Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

Part 16

Chapter 163,558 wordsPublic domain

RISPOSTA. Quando il popolo era da subito furore assalito non si dava nè _libertà_, nè _tempo_ di _difesa_ al Cristiano. Quando i Magistrati volevano vendicarsi dell'affronto che ricevevano dalla costanza de' martiri, quando erano pagati da' Sacerdoti, quando non erano pagati da' Cristiani; e quando la mente dell'Imperatore propendeva al rigore, gli accusati non avevano altro mezzo di schivare i tormenti e la morte, fuorchè l'apostasia. Quando il Principe inclinava all'indulgenza i ministri la secondavano, e riusciva a qualche Cristiano di rimanersi occulto.

Ma la fuga non si concedeva a chi era caduto una volta nelle mani della giustizia; questi venivano ristretti e custoditi in prigione, ed erano riserbati alla prova de' tormenti. Fuggivano quelli che non erano stati ancora denunziati o arrestati.

_Libertà di difese_ non ve n'era, nè ve ne poteva essere. Non si trattava di verificare un delitto: e l'accusato confessava e persisteva nel suo proponimento, e non era capace di difese; o tornava alla Religione degl'Idoli, ed era _assoluto, applaudito, premiato_.

I _Libellatici_, così detti, perchè si munivano de' falsi attestati che compravano dall'avarizia de' _ben educati, de' giusti, de' filosofi_ Ministri, furono dalla Chiesa creduti rei di _grave peccato_, e questo consisteva nello spergiuro e nello scandalo. S. Cipriano si esprime così: _nefandos idolatriae libellos_. Ma il N. A. dice, che era riguardata come una _venial mancanza che si espiava con una leggera penitenza_, ingannato per avventura dalle parole del Mosemio: _modica molestia veniam delicti sui ab Ecclesiis impetrabant, quasi impetrare veniam_, significasse che il peccato era veniale. E le parole _modica molestia_ esprimono, che le Chiese gli ricevevano alla comunione _senza molto stento_, giacchè essi realmente non avevano negata la fede.

Digressione quinta sopra gli editti di Tiberio e di Marco Aurelio.

RISTRETTO. _L'Apologetico di Tertulliano contiene due esempi della clemenza degl'Imperatori, ma molto sospetti; e sono gli editti di Tiberio e di Marco Aurelio. Quanto al primo, non è verisimile, che Pilato informasse l'Imperatore della sentenza di morte da se ingiustamente pronunciata: nè che Tiberio conosciuto al dispregio di ogni Religione, volesse collocar G. C. tra gli Dei di Roma; nè che il servile Senato gli si opponesse; nè che questo Principe proteggesse i Cristiani dalla severità di leggi, che ancora non erano state fatte. Quanto al secondo, la colonna Antonina prova, che Marco Aurelio ed il popolo Romano attribuirono la pioggia maravigliosa a Giove ed a Mercurio, non al Dio de' Cristiani. In tutto il corso del suo regno Marco Aurelio dispregiò i Cristiani come filosofo, li punì come Sovrano._

RISPOSTA. Non è il solo _Tertulliano_, che riferisca il fatto di _Tiberio_: ne fa pure menzione Melitone nell'Apologia, che presentò ad Antonino, oltre Eusebio, Orosio ed altri citati dal Fabricio. Nè le difficoltà, che si fanno in contrario, sono di gran momento. I Governatori erano tenuti a mandare all'Imperadore ogni famosa sentenza, che usciva dal loro tribunale; sicchè se Pilato non ne lo informava, doveva temere il gastigo dovuto alla mancanza del suo uffizio. E non era meglio prevenire e giustificarsi di proprio pugno, facendo cadere tutta la colpa sopra i sediziosi Giudei? Tiberio, ch'era _irreligioso_, dette molti esempi di animo superstiziosissimo: e potè costringere il Senato a ricevere tra gli Dei un savio della Giudea per mortificare quella _servile adunanza_. Il Senato potè _opporglisi_, sicuro del suffragio del popolo, ed appoggiato all'antica legge, che proibiva l'introduzione di ogni culto straniero: e Tiberio che progettò, non comandò, potè desistere da un impegno difficile, e farne occulta vendetta. Potè pure proteggere i Cristiani contro l'accennata legge, e contro l'altra spettante ai maleficj, benchè niuno ancora avesse fatte leggi _particolari_ contro il Cristianesimo. Il Mosemio che agita questa controversia di critica, dice che le _adotte ragioni non possono facilmente distruggersi_.

