Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04
Part 15
Dopo un penoso contrasto, Giuliano fu costretto a riconoscere, che l'ubbidienza era la virtù propria del suddito più eminente, e che al solo Sovrano toccava di giudicare del pubblico bene. Ei diede gli ordini opportuni per eseguire la volontà di Costanzo; una parte delle truppe incominciò a marciare per le alpi; e dalle varie guarnigioni si mossero i distaccamenti verso i rispettivi luoghi d'unione. Avanzavano essi con difficoltà fra la tremante, e spaventata folla di Provinciali, che procuravan d'eccitare la lor pietà con tacita disperazione o con alti lamenti, nel tempo che le mogli de' soldati, tenendo in braccio i lor figli, accusavano l'abbandono de' loro mariti in un linguaggio misto di dispiacere, di tenerezza, e di sdegno. Questa scena di mestizia afflisse l'umanità di Cesare; egli concesse un numero sufficiente di carri per trasportare le mogli e le famiglie de' soldati[310], procurò d'alleggerire i travagli, ch'era costretto d'imporre, ed accrebbe con le più lodevoli arti la sua popolarità, e il disgusto dell'esuli truppe. La tristezza d'una moltitudine armata presto si converte in furore; i liberi discorsi, che si comunicavan di tenda in tenda sempre con maggiore audacia ed effetto, prepararono i loro animi ai più arditi atti di sedizione, e mediante la connivenza dei Tribuni fu segretamente sparso un opportuno libello in cui dipingevasi con vivi colori la disgrazia di Cesare, l'oppressione dell'esercito Gallico, e gl'imbelli vizi del tiranno dell'Asia. I servi di Costanzo rimasero sorpresi ed agitati dal progresso di tale spirito pericoloso. Stimolarono Cesare ad affrettar la partenza delle truppe; ma imprudentemente rigettarono l'onesto o giudizioso consiglio di Giuliano, che proponeva loro di non muovere le schiere verso Parigi, ed indicava il pericolo e la tentazione d'un ultimo abboccamento.
Tostochè fu annunziato l'avvicinarsi delle truppe, Cesare andò loro incontro e salì sul suo Tribunale che era stato eretto in una pianura fuori delle porte della Città. Dopo d'aver distinto gli Uffiziali ed i soldati, che pei loro posti ed azioni meritavan particolare attenzione, Giuliano si voltò con una studiata orazione alla moltitudine ohe lo circondava; celebrò con grato applauso le loro imprese, gl'incoraggiò ad accettare con allegrezza l'onore di militar sotto gli occhi d'un potente e generoso Monarca, e gli avvertì che i comandi d'Augusto richiedevano un immediata e volontaria ubbidienza. I soldati, che temevan d'offendere il lor Generale con indecenti clamori, o di mentire i lor sentimenti con false e venali acclamazioni, conservarono un ostinato silenzio, e dopo breve posa furono rimandati a' loro quartieri. I principali Uffiziali ammessi furono alla mensa di Cesare, che protestava, col più tenero linguaggio dell'amicizia, il desiderio che aveva, e l'impotenza in cui si trovava di premiare, secondo i lor meriti, i prodi compagni delle sue vittorie. Essi partiron da tavola pieni di dolore e di pensieri, e si dolevano della durezza di loro sorte, che dividevagli dall'amato lor Generale, e dal lor paese nativo. Fu arditamente discusso, ed approvato l'unico espediente, che impedir potesse quella separazione; lo sdegno popolare si ridusse a poco o poco ed una regolare cospirazione; si ampliarono dalla passione i giusti motivi di querela; e siccome nella vigilia della partenza permettevasi alle truppe una licenziosa ricreazione, le loro passioni furono anche infiammate dal vino. Alla mezza notte l'impetuosa moltitudine con spade, con bicchieri, e con faci alla mano corse ne' sobborghi; circondò il palazzo[311]; e non curando il futuro pericolo, pronunziò le fatali e irrevocabili parole: _Giuliano Augusto_. Il Principe, la cui ansiosa sospensione veniva interrotta dalle disordinate loro declamazioni, assicurò le porte, affinchè non s'introducessero nel palazzo; e per quanto fu in suo potere, non espose la propria persona e dignità agli accidenti