Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03
Part 27
Mentre le guerriere nazioni dell'Europa seguivano le bandiere de' suoi fratelli, Costantino fu lasciato alla testa dell'effemminate truppe dell'Asia a sostenere il peso della guerra Persiana. Ne' giorni in che morì Costantino, il trono dell'Oriente s'occupava da Sapore figlio d'Ormouz, ovvero Ormisda, e nipote di Narsete, che dopo la vittoria di Galerio aveva umilmente confessata la superiorità del Romano potere. Quantunque Sapore fosse nel trentesimo anno del lungo suo regno, era però sempre nel vigore della gioventù, giacchè per una strana combinazione la data del suo innalzamento al trono avea preceduto quella della sua nascita. La moglie d'Ormouz rimase gravida al tempo della morte del suo marito; e l'incertezza del sesso, eccitò le ambiziose speranze de' Principi della casa Sassan. I timori della guerra civile restarono alla fine dissipati dalla positiva assicurazione de' Magi, che la vedova d'Ormouz avea concepito ed avrebbe felicemente dato alla luce un figlio. I Persiani, obbedienti alla voce della superstizione, prepararono senza dimora la ceremonia della coronazione di esso. Fu posto nel mezzo del Palazzo un letto reale, sopra di cui stava la regina; il diadema fu collocato nel luogo che si potea supporre contenesse l'erede d'Artaserse; ed i Satrapi adoraron prostrati la maestà del loro invisibile ed insensibil Sovrano[433]. Se dee prestarsi fede a questo maraviglioso racconto, che sembra per altro esser conforme ai costumi del popolo, ed alla durata straordinaria del suo regno, dobbiamo ammirar non solamente la fortuna ma anche il genio di Sapore. Nella molle e segreta educazione di un _Harem_ Persiano il real giovane seppe conoscere l'importanza d'esercitare il vigore del corpo e dello spirito, e si rendè degno, pel proprio merito personale, d'un trono, sul quale era stato posto mentre non sapeva per anche i doveri e le tentazioni d'un potere assoluto. La sua minorità fu esposta alle calamità quasi inevitabili della discordia domestica; fu sorpresa e saccheggiata la sua capitale da Thair, potente Monarca di Yemen o dell'Arabia; e restò disonorata la maestà della famiglia reale per la schiavitù d'una Principessa, sorella del morto Re. Ma tosto che Sapore giunse all'età virile, il vanaglorioso Thair, la sua nazione ed il suo paese cederono a' primi sforzi del giovane guerriero, che fece uso della vittoria con sì giudiziosa unione di rigore e di clemenza, che da' timori e dalla gratitudine degli Arabi ottenne il titolo di _Dhoulacnaf_, o protettore della nazione[434].
[A. D. 342]
L'ambizione del Monarca Persiano, al quale i suoi nemici attribuiscono le virtù di soldato e di politico, era animata dal desiderio di vendicar le disgrazie dei suoi maggiori, e di strappar di mano a' Romani le cinque province di là dal Tigri. La fama militare di Costantino e la forza reale o apparente del suo governo ritardarono l'attacco, e mentre l'ostile condotta di Sapore provocava lo sdegno della Corte Imperiale, le artificiose di lui negoziazioni ne trattenevano la pazienza. La morte di Costantino fu il segnale di guerra[435], e lo stato in cui erano le frontiere della Siria e dell'Armenia pareva che eccitasse i Persiani col prospetto di una ricca spoglia e d'una facil conquista. L'esempio delle stragi del palazzo diffuse uno spirito di licenza e di sedizioni fra le truppe dell'Oriente, che non erano più tenute a freno dall'abitudine d'obbedire ad un veterano comandante. La prudenza di Costanzo, che dopo il congresso co' suoi fratelli nella Pannonia s'era immediatamente affrettato di accorrere alle rive dell'Eufrate, fece a grado a grado tornar le legioni al dovere ed alla disciplina; ma il tempo dell'anarchia aveva permesso a Sapore di porre l'assedio a Nisibi, e di occupar molte delle più importanti fortezze di Mesopotamia[436]. Nell'Armenia il celebre Tiridate avea lungo tempo goduto la pace e la gloria, che meritava pel suo valore e per la fedeltà verso Roma. La stabile alleanza, ch'esso mantenne con Costantino gli produsse de' benefizi non solo temporali, ma anche spirituali: mediante la