Il miracolo della _legione fulminante_ è sostenuto validamente da gran numero di Scrittori, che non possono tacciarsi di mancanza di critica. Insegnano essi, che se quello fu vero miracolo, dee necessariamente attribuirsi al vero Dio; e quale viene descritto dagli stessi Pagani, non può richiamarsi alla forza delle cagioni naturali. Insegnano, che la colonna Antonina, nella quale la grazia si ascrive a Giove ed a Mercurio fu eretta da' Pagani, i quali certamente dovevano contrastare ai Cristiani la liberazione dell'esercito. L'unica difficoltà che meriti considerazione si è il vedere, che quest'Imperadore perseguitò i Cristiani dopo il riferito miracolo. Ma Houtteville crede d'aver chiaramente dimostrato, che nel testo di Eusebio debbasi leggere l'anno 7 in vece di 17 per collocare la persecuzione prima dell'avvenimento: e soggiunge, che supponendo autentica la data d'Eusebio, la persecuzione deve ascriversi ai Sacerdoti, ai Magistrati, al popolo, così altamente infuriati contro i Cristiani a dismisura cresciuti, che neppure rispettavano la volontà del Principe.

Articolo quinto. Intervalli di pace goduti dalla Chiesa.

Non è nostro intendimento di seguire l'Autore, che come abbiamo osservato ha orribilmente sconvolto l'ordine de' tempi, e facendo calcoli poco esatti, e poco veridici, trova or qua or là lunghi intervalli di pace. Confuteremo alla rinfusa i suoi errori, con mettere sotto l'occhio del lettore le semplici date de' tempi, seguendo le tracce del Mosemio, che non può essere a lui sospetto, come quegli, che gli ha fornita lo maggior parte della materia, onde ha empito questo capo.

La Chiesa nacque nella Giudea, e nacque nella persecuzione, che spesso da S. Luca vien detta _magna_. Passata appena nel regno dell'Idolatria sotto lo stesso Tiberio, i Cristiani, oscuramente conosciuti, venivano puniti in virtù di due leggi stabilite da molto tempo nell'Impero contro i culti stranieri, e contro i maleficj. Abbiamo fondamento di credere, che Tiberio accordasse la sua protezione ai seguaci dell'Evangelio, ma eglino non si lodano di Caligola e di Claudio, come di quello. Le predette leggi sotto costoro servivano di pretesto ai sacerdoti, ai filosofi, al popolo di perseguitare i Cristiani.

Nerone nel decimo anno del suo regno fu indubitatamente il primo a dichiarare la persecuzione che durò 4 anni quanti egli ne sopravvisse. Galba regnò 7 mesi, poco meno Ottone, e 15 Vitellio, che fu sempre in guerra con Vespasiano, il quale governò 10 anni, e 2 Tito. I nominati Principi non fecero editti di persecuzione; ma ella si esercitava tacitamente e diveniva più violenta a misura che i progressi del Cristianesimo recavano maggior gelosia e timore ai cultori degl'Idoli.

Domiziano che resse l'Impero 15 anni solamente, negli ultimi pubblicò il suo editto contro i Cristiani, che fu rivocato o da lui stesso o da Nerva, il quale diede alla Chiesa due anni di respiro. La persecuzione di Traiano durò 19 anni, prima più ampia in vigore delle antiche leggi, e poi più ristretta, ma renduta regolare e stabile dal di lui rescritto. Sulle di lui orme camminò Adriano nel principio del suo governo: in seguito mitigò, ma non abolì il sistema del suo predecessore; sicchè ne' 21 anni della sua amministrazione la Chiesa fu da non pochi Martiri illustrata. Antonino Pio lasciò per qualche tempo vessare i Cristiani a discrezione de' lor nemici: ma poi commosso dalle rappresentanze di un Ministro fece il famoso editto ad _commune Asiae_, per reprimere però solamente la temerità ed il gran numero degli accusatori: egli tenne 23 anni il comando. Marco Aurelio senza far nuove leggi, continuò la persecuzione, che in alcune province fu atrocissima, e cessò di vivere dopo 19 anni di principato. Anche ne' 13 anni di Commodo, che non fu persecutore, si trovavano de' Martiri. Severo piuttosto protesse i Cristiani a principio: ma al 5 anno si rivoltò e fece editti espressi contro di loro: sedè egli sul trono 18 anni. Anche i principj di Caracalla furono macchiati del sangue de' Martiri: in appresso si rallentò la tempesta; e tutto il suo governo fu di 6 anni.