d'un notturno tumulto. Allo spuntar del giorno i soldati, lo zelo de' quali era irritato dalla opposizione, entraron per forza nel palazzo; s'impadronirono con rispettosa violenza dell'oggetto della loro scelta, accompagnarono con spade sguainate Giuliano per le strade di Parigi, lo collocarono sul Tribunale, e con replicate grida lo salutarono Imperatore. La prudenza non meno che la fedeltà gl'inculcarono il dovere di resistere a' lor ribelli disegni, e di preparare alla sua oppressa virtù la scusa della violenza. Volgendosi or alla moltitudine, or agl'individui, ora implorava la lor compassione, ora esprimeva il suo sdegno; gli scongiurava a non macchiar la fama di loro immortali vittorie, e si avventurò a promettere, che se immediatamente tornavano al lor dovere, avrebbe procurato d'ottener dall'Imperatore non solo un libero e grazioso perdono, ma anche la rivocazione degli ordini, che avevano eccitato la loro collera. Ma i soldati, che conoscevan la propria colpa, vollero piuttosto dipendere dalla gratitudine di Giuliano, che dalla clemenza dell'Imperatore. Il loro zelo insensibilmente si ridusse ad impazienza, e l'impazienza a furore. L'inflessibil Cesare sostenne fino all'ora terza del giorno le preghiere, i rimproveri e le minacce di essi; nè volle cedere fintantochè non l'ebbero assicurato più volte, che s'egli voleva vivere, bisognava che acconsentisse a regnare. Fu innalzato sopra uno scudo in presenza, e fra le unanimi acclamazioni delle truppe; supplì alla mancanza del diadema[312] un ricco collar militare, che trovarono a caso; la ceremonia si terminò con la promessa d'un moderato donativo[313]; ed il nuovo Imperatore, oppresso da un vero o affettato rammarico, si ritirò ne' più segreti recessi del suo appartamento[314].
Poteva il dispiacer di Giuliano provenire solo dalla sua innocenza; ma questa deve apparire estremamente dubbiosa[315] agli occhi di quelli, che hanno appreso a sospettare de' motivi, e delle proteste dei Principi. Il suo attivo e vivace spirito era suscettibile delle diverse impressioni di speranza e di timore, di gratitudine e di vendetta, di dovere e d'ambizione, d'amor della fama e di timor del biasimo. Ma è impossibile per noi il calcolare il respettivo peso, e l'azione di tali sentimenti, o il determinare i principj agenti, che sfuggir potevano all'osservazione di Giuliano medesimo, mentre ne guidavano, o piuttosto ne spingevano i passi. Il disgusto delle truppe nasceva dalla malizia de' nemici di lui; il loro tumulto era un effetto naturale dell'interesse e della passione; e se Giuliano tentato avesse di nascondere un alto disegno sotto le apparenze del caso, avrebbe dovuto impiegare il più consumato artifizio senza necessità, e probabilmente senza frutto. Egli solennemente dichiara in faccia a Giove, al Sole, a Marte, a Minerva ed a tutte le altre divinità, che sino al termine della sera, che precedè la sua elevazione, fu affatto ignorante dei disegni de' soldati[316]; e potrebbe sembrar poco generoso il non credere all'onor d'un Eroe, ed alla veracità d'un Filosofo. Pure la superstiziosa credenza che Costanzo fosse il nemico, ed egli il favorito degli Dei, poteva fargli desiderare, promuovere, ed anche affrettare il fausto momento del proprio regno, ch'era predestinato a restaurar l'antica religione dell'uman genere. Quando Giuliano ebbe avuto notizia della cospirazione, si abbandonò ad un breve sonno; e dopo raccontava a' suoi amici d'aver veduto il Genio dell'Impero, che aspettava con impazienza alla sua porta, chiedendo con premura d'esser ammesso, e rimproverando la sua mancanza di coraggio, e d'ambizione[317]. Attonito e perplesso indirizzò le sue preghiere al gran Giove, che immediatamente con un chiaro e manifesto augurio indicogli di sottomettersi alla volontà del Cielo e dell'esercito. Allorchè uno spirito di fanatismo, sì credulo nel tempo stesso e sì artificioso, s'è insinuato in un'anima nobile, insensibilmente corrode i vitali principj di veracità, e di virtù.
