Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

Part 9

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[160] Le memorie antiche, pubblicate al fine delle Opere di Ottato, (_p. 261_) descrivono in una maniera molto circostanziata come procedevano i Governatori nella distruzion delle Chiese. Facevano essi un minuto inventario de' vasi che vi trovavano. Sussiste ancora quello della Chiesa di Cirra nella Numidia: consisteva in due calici d'oro e sei d'argento, in sei urne, una caldaia, sette lampade, il tutto parimente d'argento, oltre una gran quantità di utensili di rame e di vestimentî sacri.

[161] Lattanzio (_Instit. Div. V. II_) restringe tal calamità al _conventiculum_ con la sua congregazione. Eusebio (_VIII. 11_) l'estende a tutta la città, e rappresenta qualche cosa di simile ad un assedio regolare. Ruffino, antico di lui traduttore Latino, aggiunge alcune importanti circostanze intorno alla permissione accordata agli abitanti di ritirarsi. Siccome la Frigia s'estendeva sino a' confini dell'Isauria, può essere, che l'indole inquieta di que' Barbari indipendenti contribuisse alla lor disgrazia.

[162] Eusebio _l. VIII. c. 6_. Il Valese (con qualche probabilità) pensa d'avere scoperta in un'orazion di Libanio la ribellione della Siria; e ch'essa fu un temerario attentato del Tribuno Eugenio, il quale con soli cinquecento uomini occupò Antiochia, e potè forse lusingare i Cristiani con la promessa di tollerare la religione. Da Eusebio (_l. IX. c. 8_) e da Mosè di Corene (_Hist. Armen. l. II. c. 77_) può rilevarsi ch'era già stato introdotto nell'Armenia il Cristianesimo.

[163] Vedi Mosem. (_p. 938._) Il testo d'Eusebio chiaramente dimostra, che i Governatori, de' quali fu esteso, non già ristretto il potere, in forza delle nuove leggi potevan condannare alla morte i più ostinati Cristiani per servir d'esempio a' lor confratelli.

[164] Atanasio _p. 833._ _ap. Tillemont. Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 90._

[165] Vedi Euseb. (_l. VIII. c. 13._) e Lattanz. _de M. P. c. 15_. Dodwel (_Dissert. Cyprian. XI. 75_) rappresenta quegli Scrittori come non coerenti fra loro. Ma il primo evidentemente parla di Costanzo, quando era Cesare, e l'altro del medesimo Principe innalzato al grado d'Augusto.

[166] Dalle Inscrizioni di Grutero apparisce, che Daziano determinò i confini fra' territorj di Pax Julia e di Evora, città situate nella parte meridionale della Lusitania. Se riflettiamo alla vicinanza, in cui sono questi luoghi col Capo S. Vincenzo, possiam sospettare, che il celebre Diacono e Martire di questo nome, per negligenza da Prudenzio si ponga in Saragozza, o in Valenza. Vedasi la pomposa istoria de' suoi patimenti nelle memorie di Tillemont _Tom. V. Part. II. p. 58-85_. Alcuni Critici son d'opinione, che il dipartimento di Costanzo, come Cesare, non includesse la Spagna, la quale continuasse ad essere sotto l'immediata giurisdizione di Massimiano.

[167] Euseb. _l. VIII. c. 2_. Gruter. _Inscr. p. 1171. n. 18_. Ruffino ha sbagliato intorno all'uffizio di Adautto, ugualmente che intorno al luogo del suo martirio.

[168] Euseb. _l. VIII, c. 14_. Ma siccome Massenzio fu vinto da Costantino, faceva a proposito per Lattanzio di por la sua morte fra quelle de' persecutori.

[169] Può vedersi l'epitaffio di Marcello appresso il Grutero _Inscr. p. 1172. n. 3_. Esso contiene tutto ciò, che noi sappiamo della sua storia. Molti Critici suppongono che Marcellino o Marcello, i nomi de' quali si trovano nella lista dei Papi, sian persone diverse, ma il dotto Abate De Longuerre si convinse ch'essi non erano che una sola persona.

