Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

Part 14

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[264] Atanasio aveva ultimamente mandato per Antonio e per alcuni dei suoi principali Monaci. Essi discesero dalla loro montagna, annunziarono agli Alessandrini la santità d'Atanasio, ed onorevolmente furono accompagnati dall'Arcivescovo fino alle porte della città. Atan. _T. II. p. 491, 492_. Vedi anche Ruffino III. 164. _Vit. Patr. p. 524_.

[265] Atanasio _Tom. I. p. 694_. Nel tempo che l'Imperatore o gli Arriani suoi segretari esprimono il loro sdegno, manifestano i timori e la stima che hanno d'Atanasio.

[266] Tali minute circostanze son curiose per esser letteralmente trascritte dalla protesta, che tre giorni dopo fu pubblicamente presentata da' Cattolici d'Alessandria. Vedi Atanasio _T. I. p. 867_.

[267] I Giansenisti hanno spesse volte paragonato Arnaldo con Atanasio, e si son diffusi con piacere sulla fede e sullo zelo, sul merito o sull'esilio di quei due celebri Dottori. Questo coperto paralello vien molto destramente maneggiato dall'Abbate della Bleterie. _Vie de Jov. T. I. p. 130._

[268] _Hinc jam toto orbe profugus Athanasius, nec ullus ei tutus ad latendum supererat locus. Tribuni, Praefecti, Comites, exercitus quoque ad pervestigandum eum moventur edictis Imperialibus; praemia delatoribus proponuntur, si quis eum vivum, si id minus, caput certe Athanasii detulisset._ Ruffino _l. I. c. 16_.

[269] Gregor. Nazianz. _Tom. I. Orat XXI. p. 584-385_. Vedi Tillemont _Mem. Eccl. Tom. VII. p. 176, 410, 820-880_.

[270] _Et nulla tormentorum vis inveniri adhuc potuit, quae obdurato illius tractus latroni invito elicere potuit, ut nomen proprium dicat._ Ammiano, XXII. 16 e Vales. _Iv._

[271] Ruffino _l. I. c. 18_. Sozomeno _l. IV. c. 10_. Questa e la seguente storia diverranno impossibili, se voglia supporsi che Atanasio continuasse ad abitar sempre nell'asilo che accidentalmente aveva preso.

[272] Palladio (_Hist. Lausiac. c. 136 in vit. Patr. p. 776_) che è l'originale autore di quest'aneddoto, aveva trattato con la fanciulla medesima, che nella sua vecchiezza rammentavasi ancora con piacere d'una sì pia ed onorevole conversazione. Io non posso ammettere la delicatezza del Baronio, del Valesio, del Tillemont, che quasi rigettano un racconto, sì indegno (com'essi credono) della gravità dell'Istoria Ecclesiastica.

[273] Atanasio _Tom. I. p. 869_. Io convengo col Tillemont (_Tom. VIII. p. 1197_), che le sue espressioni indicano una personale, sebbene forse occulta visita ai Sinodi.

[274] La lettera d'Atanasio ai Monaci è piena di rimproveri, che il Pubblico dee riconoscere per veri; (_Vol._ I, _p._ 834. 856), ed in ossequio dei suoi lettori vi ha introdotto i confronti di Faraone, di Acab, di Baldassarre ec. L'ardire d'Ilario fu meno pericoloso, se pubblicò la sua invettiva nella Gallia dopo la rivolta di Giuliano; ma Lucifero mandò i suoi libelli a Costanzo, e quasi acquistò il premio del martirio. Vedi Tillemont _T._ VII. _p._ 905.

[275] Atanasio (_Tom._ I. _p._ 811) si duole in generale di questa pratica, di cui dà in seguito un esempio (_p._ 861) nella pretesa elezione di Felice. Tre Eunuchi rappresentavano il Popolo Romano, e tre Prelati che seguivan la Corte, fecero le funzioni dei Vescovi delle Province Suburbicarie.