Moderare lo zelo del suo partito, protegger le persone de' suoi nemici[318], render vane, e disprezzar le segrete intraprese, che si facevano contro la sua vita e dignità, eran le cure che occuparono i primi giorni del nuovo Imperatore. Quantunque fosse fermamente risoluto di mantenersi nel posto, che aveva acquistato, era tuttavia desideroso di salvare lo Stato dalle calamità d'una guerra civile, d'evitar di combattere con le superiori forze di Costanzo, e di liberare il proprio carattere dalla taccia di perfidia e d'ingratitudine. Adornato delle insegne della pompa militare ed Imperiale, Giuliano si mostrò nel campo di Marte ai soldati, che ardevano d'un fervido entusiasmo nella causa del loro pupillo, capitano, ed amico. Egli recapitolò le loro vittorie, si dolse de' loro travagli, ne applaudì la risoluzione, ne animò le speranze, e ne frenò l'impetuosità; nè licenziò l'assemblea finchè non ebbe ottenuto una solenne promessa dalle truppe, che se l'Imperatore d'Oriente avesse voluto divenire ad un discreto trattato, essi avrebbero rinunziato ad ogni mira di conquista, e si sarebbero contentati del tranquillo possesso delle Province di Gallia. Su tal fondamento egli compose in nome proprio e dell'esercito, una speciosa, e moderata lettera[319], che fu consegnata a Pentadio, suo Maestro degli uffizj, e ad Euterio suo Ciamberlano, ch'esso destinò Ambasciatori per ricevere la risposta, ed osservar le disposizioni di Costanzo. In questa lettera egli si dà il modesto nome di Cesare. Ma richiede in una perentoria, sebben rispettosa maniera, la conferma del titolo d'Augusto. Egli confessa l'irregolarità della sua elezione, mentre in qualche modo giustifica il risentimento e la violenza delle truppe, che avevano estorto a forza il suo consenso. Riconosce la superiorità del fratello Costanzo; e s'impegna a mandargli un annuo presente di cavalli Spagnuoli, di reclutarne l'esercito con uno scelto numero di giovani barbari, e di ricever dalle mani di lui un Prefetto del Pretorio di provata discrezione e fedeltà. Ma si riserva l'elezione degli altri Uffiziali civili e militari con le truppe, l'entrate, e la sovranità delle Province oltre l'Alpi. Avverte l'Imperatore a consultare i dettami della giustizia; a diffidare degli artifizi di que' venali adulatori, che non sussistono che per le discordie de' Principi; e ad abbracciare l'offerta d'un equo ed onorevol trattato, vantaggioso alla Repubblica ugualmente che alla casa di Costantino. In questa negoziazione Giuliano non chiedeva più di quello che già possedeva. L'autorità delegata, che da gran tempo esercitava sulle Province di Gallia, di Spagna, e della Gran-Brettagna si continuò a venerare sotto un nome più indipendente ed augusto. I soldati ed il popolo furon contenti d'una rivoluzione, che non venne macchiata neppure dal sangue de' rei. Florenzio fuggì; Lupicino fu arrestato. Quelli, che non amavano il nuovo governo, furono disarmati, e posti in sicuro; e si distribuirono gli uffizj vacanti, secondo la raccomandazione del merito, da un Principe che disprezzava gl'intrighi del palazzo, ed i clamori de' soldati[320].
I trattati di pace venivano accompagnati e sostenuti dalle più vigorose preparazioni per la guerra. L'esercito, che Giuliano teneva pronto per agire immediatamente, fu reclutato ed accresciuto da' disordini de' tempi. La crudel persecuzione del partito di Magnenzio aveva riempito la Gallia di numerose truppe di banditi, e di ladri. Questi volentieri accettaron l'offerta d'un generale perdono da un Principe del quale potevan fidarsi, si sottomisero al rigore della militar disciplina, e non ritennero che un odio implacabile contro la persona e il governo di Costanzo[321]. Subito che la stagione permise d'entrare in campagna, egli comparve alla testa delle sue legioni; gettò un ponte sul Reno nelle vicinanze di Cleves; e si preparò a gastigar la perfidia degli Attuarj, tribù di Franchi, i quali supponevano di poter devastare impunemente le frontiere d'un Impero diviso. La difficoltà, e la gloria di quest'impresa consisteva in una faticosa marcia; e Giuliano ebbe vinto, subito che gli riuscì di penetrare in un luogo che gli antecedenti Principi avevano stimato inaccessibile. Dopo d'aver concessa la pace a' Barbari, l'Imperatore visitò diligentemente le fortificazioni lungo il Reno da Cleves a Basilea; esaminò con particolar attenzione i territorj, che avea ricuperati dalle mani degli Alemanni, passò per Besanzone[322], che aveva molto sofferto dal lor furore, e fissò il suo principal quartiere a Vienna per il seguente inverno. Fu migliorata e fortificata la frontiera della Gallia con nuove fortificazioni; e Giuliano aveva qualche speranza, che i Germani, da esso tante volto soggiogati, potessero in assenza di lui esser tenuti a freno dal terror del suo nome. Vadomair[323] era l'unico Principe degli Alemanni, ch'egli stimava o temeva; e mentre l'astuto Barbaro affettava d'osservar la fede de' trattati, il progresso delle sue armi minacciava lo Stato d'una inopportuna, e pericolosa guerra. La politica di Giuliano condiscese a sorprendere il Principe degli Alemanni con le sue proprie arti; e Vadomair, che sotto il carattere d'amico aveva incautamente accettato un invito da' Governatori Romani, fu arrestato nel mezzo del convito, e mandato prigioniero nel cuor della Spagna. Avanti che i Barbari fosser rinvenuti dalla lor sorpresa, l'Imperatore comparve armato sulle sponde del Reno, ed attraversato un'altra volta il fiume, rinnovò le profonde impressioni di terrore e di rispetto, che si eran già fatte da quattro precedenti spedizioni[324].
