Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

Part 5

Chapter 53,515 wordsPublic domain

Nonostanti questi scandalosi vizi, se Paolo di Samosata conservato avesse la purità della fede ortodossa, il suo regno sopra la capital della Siria non sarebbe terminato che con la sua vita: e se fosse nata un'opportuna persecuzione, uno sforzo di coraggio avrebbe forse potuto collocarlo nello schiera de' Santi e de' Martiri. Alcuni delicati e sottili errori, ch'egli adottò imprudentemente, ed ostinatamente sostenne intorno alla dottrina della Trinità, eccitarono lo zelo e lo sdegno delle Chiese orientali[129]. I Vescovi, dall'Egitto fino al Ponto Eusino, si posero in armi ed in movimento. Furon tenuti vari Concili, pubblicate confutazioni, pronunziate scomuniche, accettate e ricusate a vicenda dichiarazioni ambigue, conclusi e violati trattati, e finalmente Paolo di Samosata fu spogliato del suo carattere Episcopale per sentenza di settanta o ottanta Vescovi, che a tal fine si adunarono in Antiochia, e che, senza consultare i diritti del Clero e del Popolo, gli elessero di loro autorità un successore. La manifesta irregolarità di questo procedere accrebbe il numero de' malcontenti faziosi; e siccome Paolo, che non era nuovo negli artifizi delle Corti, s'era insinuato nel favor di Zenobia, per più di quattr'anni si mantenne in possesso della casa e dell'uffizio Episcopale. La vittoria d'Aureliano cangiò l'aspetto delle cose in Oriente, ed i due discordi partiti che attribuivansi l'un l'altro gli epiteti di scisma e d'eresia, ebbero l'ordine, o la permissione di agitar la causa avanti al tribunale del conquistatore. Questo pubblico e molto singolar giudizio serve a dare una convincente prova, che si riconosceva l'esistenza, la proprietà, i privilegi e l'intrinseco governo de' Cristiani, se non dalle leggi, almeno da' Magistrati dell'Impero. Poteva difficilmente aspettarsi, che Aureliano, come Gentile e soldato, entrasse a discutere, se le opinioni di Paolo o quelle de' suoi avversari fossero le più conformi alla verità della fede ortodossa. La sua determinazione però si fondò su' principj generali di equità e di ragione. Risguardò esso i Vescovi dell'Italia come i Giudici più imparziali e rispettabili fra' Cristiani, ed appena fu informato ch'essi avevano concordemente approvata la sentenza del Concilio, si acquietò alla lor decisione, ed immediatamente diede ordine, che Paolo fosse costretto ad abbandonare le possessioni temporali che appartenevano ad un uffizio, di cui, secondo il giudizio de' propri fratelli, egli era stato regolarmente privato. Ma nel tempo che si applaudisce alla giustizia di Aureliano, non si dovrebbe perder di vista la sua politica; imperocchè procurava egli di restituire e di collegare la dipendenza delle Province dalla capitale per qualunque mezzo che potesse vincolar l'interesse, o i pregiudizi di ogni parte de' propri sudditi[130].