[276] Il Tomassino (_Disc. Eccl. Tom._ I. _lib._ II. _c._ 72, 73. _p._ 966-984) ha raccolto molti curiosi fatti sopra l'origine ed il progresso del canto nella Chiesa, tanto d'Oriente che di Occidente.

[277] Filostorg. _lib._ III. _c._ 13. Gottofredo ha esaminato questo punto con singolar esattezza _p._ 147 ec. Vi eran tre formule eterodosse, cioè «Al Padre _per_ il Figlio, e _nello_ Spirito Santo», «Al Padre _ed_ al Figlio _nello_ Spirito Santo» e «Al Padre _nel_ Figlio, _e_ Spirito Santo».

[278] Dopo l'esilio d'Eustazio sotto il regno di Costantino, il rigido partito degli Ortodossi formò una divisione che in Seguito degenerò in scisma, e durò più d'ottant'anni. Vedi Tillemont _Mem. Eccles. Tom._ VII. _p._ 35-54, 1137-1158. _Tom._ VIII. _p._ 573, 632, 1313-1332. In molte Chiese però gli Arriani, e gli Homoousiani, che aveano rinunziato alla _comunione_ fra loro, continuaron per qualche tempo ad unirsi nelle preghiere. Filostorg. _c._ 14.

[279] Intorno a questa ecclesiastica rivoluzione di Roma vedi Ammiano XV. 7. Atanas. _Tom._ I. _p._ 35. _q._ VI. Sozomeno _lib._ IV. _c._ 15. Teodoreto _lib._ II. _c._ 17. Sulp. Sev. _Hist. Sacr. lib._ II. _p._ 412. Girol. _Chron. Marcellin. et Faustin. libell. p._ 3. 4. Tillemont _Memoir. Eccl. Tom._ IV. _p._ 336.

[280] Cucuso fu l'ultimo Teatro della sua vita e de' suoi travagli. La situazione di quella solitaria città ne' confini della Cappadocia, della Cilicia, e dell'Armenia Minore ha prodotto qualche geografica perplessità; ma siam condotti al suo vero posto dal corso della strada Romana, che va da Cesarea ad Anazarbo. Vedi Cellar. _Geograph. Tom._ II. _p._ 213. Wesseling _ad itiner. p._ 179-703.

[281] Atanasio (_Tom._ I. _p._ 703, 813, 814) asserisce ne' termini più positivi, che Paolo fu ucciso e ne appella non solo alla pubblica fama, ma anche alla non sospetta testimonianza di Filagrio, uno dei persecutori Arriani. Pure conviene, che gli Eretici attribuivano a malattia la morte del Vescovo di Costantinopoli. Atanasio vien servilmente copiato da Socrate _l._ II. _c._ 6; ma Sozomeno che dimostra un'indole più ingenua, pretende (_l._ IV. _c._ 2) d'insinuare un prudente dubbio.

[282] Ammiano XIV. 10. rimette il lettore al racconto che fa egli stesso di questo tragico avvenimento. Ma non abbiamo più quella parte della sua storia.

[283] Vedi Socrate _lib._ II _c._ 6, 7, 12, 13, 15, 16, 26, 27, 38, e Sozomeno _lib._ III. 3, 4, 7, 9, _lib._ IV. _c._ 11, 21. Gli Atti di S. Paolo di Costantinopoli, dei quali Fozio ha fatto un estratto (_Biblioth. p._ 1419, 1430) non sono che una semplice copia di quest'Istorici; ma un Greco moderno, che potè scriver la vita d'un Santo, senz'aggiungervi favole o miracoli, ha diritto di esigere qualche lode.

[284] Socrate _lib._ II. _c._ 17, 38. Sozomeno _lib._ IV. _c._ 21. I principali assistenti di Macedonio nella persecuzione erano i due Vescovi di Nicomedia e di Cizico, che erano stimati per le loro virtù, e specialmente per la lor carità. Io non posso ritenermi dal rammentare al lettore, che la differenza fra _Homoousion_ e _Homoiousion_ è quasi invisibile all'occhio teologico più delicato.