A Caracalla successe Macrino, il cui regno fu di 1 anno, e passò ad Elagabalo, che lo tenne 3 anni. Egli protesse i Cristiani più per la follia de' suoi pensamenti che per inclinazione verso loro. Alessandro Severo, che visse 13 anni, amò i Cristiani: se non che il famoso Giureconsulto Ulpiano loro nemico per intimorire l'Imperadore raccolse tutte le leggi pubblicate sino allora contro la Chiesa; ciò che fece nascere molte vessazioni. Massimiano in tre anni che visse, fu sempre persecutore. Gordiano che non afflisse i Cristiani, morì dopo 6 anni di governo. Quello di Filippo durò 5 anni e fu loro favorevole. Ma Decio, il quale dichiarò di nuovo la persecuzione, la rese tanto funesta che il tempo delle passate procelle poteva sembrar tempo di calma. Egli regnò 4 anni, e 3 Gallo, che proseguì con minor rigore la persecuzione. Valeriano, che da prima si prestò favorevole ai Cristiani in progresso gli perseguitò per 4 anni. Gallieno restituì loro la pace, sebbene imperfettamente: egli visse 8 anni, e 2 Claudio, sotto cui pure le cose Cristiane furono abbastanza tranquille. Aureliano nel quinto anno del suo governo rinnovò la persecuzione, e morì appena che l'ebbe incominciata.

Siamo giunti a Diocleziano, e possiamo dire senza timore di esagerare, che la Chiesa sino a lui non fu un momento libera dalla persecuzione. Dieci Principi le fecero aperta guerra: alcuni la guardarono con indifferenza, ed alcuni altri la protessero. Ma la persecuzione indiretta era un fuoco perpetuo, mantenuto dall'interesse de' Sacerdoti e dalla superstizione del popolo; niuno de' Principi meno nemici del nome Cristiano osò di estinguere questo foco. Basta questa sola riflessione a convincersi, che la _persecuzione_, la _ripugnanza_, la _moderazione_, _i lunghi intervalli di pace_ sono parti dell'accesa fantasia del Panegirista de' persecutori.

Del resto, quando vogliano chiamarsi tempi di pace gl'intervalli che passarono tra una ed un'altra delle persecuzioni dirette ed espresse con nuove leggi, ognuno sa, che un anno di guerra distrugge la popolazione di un secolo. Come la Chiesa invece di andarsi debilitando prendesse maggior lena e vigore a segno che sotto l'ultimo persecutore dovè impegnare l'Idolatria ed opporsi con tutte le forze (ed ogni sforzo fu vano) al suo totale esterminio, attendiamo, che lo spieghi l'Autore col suo sistema delle _cagioni naturali de' progressi del Cristianesimo_.

Egli si trattiene molto sulla persecuzione di Diocleziano; e questa è un'epoca ch'esige anche da noi una particolare attenzione.

Della persecuzione di Diocleziano.

RISTRETTO. _Il sistema di Diocleziano fu per più di 18 anni favorevole ai Cristiani, che si erano prodigiosamente moltiplicati, e godevano gl'impieghi i più importanti. I Pagani allora fecero gli ultimi sforzi, ed i Sacerdoti inventarono nuovi prodigi e chiamarono in soccorso i nuovi Platonici. Diocleziano e Costanzo non amavano di allontanarsi dalle massime della tolleranza, ma Massimiano e Galerio si dichiararono contro i Cristiani, prendendone motivo dall'imprudente zelo dei medesimi, come apparisce dagli esempi di Massimiliano di Affrica e del Centurione Marcello. Dopo la guerra di Persia riuscì a Galerio d'indurre Diocleziano a cominciare la persecuzione, che crebbe per gradi. In forza del primo editto le prigioni furono riempite di Ecclesiastici; cogli altri la persecuzione fu estesa a tutti i Cristiani, e furono intimate pene terribili a chi avesse sottratto un proscritto all'ira degl'Imperadori. L'incendio apparso due volte nel palazzo di Nicomedia intimorì altamente Galerio, che ne credè autori i Cristiani. Poichè Diocleziano ebbe rinunciato l'Impero, i suoi Colleghi ora sospesero, ora incalzarono la persecuzione secondo le circostanze, nelle quali si trovavano. In Occidente Costanzo protesse i Cristiani dal furore del popolo e dal rigor delle leggi. L'Italia e l'Affrica provarono una persecuzione breve e violenta sotto Massimiano; mentre la ribellione di Massenzio vi ricondusse improvvisamente la pace. Galerio poichè ebbe l'Impero di tutto l'Oriente, ebbe campo di soddisfare la sua crudeltà nella Tracia, nell'Asia, nella Siria, nella Palestina e nell'Egitto._