conversione di Tiridate si unì al carattere d'Eroe quello di Santo, la fede Cristiana si predicò, e si stabilì dall'Eufrate fino ai lidi del mar Caspio, e l'Armenia s'attaccò all'Impero col doppio legame della politica e della religione. Ma siccome molti nobili Armeni tuttavia ricusavano di abbandonare la pluralità degli Dei e delle mogli, la pubblica tranquillità era turbata da una malcontenta fazione, che insultava la cadente età del proprio Sovrano, ed impazientemente aspettava l'ora della sua morte. Morì egli finalmente dopo un regno di cinquantasei anni, e con Tiridate spirò la fortuna della Monarchia Armena. Il suo legittimo erede fu mandato in esilio; i sacerdoti Cristiani o furon uccisi o espulsi dalle loro Chiese, furono sollecitate le barbare Tribù d'Albania a discendere da' loro monti, e due de' più potenti Governatori, usurpando le insegne o la forza della dignità reale, implorarono l'assistenza di Sapore, ed aprirono le porte della loro città alle guarnigioni Persiane. Il partito Cristiano sotto la scorta dell'Arcivescovo d'Artassata, immediato successore di S. Gregorio l'_Illuminatore_, ricorse alla pietà di Costanzo. Continuaron le turbolenze per circa tre anni, dopo i quali Antioco, uno degli ufficiali del Palazzo, eseguì felicemente l'Imperial commissione di restituire a Cosroe, figlio di Tiridate, il trono de' suoi Padri, di conferire onori e premj a' fedeli seguaci della casa d'Arsace, e di promulgare un general perdono, che fu accettato dalla maggior parte de' Satrapi ribelli. Ma i Romani ritrassero da questa rivoluzione più onor che vantaggio. Era Cosroe un Principe di piccola statura e di spirito pusillanime. Non atto alle fatiche della guerra ed alieno dalla società, si ritirò dalla sua capitale in un remoto palazzo, che fabbricò sulle rive del fiume Eleutero nel mezzo d'un ombroso bosco, dove consumava l'ozioso suo tempo ne' campestri divertimenti della caccia. Per assicurarsi questa disonorevole quiete si sottopose alle condizioni di pace, che Sapore si compiacque d'imporgli; quali furono il pagamento d'un annuale tributo, e la restituzione della fertil provincia d'Atropatena, che il coraggio di Tiridate e le armi vittoriose di Galerio avevano aggiunta al regno dell'Armenia[437].
[A. D. 337-360]
Nel lungo periodo del regno di Costanzo, le province d'Oriente furono afflitte dalle calamità della guerra Persiana. Le irregolari scorrerie delle truppe leggiere spargevano alternativamente il terrore e la devastazione al di là del Tigri e dell'Eufrate, dalle porte di Ctesifonte a quelle d'Antiochia, e quest'attiva milizia era formata dagli Arabi del Deserto, i quali vivevan divisi d'interessi e di affezioni; mentre alcuni degl'indipendenti lor capi erano arrolati nel partito di Sapore, ed altri avevano impegnata la dubbiosa lor fede all'Imperatore[438]. Le più gravi ed importanti operazioni della guerra si conducevano con ugual vigore; gli eserciti di Roma e di Persia s'incontrarono l'uno coll'altro in nove sanguinose battaglie, in due delle quali comandava lo stesso Costanzo in persona[439]. L'evento di esse fu per lo più contrario a' Romani, ma nella battaglia di Singara l'imprudente loro valore aveva quasi acquistato una segnalata e decisiva vittoria. Le truppe stazionarie di Singara si ritirarono all'avvicinarsi di Sapore, che passò il Tigri sopra tre ponti, ed occupò vicino al villaggio d'Hilleh un vantaggioso posto, ch'esso per mezzo de' numerosi suoi guastatori circondò in un giorno con un profondo fosso ed un alto riparo. La sua formidabile armata, messa in ordine di battaglia, copriva le rive del fiume, le adiacenti alture, e tutta l'estensione d'una pianura di sopra dodici miglia, che separava i due eserciti. Erano ambedue ugualmente impazienti di venire alle mani; ma i Barbari, dopo una tenue resistenza caddero in disordine, o incapaci di sostenere, o desiderosi di straccare la forza delle due gravi legioni, che anelanti per il caldo e la sete gl'inseguirono attraverso la pianura, e tagliarono a pezzi una squadra di cavalleria di grave armatura, ch'era stata avanti all'ingresso del campo per proteggere la lor