[285] Noi non sappiamo la precisa situazione di Mantinio. Parlando di queste quattro bande di legionari, Socrate, Sozomeno, e l'Autore degli Atti di S. Paolo usano i termini generali di αριθμοι, φαλανγεϛ, ταγματα, (_numeri, falangi, ordini_) che Niceforo molto a proposito traduce per _migliaia_, Valesio, _ad Socrat. lib._ II. _c._ 38.

[286] Giulian. _Epist._ 52. _p._ 436. e _Spanem_.

[287] Vedi Ottato Millevit. (specialmente _l._ III. _c._ 4) coll'istoria de' Donatisti fatta dal Dupin, e i documenti originali posti al fine della sua edizione. Il Tillemont (_Mem. Eccl. Tom._ VI. _p._ 147-165) ha laboriosamente raccolte le numerose circostanze, rammentate da Agostino, del furore dei Circoncellioni contro altri, e contro se stessi; e spesse volte ha espresso, quantunque senza pensarvi, le ingiurie, che provocato avean questi fanatici.

[288] È molto piacevole l'osservare il linguaggio degli opposti partiti allorchè parlano delle medesime persone e delle medesime cose. Grato, Vescovo di Cartagine, incomincia le acclamazioni d'un Sinodo Ortodosso in tal modo: _Gratias Deo Omnipotenti, et Christo Jesu... qui imperavit religiosissimo Constanti Imperatori, ut votum gereret unitatis, et mitteret ministros sancti operis_ famulos Dei _Paulum et Macarium: Monum. vel ad Calcem Optati p._ 313. _Ecce subito_ (dice l'Autor Donatista della Passione di Marculo) _de Constantis Regis tyrannica domo... pollutum Macarianae persecutionis murmur increpuit; et_ duabus bestiis _ad Africam missis eodem scilicet Macario, et Paulo, execrandum prorsus ac dirum Ecclesiae certamen indictum est; ut Populus Christianus ad unionem cum traditoribus faciendam, nudatis militum gladiis, et draconum praesentibus signis et turbarum vocibus cogeretur: Monum. p._ 304.

[289] L'istoria dei Camisardi, stampata in 3 volumi in 12. a Villafranca nel 1760, può lodarsi come esatta ed imparziale. Per iscuoprire la religion dell'Autore si richiede qualche attenzione.

[290] I Donatisti suicidi allegavano a loro giustificazione l'esempio di Razia, riportato nel _cap._ 14. _del Lib._ II. _dei Maccabei_.

[291] _Nullas infestas hominibus bestias, ut sunt sibi ferales plerique Christianorum expertus._ Ammiano XXII. 5.

[292] Gregor. Naz. _Orat._ I. _p._ 33. Vedi Tillemont _Tom._ VI. _p._ 501. Ed. 4.

[293] _Hist. Polit. et Philos. des Etablissem. des Europ. etc. Tom. I. p._ 9.

[294] Secondo Eusebio _in vit. Const. l. II. c._ 45. l'Imperatore proibì tanto nelle città che in campagna τα μυσαρα... τηϛ Ειδωλολατρειαϛ, le abominevoli pratiche dell'idolatria. Socrate l. I. c. 17., e Sozomeno l. II. c. 4. 5. hanno rappresentato la condotta di Costantino con un giusto riguardo alla verità ed all'istoria, che si è trascurato da Teodoreto l. V. c. 21. e da Orosio VII. 28. _Tum deinde_ (dice quest'ultimo) _primus Constantinus justo ordine et pio vicem vertit edicto, siquidem statuit citra ullam hominum ecaedem Paganorum templa claudi._

[295] Vedi Eusebio _in vit. Const._ l. II. c. 56. 60. Nel discorso all'Assemblea dei Santi, che l'Imperatore pronunziò, quando era già maturo negli anni e nella pietà, dichiara agl'Idolatrici (c. XI) che era loro permesso d'offerir sacrifizi ed esercitare ogni atto del religioso lor culto.