Gli Ambasciatori di Giuliano avevano avuto l'ordine d'eseguire colla massima diligenza l'importante lor commissione. Ma nel passar che fecero per l'Italia e l'Illirico fur trattenuti dalle tediose ed affettate dilazioni de' Governatori delle Province; furon condotti a lente giornate da Costantinopoli a Cesarea in Cappadocia; e quando finalmente vennero ammessi alla presenza di Costanzo, trovarono ch'egli avea già concepito da' dispacci de' suoi Uffiziali la più svantaggiosa opinione della condotta di Giuliano e dell'esercito Gallico. Si ascoltarono le lettere con impazienza; i tremanti Ambasciatori furono licenziati con ira e disprezzo; e gli sguardi, i gesti, ed il furioso linguaggio del Monarca esprimevano il disordine dell'animo suo. Il domestico vincolo, che avrebbe potuto riconciliare il fratello e il marito d'Elena, di fresco erasi sciolto per la morte di quella Principessa, di cui la gravidanza era stata più volte infruttuosa, ed alla fine riuscille fatale[325]. L'Imperatrice Eusebia avea conservato fino all'ultimo momento della sua vita il tenero, ed anche geloso affetto, che concepito avea per Giuliano; e la dolce di lei autorità avrebbe potuto moderare lo sdegno d'un Principe, che, dopo la morte di quella, s'era abbandonato alle proprie passioni, ed alle arti de' suoi eunuchi. Ma il timore d'una straniera invasione l'obbligò a sospendere il gastigo d'un nemico domestico; continuò la sua marcia verso i confini della Persia, e stimò sufficiente l'indicare le condizioni, che avrebber potuto render Giuliano ed i suoi rei seguaci, degni della clemenza dell'offeso loro Sovrano. Egli esigeva, che il presuntuoso Cesare espressamente rinunziasse il nome e la dignità d'Augusto, che ricevuto avea da' ribelli; che discendesse all'antico suo posto di limitato e dipendente ministro; che rimettesse le forze dello Stato, e dell'armata nelle mani degli Uffiziali, ch'erano deputati dalla Corte Imperiale; e che affidasse la propria salute alle assicurazioni di perdono, che si portavano da Epitteto, Vescovo Gallico, ed uno degli Arriani favoriti di Costanzo. Inutilmente si consumarono varj mesi in una negoziazione, che si trattava alla distanza di tremila miglia tra Parigi ed Antiochia; e quando Giuliano s'accorse, che il suo moderato e rispettoso contegno non serviva che ad irritare l'orgoglio d'un implacabil nemico, arditamente risolse di commetter la sua vita e il suo stato alla sorte d'una guerra civile. Diede una pubblica, e militar udienza al Questore Leonas; fu letta la superba lettera di Costanzo all'attenta moltitudine; e Giuliano si protestò con la più adulante deferenza, ch'egli era pronto a dimettere il titolo d'Augusto, se poteva ottenere il consenso di quelli ch'ei riguardava come autori della sua elevazione. La timida proposizione impetuosamente fu rigettata, e da ogni parte del campo nel tempo stesso rimbombarono queste acclamazioni «Giuliano Augusto, continua a regnare per l'autorità dell'esercito, del popolo e della Repubblica, che hai salvata», onde spaventato rimase il pallido Ambasciator di Costanzo. In seguito fu letta una parte della lettera, in cui l'Imperatore accusava l'ingratitudine di Giuliano, ch'esso aveva insignito dell'onor della porpora; che aveva educato con tanta cura, e tenerezza; che aveva difeso nella sua infanzia, quando ei restò un orfano senza soccorso; «Orfano!» interruppe Giuliano, che giustificava la propria causa nel tempo che soddisfaceva le sue passioni; «L'assassino di mia famiglia mi rinfaccia che io rimasi orfano? Egli mi spinge a vendicar quelle ingiurie, che lungamente ho procurato di porre in