In mezzo alle frequenti rivoluzioni dell'Impero i Cristiani sempre fiorivano in pace e prosperità; e quantunque la famosa Era de' Martiri siasi principiata dall'avvenimento al Trono di Diocleziano[131], tuttavia il nuovo sistema di politica, introdotto e mantenuto dalla saviezza di quel Principe, continuò per più di diciott'anni ad inspirare il più dolce e libero spirito di tolleranza intorno alla religione. La mente, in vero, di Diocleziano medesimo era meno idonea alle ricerche speculative che alle attive fatiche della guerra e del governo. La sua prudenza lo rendè alieno da ogni grande innovazione, e quantunque il suo temperamento non fosse suscettibile di zelo o di entusiasmo, egli conservò sempre un abituale riguardo per le antiche Divinità dell'Impero. Ma l'ozio delle due Imperatrici, Prisca di lui moglie e Valeria sua figlia, permise loro di ascoltare con maggiore attenzione e rispetto le verità del Cristianesimo, che in ogni tempo ha professato le sue più speciali obbligazioni alla devozion delle donne[132]. I principali Eunuchi Luciano[133] e Domoteo, Gorgonio ed Andrea, che trattavano la persona, godevano il favore, e governavano la casa di Diocleziano, proteggevano con la potente loro efficacia la fede, che avevano abbracciata. Fu imitato il loro esempio da molti de' più considerabili uffiziali del Palazzo, che ne' rispettivi lor posti avean la cura degli ornamenti Imperiali, delle vesti, delle masserizie, delle gioie, ed anche del tesoro privato; e sebbene alle volte potevano esser obbligati d'accompagnar l'Imperatore, quando andava al tempio per sacrificare[134], pure godevano, insieme con le loro mogli, i loro figli ed i loro schiavi, dell'esercizio libero della religione Cristiana. Diocleziano ed i suoi Colleghi frequentemente conferivano gli uffizi più importanti a quelle persone, che non celavano il loro abborrimento pel culto de' Numi, ma che avevan mostrato capacità pel buon servizio dello Stato. I Vescovi, nelle rispettive loro Province, tenevano un grado onorevole, ed eran trattati con distinzione e rispetto, non solamente dal Popolo, ma anche da' Magistrati medesimi. Quasi in ogni città si trovarono insufficienti le antiche Chiese per contenere la moltitudine, che sempre cresceva, de' proseliti; ed in luogo di quelle furono eretti pel culto de' Fedeli più stabili e capaci edifizj. La corruzione de' costumi e de' principj di religione, della quale con tanta forza lamentasi Eusebio[135], si può riguardare non solo come una conseguenza, ma come una prova della libertà, di cui godevano ed abusavano i Cristiani sotto il regno di Diocleziano. La prosperità rilassato aveva i nervi della disciplina; prevalevano in ogni Congregazione la frode, l'invidia, e la malizia; i Preti aspiravano all'uffizio Episcopale, che di giorno in giorno diveniva un oggetto più degno della loro ambizione; i Vescovi, che contendevan fra loro per l'Ecclesiastiche preeminenze, pareva che con la lor condotta si attribuissero un secolare e tirannico poter nella Chiesa; e la viva fede, che distingueva sempre i Cristiani da' Gentili, molto meno si manifestava nella lor vita che ne' loro scritti di controversia.

Nonostante quest'apparente sicurezza, potrebbe un attento osservatore discernere alcuni sintomi, che minacciavan la Chiesa d'una persecuzione più violenta di tutte quelle, che aveva fino allora sofferte. Lo zelo ed il rapido progresso de' Cristiani svegliò i Politeisti dalla supina loro indifferenza nella causa di quelle Divinità, che il costume e l'educazione avevano appreso loro a rispettare. Le vicendevoli provocazioni di una guerra religiosa, che aveva continuato più di dugent'anni, esacerbò l'animosità delle parti, che combattevano. I Pagani s'irritavano per l'ardire di una oscura e nuova setta, che pretendeva di accusare di errore i propri compatriotti, e di condannare i loro padri all'eterna miseria. L'abitudine di giustificare la mitologia popolare contro le invettive di un implacabil nemico, produceva ne' loro spiriti qualche sentimento di fede e di riverenza per un sistema, ch'essi erano assuefatti a risguardare con la leggerezza più trascurata. Le facoltà soprannaturali, che assumeva la Chiesa, inspiravan terrore nel tempo stesso ed emulazione. I seguaci della vecchia religione si trinceravano con simili fortificazioni di prodigi, inventavan nuove maniere di sacrificare, d'iniziare[136] o di espiare i delitti; procuravano di restituire il credito a' loro spiranti oracoli[137], e con ansiosa credulità porgevan orecchio a qualunque impostore, che lusingasse i lor pregiudizi con maravigliosi racconti[138]. Pare che ambe le parti accordassero la verità di que' miracoli, che si attribuivano gli avversari; e mentre si contentavan di ascriverli ad arte magica o al poter de' Demonj, concorrevano reciprocamente a restaurare e stabilire il regno della superstizione[139]. La filosofia, ch'è il più pericoloso nemico di questa, erasi allora mutata nel suo più vantaggioso alleato. I boschetti dell'Accademia, i giardini d'Epicuro, ed anche il Portico degli Stoici erano quasi abbandonati, come tante diverse scuole di scetticismo e di empietà[140], e molti fra' Romani bramavano, che fosser condannati e soppressi per autorità del Senato gli scritti di Cicerone[141]. La setta de' nuovi Platonici, che prevalse, credè prudente partito quello di unirsi co' Sacerdoti, che forse disprezzava, contro i Cristiani, che aveva ragione di temere. Questi filosofi alla moda sostennero il disegno di trarre un'allegorica sapienza dalle finzioni de' Greci poeti, instituirono riti misteriosi di divozione per uso de' lor discepoli eletti, raccomandarono il culto degli Dei antichi, considerati come gli emblemi, o i ministri della suprema Divinità, e composero molti elaborati trattati contro la fede dell'Evangelio[142], che dopo dalla prudenza degli Imperatori ortodossi furono dati alle fiamme[143].

