Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

Part 25

Chapter 253,501 wordsPublic domain

[373] L'Ab. Dubos Hist. Crit. de la M. F. Tom. I. p. 121.

[374] Vedi Cod. Theod. _lib. XIII. Tit. I. c. IV_.

[375] Zosimo _l. II. p. 115_. Probabilmente si trova negli attacchi di Zosimo tanta passione e pregiudizio, quanta nella elaborata difesa fatta della memoria di Costantino dallo zelante dottor Howel _Ist. del Mond. Vol. II. p. 20_.

[376] Cod. Theod. _l. XI. Tit. VII. leg. 3_.

[377] Vedi Lips. _De Magnitud. Rom. l. II. c. 9_. La Spagna Tarragonese presentò all'Imperator Claudio una corona d'oro di settecento libbre di peso, e la Gallia un'altra di novecento. Ho seguìto la ragionevole correzione di Lipsio.

[378] Cod. Theod. _l. XII. Tit. XIII_. I Senatori si supponevano esenti dall'_aurum coronarium_; ma l'_oblatio auri_, che si esigeva dalle lor mani, era precisamente dell'istessa natura.

CAPITOLO XVIII.

_Carattere di Costantino. Guerra Gotica. Morte di Costantino. Divisione dell'Impero fra' tre suoi figli. Guerra di Persia. Tragiche morti di Costantino il Giovane, e di Costante. Usurpazione di Magnenzio. Guerra civile. Vittoria di Costanzo._

Il carattere d'un Principe, che mutò la sede dell'Impero, ed introdusse cangiamenti così importanti nella civile e religiosa costituzione del suo dominio, ha fissato l'attenzione, e diviso i sentimenti degli uomini. Il liberator della Chiesa dal grato zelo de' Cristiani è stato decorato di tutte le qualità d'un Eroe ed eziandio d'un Santo; mentre il dissapore del partito, che restò vinto, ha paragonato Costantino al più abbominevole di que' Tiranni, che per il vizio e per la debolezza loro disonorarono la porpora Imperiale. Si sono in qualche modo perpetuate le passioni stesse nelle successive generazioni; ed il carattere di Costantino anche nel presente secolo si risguardava come un oggetto o di satira o di panegirico. Dall'imparziale unione di que' difetti, che si confessano da' più ardenti di lui ammiratori, e di quelle virtù, che gli si concedono da' più implacabili suoi nemici, noi potremmo sperar di formare un giusto ritratto di quell'uomo straordinario, che adottar si potesse dalla verità o dal candor d'un istorico senza rossore[380]. Ma tosto si vedrebbe, che la vana impresa di unire colori così discordi, e di conciliare qualità sì incoerenti, produrrebbe una figura mostruosa piuttosto che umana, qualora non si guardasse nel suo proprio e distinto lume, per mezzo d'un'esatta separazione de' differenti periodi del regno di Costantino.