[296] Vedi Euseb. _in vit. Const. l. III. c._ 54-58. e _l. IV. c._ 23. 25. Questi atti d'autorità posson paragonarsi alla soppressione de' Baccanali, ed alla demolizione del Tempio d'Iside, ordinate dai Magistrati di Roma Pagana.

[297] Eusebio _in vit. Const._ l. III. c. 54. e Libanio _Orat. Pro Templis p._ 9. 10. _Edit. Gothofr._ fanno menzione del pio sacrilegio di Costantino, che essi risguardavano in molto differente aspetto. L'ultimo espressamente dichiara, che «egli si servì del danaro sacro, ma non alterò il legittimo culto; i Tempj furono in vero impoveriti, ma vi si celebravano i riti Sacri.» Lardner. _Testim. Giudaic. et Pagan. etc. Vol. IV. p._ 140.

[298] Ammiano XXII. 4. parla di alcuni Eunuchi di Corte, che furono _spoliis templorum pasti_. Libanio dice _Orat. pro Templ. p._ 23., che l'Imperatore spesso donava un Tempio, come un cane, un cavallo, uno schiavo o una coppa d'oro; ma il devoto filosofo non lascia d'osservare, che ben di rado questi sacrileghi favoriti erano prosperati.

[299] Vedi Gothofr. _Cod. Theodos. Tom. VI. p._ 262. Liban. _Orat. Parent. c. X. in Fabric. Bibl. Graec. Tom. VII. p._ 235.

[300] _Placuit omnibus locis, atque urbibus universis claudi protinus Templa, et accessu vetitis omnibus licentiam delinquendi perditis abnegari. Volumus etiam cunctos a sacrificiis abstinere. Quod si quis aliquid forte hujusmodi perpetraverit, gladio sternatur: facultates etiam perempti Fisco decernimus vindicari; et similiter adfligi Rectores Provinciarum, si facinora vindicare neglexerint._ (_Cod. Theod. l. XVI. Tit. X. leg._ 4.). La Cronologia ha scoperto qualche contraddizione nella data di questa legge stravagante, ch'è l'unica forse, in cui la negligenza dei Magistrati sia punita con la morte e con la confiscazione dei beni. Il sig. della Bastia (_Mem. de l'Acad. Tom. XV. p._ 98.) congettura con un'apparenza di ragione, che questa non fosse che la minuta d'una legge, o il contenuto d'una costituzione che voleva farsi, e che si trovasse, _in scriniis memoriae_, fra i fogli di Costanzo, e dopo fosse inserita come un degno modello nel Codice Teodosiano.

[301] Simmaco _Epist._ X. 54.

[302] La dissertazione 4. del sig. della Bastia sul Pontificato degl'Imperatori Romani, nelle _Mem. de l'Accad. T. XV. p._ 75-144, è un'opera molto erudita e giudiziosa, che spiega lo stato e le prove di tolleranza circa il Paganesimo da Costantino fino a Graziano. Vien posta fuor d'ogni dubbio l'asserzione di Zosimo che Graziano fosse il primo a ricusare la veste Pontificale; e son quasi ridotte al silenzio le dicerie de' torcicotti su tale articolo.

