Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03
Part 22
Il modo di tassare, o sia per accidente o per consiglio premeditato, sembra che unisse la sostanza di un'imposizione sulle terre colle forme d'una capitazione[364]. Le spedizioni, che si facevano d'ogni Provincia o distretto, esprimevano il numero de' sudditi tributari, e la somma delle pubbliche imposizioni. Questa era divisa per quello, e la stima, che una tal Provincia contenesse tanti _capita_ o capi di tributo, e che ogni _capo_ fosse tassato per un tal prezzo, era universalmente ammessa non solo ne' calcoli popolari, ma anche ne' legali. La valuta d'un capo tributario doveva esser varia secondo le molte accidentali, o almeno varianti circostanze; ma ci si è conservata qualche notizia di un fatto molto curioso e della massima importanza, perchè appartiene ad una delle più ricche Province del Romano Impero, e che adesso fiorisce come il più splendido regno d'Europa. I rapaci Ministri di Costanzo avevano dato fondo alla ricchezza della Gallia, esigendo per annuo tributo di ciaschedun capo venticinque monete d'oro; l'umana politica del suo successore ridusse la capitazione a sette[365]. Fatta dunque una moderata proporzione fra questi contrari estremi di straordinaria oppressione e di passeggiera indulgenza, può forse determinarsi la comun misura delle imposizioni della Gallia a sedici monete d'oro o circa nove lire sterline[366]. Ma questo calcolo, o piuttosto i fatti, da' quali è dedotto, non posson mancare di suggerir due difficoltà ad una mente che pensa, la quale resterà sorpresa nel tempo stesso e dall'_uguaglianza_ e dalla _grandezza_ della capitazione. L'intraprendere di schiarirle può per avventura spargere qualche lume sull'interessante materia delle finanze nel decadente Impero.
I. Egli è chiaro, che finattanto che l'immutabil costituzione della natura umana produce e mantiene una divisione sì disuguale di beni, la parte più numerosa della società resterebbe priva della sua sussistenza se volesse imporsi a tutti un'ugual tassa, dalla quale rileverebbe il Sovrano una ben piccola entrata. Tale invero sarebbe anche la teoria della capitazione Romana; ma in pratica non si sentiva più quest'ingiusta uguaglianza subito che il tributo si fondava sul principio di un'imposizione _reale_ non già _personale_. Si univano più indigenti cittadini a comporre un sol _capo_, o una parte della tassazione; mentre un ricco Provinciale in proporzione delle sue sostanze, rappresentava egli solo varj di questi enti immaginari. In una poetica supplica, diretta ad uno degli ultimi e più meritevoli fra i Principi Romani, che regnava nella Gallia, Sidonio Apollinare rappresenta il suo tributo sotto la figura d'un triplice mostro, del Gerione delle Greche favole, e prega il nuovo Ercole a graziosamente degnarsi di salvargli la vita con tagliare i tre capi di quello[367]. La fortuna di Sidonio era molto superiore alla ricchezza ordinaria d'un poeta, ma se egli avesse proseguito l'allusione, avrebbe dovuto rappresentare molti de' nobili Galli con i cento capi della formidabile Idra, che si estendevano sulla superficie del paese, e divoravano la sussistenza di cento famiglie.