ritirata. Costanzo, che s'era molto impegnato nella caccia de' fuggitivi, procurò, senza effetto, di raffrenare l'ardore delle sue truppe, rappresentando loro i pericoli della prossima notte e la certezza di compire i loro disegni al nuovo giorno. Confidarono però esse molto più nel proprio valore, che nell'esperienza o abilità del lor Capitano, quietarono co' loro clamori le timide sue rimostranze; e correndo con furia all'impresa riempirono il fosso, gettarono a terra il riparo, e si dispersero per le tende ad oggetto di ricuperare l'esauste lor forze e godere la ricca messe delle loro fatiche. Ma il prudente Sapore aveva aspettato il momento opportuno per la vittoria. Il suo esercito, la maggior parte del quale, posto in sicuro sulle altezze, era stato spettator dell'azione, s'avanzò in silenzio e sotto l'ombra della notte; e gli arcieri Persiani, guidati da' lumi del campo, scagliarono una pioggia di dardi sopra quella disarmata e licenziosa moltitudine. La sincerità dell'istoria dichiara[440], che i Romani furono vinti con una terribile strage, e che le fuggitive reliquie delle legioni restarono esposte ai più intollerabili travagli. Quantunque la dissimulazione del panegirico, confessando che fu macchiata la gloria dell'Imperatore dalla disubbidienza de' soldati, procuri di tirare un velo sulle circostante di questa infelice ritirata, uno per altro di que' venali oratori, così gelosi della fama di Costanzo, riporta con sorprendente freddezza un atto di tanta incredibile crudeltà, che nell'opinione de' posteri deve imprimere la più brutta macchia all'onore del nome Imperiale. Era stato preso nel campo Persiano il figlio di Sapore, erede della corona. Questo sventurato giovane, che avrebbe risvegliato la compassione del più selvaggio nemico, fu battuto, torturato e pubblicamente messo a morte da' crudeli Romani[441].
[A. D. 338-346-350]
Per quanti vantaggi potessero incontrare le armi di Sapore in campo, e quantunque nuove ripetute vittorie spargessero fra le nazioni la fama del suo valore e della sua condotta, pure non poteva egli sperar di riuscire nell'esecuzione de' suoi disegni, finchè le fortificate piazze della Mesopotamia, e sopra tutto la forte ed antica città di Nisibi restavano in possesso de' Romani. Nello spazio di dodici anni, Nisibi, che fin dal tempo di Lucullo era meritamente stimata il baloardo dell'Oriente, sostenne tre memorabili assedj contro la potenza di Sapore, e non avendo il Monarca ottenuto l'intento, dopo d'avere insistito negli attacchi sopra sessanta, ottanta e cento giorni, fu per tre volte rispinto con perdita ed ignominia[442]. Questa grande e popolata città era situata circa due giornate distante dal Tigri nel mezzo d'una piacevole e fertil pianura a piè del monte Masio. Difendevasi da un profondo fosso[443] un triplice recinto di mura; e l'intrepida resistenza del Conte Luciliano e della sua guarnigione, veniva secondata dal disperato coraggio del popolo. I cittadini di Nisibi erano animati dall'esortazioni del loro Vescovo[444], assuefatti alle armi per la presenza del pericolo, e convinti dell'intenzione che avea Sapore, di porre in luogo loro una colonia Persiana, e condurre essi in una lontana e barbara schiavitù. Il successo de' due primi assedj accrebbe la lor fiducia, ed inasprì l'animo superbo del gran Re, che s'avanzò per la terza volta verso Nisibi alla testa delle forze unite della Persia e dell'India. Le macchine ordinarie, inventate per battere o minare le mura, si resero inefficaci dalla superior perizia de' Romani; ed eran passati molti giorni inutilmente, quando Sapore prese una risoluzione degna d'un Monarca Orientale, che credeva gli stessi elementi soggetti fossero al suo potere. Nella stagione, in cui sogliono struggersi le nevi dell'Armenia, il fiume Migdonio, che passa per la pianura e per le città di Nisibi, forma, come il Nilo[445], un'inondazione nell'adiacente paese. Per opera de' Persiani fu ritenuto sotto la città il corso del fiume, e le acque furono per ogni parte ristrette da sodi argini di terra. Su questo lago artificiale s'avanzò in ordine di battaglia una flotta di vascelli