obblio». Fu licenziata l'assemblea; e Leonas, che s'era difficilmente difeso dal furor popolare, fu mandato al suo Signore con una lettera, in cui Giuliano esprimeva co' tratti della più veemente eloquenza i sentimenti d'ira, d'odio, e di disprezzo, ch'erano stati soppressi ed inveleniti dalla dissimulazione di venti anni. Dopo questa ambasceria, che si potè risguardare come il segno d'una irreconciliabile guerra, Giuliano, che poche settimane avanti avea celebrato la festa Cristiana dell'Epifania[326], fece una pubblica dichiarazione ch'egli commetteva la cura della sua salvezza ai _Numi immortali_; e così rinunziò pubblicamente alla religione, ugualmente che all'amicizia di Costanzo[327].
La situazione di Giuliano richiedeva una vigorosa, ed immediata risoluzione. Egli aveva scoperto per mezzo di lettere intercettate, che l'avversario, sacrificando l'interesse dello Stato a quello del Monarca, aveva di nuovo eccitato i Barbari ad invader le Province dell'Occidente. La disposizione di due magazzini, stabiliti uno sulle sponde del lago di Costanza, l'altro a piè delle Alpi Cozie, pareva che indicasse la marcia di due armate; e la grandezza di que' magazzini, ciascheduno de' quali conteneva seicentomila sacca di grano, o piuttosto farina[328], era una minacciante prova della forza, e del numero de' nemici che si preparavano a circondarla. Ma le legioni Imperiali erano sempre nelle distanti Province dell'Asia; il Danubio era guardato debolmente, e se Giuliano con una repentina invasione riusciva ad occupare le importanti Province dell'Illirico, poteva sperare che sarebbe corso a' suoi stendardi un popolo di soldati, e che le ricche miniere d'oro e d'argento che v'erano, avrebbero contribuito alle spese della guerra civile. Propose quest'audace impresa all'assemblea de' soldati; inspirò loro una giusta fiducia nel Generale ed in se stessi; e gli esortò a mantenere la propria riputazione di esser terribili a' nemici, moderati verso i propri concittadini, ed ubbidienti a' loro Uffiziali. L'animoso di lui discorso fu ricevuto con le più alte acclamazioni, e le medesime truppe, che avean prese le armi contro Costanzo, quando intimò loro di abbandonare la Gallia, ora dichiarano allegramente che avrebber seguitato Giuliano fino alle ultime estremità dell'Europa o dell'Asia. Fu dato loro il giuramento di fedeltà; ed i soldati, facendo strepito con gli scudi, e ponendosi la punta delle spade nude alla gola, si obbligarono con le più orride imprecazioni al servizio d'un Capitano, ch'essi celebravano come il liberator della Gallia ed il vincitor de' Germani[329]. A tal solenne obbligazione, che pareva dettata dall'affetto più che dal dovere, non si oppose che il solo Nebridio, ch'era stato ammesso all'Uffizio di Prefetto del Pretorio. Il fedele Ministro, solo e senz'aiuto, sostenne i diritti di Costanzo in mezzo ad un'armata e fervida moltitudine, al furor della quale poco mancò, che non restasse onorevolmente, ma invano sacrificato. Dopo che un colpo di spada gli ebbe troncata una mano, egli abbracciò le ginocchia del Principe, che aveva offeso. Giuliano cuoprì il Prefetto col suo manto Imperiale, e difendendolo dal zelo de' suoi seguaci, lo mandò alla propria casa con minor rispetto di quello ch'era forse dovuto alla virtù d'un nemico[330]. Il sublime posto di Nebridio fu dato a Sallustio; e le Province di Gallia, che allora si trovavan libere dall'intollerabile oppression delle tasse, goderono dell'equa e dolce amministrazione dell'amico di Giuliano, a cui permettevasi di praticar quelle virtù, che aveva instillato nell'animo del suo allievo[331].