_Veridicus rector lapsis quia crimina flere_ _Praedixit miseris, fuit omnibus hostis amarus._ _Hinc furor, hinc odium; sequitur discordia, lites,_ _Seditio, caedes: solvuntur foedera pacis._ _Crimen ob alterius, Christum qui in pace negavit_ _Finibus expulsus patriae est feritate Tyranni._ _Haec breviter Damasus voluit comperta referre._ _Marcelli popolus meritum cognoscere posset._

Possiam osservare che Damaso fu fatto Vescovo di Roma l'anno 366.

[170] _Optat. contr. Donatist. l. I. c. 17, 18._

[171] Gli Atti della passione di S. Bonifazio, che abbondano di miracoli e di declamazioni, furon pubblicati dal Ruinart p. 283, 291 in Greco e in Latino, sull'autorità di un manoscritto molto antico.

[172] Ne' primi quattro secoli si trovano poche tracce di Vescovi o di Vescovati nell'Illirico Occidentale. Si è creduto probabile, che il Primate di Milano estendesse la sua giurisdizione fino a Sirmio, capitale di quella gran Provincia. Vedasi la Geografia sacra di S. Paolo p. 68-76 con le Osservazioni di Luca Holstenio.

[173] L'ottavo libro d'Eusebio, ed il supplemento intorno ai Martiri di Palestina, si riferiscono principalmente alla persecuzione di Galerio e di Massimino. I lamenti generali, coi quali dà principio Lattanzio al quinto libro delle sue Instituzioni Divine, alludono alla lor crudeltà.

[174] Eusebio (_l. VIII. c. 17_) ci ha dato una versione Greca, e Lattanzio (_De M. P. c. 34_) l'originale Latino di questo memorabil editto. Sembra, che nessuno di questi scrittori abbia pensato quanto ciò direttamente s'opponga a quel ch'essi hanno poco avanti affermato de' rimorsi e del pentimento di Galerio.

[175] Eusebio (_l. IX. c. 1_) riporta l'epistola del Prefetto.

[176] Vedi Eusebio _l. VIII. c. 14. l. IX. c. 2-8._ e Lattanzio _de M. P. c. 36_. Questi scrittori convengono in descrivere gli artifizi di Massimino; ma il primo riferisce l'esecuzione di varj Martiri, mentre l'altro afferma espressamente che _occidi servos Dei vetuit_.

[177] Pochi giorni avanti la sua morte pubblicò un amplissimo editto di tolleranza, nel quale attribuì tutti i rigori, che avevan sofferto i Cristiani, ai Giudici e Governatori, che avevano male inteso le sue intenzioni. Vedasi l'editto _ap. Euseb. l. IX. c. 10_.

[178] Tale è la bella deduzione che si trae da due passi notabili appresso Eusebio _l. VIII. c. 2_, e _de Martyr. Palest. c. 12_. La prudenza dell'Istorico ha esposto il suo carattere alla censura ed al sospetto. Era ben noto, ch'egli stesso era stato posto in carcere, e si supponeva che se ne fosse liberato per mezzo di qualche disonorevole compiacenza. Tal accusa gli fu mossa contro nel tempo ch'esso viveva, ed anche alla sua presenza nel Concilio di Tiro. Vedi Tillemont _Mem. Eccles. Tom. VIII. Part. 1. p. 67_.

[179] L'antica, e forse autentica narrazione de' patimenti di Taraco, e de' suoi compagni (_Act. Sincer. Ruinart. p. 419-448_) è piena di forti espressioni di disprezzo e di sdegno, che non potevano non irritare il Magistrato. La condotta di Edesio verso Jerocle, Prefetto dell'Egitto, fu anche più straordinaria. λογοις τε καὶ εργοις τον θικαστην ... περιβαλων. _Euseb. de Martyr. Palest. c. 5._

[180] _Euseb. de Mart. Palest. c. 13._

[181] _August. Collat. Cartag. Dei III. c. 13. ap. Tillemont Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 46_. La controversia co' Donatisti ha sparso qualche luce, quantunque forse parziale, sull'istoria della Chiesa Affricana.