armati, pieni di soldati, e con macchine, che scagliavano pietre del peso di cinquecento libbre; ed attaccarono quasi al medesimo livello le truppe, che difendevan le mura. L'irresistibile forza dell'acqua era fatale alternativamente all'una ed all'altra delle parti combattenti, finchè in ultimo cedè ad un tratto una parte di mura, incapace di sostenere l'accumulata pressione, e s'aprì un'ampia breccia di centocinquanta piedi. I Persiani furono immediatamente spinti all'assalto, e dall'evento di quella giornata dipendeva il fato di Nisibi. La cavalleria di grave armatura, che conduceva la vanguardia d'una profonda colonna, restò imbarazzata nel fango, ed in gran parte annegossi nelle profondità, che per esser occupate dall'acqua, non si vedevano. Gli elefanti, renduti furiosi dalle ferite, accrebbero il disordine, e gettarono a terra migliaia d'arcieri Persiani. Il gran Re, che da un sublime trono vedeva le disgrazie del proprio esercito, suonò, sdegnato e di mala voglia, il segno della ritirata, e per qualche ora sospese di proseguire l'attacco. Ma i vigilanti cittadini profittarono dell'opportunità della notte, ed al far del giorno si vide un nuovo muro alto sei piedi, che s'andava di mano in mano elevando per riempire la breccia. Sebbene fossero andate a voto le sue speranze, e perduto avesse più di ventimila uomini, Sapore pressava sempre con un'ostinata fermezza la resa di Nisibi, nè potè cedere che alla necessità di difendere le province Orientali della Persia contro una formidabil invasione de' Massageti[446]. Commosso da questa nuova, abbandonò in fretta l'assedio, e con rapida diligenza marciò dalle sponde del Tigri a quelle dell'Oxo. Il pericolo e le difficoltà della guerra con gli Sciti l'impegnarono poco dopo a concludere o almeno ad osservare una tregua coll'Imperator Romano, che fu grata ugualmente ad ambidue i Principi; mentre Costanzo medesimo, dopo la morte de' suoi due fratelli, si trovò involto per le rivoluzioni dell'Occidente in una guerra civile, che richiedeva, anzi pareva ch'eccedesse il più vigoroso sforzo del suo diviso potere.
[A. D. 304]
Erano appena passati tre anni dopo la division dell'Impero, che i figli di Costantino parvero impazienti di persuadere il Mondo, ch'essi non eran capaci di contentarsi di que' dominj, ch'erano inabili a governare. Il maggiore di questi Principi tosto si dolse d'esser defraudato della sua giusta posizione delle spoglie de' trucidati cugini; quantunque cedesse alla maggior colpa e al merito di Costanzo, volle esigere da Costante la cessione delle province Affricane, come un equivalente delle ricche regioni della Macedonia e della Grecia, che aveva acquistate il fratello per la morte di Dalmazio. La mancanza di sincerità, ch'egli sperimentò in una tediosa ed inutil negoziazione, inasprì la fierezza del suo temperamento, e con piacere egli diede orecchio a que' favoriti, che gli suggerirono, che proseguendo a querelarsi, ne andava del suo onore non meno che dell'interesse. Alla testa pertanto d'una tumultuaria truppa, atta piuttosto alla rapina che alla conquista, invase all'improvviso gli Stati di Costante per la strada delle alpi Giulie, e primi a risentire gli effetti del suo sdegno furono i contorni d'Aquileia. Le disposizioni di Costante, che in quel tempo risedeva nella Dacia, furono prese con più prudenza ed abilità. Alla nuova dell'invasione del fratello egli distaccò un corpo scelto e disciplinato delle sue truppe Illiriche, proponendosi di seguitarlo in persona col rimanente delle sue forze. Ma la condotta de' suoi Generali finì tosto quella non naturale contesa. Costantino, dalle ingannevoli apparenze di fuga, fu condotto in un agguato che gli era stato preparato in un bosco, dove il temerario giovane fu con pochi seguaci sorpreso, circondato ed ucciso. Ritrovato che fu il suo corpo nell'oscuro torrente dell'Alsa, ottenne gli onori di una tomba Imperiale; ma le province di lui si assoggettarono al conquistatore, che ricusando d'ammetter Costanzo suo maggior fratello ad alcuna porzione di tali nuovi acquisti, si mantenne in quieto possesso di più di due terzi dell'Impero Romano[447].