La natura aveva arricchito delle più scelte doti la persona ugualmente che l'animo di Costantino. Egli era alto di statura, d'aspetto maestoso, e grazioso nel portamento; in ogni esercizio cavalleresco mostrava la propria forza ed attività; e dalla sua più tenera gioventù fino ad un'età molto avanzata, conservò il vigore della sua costituzione per un esatto attaccamento alle domestiche virtù della castità e della temperanza. Si dilettava del socievol commercio, della conversazione famigliare; e quantunque alle volte secondasse la sua disposizione a mettere in burla con minor riserva di quella che richiedeva la severa dignità del suo posto, la cortesia però e la liberalità delle sue maniere guadagnavano i cuori di tutti coloro che lo trattavano. Si è avuta per sospetta la sincerità della sua amicizia; ma dimostrò in varie occasioni, ch'esso non era incapace d'un vivo e durevole affetto. L'inconveniente di un'educazione senza letteratura non aveva impedito ch'egli si formasse una giusta idea dell'importanza del sapere; e le arti e le scienze riconobbero qualche incoraggiamento dalla generosa protezione di Costantino. Nella spedizione degli affari, la sua diligenza era instancabile; e le attive facoltà del suo spirito erano quasi di continuo esercitate in leggere, scrivere, o meditare, in dare udienza agli ambasciatori, ed in esaminar le querele de' propri sudditi. Anche quelli, che censurarono la giustezza delle sue misure, furon costretti a confessare, che esso aveva della magnanimità nel concepire, e della pazienza nel mettere in esecuzione i disegni più ardui, senz'essere impedito nè dai pregiudizi dell'educazione, nè dai clamori della moltitudine. In battaglia, comunicava la sua intrepidezza alle truppe, che comandava coll'abilità d'un consumato Generale; ed al suo sapere piuttosto che alla fortuna si possono attribuire le segnalate vittorie, che riportò contro gli estranei ed i domestici nemici della Repubblica. Amava la gloria, come il premio, e forse come il motivo delle sue fatiche. Può giustificarsi quella ambizione senza limiti, che dal momento, in cui accettò la porpora a York, comparisce come la sua passion dominante, da' pericoli della sua situazione, dal carattere de' suoi rivali, dalla cognizione d'un merito superiore e dall'apparenza, che il buon successo l'avrebbe posto in grado di restituir la pace e il buon ordine all'Impero diviso. Nelle sue guerre civili contro Massenzio e Licinio, aveva guadagnato in suo favore le inclinazioni del popolo, che confrontava gli aperti vizi di que' tiranni collo spirito di prudenza e di giustizia, che sembrava dirigere la general condotta di Costantino[381].

Questo è il carattere che Costantino avrebbe, con poche eccezioni, trasmesso alla posterità, se fosse morto sulle rive del Tevere, o anche nelle pianure d'Adrianopoli. Ma il fine del suo regno (secondo la moderata e veramente mite sentenza d'un autore del medesimo secolo) lo degradò da quel posto, che s'era acquistato fra' più degni Principi Romani[382]. Nella vita d'Augusto s'osserva il tiranno della Repubblica convertito quasi per insensibili gradi nel padre della sua patria e del genere umano. In quella di Costantino si può considerare un Eroe, che aveva per tanto tempo inspirato l'amore di se ne' suoi sudditi, ed il terrore ne' suoi nemici, che degenera in un crudele e dissoluto Monarca, corrotto dalla propria fortuna, o dalla conquista elevato al di là della necessità di simulare. La pace generale, ch'egli mantenne gli ultimi quattordici anni del suo regno, fu un periodo di splendore apparente, piuttosto che di reale prosperità; e la vecchiezza di Costantino restò infamata dai due opposti ma conciliabili vizi della rapacità e della prodigalità. I tesori che si trovarono accumulati ne' palazzi di Massenzio e di Licinio, furono profusamente scialacquati; le diverse innovazioni fatte dal conquistatore portarono aumento di spese; l'importare delle sue fabbriche, la sua Corte, e le sue feste richiedevano immediati e grossi sussidj; e l'unico fondo, che sostener potesse la magnificenza del Sovrano, era l'oppressione del popolo[383]. Gl'indegni suoi favoriti, arricchiti dall'infinita liberalità del loro Signore, usurpavano impunemente il privilegio della rapina e della corruzione[384]. Si sentiva in ogni parte della pubblica amministrazione una segreta ma universal decadenza, e l'Imperatore medesimo, quantunque sempre conservasse l'ubbidienza, perdè però appoco appoco la stima dei propri sudditi. L'abito ed i costumi, che affettò nel declinare degli anni, non servirono che ad avvilirlo agli occhi del Mondo. La pompa Asiatica, ch'erasi adottata dalla vanità di Diocleziano, prese un'aria di mollezza e d'effeminatezza nella persona di Costantino. Egli è rappresentato con una finta chioma di varj colori, artificiosamente disposta da' periti acconciatori di quel tempo; con un diadema di nuova e più dispendiosa invenzione; con una profusione di gemme e di perle, di collane e di smanigli; e con una mobile veste di seta a' diversi colori molto vagamente ricamata con fiori d'oro. In tale arnese, che appena potrebbe scusarsi dalla gioventù e dalla follia di Elagabalo, non ci è permesso di ravvisar la saviezza d'un attempato Monarca e la semplicità d'un veterano di Roma[385]. Un animo così corrotto dalla prosperità e dalla compiacenza, era incapace d'innalzarsi a quella magnanimità che sdegna i sospetti, e che s'arrischia a perdonare. La morte di Massimiano e di Licinio può giustificarsi per avventura da quelle massime di politica, che s'apprendono nelle scuole de' tiranni; ma un racconto imparziale dell'esecuzioni o piuttosto degli assassinamenti, che macchiarono gli ultimi anni di Costantino, suggeriranno alla più candida nostra mente l'idea d'un Principe, che poteva sagrificar senza ribrezzo le leggi della giustizia ed i sentimenti della natura, a' dettami o delle sue passioni o dell'interesse.