[303] Siccome io mi sono anticipatamente servito de' termini di _Pagani_, e di _Paganesimo_, indicherò in questo luogo le singolari vicende di tali famose parole 1. παγη nel Dialetto Dorico, sì famigliare agl'Italiani, significa fontana, ed il vicinato rurale, che solea frequentarla; di qui prese il comun nome di _Pagus_ e di _Pagani_. (Vedi Festo a _questa parola_ e Servio _ad Virgil. Georg. II._ 382.) 2. Per una facil estensione di tal voce, divenner quasi sinonimi _Pagano_ e rurale (Plin. _Hist. Nat. XXVIII._ 5), e si diede quel nome agl'intimi villani, che poi nei moderni linguaggi d'Europa si è ridotto a quello di _paesani_, _contadini_. 3. L'eccessivo accrescimento dell'ordine militare introdusse la necessità d'un termine correlativo (Hume _Sagg. Vol. I. p._ 555.); e chiunque non era arrolato alla milizia del Principe, s'indicava col disprezzante nome di _Pagano_ (Tacit. _Hist. III._ 24. 43. 77. Giovenal. _Sat._ 16. Tertullian. _De Pall. c._ 4. 4). I Cristiani erano i soldati di Cristo; i loro avversari, che ricusavano il suo _Sacramento_, o giuramento militare del Battesimo, poterono meritare il titolo metaforico di _Pagani_; e questo popolar rimprovero s'introdusse fin dal regno di Valentiniano An. 365 nelle leggi Imperiali (_Cod. Theodos. lib. XVI. T. II. l._ 18.) e negli scritti Teologici. 5. Il Cristianesimo appoco appoco riempì le città dell'Impero; la vecchia religione al tempo di Prudenzio (_adv. Symmac. l._ I. _in fin_) e d'Orosio (_in praefat. Hist._) erasi ritirata e languiva negli oscuri villaggi; e la parola _Pagani_ tornò col nuovo significato alla primitiva sua origine. 6. Terminato che fu il culto di Giove e della sua famiglia, si è sucessivamente applicato il nome vacante di _Pagani_ a tutti gl'idolatri e politeisti sì dell'antico che del nuovo Mondo. 7. I Cristiani Latini lo diedero senza scrupolo, a' Maomettani, loro mortali nemici; ed i più puri _Unitarj_ furono infamati coll'ingiusta taccia d'Idolatria e di Paganesimo. Vedi Gerardo Voss. _Etymol. Ling. Lat._ nelle sue opere T. I. p. 420. Gottofredo _Comment. ad Cod. Theodos._ T. VI. p. 250. e Du Cange _Glossar. Med. et inf. Latin._

[304] Nel puro linguaggio della Jonia e d'Atene Ειδωλον, e Λατρεια eran parole antiche e famigliari. La prima esprimeva una somiglianza, un'apparizione, (Omero _Odiss. XI._ 601.) una rappresentazione, un'_immagine_ creata o dalla fantasia o dall'arte. La seconda indicava ogni specie di _servizio_ o di schiavitù. Gli Ebrei dell'Egitto, che tradussero la Scrittura dall'Ebraico, ristrinsero l'uso di queste parole (_Exod. XX._ 4. 5) al culto religioso d'un'immagine. Gli Scrittori Sacri ed Ecclesiastici hanno adottato questo particolar linguaggio degli Ellenisti, o Greci Ebrei, e si è data la taccia d'idolatria Ειδωλολατρεια a quella visibile ed abbietta specie di superstizione, che alcune Sette del Cristianesimo non dovrebbero esser così corrive ad imputare ai politeisti della Grecia e di Roma.

CAPITOLO XXII.

_Giuliano è dichiarato Imperatore dalle legioni della Gallia. Sua marcia e successo. Morte di Costanzo. Amministrazione civile di Giuliano._

