. Veniva infamato il Monarca, ed offeso il popolo dall'instituzione e dalla vendita d'un numero infinito di oscuri impieghi, ed anche di semplice titolo, ed i più indegni tra gli uomini potevan acquistare il privilegio d'esser mantenuti, senza bisogno di lavorare, dalle pubbliche rendite. Le spoglie d'una enorme famiglia, l'ampiezza delle mancie e degl'incerti, che ben presto si pretendevano come legittimamente dovuti; e i doni ch'estorcevan da quelli, che ne temevano l'inimicizia, e ne sollecitavano il favore, facean presto arricchire questi orgogliosi servi. Essi abusavano della presente fortuna, senza riflettere alla passata o futura lor condizione; e la rapace venalità di costoro non poteva uguagliarsi che dalla stravaganza delle loro dissipazioni. Le vesti di seta che usavano, erano ricamate d'oro, le mense loro servite con delicatezza e con profusione; le case che fabbricavano per loro uso, avrebber occupato l'intiero fondo d'un antico Console; ed i più onorevoli Cittadini eran costretti a smontare da' loro cavalli e rispettosamente salutare un Eunuco, che avessero incontrato nella pubblica strada. Il lusso del palazzo eccitò il disprezzo e lo sdegno di Giuliano, che ordinariamente dormiva sulla terra, che cedeva con ripugnanza a' bisogni indispensabili della natura, e che faceva consister la sua vanità non già in emulare, ma in disprezzar la pompa reale. Mediante la total estirpazione d'un male, che veniva magnificato anche oltre i suoi veri confini, egli era impaziente di sollevare le angustie, e di quietare i romori del popolo, che tollera con minor dispiacere il peso delle tasse, quando è convinto che i frutti della propria industria s'impiegano in servizio dello Stato. Ma nell'esecuzione di quest'opera salutare, viene accusato Giuliano d'aver proceduto con troppa fretta, e con inconsiderato rigore. Con un solo editto ridusse il palazzo di Costantinopoli ad un immenso deserto, ed ignominiosamente licenziò l'intiero treno degli schiavi, e dei dipendenti[361], senza fare alcuna giusta, o almeno benefica eccezione in favor dell'età, de' servigi, della povertà, e de' fedeli domestici della Famiglia Imperiale. Tale in fatti era l'indole di Giuliano, che rare volte si rammentava di quella fondamental massima d'Aristotile, che la vera virtù si trova in egual distanza fra gli opposti vizi. Lo splendido ed effeminato vestir degli Asiatici, i ricci ed il liscio, le collane e gli anelli che parevan tanto ridicoli nella persona di Costantino, furono costantemente rigettati dal filosofico di lui successore. Ma Giuliano, insieme colle superfluità, affettava di non curare neppur la decenza del vestire; e pareva che si facesse un pregio di trascurar le leggi della pulizia. In un'opera satirica, destinata per comparire al pubblico, l'Imperatore decanta con piacere, ed eziandio con vanità la lunghezza dello sue ugne, ed il color d'inchiostro delle sue mani; dichiara, che sebbene la maggior parte del suo corpo fosse coperta di peli, l'uso del rasoio era limitato al solo suo capo; e vanta con visibile compiacenza l'irsuta, e _popolata_[362] barba, ch'egli ad esempio de' Greci filosofi amava teneramente. Se Giuliano consultato avesse i puri dettami della ragione, il primo Magistrato de' Romani avrebbe deriso l'affettazione di Diogene egualmente che quella di Dario.