II. La difficoltà di pagare un'annua somma di circa nove lire sterline per la tassa di capitazione della Gallia può apparire ancor più evidente, se facciasene il confronto col presente stato della medesima, in un tempo ch'è governata dall'assoluto Monarca d'un popolo industrioso, ricco ed affezionato. Le tasse di Francia nè per timore nè per lusinghe si posson fare oltrepassare l'annuale somma di diciotto milioni di lire sterline, che dovrebber forse dividersi fra ventiquattro milioni d'abitatori[368]. Fra questi, sette milioni, considerati come padri, fratelli, o mariti, possono soddisfare agli obblighi della rimanente moltitudine di donne e di fanciulli; pure l'ugual porzione d'ogni suddito tributario appena monterà sopra i cinquanta scellini di nostra moneta, in luogo di un peso quasi quadruplo, che s'imponeva a' Gallici lor antenati. Può trovarsi la ragione in tal differenza, non tanto nella respettiva scarsità o abbondanza d'oro e d'argento, quanto nello stato diverso di società nell'antica Gallia e nella Francia moderna. In un paese dove ogni suddito ha il privilegio della libertà personale, tutta la somma delle tasse, che si levano o sui beni stabili o sul consumo, si può comodamente dividere in tutto l'intero corpo della nazione. Ma la massima parte delle terre dell'antica Gallia, non meno che delle altre Province del Mondo Romano, eran coltivate da schiavi, o da contadini, la dipendente condizione de' quali non era che una meno rigida servitù[369]. In tale stato i poveri eran mantenuti a spese de' padroni, che godevano i frutti de' loro lavori; ma siccome ne' cataloghi de' tributi non avevano luogo che i nomi di que' Cittadini, che avevano i mezzi d'un'onorevole o almeno d'una decente sussistenza, così la respettiva piccolezza del loro numero spiega e giustifica la maggior rata della loro capitazione. La verità di tal proposizione può illustrarsi col seguente esempio. Gli Edui, una delle più potenti e culte tribù o città della Gallia, occupavano l'estensione d'un territorio, che adesso contiene sopra cinquecentomila abitanti, nelle due Diocesi Ecclesiastiche di Autun e di Nevers[370]; e con la probabile aggiunta di quelle di Scialon e di Macon[371], la popolazione ascenderebbe a ottocentomila anime. Nel tempo di Costantino, il territorio degli Edui non dava che venticinquemila _capi_ di capitazione, settemila de' quali furono liberati da quel Principe dal peso intollerabile del tributo[372]. Una giusta analogia par che confermi l'opinione d'un ingegnoso istorico[373], che i cittadini liberi e tributari non oltrepassassero il numero di mezzo milione; e se nella comune amministrazione del Governo si possono considerare i loro annuali pagamenti circa quattro milioni e mezzo, moneta inglese, se ne ricaverebbe, che sebbene la porzione d'ogni individuo fosse quattro volte maggiore, pure non s'esigeva nella Provincia Imperiale della Gallia, che la quarta parte delle moderne tasse di Francia. Le esazioni di Costanzo possono calcolarsi sette milioni di lire sterline, che furono ridotte a due dall'umanità, o dalla saviezza di Giuliano.
Ma questa tassa o capitazione su' proprietari di terre, avrebbe lasciata esente una ricca e numerosa classe di liberi cittadini. Colla mira di far contribuire anche quella specie di ricchezza, che proviene dall'arte o dal lavoro, e consiste in danaro o in mercanzie, s'impose dagl'Imperatori un distinto e personal tributo sulla parte commerciante de' loro sudditi[374]. Furono accordate alcune esenzioni, molto strettamente limitate sì rispetto il tempo che il luogo, a' proprietari, che disponevano del prodotto delle lor possessioni; si usò qualche indulgenza verso chi professava le arti liberali; ma ogni altro ramo d'industria, spettante al commercio, fu sottoposto al rigor della legge. Il riguardevole mercante d'Alessandria, che introduceva le gemme e le spezierie dell'India per l'uso del Mondo Occidentale; l'usuraio che traeva dall'interesse della moneta un tacito ed ignominioso profitto; l'ingegnoso artefice; il diligente meccanico; ed anche il rivenditore più oscuro di ogni rimoto villaggio dovevano ammetter gli ufficiali del Fisco a parte del loro guadagno; ed il Sovrano del Romano Impero, che tollerava la professione delle pubbliche prostitute, partecipava dell'infame lucro. Siccome questa generale imposizione sopra l'industria si ritirava ogni quattro anni, essa era chiamata la _contribuzione lustrale_: e l'istorico Zosimo[375] si lagna, che veniva annunciata l'approssimazione del fatal periodo dalle lacrime e da' terrori de' cittadini, ch'erano spesso dall'imminente sferza costretti a prendere i partiti più abbominevoli ed inumani per procacciar la somma, in cui la loro povertà era stata tassata. Non può in vero giustificarsi la testimonianza di Zosimo dalla taccia di passione e di pregiudizio; ma dalla natura di tal tributo sembra ragionevole il dedurre, ch'esso era arbitrario nella distribuzione, ed estremamente rigoroso nella maniera d'esigersi. La segreta ricchezza del commercio ed i guadagni precari dell'arte o del lavoro non son suscettibili, che d'una arbitraria valutazione, che di rado è svantaggiosa per l'interesse del Fisco; e siccome la persona del trafficante supplisce alla mancanza d'una visibile e permanente sicurezza, così il pagamento dell'imposizione, che nel caso de' tributi sopra le terre si può ottenere mediante il possesso de' beni, rare volte può estorcersi per altri mezzi che per quelli delle pene corporali. Viene attestato, e forse mitigato il crudel trattamento degl'insolventi debitori del Fisco da un editto molto umano di Costantino, che disapprovando l'uso de' tormenti e delle verghe, assegna un'ampia ed ariosa prigione per luogo della loro custodia[376].