Quantunque la politica di Diocleziano e l'umanità di Costanzo li disponessero a mantenere inviolate le massime di tolleranza, si venne ben presto in chiaro, che i due loro colleghi, Massimiano e Galerio, nudrivano il più implacabile odio pel nome e per la religione de' Cristiani. Le scienze non avevano mai illuminato le menti di que' Principi, nè l'educazione aveva addolcito il loro temperamento. Dovevano essi alle proprie spade la loro grandezza, e nella più sublime fortuna ritennero sempre i superstiziosi pregiudizi de' soldati e delle inculte persone. Nell'amministrazion generale delle Province obbedivano alle leggi stabilite dal lor benefattore; ma ne' loro campi e palazzi trovavano spesse occasioni di esercitare una persecuzione segreta[144], alla quale porgeva l'imprudente zelo de' Cristiani qualche volta i più speciosi pretesti. Fu eseguita una sentenza di morte contro Massimiliano, giovane d'Affrica, ch'era stato dal proprio padre condotto avanti del Magistrato, come capace d'esser legittimamente reclutato, ma che ostinatamente sosteneva, che la propria coscienza non gli avrebbe mai permesso di abbracciare la professione della milizia[145]. Difficilmente potrebbe sperarsi che alcun governo soffrisse, che l'atto del Centurione Marcello restasse impunito. Quest'uffiziale, in un giorno di pubblica solennità, gettò via la cintura, le armi e le insegne del proprio impiego, ed esclamò ad alta voce, ch'esso non voleva obbedire ad altri che all'eterno Re Gesù Cristo, e che rinunziava per sempre l'uso delle armi carnali ed il servizio di un Sovrano idolatra. I soldati, rimasti attoniti, appena ripreser l'uso de' propri sensi, che arrestaron Marcello. Fu egli esaminato nella città di Tingi dal Presidente di quella parte della Mauritania, e siccome era convinto dalla sua propria confessione, fu condannato, e decapitato come disertore[146]. Esempi di tal natura molto meno appartengono alla persecuzion religiosa, che alla disciplina militare o anche civile; ma servirono ad alienar la mente degl'Imperatori, a giustificar la severità di Galerio, che dimise un gran numero di uffiziali Cristiani da' loro impieghi, e ad autorizzar l'opinione, che una setta di entusiasti, che sostenevano principj sì ripugnanti alla pubblica sicurezza, o dovea rimanere inutile, o presto divenir pericolosa all'Impero.