Mentre i Romani languivano sotto l'ignominiosa tirannia degli Eunuchi e dei Vescovi, si ripetevano con trasporto le lodi di Giuliano in ogni parte dell'Impero, fuorchè nel palazzo di Costanzo. I Barbari della Germania avevan provato, e sempre temevano le armi del giovane Cesare. I suoi soldati erano i compagni della sua vittoria. I Provinciali pieni di gratitudine godevano le beneficenze del suo regno. Ma i favoriti che si erano opposti alla sua elevazione, guardavano di mal occhio le sue virtù, ed a ragione consideravan l'amico del popolo come un nemico della Corte. Fintanto che fu dubbiosa la fama di Giuliano, i buffoni del palazzo, periti nel linguaggio della satira, sperimentarono l'efficacia di quelle arti, ch'essi avevano tante volte praticate con felice successo. Facilmente notarono che la sua semplicità non era esente da affettazione; applicarono all'abito e alla persona del filosofo guerriero i ridicoli nomi d'irsuto selvaggio e di scimia vestita di porpora, e le sue modeste relazioni venivan criticate come vane ed elaborate finzioni d'un Greco loquace, e d'uno speculativo soldato, che aveva studiato l'arte della guerra nei giardini dell'Accademia[305]. La voce però della maliziosa follìa finalmente fu fatta tacere dal suono della vittoria; non si potè più dipingere il conquistatore dei Franchi e degli Alemanni come un oggetto di disprezzo; ed il Monarca medesimo era bassamente ambizioso di defraudare il suo luogotenente dell'onorevol premio di sue fatiche. Nelle lettere coronate di lauro, che, secondo l'antico costume, furono mandate alle Province, si omise il nome di Giuliano. «Costanzo avea fatte tutte le disposizioni della guerra in persona, egli avea segnalato il suo valore nelle linee; la sua condotta militare assicurato avea la vittoria, ed il Re dei Barbari gli era stato condotto prigioniero nel campo di battaglia»: dal quale in quel tempo era distante più di quaranta giornate di cammino[306]. Ma una favola sì stravagante non poteva ingannare la pubblica credulità, e neppur soddisfare l'orgoglio dell'Imperatore medesimo. Conoscendo segretamente che l'applauso ed il favor dei Romani accompagnava la nascente fortuna di Giuliano, il suo spirito malcontento era pronto a ricevere il sottile veleno di quegli artificiosi adulatori, che colorivano i lor malvagi disegni con le più belle apparenze di verità e di candore[307]. Invece di abbassare i meriti di Giuliano, essi ne confessavano, ed eziandio n'esageravano la fama popolare, l'eminente ingegno e gl'importanti servigi. Ma oscuramente accennavano, che le virtù di Cesare potevano ad un tratto convertirsi nei più pericolosi delitti, se l'incostante moltitudine preferito avesse le proprie inclinazioni al dovere, o se il Generale d'un vittorioso esercito fosse tentato di anteporre alla sua fedeltà le speranze della vendetta, o di una indipendente grandezza. I personali timori di Costanzo erano interpretati dal suo Consiglio come una lodevole ansietà per la pubblica salute; mentre in privato, e forse anche dentro a se stesso egli mascherava col men odioso nome di timore i sentimenti d'odio e d'invidia, che aveva segretamente conceputi per le inimitabili virtù di Giuliano.

[A. D. 360]