Queste tasse generali erano imposte ed esatte per assoluta autorità del Monarca; ma le offerte, che secondo le occasioni facevansi dell'_oro coronario_, conservarono sempre il nome e l'apparenza del consenso del Popolo. V'era un uso antico, che i confederati della Repubblica, i quali ascrivevano la lor salvezza, o liberazione al buon successo delle armi Romane; ed anche le città dell'Italia, che ammiravano il valore del vittorioso lor Generale, adornavan la pompa del suo trionfo con doni volontari di corone d'oro, le quali dopo la cerimonia eran consacrate nel tempio di Giove per rimanere come un durevol monumento della sua gloria ne' futuri secoli. Il progresso dello zelo e della adulazione moltiplicò ben presto il numero, ed accrebbe la grandezza di questi popolari donativi; ed il trionfo di Cesare fu adornato di duemila ottocento ventidue massicce corone, il peso delle quali ascendeva a ventimila quattrocento quattordici libbre d'oro. Fu immediatamente fatto fondere questo tesoro dal prudente Dittatore, che conosceva sarebbe stato più utile a' suoi soldati che agli Dei: l'esempio di lui fu imitato da' suoi successori, e fu introdotto il costume di mutar questi splendidi ornamenti nel più grato dono di corrente moneta d'oro dell'Impero[377]. A lungo andare, i donativi spontanei furono esatti come dovuti per obbligo; ed invece di ristringersi all'occasione d'un trionfo, si supponeva, che si largissero dalle varie città delle province della Monarchia, ogni volta che l'Imperatore si compiaceva d'annunziare il suo avvenimento al trono, il suo Consolato, la nascita d'un figlio, la creazione d'un Cesare, una vittoria contro i Barbari, o qualunque altro reale o immaginario successo che felicitava gli annali del suo regno. Il libero donativo particolare del Senato di Roma era fissato dall'uso a mille seicento libbre d'oro, o intorno a cento vent'ottomila zecchini. I sudditi oppressi vantavano la loro felicità, perchè il Sovrano graziosamente si compiaceva d'accettar questo debole, ma volontario attestato della lor fedeltà e gratitudine[378].
Un popolo, insuperbito dall'orgoglio, od esacerbato dalla scontentezza, si trova rare volte in grado di formare una giusta idea dell'attuale sua situazione. I sudditi di Costantino erano incapaci di discernere la decadenza del genio e della maschia virtù, che tanto li rendeva inferiori alla dignità de' loro antenati: ma potevano ben sentire e dolersi del furor della tirannia, del rilassamento della disciplina e della moltiplicazione delle tasse. L'istorico imparziale, che riconosce la giustizia de' loro lamenti, non lascerà d'osservare alcune favorevoli circostanze, che tendevano ad alleggerir la miseria della loro condizione. La minacciosa tempesta de' Barbari, che sì presto rovesciò i fondamenti della grandezza Romana, era sempre rispinta o sospesa sulle Frontiere. Si coltivavano le arti del lusso e le lettere, e dagli abitanti di una gran parte del globo godevansi gli eleganti piaceri della società. Le formalità, la pompa, e le spese del Governo civile contribuivano a tenere in freno l'irregolar licenza de' soldati; e quantunque le leggi fossero violate dalla forza, o pervertite dalla sottigliezza, i savj principj della Romana giurisprudenza conservavano tuttavia un sentimento d'ordine e d'equità, incognito al dispotico governo dell'Oriente. I diritti dell'uman genere potevan trarre qualche patrocinio dalla Religione e dalla Filosofia; ed il nome di libertà che non doveva più destar timore veruno, poteva qualche volta avvertire i successori d'Augusto, ch'essi non regnavano sopra una nazione di Schiavi o di Barbari[379].
NOTE:
[187] Polibio (_l. IV. p. 423_) dell'edizione del Casaubono. Egli osserva che la pace de' Bizantini spesso era disturbata, e ristretta l'estensione del lor territorio dalle scorrerie dei Barbari della Tracia.