Sembrava che la medesima fortuna, che aveva tanto costantemente seguito le bandiere di Costantino, assicurasse le speranze e i conforti della sua vita domestica. Quelli fra' suoi Predecessori, che avevan goduti più prosperi e lunghi regni, come Augusto, Traiano e Diocleziano, erano stati mancanti di posterità; e le frequenti rivoluzioni non avevan mai dato tempo abbastanza ad alcuna famiglia Imperiale di crescere e moltiplicare all'ombra della porpora. Ma la dignità reale della famiglia Flavia, che per la prima volta fu nobilitata dal Gotico Claudio, discese per varie generazioni; e Costantino medesimo ricevè dal proprio padre gli ereditari onori reali, che tramandò a' suoi figli. L'Imperatore aveva avuto due mogli. Minervina, oscuro ma legittimo oggetto del suo giovanile amore[386], non gli aveva lasciato se non che un figlio chiamato Crispo. Da Fausta, figlia di Massimiano ebbe tre figlie e tre figli, noti sotto i nomi fra loro simili di Costantino, di Costanzo e di Costante. A' fratelli non ambiziosi di Costantino Magno, Giulio Costanzo, Dalmazio ed Annibaliano[387] fu permesso di godere il grado più onorevole e la più abbondante fortuna, che potesse combinarsi con uno stato privato. Il più giovane di essi visse oscuramente e senza posterità. I due maggiori ebbero in matrimonio le figlie di ricchi Senatori, e propagarono nuovi rami della stirpe Imperiale. Fra i figli di Giulio Costanzo _Patrizio_, Gallo e Giuliano divennero in seguito i più illustri. I due figli di Dalmazio, ch'erano stati decorati col vano titolo di _Censori_, si chiamarono Dalmazio ed Annibaliano. Due sorelle di Costantino Magno, Anastasia ed Eutropia, furon date per mogli ad Ottato e Nepoziano, Senatori di nascita nobile e di consolar dignità. Costanza, terza di lui sorella, si distinse per l'eminente sua grandezza e miseria. Essa rimase vedova del soggiogato Licinio; e fu per sua intercessione che un innocente fanciullo, frutto del suo matrimonio, conservò per qualche tempo la vita, il titolo di Cesare ed una precaria speranza di successione. Oltre le femmine e gli affini della casa Flavia, pareva che dieci o dodici maschi, a' quali secondo il linguaggio delle Corti moderne si darebbe il titolo di Principi del sangue, fossero destinati o a ereditare per ordine, o a sostenere il trono di Costantino. Ma in meno di trent'anni questa numerosa e crescente famiglia fu ridotta alle persone di Costanzo e di Giuliano, che soli sopravvissero ad una serie di delitti e di calamità, simili a quelle che i Tragici han deplorato nelle male augurate stirpi di Cadmo e di Pelope.