L'apparente tranquillità della Gallia, e l'imminente pericolo delle Province Orientali somministrarono uno specioso pretesto pei disegni che artificiosamente si concertarono dai ministri dell'Imperatore. Risolvettero essi di disarmar Cesare; di richiamare quelle fedeli truppe che guardavano la sua persona e dignità, e d'impiegare in una guerra lontana contro il Re di Persia i valorosi veterani che sulle rive del Reno avevan vinto le più fiere nazioni della Germania. Mentre Giuliano consumava le laboriose sue ore nei quartieri d'inverno a Parigi, amministrando la potenza che nelle sue mani riducevasi all'esercizio della virtù, fu sorpreso dal precipitoso arrivo d'un tribuno e d'un notaro con positivi ordini dell'Imperatore, ch'_essi_ avevano la commission d'eseguire, ed a' quali _egli_ non dovevasi opporre. Costanzo indicò la sua volontà che quattro intere legioni, vale a dire quelle dei Celti, dei Petulanti, degli Eruli e dei Batavi, si separassero dalle bandiere di Giuliano, sotto di cui acquistato avevano la loro fama e disciplina; che si scegliessero in ciascheduna delle rimanenti trecento dei più valorosi giovani; e che questo numeroso distaccamento, che formava la forza dell'esercito Gallico, si ponesse immediatamente in marcia, e facesse ogni diligenza per arrivare avanti l'apertura della nuova campagna sulle frontiere di Persia[308]. Cesare previde le conseguenze di questo fatal comando, e se ne lagnò. Moltissimi ausiliarii, che volontariamente s'erano ascritti alla milizia, avevano stipulato di non poter essere mai costretti a passar le alpi. Si era impegnata la pubblica fede di Roma, ed il personal onore di Giuliano per l'osservanza di tal condizione. Un simil atto di tradimento e d'oppressione avrebbe distrutto la fiducia, ed eccitato lo sdegno degl'indipendenti guerrieri della Germania, che risguardavan la verità come la più nobile delle virtù, e la libertà come il più stimabile dei loro beni. I Legionari, che godevano il titolo ed i privilegi di Romani, s'erano arrolati per la difesa generale della Repubblica; ma quelle mercenarie truppe udivan con fredda indifferenza gli antiquati nomi di Repubblica e di Roma. Attaccati o per la nascita o per una lunga abitazione al clima ed ai costumi della Gallia, essi amavano ed ammiravan Giuliano, disprezzavano e forse odiavan l'Imperatore, temevano quella marcia laboriosa, i dardi Persiani, e gli ardenti deserti dell'Asia. Risguardavano come loro propria la terra che avevan salvata; e scusavan la loro mancanza di coraggio, adducendo il sacro e più immediato dovere di difender le famiglie e gli amici loro. Le apprensioni dei Galli nascevano da un imminente ed inevitabil pericolo. Tosto che si fossero private le Province della militare loro forza, i Germani avrebber violato un trattato, che non fondavasi che sui loro timori; e nonostante l'abilità ed il valor di Giuliano, il Generale d'un'armata di puro nome, a cui si sarebbero imputate le pubbliche calamità, dovea dopo una vana resistenza trovarsi, o schiavo nel campo dei Barbari, o reo nel palazzo di Costanzo. Se Giuliano ubbidiva agli ordini che avea ricevuti, sottoscriveva la propria sua distruzione e quella d'un popolo, che meritava il suo affetto. Ma una positiva disubbidienza era un atto di ribellione ed una dichiarazione di guerra. L'inesorabil gelosia dell'Imperatore, e la perentoria, e forse insidiosa natura de' suoi comandi, non lasciavan luogo ad una plausibile apologia o candida interpretazione; e la dipendente situazione di Cesare appena gli dava tempo di deliberare. La solitudine accresceva la perplessità di Giuliano; egli non potea più contare su' fedeli consigli di Sallustio, che dall'oculata malizia degli eunuchi era stato rimosso dal suo uffizio; non potea neppure corroborare le sue rappresentanze col concorso de' Ministri, che avrebbero avuto paura o rossore d'approvar la rovina della Gallia. Fu preso il momento, in cui Lupicino,[309] Generale della cavalleria, era stato mandato nella Gran-Brettagna, per reprimer le incursioni degli Scoti, e de' Pitti; e Florenzio era occupato a Vienna nell'esazione del tributo. Quest'ultimo, astuto e corrotto politico, evitando d'essere in alcun modo responsabile in tal pericolosa occasione, eluse i pressanti e replicati inviti di Giuliano, che gli rappresentava, che in ogni risoluzione d'importanza era indispensabile nel consiglio del Principe la presenza del Prefetto. Frattanto Cesare veniva incalzato dalle civili ed importune sollecitazioni de' messaggieri Imperiali, che pretesero di suggerire, che s'egli aspettava il ritorno de' suoi Ministri si sarebbe caricato della colpa d'aver differito, ed avrebbe riservato ad essi il merito dell'esecuzione. Incapace di resistere, e non volendo ubbidire, Giuliano espresse ne' termini più serj il desiderio, ed eziandio l'intenzione che aveva, di dimetter la porpora, ch'egli non potea ritener con onore, ma che non potea per altro abbandonare con sicurezza.