Ma sarebbe restata imperfetta l'opera della pubblica riforma, se Giuliano soltanto avesse corretto gli abusi, senza punire i delitti del regno del suo predecessore. «Noi siamo adesso maravigliosamente liberati» dic'egli in una lettera famigliare ad uno de' suoi intimi amici «dalle fauci voraci dell'Idra[363]. Io non intendo d'applicar quest'epiteto al mio fratello Costanzo. Esso non è più; possa la terra esser leggiera sopra il suo capo! Ma gli artificiosi e crudeli suoi favoriti procuravano d'ingannare e di inasprire un Principe, di cui non può lodarsi la natural dolcezza senza qualche sforzo d'adulazione. Ciò nonostante non è mia intenzione, che anche questi uomini vengan oppressi; sono essi accusati, e goderanno il vantaggio d'un giusto imparziale processo». Per dirigere quest'esame, Giuliano deputò sei Giudici del più alto grado nello Stato, o nell'esercito; e siccome desiderava d'evitar la taccia di condannare i suoi personali nemici, stabilì a Calcedonia sulla parte Asiatica del Bosforo quel tribunale straordinario; e diede a' Commissari un assoluto potere di pronunziare, e d'eseguire la lor sentenza definitiva senza dilazione e senz'appello. S'esercitò l'uffizio di presidente dal venerabil Prefetto Orientale, secondo Sallustio[364]. Le sue virtù gli conciliaron la stima dei Greci sofisti, e de' Vescovi Cristiani. Fu egli assistito dall'eloquente Mammertino[365], uno de' Consoli eletti, di cui altamente si celebra il merito dalla dubbiosa testimonianza del suo proprio applauso. Ma il sapere civile de' due Magistrati fu contrabbilanciato dalla feroce violenza de' quattro Generali Nevitta, Agilone, Giovino ed Arbezione. Quest'ultimo, che il Pubblico avrebbe veduto con minor maraviglia a' cancelli, che sul tribunale, si supponeva che avesse il segreto della commissione. Circondavano il Tribunale gli armati ed ardenti Capitani delle bande Gioviana, ed Erculea; ed i Giudici eran dominati a vicenda dalle leggi della giustizia, e da' clamori della fazione[366].

Il ciamberlano Eusebio, che aveva per tanto tempo abusato del favor di Costanzo, espiò con una ignominiosa morte l'insolenza, la corruzione, e la crudeltà del servile suo regno. L'esecuzioni di Paolo e d'Apodemio (il primo de' quali fu bruciato vivo) si riceveron come una non adeguata espiazione dalle vedove e dagli orfani di tante centinaia di Romani, che que' legali tiranni avevan traditi e posti a morte. Ma la giustizia medesima (se è permesso d'usare la patetica espressione d'Ammiano[367]), parve che piangesse il fato d'Ursulo, tesorier dell'Impero, ed il suo sangue accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si eran opportunamente sollevate le strettezze dall'intrepida liberalità di quell'onesto ministro. Il furor dei soldati, che egli aveva irritati con la sua indiscretezza, fu la causa e la scusa della sua morte, e l'Imperatore, profondamente colpito da' propri rimorsi e da quelli del pubblico, diede qualche conforto alla famiglia d'Ursulo, mediante la restituzione de' confiscati suoi beni. Avanti la fine dell'anno, in cui vennero decorati delle insegne della Pretura e del Consolato[368], Tauro e Florenzio ridotti furono ad implorar la clemenza dell'inesorabil tribunale di Calcedonia. Il primo fu bandito a Vercelli in Italia, e contro il secondo fu pronunziata sentenza di morte. Un Principe saggio avrebbe premiato il delitto di Tauro. Il fedel ministro, quando non fu più capace d'opporsi al progresso d'un ribelle, erasi rifuggito nella Corte del suo benefico e legittimo Principe. Ma la colpa di Florenzio giustificò il rigore de' giudici; e la sua fuga servì a manifestare la magnanimità di Giuliano, che nobilmente frenò l'interessata diligenza di un delatore, e ricusò di sapere qual luogo celasse il misero fuggitivo dal giusto suo sdegno[369]. Alcuni mesi dopo che fu disciolto il tribunale di Calcedonia, furono decapitati in Antiochia il Vicario pretorio d'Affrica, il