[188] La città fu fondata 656 anni avanti l'Era Cristiana da Biza, uomo di mare, che si diceva figlio di Nettuno. I suoi seguaci eran venuti da Argo e da Megara. Fu in seguito rifabbricato e fortificato Bizanzio da Pausania, generale Spartano. Vedi Scaligero _animad. ad Euseb. p. 81_. Ducange _Constantinopolis l. 1. part. 1. c. 15, 16_. Quanto alle guerre dei Bisantini contro Filippo, i Galli ed i Re della Bitinia non si dee prestar fede, che agli antichi scrittori i quali vissero prima che la grandezza della città Imperiale suscitasse lo spirito di adulazione e di falsità.
[189] Il _Bosforo_ è stato molto minutamente descritto da Dionisio di Bisanzio, che visse a' tempi di Diocleziano (Hudson _Georg. Minor. Tom. III._), e da Gilles o Gillio viaggiatore Francese del XVI. Secolo. Sembra, che Turnefort (_Lett. XV._) siasi servito de' suoi propri occhi e dell'erudizione di Gillio.
[190] Ben poche congetture sono così felici, come quella del Le Clerc, il quale suppone (_Biblioth. univ. Tom. I. p. 248_) che le arpie non fossero che locuste. Il nome Siriaco o Fenicio di quest'insetti, il ronzio che fanno nel volare, il fetore e la devastazione che producono, ed il vento settentrionale, che li trasporta verso il mare, tutto contribuisce a stabilire questa probabilissima somiglianza.
[191] Amico risedeva in Asia fra le antiche e le nuove rocche, in un luogo chiamato _Laurus insana_; e Fineo in Europa vicino al villaggio di Mauramolo ed al Mar Nero. Vedi Gyll. _de Bosphor. l. III. c. 23_. Tournefort _Lett. XV._
[192] L'inganno proveniva da varie punte di scogli alternativamente coperte ed abbandonate dalle onde. Al presente non sono che due piccole isole situate in vicinanza de' due contrari lidi; quella d'Europa è distinta per la colonna di Pompeo.
[193] Gli antichi la facevano di 120 stadi, o di quindici miglia Romane. Essi cominciavano a misurar lo stretto dalle nuove fortezze, ma lo continuavano fino alla città di Calcedone.
[194] Ducas _Hist. c. 34_. Leunclav. _Hist. Turc. Musulmanic. l. XV. p. 577_. Sotto l'Impero Greco, queste fortezze servivano per li prigionieri di Stato col tremendo nome di _Lete_ e di torri dell'obblivione.
[195] Serse fece imprimere sopra due colonne di marmo in lettere Greche ed Assirie i nomi delle nazioni a lui sottoposte ed il sorprendente numero delle sue fortezze terresti e marittime. I Bizantini dipoi trasportarono queste colonne dentro la città, e se ne servirono per altari delle tutelari loro Divinità. Herodot. _l. IV. c. 37_.
[196] _Namque arctissimo inter Europam Asiamque divortio Bysantium in extrema Europa posuere Graeci, quibus Pythium Apollinem consulentibus, ubi conderent urbem, redditum oraculum est, quaererent sedem coecorum terris adversam. Ea ambage Chalcedonis monstrabantur, quod priores illuc advecti, praevisa locorum utilitate pecora legissent. Tacit. Annal. XII. 62._
[197] Strab. _l. X. p. 492_. Presentemente se ne son tagliati molti rami, o per parlare meno figuratamente, molti seni del porto si son ripieni. Vedi Gyll. _de Bosph. Thrac. l. I. c. 3_.
[198] Procop. _de adific. l. I. c. 5_. La sua descrizione vien confermata da' viaggiatori moderni. Vedi Thevenot. _P. I. l. I. c. 15_. Tournefort _lett. XII_. Niebuhr _viagg. d'Arab. p. 22_.
[199] Vedi Ducange _C. l. I. P. I. c. 16_. e le _sue osservazioni sopra Villehardouin p. 289_. Fu tirata una catena da Acropoli vicino al moderno Kiosco fino alla torre di Galata ed era sostenuta a convenienti distanze da grossi pali di legno.
[200] Thevenot (_viagg. in Levante P. I. l. I. c._ 14) ne riduce la misura a 125 piccole miglia Greche. Belon (_Observat. l. I. c._ 1) dà una buona descrizione della Propontide, ma si contenta dell'indeterminata espressione di una giornata e mezzo di cammino. Dove Sandys (_viag. p._ 21) parla di 150 stadi tanto in lungo che in largo, non può supporsi che un error di stampa nel testo di questo giudizioso viaggiatore.