[182] Eusebio (_de Martyr. Palest. c. 13_) chiude la sua narrazione assicurandoci, che questi sono i Martirj, che avvennero nella Palestina in _tutto_ il corso della persecuzione. Può sembrare, che il quinto capitolo del suo libro VIII, che si riferisce alla Provincia della Tebaide in Egitto, contraddica la nostra moderata calcolazione; ma questo non servirà che a farci ammirare l'artifizioso maneggio dell'Istorico. Scegliendo per teatro della più squisita crudeltà il più distante e separato paese del Romano Impero, dice che nella Tebaide spesso avevan sofferto il Martirio da dieci fino a cento persone in un giorno. Ma quando egli viene a raccontar il suo proprio viaggio in Egitto, il suo stile insensibilmente diventa più cauto e moderato. Invece di usare un grande ma determinato numero, parla di molti Cristiani (πλειους) e col massimo artifizio sceglie due parole ambigue (ισ ορτσαηιεν e ὑπμειναστας) che possono indicare tanto quel che aveva veduto, quanto ciò che aveva udito; sì l'aspettazione che l'esecuzion della pena. Essendosi così assicurato un sotterfugio, lascia l'interpretazione dell'equivoco passo a' suoi lettori e traduttori; immaginando a ragione che la lor pietà gl'indurrebbe a preferir il senso più favorevole. Fu per avventura un poco maliziosa l'osservazione di Teodoro Metochita, che tutti quelli che avevan conversato, come Eusebio, con gli Egiziani, si dilettavano di uno stile oscuro ed ingrato (Vedi Valesio nel luogo cit.).

[183] Quando la Palestina era divisa in tre parti, la Prefettura d'Oriente conteneva 48 Province. Siccome però le antiche distinzioni delle nazioni erano da gran tempo abolite, i Romani distribuirono le Province, avuto riguardo ad una general proporzione di loro estensione ed opulenza.

[184] _Ut gloriari possint, nullum se innocentium peremisse, nam et ipse audivi aliquos gloriantes, quia administratio sua in hac parte fuerit incruenta. Lactant. Inst. Div. V. 12._

[185] _Grot. Annal de Reb. Belgic. l. I. p. 12. Edit. fol._

[186] Fra Paolo (_Istor. del Concil. Trident. l. III._) riduce il numero de' Martiri Belgici a 50000. Non era Fra Paolo inferiore a Grozio in dottrina e moderazione. L'anteriorità del tempo conferisce alla testimonianza del primo qualche vantaggio, che per altra parte egli perde per la distanza, che passa da Venezia a' Paesi Bassi.

SAGGIO DI CONFUTAZIONE

DE' DUE CAPI XV. E XVI. DELL'ISTORIA DI

EDOARDO GIBBON

SPETTANTI ALL'ESAME DEL CRISTIANESIMO

COMPENDIO DI UN'OPERA DI NICOLA SPEDALIERI.

_Mala et impia consuetudo est contra Deos disputare,_ _sive animo id fiat, sive simulate._

Cic. de Nat. Deor. lib. II.

SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XV.

Si protesta a bel principio il Sig. Gibbon di voler fare una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, guidato unicamente dal candore e dalla ragione, e lo fa con un'arte e con una prevenzione, che comincia dalle prime mosse a svelarsi. Egli si lagna essere i monumenti de' primi tempi della Chiesa _sospetti_ ed _imperfetti_; e li rende tali la mala fede, colla quale egli, dove li tronca, dove gli altera, dove vi aggiunge capricciosi comenti per far nascere le _difficoltà_, dalle quali si finge imbarazzato. Incontra un'altra gran difficoltà, ch'egli ascrive alla _legge dell'Imparzialità_, ed è quella di calunniare i Cristiani, anche dove la critica più severa li terrebbe al coperto della maldicenza. Sarà nostro dovere di andarne di mano in mano somministrando le prove, per quanto ci sarà permesso dagli angusti limiti, che ci siamo prefissi.

Nel proporre l'argomento del capo, ad onta della ambiguità, colla quale si spiega per parer Cristiano, e delle proteste che fa di _rispettare la cagione primaria de' rapidi progressi della Chiesa Cristiana_, determina abbastanza il lettore ad accorgersi, ch'egli intende provare, nulla in tale avvenimento osservarsi di sovrannaturale, ma esser tutto a _naturali cagioni_ dovuto. Se ciò fosse vero, la Religione verrebbe a spogliarsi della luminosissima prova, che in favore della sua divina origine si raccoglie dal modo col quale si stabilì, e dalla rapidità con cui si propagò. Egli muove ogni pietra per far crollare questa prova; ma noi per sostenerla dureremo assai lieve fatica.