notaro Gaudenzio ed Artemio[370] duce d'Egitto. Artemio aveva dominato da corrotto e crudel tiranno sopra una gran provincia; Gaudenzio avea lungamente praticato le arti della calunnia contro gl'innocenti, i virtuosi, ed eziandio contro la persona di Giuliano medesimo. Pure furono così mal maneggiate le circostanze del processo e della condanna loro, che questi malvagi uomini ottennero nella pubblica opinione la gloria di patire per l'ostinata fedeltà, con cui sostenuto avevan la causa di Costanzo. Gli altri suoi servi furon difesi da un atto di generale obblivione; e fu lasciato che impunemente godessero i doni, che aveano accettati o per difender gli oppressi, o per opprimere i nemici. Quest'atto, che secondo i più alti principj di politica può meritar la nostra approvazione fu eseguito in un modo, che parve degradasse la maestà del trono. Giuliano era tormentato dalle importunità d'una moltitudine, in particolare d'Egiziani, che altamente richiedevano i doni, che per imprudenza o illegittimamente avean fatti; egli previde la infinita catena di vessanti liti; e s'obbligò con una promessa, che avrebbe sempre dovuto essere inviolabile, che se fossero essi comparsi a Calcedonia, avrebbe ascoltato in persona, e decise le loro querele. Ma tosto che furono sbarcati, mandò un ordine assoluto che vietava a' marinari di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno; e così ritenne i suoi sconcertati clienti sul lido Asiatico, finchè dopo d'aver esausta tutta la lor pazienza, e il denaro, furon costretti a tornare con isdegnosi lamenti al nativo loro paese[371].

Il numeroso esercito di spie, di agenti, e di delatori, ascoltati da Costanzo per assicurare il riposo di un uomo solo, e per turbar quello di milioni d'uomini, fu immediatamente disperso dal generoso di lui successore. Giuliano era lento ne' sospetti, e mite nelle pene, ed il suo disprezzo de' tradimenti era un risultato di giudizio, di vanità e di coraggio. Sapendo di avere un preminente merito, egli era persuaso che pochi fra' suoi sudditi avrebbero ardito d'affrontarlo in campo, d'insidiar la sua vita, o anche di occupare il vacante suo trono. Come filosofo potea scusare le precipitate imprudenze del malcontento; e com'Eroe potea disprezzar gli ambiziosi progetti, che sorpassavano la fortuna o l'abilità di temerari cospiratori. Un cittadino d'Ancira s'era preparato un abito di porpora; e questa imprudente azione, che sotto il regno di Costanzo si sarebbe risguardata come un delitto capitale[372], fu riferita a Giuliano dall'officiosa importunità d'un privato nemico. Il Monarca, fatta qualche ricerca intorno al grado ed al carattere del suo rivale, rimandò l'accusatore col presente d'un paio di scarpe di porpora per compir la magnificenza dell'Imperiale sua veste. Si formò una cospirazione più pericolosa da dieci guardie domestiche, le quali avean risoluto di ammazzar Giuliano nel campo degli esercizi vicino ad Antiochia. La loro intemperanza rivelò il delitto; ed essi furon condotti in catene alla presenza dell'ingiuriato loro Sovrano, che dopo una viva rappresentazione della malvagità e follìa di loro intrapresa, invece d'una tormentosa morte ch'essi meritavano ed aspettavano, pronunziò la sentenza d'esilio contro i due rei principali. L'unico fatto in cui parve che Giuliano si scostasse dalla solita sua clemenza, fu la esecuzione d'un temerario giovane, che aspirato aveva con una debole mano a prender le redini dell'Impero. Ma questo giovane era figlio di Marcello, Generale di cavalleria, che nella prima campagna della guerra Gallica avea disertato dalle bandiere di Cesare e della Repubblica. Senz'apparire di secondare il personale suo sdegno, Giuliano potea facilmente confondere il delitto del figlio e del padre; ma fu acquietato dal dolore di Marcello, e la generosità dell'Imperatore procurò di medicar la ferita ch'era stata fatta dalla mano della giustizia[373].