RISPOSTA. Quest'ultima persecuzione, che durò un intero decennio e fu denominato _l'Era de' Martiri_, per la copia che ne morirono, si può chiamare persecuzione ragionata, a differenza dell'altre, ch'erano state accese piuttosto da un subitaneo furore, o dalla natia fierezza de' Principi, che da fredda e riflettuta politica. Insinua non oscuramente l'Autore che i Cristiani stessi, che per gran pezzo erano stati protetti e beneficati da Diocleziano, l'obbligassero ad armar la destra in loro danno con fatti scandalosi e superbi, che distruggevano i principj della disciplina militare, e cita in prova di ciò i due esempi di _Massimiliano_ e di _Marcello_. Ma questo tratto di storia, che immediatamente precedè l'esaltazione del Cristianesimo, è così luminoso, che non si dee durar fatica a dissipare le torbide nebbie con cui si sforza egli di oscurarlo.

I veri motivi della persecuzione furono due, l'uno fu l'ultimo sforzo della superstizione e dell'interesse de' Sacerdoti, l'altro fu la smisurata ambizione di Galerio: il primo è toccato dall'Autore, che passa totalmente sotto silenzio il secondo.

Vedendo i Sacerdoti, che malgrado una guerra ch'era durata tre secoli, il Cristianesimo era divenuto presso che da per tutto la Religione dominante; che gli eserciti erano pieni di soldati Cristiani; che i Cristiani occupavano le principali cariche della Corte Imperiale; che i Cristiani avevano pubblici tempj e godevano il favore dei Principi, facilmente congetturarono, che se uno de' quattro padroni del mondo si fosse dichiarato Cristiano, l'idolatria sarebbe irreparabilmente andata in rovina, e temendo in Diocleziano più che in altri, tal mutazione, il pericolo parve loro sì grande, che non potesse rimoversi, se non con isforzi straordinarj.

Diocleziano era ignorante e superstizioso: dunque i Sacerdoti fecero parlar un oracolo contro i Cristiani, ed apparir segni infausti nelle vittime a cagion dei Cristiani. Questi due artifizj commossero l'animo del Principe che minacciò i Cristiani della sua Corte, e diede qualche ordine per costringerli a sacrificare agli Dei: ma dominato dall'amor della quiete, il suo sdegno appena acceso si estingueva; sicchè, disperando i Sacerdoti di guadagnarlo, si rivolsero a Galerio, in cui vedevano disposizioni più favorevoli.

Era Galerio rozzo, brutale, superstizioso all'eccesso; e dopo la guerra di Persia era venuto in tanta superbia, che formò l'ambizioso progetto di far perire i suoi Colleghi, e di godersi solo l'Impero. Costanzo Cloro, minacciato di prossima morte dalle abituali sue infermità, non gli dava gran pena, e la fortuna di Massimiano era appoggiata a quella di Diocleziano; sicchè contro costui doveva egli tutte le sue macchine indirizzare. Diocleziano, amando i Cristiani, n'era egualmente riamato, ed il loro numero, e la loro potenza lo tenevano in sicuro di qualunque attentato; onde Galerio non poteva perderlo, senza perder prima i Cristiani: e perchè Diocleziano faceva nel comando la figura di capo, come quegli, che aveva inventato il nuovo sistema, ed aveva chiamato a parte dell'Impero gli altri tre Principi, bisognava ch'egli stesso fosse lo strumento della persecuzione de' Cristiani.