[A. D. 350]
Fu differita la morte di Costante medesimo in circa dieci anni, e fu riservata la vendetta della morte del fratello alla mano più vile d'un domestico traditore. Le perniciose conseguenze del sistema, introdotto da Costantino, si manifestarono nella debole amministrazion de' suoi figli, che per causa de' vizi, e della debolezza loro perderon tosto la stima e l'affezione del lor popolo. L'orgoglio, che prese Costante pel felice successo, non meritato però, delle sue armi, si rendè più sprezzabile per la mancanza di capacità ed applicazione. La sua tenera parzialità per alcuni schiavi Germani, non distinti che per gli allettativi della gioventù, fu un oggetto di scandalo al popolo[448]; e dal pubblico disgusto fu incoraggiato Magnenzio, ambizioso soldato di barbara estrazione, a sostener l'onore del nome Romano[449]. Gli scelti corpi de' Gioviani e degli Erculei, che riconoscevan per loro capo Magnenzio, tenevano il posto più rispettabile ed importante nel campo Imperiale. L'amicizia di Marcellino, Conte delle sacre largizioni, somministrò con mano liberale i mezzi della seduzione. I soldati restarono convinti coi più speciosi argomenti, che la Repubblica intimava loro di rompere i legami dell'ereditaria servitù, e di premiare, mediante la scelta d'un Principe attivo e vigilante, le stesse virtù, che avevano innalzato i maggiori del degenerato Costante da una condizione privata al trono del mondo. Poscia che la cospirazione fu matura per eseguirsi, Marcellino, sotto pretesto di celebrare il giorno natalizio del figlio, diede uno splendido trattenimento alle persone _illustri_ ed _onorevoli_ della Corte della Gallia, che risedeva allora nella città d'Autun. Fu ad arte prolungata l'intemperanza della festa fino ad un'ora della notte molto tarda, e si tentarono i convitati, che nulla di ciò sospettavano, a condescendere ad una pericolosa e rea libertà di conversazione. Si aprirono ad un tratto le porte, e Magnenzio, che per pochi momenti erasi ritirato, tornò nell'appartamento, adornato del diadema e della porpora. I congiurati lo salutarono subito co' titoli d'Imperatore e d'Augusto. La sorpresa, il terrore, lo sbalordimento, le ambiziose speranze, e la mutua ignoranza del resto dell'assemblea, la impegnarono ad unire le proprie voci alla generale acclamazione. Le guardie affrettaronsi a prendere il giuramento di fedeltà, si chiuser le porte della città, ed avanti lo spuntar del giorno, Magnenzio divenne padrone delle truppe e del tesoro del palazzo d'Autun. Mediante la sua segretezza e diligenza, ebbe qualche speranza di sorprendere la persona di Costante, che stava nella vicina foresta occupato nel favorito suo divertimento della caccia, o forse in altri piaceri di più segreta e colpevol natura. Il rapido progresso però della fama gli concesse un momento di tempo a fuggire, quantunque la diserzione de' soldati e de' sudditi gli togliesse la facoltà di resistere. Avanti di poter giungere ad un porto della Spagna, dove avea intenzione d'imbarcarsi, fu sopraggiunto vicino ad Elena[450] a piè de' Pirenei, da un corpo di cavalleria leggiera, il cui capo, senza riguardo alla santità d'un tempio, eseguì la sua commissione uccidendo il figlio di Costantino[451].
[A. D. 350]
Subito che la morte di Costante ebbe decisa questa facile ma importante rivoluzione, fu imitato dalle altre province dell'Occidente l'esempio della Corte d'Autun. Venne riconosciuta l'autorità di Magnenzio per tutta l'estensione delle due gran Prefetture della Gallia e dell'Italia; e l'usurpatore con ogni sorta d'oppressione si preparò a raccogliere un tesoro, con cui soddisfar potesse l'obbligazione d'un immenso donativo, e supplire le spese d'una guerra civile. Le marziali regioni dell'Illirico, dal Danubio all'estremità della Grecia, avevan da lungo tempo obbedito al governo di Vetranione, vecchio Generale, amato per la semplicità de' suoi costumi, e che acquistato aveva qualche riputazione per la sua esperienza e servizi militari[452]. Attaccato per abito, per dovere e per gratitudine alla famiglia di Costantino, immediatamente assicurò colle più forti espressioni l'unico figlio sopravvivente del suo defunto Signore, che avrebb'esposto con inviolabile fedeltà la sua persona e le sue truppe ad oggetto di prendere una giusta vendetta dei traditori della Gallia. Ma le legioni di Vetranione furono sedotte piuttosto che provocate dall'esempio di ribellione; il loro Capo dimostrò ben presto mancanza di fermezza o di sincerità; e la sua ambizione trasse uno specioso pretesto dall'approvazione della Principessa Costantina. Questa crudele ed ambiziosa donna, che da Costantino Magno suo padre, avea ottenuto il grado di _Augusta_, pose il diadema colle proprie mani sul capo del Generale dell'Illirico; e parea, che aspettasse dalla vittoria di lui il compimento di quelle illimitate speranze, delle quali restata era priva per la morte d'Annibaliano di lei marito. Forse fu senza consenso di Costantina, che il nuovo Imperatore fece una necessaria, benchè disonorevole alleanza coll'usurpatore dell'Occidente, la cui porpora era stata così recentemente macchiata col sangue del fratello di essa[453].
[A. D. 350]