[201] Vedasi un'ammirabile dissertazione del Dauville sopra l'Ellesponto e i Dardanelli, nelle _Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni Tom. XXVIII. p._ 318-346. Pure anche quell'ingegnoso Geografo è troppo inclinato a supporre delle nuove e forse immaginarie misure, ad oggetto di render gli antichi scrittori tanto esatti, quanto egli stesso. Gli stadi, de' quali si serve Erodoto nella descrizione dell'Eussino, del Bosforo ec. (_l. IV. c._ 85) senza dubbio devono esser tutti della medesima specie; ma sembra impossibile di conciliarli o con la verità, o fra di loro.
[202] La distanza obbliqua fra Sesto ed Abido era di trenta stadi. S'espone dal Mahudol l'improbabilità del racconto di Ero e Leandro, ma coll'autorità de' poeti e delle medaglie si difende dal La Nauze. Vedi _Accad. delle Inscriz. Tom. VII. Hist. p._ 74. _Mem. p._ 140.
[203] Vedi _lib. VII._ d'Erodoto, che ha innalzato un elegante trofeo alla sua propria fama, ed a quella del suo paese. Sembra che ne sia stata fatta l'enumerazione con tollerabile accuratezza; ma era interessata la vanità, prima de' Persiani e poi de' Greci, ad amplificar l'armamento e la vittoria. Io dubiterei molto se gl'_invasori_ abbiano mai sorpassato il numero degli uomini di qualunque paese, che abbiano attaccato.
[204] Vedi le _Osservazioni_ di Wood _sopra Omero p._ 320. Io ho preso con piacere quest'osservazione da un Autore, che in generale non par che abbia corrisposto all'espettazione del Pubblico e come critico e meno ancora come viaggiatore. Aveva egli veduti i lidi dell'Ellesponto; avea letto Strabone; dovrebbe aver consultati gl'itinerari Romani: come fu dunque possibile che confondesse _Ilium_ con _Alexandria Troas_ (_Observ. p._ 340, 341) città, che sono 6 miglia distanti l'una dall'altra?
[205] Demetrio di Scepside scrisse sessanta libri sopra trenta versi del catalogo d'Omero. Per soddisfare la nostra curiosità è sufficiente il _lib. XIII_ di Strabone.
[206] Strab. _l. XIII. p._ 595. Omero descrive con gran chiarezza la disposizione delle navi, che furono tratte in terra ed i posti d'Aiace e d'Achille.
[207] Zosimo _l. II. p._ 10. Sozomen. _l. II. c._ 3. Teofan. p. 18. Nicefor. Callisto _l. VII. p._ 48. Zonara _Tom. II. l. XIII. p._ 6. Zosimo pone la nuova città fra Ilio ed Alessandria; ma questa apparente differenza può conciliarsi con ciò, che dicono gli altri, mediante la grand'estensione della sua circonferenza. Avanti la fondazione di Costantinopoli, Cedreno dice che venne progettata per capitale Tessalonica, e Zonara, Sardica. Tutti e due suppongono con ben poca probabilità che l'Imperatore, se non fosse stato impedito da un prodigio, avrebbe rinnovato l'errore de' _ciechi_ Calcedonesi.
[208] Descriz. dell'Oriente di Pocock _Vol. II, part. II. p._ 127. La descrizione, ch'ei fa de' sette colli, è chiara ed esatta. Questo viaggiatore di rado è tanto soddisfacente come in quest'occasione.
[209] Vedi Belon. _Osserv. c._ 72, 76. Fra le varie specie di pesci i Pelamidi, che sono una specie di Tonni, erano i più celebri. Si può rilevar da Polibio, da Strabone e da Tacito che il guadagno della pesca formava la rendita principale di Bizanzio.