Crispo, figlio maggiore di Costantino ed erede presuntivo dell'Impero, vien rappresentato dagl'istorici imparziali come un amabile e compito giovane. Fu affidata la cura della sua educazione o almen de' suoi studi a Lattanzio, il più eloquente fra' Cristiani, e precettore mirabilmente adatto a formare il gusto, e ad eccitar le virtù del suo illustre discepolo[388]. All'età di diciassette anni Crispo fu insignito del titolo di Cesare e dell'amministrazione delle Province Galliche, dove le scorrerie de' Germani gli diedero pronta occasione di segnalare il militar suo valore. Nella guerra civile, che insorse poco dopo, il padre ed il figlio divisero le loro forze; ed in quest'istoria è stato già celebrato il valore e la condotta di quest'ultimo nel forzare lo stretto dell'Ellesponto, sì ostinatamente difeso dalla flotta superiore di Licinio. Quella vittoria navale contribuì a determinar l'evento della guerra, e si riunirono i nomi di Costantino e di Crispo nelle liete acclamazioni degli Orientali lor sudditi, che ad alta voce gridavano, che s'era soggiogato, ed attualmente si governava il mondo da un Imperatore dotato d'ogni virtù, e dall'illustre di lui figliuolo, Principe amato dal Cielo e viva immagine delle perfezioni del padre. Il pubblico favore, che rare volte accompagna la vecchiezza, spargeva il suo lustro sulla gioventù di Crispo. Egli meritava la stima, e s'attirava l'affezione della Corte, dell'esercito e del popolo. Il merito già sperimentato d'un Monarca regnante si confessa da' sudditi con ripugnanza, e frequentemente si nega con parziali e mal contenti susurri; laddove dalle nascenti virtù del successore si concepiscono le più ardenti ed illimitate speranze di una pubblica e privata felicità[389].

[A. D. 324-325]

Questa pericolosa popolarità eccitò ben presto l'attenzione di Costantino, che tanto come padre che come Re non sofferiva un uguale. In vece di procurare di assicurarsi la fedeltà del suo figlio co' generosi vincoli della confidenza e della gratitudine, risolse di prevenire i mali, che si potean temere dalla non soddisfatta ambizione. Crispo ebbe tosto motivo di dolersi, che mentre il suo minor fratello Costanzo si mandava col titolo di Cesare a regnare sul suo particolar dipartimento delle Province Galliche[390], _egli_, Principe d'età matura, che avea prestati sì recenti e segnalati servigi, in luogo d'esser elevato alla dignità superiore d'_Augusto_, era confinato come prigioniero alla Corte del padre, ed esposto senza forza o difesa ad ogni calunnia, cui suggerir potea la malizia de' suoi nemici. In tali difficili circostanze, il Giovane reale non fu sempre capace di contenere la sua condotta o di sopprimere la sua scontentezza; e possiamo assicurarci ch'egli era circondato da una quantità di perfidi o indiscreti compagni, che di continuo procuravan di accendere, ed eran forse indotti a tradire la veemenza non riservata del suo risentimento. Un editto di Costantino, pubblicato verso questo tempo, indica manifestamente i reali o affettati sospetti di lui, che si fosse fatta una segreta cospirazione contro la sua persona ed il suo governo. Con tutti gli allettativi di onori e di premj, esso invita i delatori d'ogni specie ad accusare senz'eccezione i suoi magistrati o ministri, i suoi amici, o i suoi più intimi favoriti, protestando con una solenne asserzione, ch'egli stesso avrebbe ascoltata l'accusa, ed avrebbe da se stesso vendicate le proprie ingiurie; e terminando con una preghiera, la quale scuopre qualche apprensione di pericolo, onde la Previdenza dell'Ente supremo continui sempre a proteggere la salute dell'Imperatore e dell'Impero[391].