Il nostro esame però non è _importante_ solamente per questo. La nausea del sovrannaturale ha trasportato ancora l'Autore a negare i miracoli de' primi secoli, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, ogni miracolo in generale; e ad esercitar pure la sua mordacità contro i misteri o contro la morale della Religion Rivelata: onde disputando con lui, si disputa con un Incredulo, che si sforza di comparire Cristiano. In vero questo ritratto non è luminoso: ma gli argomenti, che ne recheremo, convinceranno chiunque, che nell'esporre i suoi sentimenti noi certamente non ci siamo specchiati sull'esempio di lui.

Le cagioni naturali, ch'egli ha felicemente rinvenute, sono: _1. Lo zelo inflessibile e intollerante de' Cristiani: 2. La dottrina di una vita futura accompagnata da ciò che poteva aggiungerle peso: 3. Il dono de' miracoli attribuito alla Chiesa primitiva: 4. La morale pura, ed austera degli antichi Fedeli: 5. L'unione e la disciplina della Cristiana Repubblica: 6. La debolezza del Politeismo: 7. Lo Scetticismo del Mondo Pagano: 8. La pace e l'unione del Romano Impero._

Prima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo zelo e inflessibile e intollerante de' Cristiani fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.

RISTRETTO. _Il popolo Ebreo, che giacque gran tempo nella condizione de' più vili schiavi, si distinse coll'insociabilità de' costumi, coll'odio che professava del genere umano, e colla ostinazione invincibile, colla quale ricusò sempre di accoppiare l'elegante mitologia dei Greci alle istituzioni Mosaiche. I primi Giudei non credettero i miracoli operati da Dio alla lor presenza: quelli però del secondo tempo prestarono cieca fede alla tradizione de' loro maggiori. La legge Mosaica sembra essere stata istituita per un paese particolare e per una sola nazione. Il Cristianesimo prescrisse uno zelo egualmente esclusivo per la verità della Religione, ed ammise l'autorità di Mosè e de' Profeti, da' quali però il Messia era stato promesso come Re e Conquistatore, non come Martire e Figliuolo di Dio. La Chiesa dimorò gran tempo confusa fra le Sette della Sinagoga, ed i Giudei convertiti univano all'Evangelio il culto Mosaico. I loro argomenti sembrano plausibili; ma la sagacità degl'interpreti ha rimossa ogni difficoltà. La Chiesa di Gerusalemme, che osservava i riti Mosaici, tornò da Pella nella nuova città di Adriano, avendovi prima rinunciato; e quelli, che rimasero costanti, furon trattati da Eretici. Circa questa controversia S. Giustino Martire spiegò a Trifone il suo sentimento con gran diffidenza, e confessò ch'era contrario a quello della Chiesa, che finalmente trionfò sul più mite. Se gli Ebioniti pretendevano non doversi abolire l'antico Testamento per la sua perfezione, gli Gnostici al contrario vi trovavano tanti difetti, che ricusarono di crederlo dettato da Dio. Sino ad Adriano la Chiesa tollerò ogni setta; in progresso l'escluse tutte. Persuasi i primi Cristiani, essere i demonj gli autori, i patrocinatori e gli oggetti dell'Idolatria, riguardavano con orrore ogni piccolo segno di culto nazionale: il loro più essenziale e più penoso dovere era di conservarsi puri nella corruzione dell'Idolatria, che infettava tutte le azioni pubbliche e private, prendendo sempre l'apparenza del piacere, e spesso quella della virtù. I Cristiani pretendevano da ciò l'opportunità di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero de' demonj._

RISPOSTA. Tutti gli oggetti, che si presentano uniti in questo quadro, sono estranei all'argomento prefisso per titolo: della promessa conclusione in nessuna parte si parla, fuorchè nelle ultime righe, che noi abbiamo giudicato importante di trascrivere interamente, affinchè il lettore gli domandi ragione, come ha impiegate tante carte e tante citazioni di Autori in materie che non influiscono per modo alcuno nella conclusione, che avea tolta a stabilire, ed a questa non consacri se non gli ultimi quattro o cinque versi.