[210] Vedi l'eloquente descrizione del Busbequio _Epist. I._ _p._ 64. _Est in Europa; habet in conspectu Asiam, Aegyptum, Africamque a dextra: quae tametsi contiguae non sunt, maris tamen, navigandique commoditate veluti junguntur. A sinistra vero Pontus est Euxinus etc._
[211] _Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia Urbium augustiora faciat._ Tit. Liv. _in Proëm._
[212] In una delle sue leggi così s'esprime. _Pro comoditate Urbis, quam materno nomine, jubente Deo, donavimus. Cod. Theodos. l. XIII. Tit. V. leg. 7._
[213] I Greci, come Teofane, Cedreno e l'Autore della Cronica Alessandrina si contengono dentro i limiti di espressioni vaghe o generali. Volendo un ragguaglio più circostanziato della visione, bisogna ricorrere a tali scrittori Latini, quale è Guglielmo di Malmesbury. Vedi Ducange _C. P. l. I. p._ 24, 25.
[214] Vedi Plutarc. _in Romul. Tom. I. p. 49. Edit. Bryan._ Fra le altre cerimonie facevasi una gran buca, la quale si riempiva con pugni di terra, che ciascheduno de' nuovi abitanti portava dal luogo della sua nascita, ed in tal modo adottava la sua nuova patria.
[215] Filostorg. _l. II. c._ 9. Questo accidente, quantunque preso da un autore sospetto, è caratteristico e probabile.
[216] Vedi nelle _Memor. dell'Accad. delle Iscriz. T. XXXV_. _pag._ 747, 758 una dissertazione del Danville sopra l'estensione di Costantinopoli. Egli prende la pianta inserita nell'_Impero Orientale_ del Banduri per la più esatta; ma con una serie di minutissime osservazioni corregge la stravagante proporzione della scala, e determina che la circonferenza della città è di circa 7800 tese Francesi invece di 9500.
[217] Appresso gl'Inglesi un acro contiene un'estensione di terra, lunga 40 pertiche e larga 4.
[218] Codin. _Antiquit. Const. p._ 12. Egli assegna per limite dalla parte del porto la chiesa di S. Antonio. Se ne fa menzione dal Du Cange _l. IV. c. VI._ ma non mi è riuscito di scuoprire il luogo, dov'essa era situata.
[219] Fu costruita la nuova muraglia di Teodosio nell'anno 413. Nel 447 fu gettata a terra da un terremoto, ed in tre mesi rifabbricata dalla diligenza del Prefetto Ciro. Il sobborgo della _Blacherne_ fu per la prima volta compreso nella città al tempo d'Eraclio. Du Cange _Const. l. I. c. 10, 11_.
[220] Nella _Notizia ec._ se n'esprime la misura con piedi 14075. Si può ragionevolmente supporre, che questi fossero piedi Greci, la proporzione de' quali fu ingegnosamente determinata dal Danville. Secondo esso 180 piedi equivalgono ai 78 cubiti Asemiti, che diversi scrittori dicono esser l'altezza di S. Sofia. Ciascheduno di questi cubiti era uguale a 27 pollici francesi.
[221] L'esatto Thevenot (_l. I. c. 15_) in un'ora e tre quarti girò intorno a' due lati del triangolo, dal Chiosco del Serraglio fino alle sette Torri. Danville accuratamente pondera, e molto s'affida a questa decisiva testimonianza che somministra una circonferenza di dieci o dodici miglia. Molto s'allontana dall'ordinario suo carattere Tournefort, allorchè (_Lett. XI_) s'estende alla stravagante misura di trenta o di trentaquattro miglia, senz'includervi Scutari.
[222] Il luogo chiamato _Sycae_ (o sia i Fichi) formava la decima terza regione, e fu molto abbellito da Giustiniano. Esso ebbe in seguito i nomi di Pera, e di Galata. È ovvia l'etimologia del primo, incognita quella del secondo nome. Vedi Du Cange _Const. l. I. c. 22_. Gyll. _de Byzant. l. IV. c. 10_.
[223] Cento undici stadi, che possono computarsi in miglia Greche moderne di 7 stadi l'uno, o sia di 660 ed alle volte di sole 600 tese Francesi. Vedi Danville _Misur. Itinerar. p. 53_.
[224] Corretti gli antichi Testi, che descrivono la grandezza di Babilonia e di Tebe; ridotte a' giusti termini l'esagerazioni, e certificate le misure, troviamo, che quelle famose città avevano la grande, ma non incredibil circonferenza di circa venticinque o trenta miglia. Si confronti Danville nelle _Memor. dell'Accad. Tom. XXVIII. p. 235_ colla sua _Descrizione dell'Egitto pag. 201, 202_.
[225] Se Costantinopoli e Parigi si dividano in tanti quadrati di 50 tese Francesi l'uno, il primo contiene 850 di queste parti, ed il secondo 1160.