Dopo che il buon successo della guerra Persiana ebbe innalzate le speranze, e la riputazione di Galerio, passò questi un inverno con Diocleziano nel palazzo di Nicomedia; ed il destino del Cristianesimo fu l'oggetto delle segrete loro deliberazioni[147]. L'esperto Imperatore era sempre inclinato a prender miti determinazioni; e sebbene facilmente consentisse, che i Cristiani fossero esclusi da tutti gl'impieghi del palazzo e dell'esercito, ne' termini più forti esprimeva il pericolo non meno che la crudeltà di spargere il sangue di que' delusi fanatici. Galerio finalmente ottenne da lui la permissione di adunare un consiglio, composto di poche persone le più distinte ne' dipartimenti sì civili che militari dello Stato. Fu in lor presenza discussa tal importante questione, e quegli ambiziosi Cortigiani facilmente conobbero, che a loro incumbeva di secondar con l'eloquenza l'importuna violenza di Cesare. Si può supporre che insistessero sopra ogni punto, che interessar potesse l'orgoglio, la pietà o i timori del lor Sovrano nella distruzione del Cristianesimo. Gli rappresentarono forse, che restava imperfetta l'opera gloriosa di render libero l'Impero, finchè permettevasi, che sussistesse e moltiplicasse un popolo indipendente nel cuore delle Province. I Cristiani (potevasi così colorire il discorso) abbandonando gli Dei e gl'istituti di Roma, stabilito avevano una Repubblica a parte, che avrebbe potuto in vero sopprimersi avanti che acquistato avesse alcuna forza militare: ma ch'era già governata dalle sue proprie leggi e magistrali, che possedeva un pubblico tesoro, che era intimamente connessa in tutte le sue parti, medianti le frequenti adunanze de' Vescovi, a decreti de' quali accordavasi una cieca obbedienza dalle numerose loro ed opulente congregazioni. Pare che argomenti di questa sorta potessero determinar lo spirito ripugnante di Diocleziano ad abbracciar un nuovo sistema di persecuzione; ma quantunque noi possiam sospettare, non è però in nostro potere di riferire i segreti maneggi della Corte, gli oggetti e gli odj privati, la gelosia delle donne e degli eunuchi, e tutte quelle piccole sì ma decisive cagioni, che tanto spesso influiscono sul fato degli Imperi e ne' consigli de' più saggi Monarchi[148].

Finalmente fu indicata la volontà degl'Imperatori a' Cristiani, che nel corso di quel tristo inverno avevano con ansietà aspettato l'esito di tante secrete consultazioni. Fu destinato il dì 23 di Febbraio che (o fosse per accidente, e con premeditazione) coincideva con la festa Romana de' _Terminali_[149], per porre un termine al progresso del Cristianesimo. Allo spuntar del giorno il Prefetto[150] del Pretorio, accompagnato da' vari Generali, Tribuni ed Uffiziali del Fisco, si portò alla Chiesa principale di Nicomedia, ch'era situata sopra un'eminenza nella più popolata e bella parte della città. Furono immediatamente spezzate le porte; entrarono essi nel Santuario; e siccome in vano cercarono qualche visibile oggetto di culto, furon costretti a contentarsi di dare alle fiamme i libri della Sacra Scrittura. I Ministri di Diocleziano eran seguiti da un numeroso corpo di guardie e di guastatori, che marciavano in ordino di battaglia, provvisti di tutti gl'istrumenti soliti ad usarsi nella distruzione delle fortificate città. Mediante l'assidua loro fatica fu in poche ore gettato a terra quel sacro Edifizio, che torreggiava sopra il Palazzo Imperiale, ed aveva per lungo tempo eccitato l'invidia e l'indignazione de' Gentili[151].