Giuliano non era insensibile a' vantaggi della libertà[374]. Mercè de suoi studi aveva succhiato lo spirito degli antichi Saggi ed Eroi; la sua vita e fortuna era stata sottoposta al capriccio d'un tiranno; e quando salì sul trono, la sua vanità veniva qualche volta mortificata dalla riflessione che schiavi, i quali non avessero ardito di censurare i suoi difetti, non erano degni d'applaudire alle sue virtù[375]. Egli sinceramente abborriva il sistema d'oriental dispotismo, che Diocleziano, Costantino, e la paziente abitudine d'ottanta anni avevano stabilito nell'Impero. Un motivo di superstizione lo distornò da eseguire il disegno, che più volte avea meditato, di sgravare il suo capo dal peso d'un grave diadema[376]: ma ricusò assolutamente il titolo di _Dominus_ o di _Signore_[377], voce, ch'era diventata sì famigliare agli orecchi de' Romani, che non si ricordavano più della servile ed umiliante sua origine. S'amava l'uffizio o piuttosto il nome di Console da un Principe, che contemplava con rispetto le rovine della Repubblica; e l'istesso contegno, che Augusto aveva tenuto per prudenza, fu da Giuliano adottato per scelta e per inclinazione. Nelle calende di Gennaio, allo spuntar del giorno, i nuovi Consoli, Mammertino e Nevitta, s'affrettarono d'andare al palazzo per salutare l'Imperatore. Tosto che fu informato del loro arrivo, scese dal trono, s'avanzò in fretta ad incontrarli, e costrinse i Magistrati, pieni di rossore, a ricevere le dimostrazioni della sua affettata umiltà. Dal palazzo si portarono al Senato. L'Imperatore andò a piedi avanti alle loro lettighe, e la moltitudine, osservandolo, ammirava l'immagine dei tempi antichi, ovvero segretamente biasimava una condotta che a' lor occhi avviliva la maestà della porpora[378]. Ma il contegno di Giuliano fu sostenuto con uniformità. Nel tempo de' giuochi del Circo egli aveva, o a caso, o premeditatamente, fatta la manumissione d'uno schiavo alla presenza del Console. Ma quando si sovvenne d'aver invasa la giurisdizione di un _altro_ Magistrato, si condannò al pagamento di dieci libbre d'oro; e prese quest'occasione, per dichiarar pubblicamente al Mondo, ch'egli era soggetto come gli altri suoi concittadini, alle leggi[379] ed anche alle formalità della Repubblica. Lo spirito della sua amministrazione ed il riguardo ch'ebbe al luogo della sua nascita, mossero Giuliano a conferire al Senato di Costantinopoli gli stessi onori, privilegi, ed autorità, che tuttavia si godevano dal Senato dell'antica Roma[380]. Fu introdotta, ed appoco appoco stabilita una finzione legale, che la metà del consiglio nazionale fosse passata in Oriente; e i dispotici successori di Giuliano, accettando il titolo di Senatori, si riconoscevano membri d'un rispettabile Corpo, a cui era permesso di rappresentare la maestà del nome Romano. Da Costantinopoli s'estese l'attenzion del Monarca a' Senati Municipali delle Province. Abolì con più editti le ingiuste e perniciose esenzioni, che avevano tolto tanti oziosi cittadini al servigio della patria; ed imponendo una distribuzione eguale di pubblici tributi, restituì la forza, lo splendore, o secondo la viva espression di Libanio[381], l'anima alle spiranti città dell'Impero. La venerabile antichità della Grecia eccitava nell'animo di Giuliano la più tenera compassione; egli si sentiva rapire, quando si rammentava degli Dei, degli Eroi, e degli uomini superiori agli Eroi ed agli Dei, che avevan lasciato all'ultima posterità i monumenti del loro genio, e l'esempio delle loro virtù. Sollevò le angustie, e restituì la bellezza alle città d'Epiro, e del Peloponeso[382]. Atene lo riconobbe per suo benefattore; Argo per liberatore. L'orgoglio di Corinto, che risorgeva dalle sue rovine con gli onori di colonia Romana, esigeva un tributo dalle vicine Repubbliche per le spese de' giuochi dell'Istmo, che si celebravano nell'anfiteatro con la caccia di orsi, e pantere. Le città d'Elide, di Delfo, e d'Argo, le quali avevano ereditato da' remoti loro Maggiori il sacro uffizio di perpetuare i giuochi Olimpici, Pitj, e Nemei, pretendevano una giusta esenzione da questo tributo. I Corintj rispettarono l'immunità d'Elide, e di Delfo; ma la povertà d'Argo tentò l'insolenza della oppressione, e fu imposto silenzio alle deboli querele de' suoi deputati dal decreto d'un Magistrato provinciale, che pare avesse consultato soltanto l'interesse della capitale in cui risiedeva. Sette anni dopo questa sentenza, Giuliano[383] concesse che la causa fosse rivista in un tribunal superiore; e s'interpose la sua eloquenza, molto probabilmente con successo felice, in difesa d'una città ch'era stata la sede reale d'Agamennone[384], ed avea dato alla Macedonia una stirpe di conquistatori e di Re[385].