Dunque il traditore, cautamente celando il suo vero disegno, assediava continuamente le orecchie di Diocleziano, e tentava ogni mezzo d'infiammare il di lui animo contro i Cristiani. Felici noi, e felice lui, se penetrando le mire del nemico avesse seco temporeggiato per politica, come aveva già fatto co' Sacerdoti per naturale freddezza! Egli resistè buona pezza agli assalti; ma finalmente la istanza di Galerio gli parve sì giusta, che non potesse con onore rigettarla. Domandò Galerio, che si mettesse l'affare in deliberazione secretamente con alcuni scelti Consiglieri; l'ottenne, e vinse. I Consiglieri furono nominati da lui, e vedendolo correre a gran passi alla fortuna, ne secondarono la intenzione.

Niuno degli antichi ha lasciato scritto ciò, che nel Consiglio si disse: ciò non ostante il nostro Autore crede d'indovinarlo; egli suppone, che i Ministri persuasero Diocleziano colle seguenti riflessioni: _Che non doveva permettersi che sussistesse, e si moltiplicasse un popolo indipendente, e numeroso nel cuore delle Province._ Ma Diocleziano si lodava della ubbidienza, e del servizio de' Cristiani, che erano sparsi per tutto, e vivevano subordinati alle leggi, contenti della libertà di coscienza. Che i _Cristiani avevano formata una repubblica a parte, che si poteva sopprimere, prima che acquistasse una forza militare_. Ma Diocleziano avrebbe risposto, che questa era una fredda ripetizione. Che _questa Repubblica già si governava colle proprie leggi, e co' propri magistrati_: e ciò nello spirituale; nel temporale co' magistrati, e colle leggi del Principe. Che _già possedeva un tesoro pubblico_. Tesoro in sogno; le Chiese raccoglievano quotidianamente le oblazioni e quotidianamente le distribuivano, secondo i canoni della disciplina. _Che tutte le parti erano intimamente legate fra loro per mezzo delle adunanze dei Vescovi_; cioè professavano la stessa credenza. Che _i loro decreti erano ricevuti dalle numerose congregazioni con cieca credenza_: nelle materie spettanti alla loro fede, Iddio volesse, che i nostri nemici fossero entrati in queste considerazioni!

Ma lo spirito calunniatore del nostro Autore è contrario ai monumenti più autentici della Storia. Imperciocchè le addotte accuse giustificherebbero così bene la persecuzione, che i Principi per rimuoverne tutta la odiosità, e far in se stessi risplendere l'amor del ben pubblico, le avrebbero pomposamente spiegate nei loro editti, se si fossero potuti lusingare, che alcuno vi avrebbe prestata credenza. Che vuol dire, che non se ne fa neppur motto? Galerio in fine pubblicò l'editto di rivocazione: in esso prese a giustificarsi, e dichiarò che il suo disegno era stato di guarire la superstizione de' Cristiani, e di ricondurli alla Religione degl'Idoli. Un Principe può purgarsi con ragioni di Stato, e trascura un vantaggio così essenziale? Inoltre, è noto, che Geroele Presidente della Bitinia fu uno de' Consiglieri, e lo strumento principale della persecuzione: costui pubblicò due libretti contro i Cristiani; Lattanzio, che ne dà l'estratto, non porge il minimo indizio di sospettare ciò, che l'Autore gli ha fatto dire.

Cade qui in acconcio di spiegare i due esempi che egli suppone anteriori alla persecuzione, e cagione ancora della medesima. Quando i Sacerdoti fecero credere a Diocleziano, che nella vittima, ch'egli consultava, non si trovavano i soliti segni, per la presenza de' Cristiani, il Principe _milites ad nefanda sacrificia cogi praecepit_, come scrive Lattanzio. Ma i soldati, piuttosto che sacrificare agl'Idoli, rinunciavano alla milizia; ciò, ch'era permesso.