Il giorno seguente fu pubblicato un editto generale di persecuzione[152], e quantunque Diocleziano, sempre alieno dall'effusione del sangue, avesse moderato il furor di Galerio, che proponeva di fare immediatamente arder vivo chiunque ricusasse di offerir sacrifizi, le pene stabilite contro l'ostinazione de' Cristiani si possono giudicar sufficientemente rigorose ed efficaci. Fu comandato, che in tutte le Province dell'Impero le loro Chiese fossero demolite da' fondamenti; e fu denunziata la pena di morte contro tutti quelli che presumessero di tenere alcuna segreta assemblea per motivo di culto religioso. I filosofi, che in quel tempo assunsero l'indegno uffizio di dirigere il cieco zelo della persecuzione, avevano diligentemente studiato la natura ed il genio della religion Cristiana; e siccome sapevano che si supponeva che le dottrine speculative della Fede contenute fossero negli scritti de' Profeti, degli Evangelisti e degli Apostoli, essi probabilissimamente suggeriron l'ordine, che i Vescovi ed i Preti consegnar dovessero tutti i loro libri sacri nelle mani de' Magistrati, a' quali era stato ingiunto sotto le pene più rigorose di bruciarli in una forma pubblica e solenne. Per il medesimo editto furon tutti in una volta confiscati i beni della Chiesa; e distribuiti in varie parti, o furon venduti al migliore offerente, o uniti all'erario Imperiale, e donati alle città e collegi, o concessi alle sollecitazioni de' rapaci cortigiani. Dopo di aver preso tali efficaci misure per abolire il culto, e per isciogliere il governo de' Cristiani, fu creduto necessario di sottoporre a' travagli più intollerabili la condizione di que' perversi individui, che tuttavia rigettassero la religione della natura, di Roma, e de' loro antichi. Le persone ingenue furon dichiarate incapaci di tutti gli onori ed impieghi; gli schiavi, privati per sempre della speranza di libertà; e tutto il corpo del popolo spogliato della protezion delle leggi. I Giudici furono autorizzati ad udire e a determinare ogni azione intentata contro un Cristiano, ma non era permesso a' Cristiani di querelarsi per qualunque ingiuria, che avesser sofferto; e così quegl'infelici settarj furon esposti alla severità della pubblica giustizia, nel tempo ch'erano esclusi dal benefizio della medesima. Questa nuova specie di martirio sì lento e penoso, tanto ignominioso ed oscuro, fu, per avventura, più atta ad istancar la costanza de' Fedeli: nè si può dubitare, che le passioni e l'interesse dell'uman genere non fossero in quest'occasione disposti a secondare i disegni dell'Imperatore. Ma la politica di un ben regolato Governo dovè qualche volta interporsi in sollievo degli oppressi Cristiani: nè era possibile, che i Principi Romani togliessero affatto il timore delle pene, o secondassero qualunque atto di violenza e di frode, senz'esporre la propria loro autorità, ed il resto de' loro sudditi a' più forti pericoli[153].

Appena fu quest'editto esposto alla pubblica vista nel lungo più frequentato di Nicomedia, che fu lacerato dalle mani di un Cristiano, il quale nell'istesso tempo espresse le più amare invettive il suo disprezzo ed abborrimento per tali empi e tirannici Governatori. Il suo delitto, secondo le più miti leggi, riducevasi a ribellione, e meritava la morte; e se fosse vero ch'egli era una persona di grado e d'educazione, quello circostanze non potevan servire che ad aggravar la sua colpa. Fu egli bruciato, o piuttosto arrostito a fuoco lento, e gli esecutori, bramosi di vendicare l'insulto fatto personalmente agl'Imperatori, esaurivano ogni finezza di crudeltà senza esser capaci di vincer la sua pazienza, o di alterar quel continuo ed insultante sorriso, ch'egli conservò sempre nelle ultime sue agonie. I Cristiani, quantunque confessassero che tal condotta rigorosamente non era stata conforme alle leggi della prudenza, pure ammiravano il divino fervor del suo zelo; l'eccessive lodi, che prodigalmente diedero alla memoria del loro Martire ed Eroe, contribuirono a figgere nella mente di Diocleziano una profonda impressione di terrore e di odio[154].