La faticosa amministrazione degli affari militari e civili, ch'eran moltiplicati a misura dell'estensione dell'Impero, esercitò l'abilità di Giuliano; ma egli di più frequentemente assumeva i caratteri di Oratore[386], e di Giudice[387], che son quasi incogniti a' moderni Sovrani d'Europa. Le arti della persuasione, sì diligentemente coltivate da' primi Cesari, si trascurarono dalla militar ignoranza e dall'Asiatico orgoglio de' lor successori; e se condiscendevano ad arringare i soldati, ch'essi temevano, trattavan con tacito orgoglio i Senatori, che disprezzavano. Le assemblee del Senato, che s'erano evitate da Costanzo, si risguardarono da Giuliano come il luogo dove spiegar potesse con la maggior decenza le massime di un repubblicano, ed i talenti di un retore. Alternativamente praticava, come in una scuola di declamazione, le varie maniere di lode, di censura, di esortazione; ed il suo amico Libanio ha osservato, che lo studio d'Omero insegnogli ad imitare il semplice e conciso stile di Menelao, la copia di Nestore, di cui le parole cadevano come fiocchi di neve nell'inverno, o la forte e patetica eloquenza d'Ulisse. Le funzioni di Giudice, che sono alle volte incompatibili con quelle di Principe, s'esercitavano da esso non solo come un dovere, ma eziandio come un divertimento; e sebbene potesse fidarsi dell'integrità, e del discernimento de' suoi Prefetti del Pretorio, spesso tuttavia ponevasi loro a lato sul tribunale. L'acuta penetrazione della sua mente piacevolmente s'occupava in discoprire, ed abbattere i cavilli degli Avvocati, che si studiavano di mascherare la verità de' fatti, e di pervertire il senso delle leggi. Qualche volta per altro dimenticò la gravità del suo posto, fece questioni indiscrete o inopportune, e dimostrò coll'alto suo tuono di voce, e coll'agitazione del corpo l'ardente veemenza con cui sosteneva la sua opinione contro i Giudici, gli Avvocati e i loro clienti. Ma la cognizione che avea del proprio temperamento, fece sì che incoraggiasse, ed anche sollecitasse la riprensione de' suoi ministri ed amici; ed ogni volta ch'essi osavano d'opporsi all'impeto sregolato di sue passioni, gli spettatori poterono osservare il rossore, ugualmente che la riconoscenza del loro Monarca. I decreti di Giuliano eran quasi sempre appoggiati a' principi di giustizia; ed egli avea la fermezza di resistere alle più pericolose tentazioni, che assalgono il tribunal d'un Sovrano sotto le speciose apparenze di compassione, e d'equità. Decideva il merito della causa senza pesare le circostanze delle parti; ed il povero, ch'esso desiderava di sollevare, veniva condannato a soddisfar le giuste domande di un nobile e ricco avversario. Distingueva con esattezza il giudice dal legislatore[388]; e quantunque meditasse di fare una riforma necessaria alla Romana Giurisprudenza, pure pronunziava le sentenze secondo la stretta e letterale interpretazione di quelle leggi, che i magistrati obbligati erano ad eseguire, ed i sudditi ad osservare.