Ora negli atti del Ruinart citati dall'Autore il Centurione Marcello così dice: _Se tale è la condizione di quelli che militano, che debbano essere costretti a sacrificare agli Dei, ed agl'Imperadori, io getto a terra il cingolo e l'armi_. Il Signor di Voltaire sopprimendo tutte le circostanze ha narrato, che _Marcello in giorno di pubblica festa avendo gettato a terra le insegne militari, dichiarò che al solo Cristo ubbidiva_: e così potè soggiungere che _fu punito, come disertore, non come Martire, e che si trattava di una legge militare, non di una guerra di Religione_. Il nostro Autore lo ha copiato fedelmente con tutta la citazione, benchè nelle altre sue ricerche consulti sempre gli originali. Questo, e simili fatti, sieno accaduti prima, sieno accaduti dopo la dichiarazione della persecuzione, altro non dimostrano, se non che i Cristiani dediti alla milizia non volevano rinunciare alla propria Religione.

Massimiliano di Affrica non può nella stessa guisa scusarsi: egli dichiarò, che la sua coscienza non gli permetteva di appigliarsi al mestiere delle armi. Ma quali sospetti poteva risvegliare nell'animo de' Principi un fatto singolare, quando gran moltitudine di Cristiani serviva attualmente negli eserciti?

Galerio si sforzò di far cadere sopra i Cristiani il sospetto del fuoco, che si attaccò al palazzo: ma Diocleziano fece dare i tormenti a _tutti i suoi_; e la sua Corte era composta di Cristiani, e di Gentili. Costantino, che allora era nel palazzo di Nicomedia lo attribuisce ad un fulmine; Lattanzio ne fa autore lo stesso Galerio. Siccome gl'incendj furono due, così non è facile di mettere in chiaro le difficoltà, che ne nascono; ma se noi non possiamo convincerne Galerio, così egli non potè convincerne i Cristiani.

Si è detto, che la intera durata della persecuzione fu di 10 anni; ma non sempre, nè da per tutto dello stesso tenore. Opinò Galerio da prima, che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi, e il suo avviso fu rigettato con orrore. Diocleziano sempre abborrì il sangue, e non fu strascinato sino all'eccesso, che a grado a grado. Ordinò col primo editto la consegna de' libri sacri; così la tempesta si scaricò sopra i soli Ecclesiastici, ma succedendosi di mano in mano gli editti, la persecuzione divenne generale.

E ne' primi due anni fu violenta: la rinuncia di Diocleziano fu cagione di qualche cambiamento: Costanzo, che ubbidiva con ripugnanza, rendè la pace ai Cristiani suoi sudditi: Massenzio rivoltatosi contro Massimiano, trasse nel suo partito i Cristiani di quella porzione d'Impero: ma Galerio fece orribili stragi in tutto l'Oriente.

Editto di Galerio per dare la pace alla Chiesa.

RISTRETTO. _Galerio afflitto da lunga e penosa malattia pubblicò un editto, nel quale dichiarò ch'era intenzion sua di correggere e ristabilir tutto secondo le antiche leggi e la disciplina pubblica de' Romani; e di ricondurre nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevano abbandonata la Religione, e le ceremonie de' loro maggiori; e che disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi ed opinioni stravaganti secondo i dettami del lor capriccio, ed avevano formate diverse società nelle Province dell'Impero: ma che trovandoli tuttora ostinati nell'empia loro follia permetteva loro di nuovo il libero esercizio della propria Religione, purchè conservassero sempre il rispetto dovuto alle leggi, ed al governo, e gli esortava a pregare il lor Dio per la sua salute, e per la prosperità dell'Impero._

RISPOSTA. O l'Autore ha falsificato l'editto, o lo ha malamente tradotto dal latino. Nell'originale non si nominano mai le _leggi_, sulle quali tanto s'insiste nella traduzione. La _disciplina_ Romana che Galerio voleva rimettere, significa, come lo avverte il Mosemio, la _Religione_. Così Galerio suppone, che i Cristiani andavano contro la Religione Romana, non contro le antiche leggi, e contro la disciplina civile. Nel testo si legge, _ut Christiani, qui parentum suorum reliquerunt sectam, ad bonas mentes redirent_; ed in fatti, i moderni platonici li accusavano di essersi allontanati dal primo loro istituto. Le parole _sectam parentum suorum_, chiarissime in se stesse, nella traduzione esprimono, che i Cristiani avevano abbandonata la _Religione de' loro maggiori Idolatri_, poichè soggiugne _disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi, ed opinioni stravaganti, secondo i dettami del loro capriccio, e che però i delusi Cristiani si dovevano ricondurre nella via della ragione, e della natura_. In verità bisogna avere una fronte molto intrepida, per portar la impostura ad un segno tanto alto.