Ma formano essi poi una prova? Vediamolo. Conclusione. _Una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo fu lo zelo degli stessi Cristiani._ Supposta prova. _I Cristiani si opponevano con forza alle pratiche dell'Idolatria, e dichiaravano con zelo i loro sentimenti. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede; ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero dei demonj._ Qui, se noi non siamo ciechi, non iscorgiamo, se non la descrizione del fatto, di cui dovevasi render ragione. _Lo zelo de' Cristiani combatteva con felici successi contro i demonj; cioè stabiliva e dilatava la fede dell'Evangelio tra le genti, che servivano al demonio._ Come esso produceva quest'effetto? Da quali principj ripeteva la sua forza? Da questa spiegazione dipenderebbe il decidere, se in esso dobbiamo riconoscere una cagione del tutto _naturale_. Ma l'Autore di tutto ha parlato fuorchè di questo; e quindi ognuno comincerà a scuoprire, quanto ci vaglia nell'arte di ragionare, e quanta pena dia agli Apologisti del Cristianesimo per difenderlo da' colpi di lui.

Lo zelo de' Cristiani ridusse rapidamente alla fede molte nazioni del mondo. Questo è il fatto, di che dobbiamo rintracciar la cagione, e per condurci da filosofi, uopo è considerare le persone dal Cristiano zelo investite, quelle che ne seguiron l'impulso, e l'oggetto, intorno al quale si aggirava lo zelo. Nè dobbiamo permettere all'Autore, che dopo di averci fatta visitare la Palestina per informarci degli affari Giudaici senza vedervi nascere il Cristianesimo, ci trasporti di salto in mezzo agl'Idolatri, e ci additi i Campioni dell'Evangelio già cresciuti e formati in atto di guerreggiare contro l'impero del demonio. Ragion vuole, che se ne osservi il primo cominciamento, ed insieme i primi progressi.

I fondatori della Religion Cristiana furono Gesù Nazareno, ch'era tenuto per figliuolo di un falegname, e dodici pescatori, che abbandonate le reti, si diedero a seguirlo. La loro apparenza non poteva risvegliare, se non il più alto disprezzo. Poveri, rozzi, ignoranti, odiati dalla loro nazione, impresero a riformare il Mondo, ed il loro zelo fu coronato dai _più felici successi_.

I primi, ai quali eglino si rivolgessero, furono i Giudei, a cui erano pienamente noti. I Giudei si distinguevano _all'ostinazione invincibile di non voler accoppiare altra istituzione a quelle di Mosè_; ed alle istituzioni Mosaiche era congiunta la fortuna dello Stato. Questi i primi piegarono la fronte alla croce. Indi si aggregarono all'ovile di Cristo gl'Idolatri sudditi dell'Impero Romano, i quali da una parte guardavano con dispregio e con orrore i Giudei, e dall'altra erano tenacemente attaccati alla Religione della patria e per l'antichità ch'ella vantava, e per la gloria, alla quale aveva fatto salire l'Impero, e soprattutto perchè _l'idolatria sotto l'apparenza del piacere e della virtù_ si presentava con sì seducenti maniere, che pe' _Cristiani_ medesimi _era un dovere penoso il resistervi_.

In quel tempo i progressi, che i Romani avevano fatto nelle scienze, erano pervenuti al colmo della perfezione. Allora fu che pubblicossi il sistema Cristiano; sistema che co' suoi misteri pareva che distruggesse le più semplici e le più chiare idee della ragione, e che chiamando gli uomini colle massime morali ad una meta troppo alta riguardo alla sfera, dentro la quale si erano confinati i Gentili, sgomentava la natura ed irritava le passioni.

Questa dottrina e questa morale sostenuta dall'ardore di persone in apparenza cotanto deboli, in brevissimo tempo si stabilì, e fu avidamente abbracciata dagl'inflessibili Giudei e da' voluttuosi Gentili. Ora bisogna provare, che una sì stupenda rivoluzione accadde secondo il corso ordinario dell'umana natura, o confessare che i _felici successi_, che incontrò lo zelo de' Missionari Evangelici, si debbono ascrivere a cagione sovrannaturale. Quando l'Autore vorrà trattar l'argomento, che ha lasciato intatto, saprà a qual partito appigliarsi.