In generale, se i Principi, spogliati della porpora, fosser gettati nudi nel Mondo, essi cadrebbero immediatamente nella classe più bassa della società, senza speranza d'uscire dall'oscurità loro. Ma il merito personale di Giuliano era in qualche modo indipendente dalla sua fortuna. Qualunque genere di vita avesse egli scelto, per la forza dell'intrepido suo coraggio, dello spirito vivace, e dell'intensa applicazione, avrebbe ottenuto, o almeno meritato i più alti onori della professione, che avesse abbracciato. Giuliano avrebbe potuto per se stesso innalzarsi al grado di Ministro o di Generale in quello Stato, in cui fosse nato privato cittadino. Se il geloso capriccio del potere avesse deluso le sue speranze; o s'egli avesse prudentemente deviato dal sentiero della grandezza, l'uso degli stessi talenti in una studiosa solitudine avrebbe posto la sua felicità presente e la sua fama immortale al di sopra della giurisdizione dei Re. Quando noi guardiamo con minuta, o forse malevola attenzione il ritratto di Giuliano, sembra che manchi qualche cosa alla grazia, e perfezione dell'intiera figura. Il suo genio era meno potente e sublime di quello di Cesare, nè possedeva la consumata prudenza d'Augusto; le virtù di Traiano appariscono più stabili e naturali, e la filosofia di Marco è più semplice e soda. Nondimeno Giuliano sostenne l'avversità con fermezza, e la prosperità con moderazione. Dopo lo spazio di centoventi anni dalla morte d'Alessandro Severo, i Romani videro un Imperatore, che non distingueva i propri doveri da' suoi piaceri; che procurava di sollevare le angustie, e di far risorgere lo spirito de' suoi sudditi; e che cercava sempre d'unire l'autorità con il merito e la felicità con la virtù. Anche la fazione, e la fazion religiosa fu costretta a riconoscere la superiorità del suo genio in pace ed in guerra, ed a confessare sospirando, che l'apostata Giuliano fu amante della sua patria, e meritò l'Impero del Mondo[389].

NOTE:

[305] _Omnes qui plus poterant in palatio, adulandi professores jam docti, recte consulta prospereque completa vertebant in deridiculum, talia sine modo strepentes insulse; in odium venit cum victoriis suis; capella, non homo; ut hirsutum Julianum carpentes, appellantesque loquacem talpam, et purpuratam simiam, et litterionem Graecum: et his congruentia plurima atque vernacula Principi resonantes, audire haec taliaque gestienti, virtutes ejus obruere verbis impudentibus conabantur, et segnem incessentes, et timidum et umbratilem, gestaque secus verbis comptioribus exornantem._ Ammian. XVIII. 11.

[306] Ammiano XVI. 12. L'oratore Temistio (IV. _p._ 56, 57) credè tutto ciò che si conteneva nelle lettere Imperiali, spedite al Senato di Costantinopoli. Aurelio Vittore, che pubblicò il suo compendio nell'ultimo anno di Costanzo, attribuisce le vittorie Germaniche alla _saviezza_ dell'Imperatore ed alla _fortuna_ di Cesare. Pure l'Istorico poco dopo fu debitore al favore o alla stima di Giuliano dell'onore di una statua di rame, e degl'importanti uffizj di Consolare della seconda Pannonia e di Prefetto di Roma. Ammiano XXI. 10.

[307] _Callido nocendi artificio accusatoriam diritatem laudum titulis peragebant... Hae voces fuerunt ad inflammanda odia probris omnibus potentiores._ Vedi Mammertino _in act. Gratiar. in Vet. Paneg._ XI. 5. 6.