Ben presto si misero in moto i suoi timori alla vista di un pericolo, al quale appena egli potè sottrarsi. Nello spazio di quindici giorni, il Palazzo di Nicomedia, ed eziandio la camera in cui dormiva Diocleziano, si trovarono due volte in mezzo alle fiamme; e sebbene ambedue le volte queste fossero estinte senz'alcun danno considerabile, pure la singolar reiterazione del fuoco fu non senza ragion risguardata come un'evidente prova, che quello non era stato l'effetto della negligenza o del caso. Il sospetto cadde naturalmente sopra i Cristiani, e fu suggerito, con qualche specie di probabilità, che que' disperati fanatici, provocati dagli attuali lor patimenti, e temendo le calamità che lor sovrastavano, aveano formato una cospirazione cogli eunuchi del palazzo, fedeli loro fratelli, contro le vite degl'Imperatori, ch'essi detestavano come irreconciliabili nemici della Chiesa di Dio. La gelosia e lo sdegno prevalse in ogni petto, ma specialmente in quello di Diocleziano. Furon poste in carcere molte persone distinte, o per gl'impieghi da lor sostenuti, o pel favore di cui erano state onorate. Si mise in opera ogni sorta di torture, e la Corte ugualmente che la città restò macchiata da molte sanguinose esecuzioni[155]. Ma siccome non si potè scuoprire alcuna prova di questo misterioso fatto, sembra che autorizzati siamo o a presumere l'innocenza, o ad ammirar la fermezza di quei che soffrirono. Pochi giorni dopo, Galerio si ritirò in fretta da Nicomedia, dichiarando che se differiva la sua partenza da quel condannato palazzo, egli sarebbe caduto vittima della rabbia de' Cristiani. Gli Storici Ecclesiastici, da' quali soltanto possiam trarre una imperfetta o parzial notizia di questa persecuzione, non sanno come render ragione de' timori e del pericolo degl'Imperatori. Due di questi scrittori, uno Principe ed uno Retore, furon testimoni di veduta dell'incendio di Nicomedia. L'uno l'attribuisce al fulmine ed all'ira divina; l'altro asserisce, che fu cagionato dalla malizia di Galerio medesimo[156].

Poichè l'editto contro i Cristiani destinavasi a formare una legge universale di tutto l'Impero, e poichè Diocleziano e Galerio, quantunque non aspettassero il consenso de' Principi occidentali, eran sicuri però che ancor essi vi avrebber concorso, parrebbe più conforme alle idee che abbiamo di politica, che i Governatori di tutte le Province avesser ricevuto istruzioni segrete per pubblicar nel medesimo giorno questa dichiarazione di guerra ne' rispettivi loro dipartimenti. Almeno era da aspettarsi che la facilità dello pubbliche strade e delle poste, già stabilite, avesse posto in grado gl'Imperatori di trasmettere con la massima celerità i loro ordini dal palazzo di Nicomedia all'estremità del Mondo Romano; e ch'essi non avrebber sofferto, che passassero cinquanta giorni avanti che fosse pubblicato l'editto nella Siria, e quasi quattro mesi prima che fosse notificato alle città dell'Affrica[157]. Questa dilazione deve attribuirsi per avventura alla cauta indole di Diocleziano, che aveva contro voglia dato l'assenso alla persecuzione, e che desiderava di vederne una prova sotto i propri occhi, avanti di dar luogo a' disordini ed al disgusto, che inevitabilmente dovea cagionare nelle distanti Province. A principio, in vero, fu proibito a' Magistrati lo spargimento del sangue; ma fu permesso, ed anche raccomandato allo zelo di essi l'uso di ogni altra sorta di severità; nè i Cristiani, quantunque di buona voglia cedessero gli ornamenti delle lor Chiese, potevano indursi ad interrompere le religiose loro adunanze o a dare i loro libri sacri alle fiamme. Pare che la devota ostinazione di Felice, Vescovo Affricano, imbarazzasse i Ministri subalterni del Governo. Il Curatore della sua città lo mandò in catene al Proconsole; questi lo trasmise al Prefetto del Pretorio d'Italia; e Felice, che sdegnò fino di dare una colorita risposta, finalmente fu decapitato a Venosa nella Lucania, luogo celebre pel nascimento d'Orazio[158]. Parve che quest'esempio, e forse qualche rescritto Imperiale fatto in conseguenza di esso, autorizzasse i Governatori delle Province a punir colla morte i Cristiani, che ricusavano di consegnare i lor libri sacri. Vi furono senza dubbio molte persone che presero quest'opportunità d'ottener la corona del martirio; ma ve ne furono anche troppo altre, che si comprarono una via ignominiosa, scuoprendo e dando nelle mani degl'Infedeli le Sacre Scritture. Un gran numero eziandio di Vescovi e di Preti per questa rea condiscendenza ebbero il nome di _traditori_; e il loro delitto fu causa di un grande scandalo presente, e di gran discordia in futuro nella Chiesa Affricana[159].