[A. D. 326]

I delatori, che secondarono un invito sì liberale, eran versati abbastanza nelle arti delle Corti per indicar come rei gli amici e gli aderenti di Crispo; nè v'è alcun motivo di non credere alla veracità dell'Imperatore, che aveva promesso un'ampia dose di vendetta e di gastigo. La politica di Costantino, per altro, mantenne le stesse speranze di riguardo e di confidenza verso d'un figlio, che incominciava a risguardare come il suo più irreconciliabil nemico. Furon battute medaglie co' soliti voti pel lungo e felice regno del giovine Cesare[392]; ed in quella guisa che il popolo, il quale non era ammesso a' segreti della Corte, amava sempre le sue virtù, o ne rispettava la dignità, così un poeta, che sollecita il suo richiamo dall'esilio, adora con ugual riverenza la maestà del padre e quella del figliuolo[393]. Era giunto il tempo di celebrar l'augusta ceremonia del ventesimo anno del regno di Costantino; e l'Imperatore a tal effetto trasferì la Corte da Nicomedia a Roma, dove s'eran fatti pel suo ricevimento i più splendidi preparativi. Ogni occhio ed ogni lingua affettava d'esprimere un sentimento di generale felicità, e per un tempo il velo della solennità e della dissimulazione servì a cuoprire i più cupi disegni di vendetta e di morte[394]. Nel più bel della festa l'infelice Crispo fu arrestato per ordine dell'Imperatore, che si spogliò della tenerezza di un padre senza prendere l'equità di un giudice. L'esame fu breve e privato[395]; e poichè fu stimato conveniente di togliere agli occhi del popolo Romano la morte del Principe, sotto forte custodia fu mandato a Pola nell'Istria, dove poco dopo fu privato di vita, o per mano del carnefice o per la più mite operazione del veleno[396]. Nella ruina di Crispo restò involto Licinio Cesare[397], giovane di amabili costumi, e non potè muoversi la violenta gelosia di Costantino dalle preghiere, nè dalle lacrime della sorella sua favorita, che dimandava la vita d'un figlio, l'unico delitto del quale era il proprio grado, ed alla perdita di cui ella non potè lungamente sopravvivere. La storia di questi disgraziati Principi, la natura e la prova del loro delitto, la forma del processo e le circostanze della lor morte furono sepolte in una misteriosa oscurità; ed il Vescovo Cortigiano, che ha in un'elaborata opera celebrato le virtù e la pietà del suo Eroe, conserva un prudente silenzio intorno a questi tragici avvenimenti[398]. Un tale superbo disprezzo per l'opinione del genere umano, mentre imprime un'indelebile macchia sulla memoria di Costantino, ci dee far sovvenire della molto diversa condotta d'uno de' più gran Monarchi del nostro secolo. Il Czar Pietro, nel pieno possesso d'una potenza dispotica, sottopose al giudizio della Russia, dell'Europa e della posterità le ragioni, che lo costrinsero a sottoscrivere la condanna d'un colpevole, o almeno degenerante figliuolo[399].