Presentiamogli frattanto un'altra considerazione. Non solamente ci fa stupire la conversione del Mondo operata con istrumenti tanto in apparenza deboli, ma inoltre non sappiamo comprendere, come ed i predicatori ed i convertiti avessero potuto star saldi fra tanti pericoli. _I Cristiani_, esclama l'Autore, _si opponevano con forza agli errori, dichiaravano i loro sentimenti, e tali proteste gli attaccavano vie più alla fede_. Anche qui veggiamo il nudo fatto, al quale bisogna aggiungere tutte le circostanze per darne idea adeguata.

Le tentazioni della Idolatria sono minutamente descritte dalla stessa penna dell'Autore, il quale ha ben riflettuto, che tutte le azioni, sì pubbliche che private vi facevano allusione, e ch'era un dovere penoso quello di resistere alle dolci attrattive del piacere, ch'ella menava in trionfo. A terminare il quadro noi aggiungeremo, che la professione Cristiana era universalmente tacciata con nota d'infamia; che le leggi l'avevano proscritta; che chi l'abbracciava, perdeva i suoi beni, e stava di continuo esposto al pericolo dell'esilio, dei tormenti, della morte. Avviene naturalmente, che tante e tali difficoltà inspirino _maggior coraggio a combattere_? L'Autore lo ha istoricamente supposto: aspettiamo ora, che lo provi filosoficamente; e diamo intanto una rapida scorsa agli oggetti estranei, co' quali egli ha dissipata la sua e la nostra attenzione.

Comincia dal rappresentare come una gioconda _armonia di scambievole tolleranza_ il profondo letargo, nel quale giacevano immerse tutte le nazioni Idolatre circa il più grande, anzi l'unico affare, che abbia l'uomo in questa vita mortale; e procura di mettere in odio l'_intolleranza de' Giudei_, per ferir di riverbero il Cristianesimo, che prescrisse lo stesso _zelo esclusivo_. L'intolleranza religiosa non è altro che una incompatibilità di dottrina che nasce dalla natura, anzichè dall'arbitrio degli uomini. Siccome non può stare, che il triangolo abbia e non abbia tre lati, così non può conciliarsi, che sia stata rivelata da Dio una dottrina ed un'altra ad essa contraria: e s'egli ha annessa la salvazione a quella, non può essere, che si salvi chi a questa si attiene.

È ben altro l'insociabilità de' costumi, l'inumanità, la crudeltà, onde negli ultimi tempi furono rimproverati i Giudei per una depravazione personale contraria alle leggi di Mosè, il quale se vietò loro di trattare cogli Idolatri per non contaminarsi coll'esecrande lordure, che vengono rammemorate ne' libri sacri, ordinò loro nel medesimo tempo, che rendessero a' forestieri tutti gli uffizi della carità; e di _trattarli come se stessi, a motivo che anch'eglino erano stati forestieri nella terra di Egitto_.

La legge Mosaica fu istituita _per un paese particolare e per una sola nazione_ quanto alla parte cerimoniale ed all'amministrazione politica, ma quanto ai precetti del Decalogo, che appartengono alla natura e cui Iddio si degnò di confermare colla rivelazione, obbliga tutti gli uomini.

Che _i primi Giudei testimonj de' miracoli, co' quali Iddio gli scortava, non li credessero, e che vi prestassero cieca credenza i posteri per semplice tradizione_, l'Autore lo raccoglie da quel passo: _usquequo detrahet mihi populus iste?_ _Usquequo non credent mihi in signis, quae feci coram eis?_ Gli dobbiamo rimproverare l'ignoranza del Latino, o la mala fede? Per non esserci permesso nè l'uno nè l'altro, farebbe d'uopo, che nel testo si leggesse _usquequo non credant signa quae feci coram eis_. Ma l'espressione _usquequo detrahent mihi: usquequo non credent mihi in signis_ suona in volgare: Fino a quando mormoreranno della mia condotta? _Fino a quando non presteranno fede alle mie minacce ed alle mie promesse, giacchè ho fatti innanzi a loro tanti miracoli?_ Questo è il vero rimprovero fatto a' _primi Giudei_, e che si vede non meno frequentemente ripetuto a' _Giudei del secondo tempio_. Per la qual cosa nulla da questo luogo può riferirsi contro la certezza degli enunciati miracoli.