Era sì generalmente riconosciuta l'innocenza di Crispo, che i Greci moderni, i quali adorano la memoria del lor fondatore, son ridotti a palliare il delitto d'un parricidio, che i sentimenti comuni della natura umana non permettevano di giustificare. Pretendono essi, che quando l'afflitto padre scuoprì la falsità dell'accusa, da cui la sua credulità era stata sì fatalmente sedotta, pubblicò al mondo il suo pentimento e rimorso, prese il lutto per quaranta giorni, nello spazio de' quali s'astenne dall'uso de' bagni e da ogni ordinario conforto della vita, e per durevole instruzione della posterità eresse a Crispo una statua d'oro con questa memoranda inscrizione: «Al mio Figlio che ho ingiustamente condannato»[400]. Un racconto così morale ed interessante meriterebbe d'esser sostenuto da autorità meno soggette a eccezioni; ma se consultiamo gli scrittori più antichi ed autentici, essi c'informeranno, che il pentimento di Costantino non si manifestò, che con atti di vendetta e di sangue, e che purgò l'uccisione d'un figlio innocente coll'esecuzione d'una forse rea moglie. Ascrivono la disgrazia di Crispo alle arti della matrigna Fausta, di cui l'implacabile odio, o l'amore mal corrisposto rinnuovò nel palazzo di Costantino l'antica tragedia d'Ippolito e di Fedra[401]. Come la figlia di Minosse, anche la figlia di Massimiano accusò il suo figliastro d'un incestuoso attentato contro la castità della moglie del proprio padre; e facilmente ottenne dalla gelosia dell'Imperatore una sentenza di morte contro d'un Principe, che essa con ragione risguardava come il più formidabile rivale de' propri figli. Ma Elena, la vecchia madre di Costantino, compianse e vendicò l'acerbo fato di Crispo di lui nipote; nè passò gran tempo, che si fece una reale o supposta scoperta, che Fausta medesima aveva un reo commercio con uno schiavo appartenente alle stalle Imperiali[402]. La condanna e la pena di essa furono le conseguenze immediate dell'accusa; e l'adultera fu soffocata dal fumo d'un bagno, che a tal fine era stato eccessivamente riscaldato[403]. Alcuni crederanno forse che la rimembranza d'una coniugale unione di vent'anni, e l'onore dello comune lor prole, destinata erede del Trono, avrebbe dovuto ammollire il duro cuore di Costantino, e persuaderlo a contentarsi che la sua moglie, per quanto potesse comparir delinquente, purgasse le proprie colpe in una solitaria prigione. Ma sembra fatica superflua il ponderare la convenienza di questo singolare avvenimento, se non se ne può accertare la verità, ch'è veramente accompagnata da alcune circostanze di perplessità e di dubbio. Tanto quelli, che hanno attaccato, quanto quelli, che han difeso il carattere di Costantino, hanno trascurato i considerabili passi di due orazioni pronunziate nel Regno seguente. La prima celebra le virtù, la bellezza e la fortuna dell'Imperatrice Fausta, figlia, moglie, sorella e madre di tanti Principi[404]. La seconda in espressi termini afferma, che la madre del giovane Costantino, il quale fu ucciso tre anni dopo la morte di suo padre, sopravvisse per piangere il destino del figlio[405]. Nonostante la positiva testimonianza di varj scrittori sì Cristiani che Pagani, vi resteran sempre ragioni di credere o almeno di sospettare, che Fausta evitasse la cieca e sospettosa crudeltà del marito. Le morti però d'un figlio e d'un nipote insieme coll'esecuzione d'un gran numero di rispettabili e forse innocenti amici[406], che furono involti nella lor caduta, possono esser bastanti a giustificare il disgusto del popolo Romano, ed a spiegare i satirici versi affissi alla porta del Palazzo, che paragonavan fra loro gli splendidi e sanguinosi regni di Costantino e di Nerone[407].

Per la morte di Crispo parve che l'Impero fosse devoluto a' tre figli di Fausta, de' quali già è stata fatta menzione sotto i nomi di Costantino, di Costanzo e di Costante. Questi Principi furono, l'uno dopo l'altro, investiti del titolo di Cesari; e le date della lor promozione si posson riferire al decimo, al ventesimo ed al trentesimo anno del regno del loro padre[408]. Questa condotta, sebbene tendesse a moltiplicare i futuri padroni del Mondo Romano, sarebbe scusabile per la parzialità dell'affetto paterno; ma non son così facili a intendersi le ragioni dell'Imperatore, allorchè pose a rischio la sicurezza sì della sua famiglia che del suo popolo, con elevar senza necessità i due suoi nipoti Dalmazio ed Annibaliano. Il primo fu innalzato, mediante il titolo di Cesare, ad essere uguale a' cugini; in favor dell'altro Costantino inventò il nuovo o singolar titolo di _Nobilissimo_[409], al quale unì la lusinghiera distinzione d'una veste di porpora e d'oro. Ma in tutta la serie de' Principi Romani di qualunque tempo dell'Impero, il solo Annibaliano fu distinto col titolo di Re; nome, che i sudditi di Tiberio avrebbero detestato come un profano e crudele insulto di capricciosa tirannide. L'uso di tal titolo, anche nel regno di Costantino, sembra un fatto strano e senza connessione con altri, che appena può ammettersi sull'autorità delle Imperiali medaglie, unita a quella degli scrittori contemporanei[410].