Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

Part 15

Chapter 153,457 wordsPublic domain

RISTRETTO. _Abbiamo da Tacito, che Nerone imputando ai Cristiani l'incendio di Roma, attribuito generalmente a lui, ne fece morire una moltitudine con crudeli tormenti. Ma 1. non si può mettere in dubbio la verità del fatto, e la genuità del testo di Tacito: 2. egli non potè essere informato di questo fatto se non dalla conversazione o dalla lettura: 3. non potè parlarne se non sessant'anni dopo, quando cioè era forzato ad adottare le relazioni de' contemporanei riguardo ai Cristiani, e parlarne non tanto secondo le cognizioni o i pregiudizi dell'età di Nerone, quanto secondo quelli d'Adriano: 4. Tacito lascia spesso le circostanze intermedie che dee supplirvi il lettore. Può dirsi pertanto che Nerone fosse disposto ad imputar l'incendio di Roma piuttosto ai Giudei che agli oscuri Cristiani; e che quelli profittando della protezione di Poppea e di un Giudeo Commediante sostituissero per vittima i Galilei, setta di recente nata fra loro, e che avendo avuto lo stesso nome i seguaci di Cristo denominati Cristiani all'età d'Adriano, si credesse per equivoco accaduta ai Cristiani la disgrazia de' Galilei, e che Tacito avesse commesso lo sbaglio medesimo. Ma comunque ciò sia, questa crudeltà riguardò l'accusa dell'incendio, non de' dogmi de' Cristiani, e non uscì dal recinto di Roma; ed i Principi seguenti risparmiavano una setta oppressa da un Tiranno._

RISPOSTA. Le quattro osservazioni sopra Tacito sono ammirabili. La prima, ch'è sulla _genuità del passo_, non è a proposito. Nella quarta, pretendendosi che Tacito _fosse caduto in un equivoco di nomi_, si vorrebbe che il lettore lo rischiarasse, con _supplire le circostanze intermedie ch'egli suol tralasciare_. Nella seconda Tacito, per informarsi di un avvenimento accaduto nella sua fanciullezza, doveva ricorrere alla _relazione, o agli scritti_. Se non che viene la terza ad annunciarci, che _parlando egli di questo fatto sessanta anni dopo_, cioè sotto Adriano, _dovè adottare l'idee di questo tempo, non del tempo di Nerone_. Il Signor di Voltaire non cumulò tanti spropositi.

O Tacito consultò memorie scritte, o le relazioni de' viventi. In un periodo di sessant'anni le memorie scritte non potevano essere, che o prossime al fatto o contemporanee; e ne' pubblici registri dovevano trovarsi i nomi, la condizione e l'istituto de' giustiziati; di sorte che a questi caratteri Tacito, il quale si mostra informato dell'origine de' Cristiani, non poteva equivocare in forza del nome: anzi avrebbe potuto correggere l'opinione del suo tempo se l'avesse trovata erronea. Se consultò le relazioni de' viventi, naturalmente dovè ricorrere a' più vecchi come a' più vicini al fatto; e benchè la di lui storia si supponga scritta _sessant'anni dopo_, pure non potè egli raccoglier la materia, e stenderla in breve spazio di tempo: di maniera che ci avvicineremo tanto ai contemporanei, che non si comprenderà più la possibilità dell'equivoco. Tacito era _fanciullo_ allorchè Nerone commise quell'eccesso; nell'età avanzata non dovè informarsi da persone, che allora erano molto maggiori di lui?

Che Nerone potè essere disposto ad _imputare il suo delitto ai Giudei_, è un semplice _può essere_. Che i Giudei potessero sottrarsi a questa procella _per la protezione di Poppea_, è un altro _può essere_. Che sostituissero in loro vece i Galilei o sia i seguaci di Giuda Gaulonia, è un _può essere_ inverisimile: poichè odiando eglino molto più che questi i Cristiani, avrebbero fatto piombar il fulmine piuttosto sopra i Cristiani, che sopra una loro setta.

Consultiamo _congetture_ più plausibili. È certo, che i Cristiani hanno sempre creduto che Nerone incrudelisse contro di loro; e che nella loro tradizione non vi poteva essere equivoco; mentre dovevano dagli amici, da' parenti, da' Sacerdoti essere pienamente informati di tutte le circostanze. Se le vittime sventurate della crudeltà del Tiranno non fossero state del loro istituto, trattandosi di comparire rei o almeno capaci di un delitto così odioso, non dovevano opporsi all'opinione, che si finge invalsa a tempo di Adriano, per lavarsi dall'infamia, e per non autorizzare gli altri Principi coll'esempio di Nerone?

Nell'affar dall'incendio non fu perseguitata direttamente la _fede de' dogmi_; ma i Cristiani non soffrirono quel barbaro trattamento se non perchè professavano una Religione, accusata dall'odio del genere umano, e capace d'incendiare la capitale dell'Impero.

Ma riguardo alla Religione stessa, Tertulliano dice, che Traiano _annullò leggi contrarie a' Cristiani_: e prima di questo Principe le rammentate leggi non possono ascriversi che a Domiziano ed a Nerone. Lattanzio pure scrive, che _Nerone si accinse a rovinare il tempio celeste_. Da ultimo S. Pietro e S. Paolo conseguirono la palma del martirio sotto questo Principe, ma non nell'occasione dell'incendio di Roma. Se ciò è vero, la persecuzione dovè essere generale.

Tolto questo mostro dal mondo, il Senato ne annullò gli atti, e i Principi, che vennero appresso sino a Domiziano, non consta, che avessero pubblicate leggi contro i Cristiani. Ma non perciò si lasciava di procedere contro di loro, in virtù delle leggi generali che venivano a ferirne l'istituto. Ma veniamo a Domiziano.

RISTRETTO. _Avendo il fuoco incendiato il tempio del Campidoglio, gl'Imperadori imposero una tassa ai Giudei; il che diede motivo di vessarli: i Cristiani, che passavano per Giudei, furono involti nella persecuzione. Dei due figliuoli di Flavio Sabino zio di Domiziano, il maggiore fu convinto di cospirazione; il minore detto Flavio Clemente dovè la sua sicurezza alla mancanza di coraggio e di abilità, ma finalmente fu fatto morire: e Domitilla sua moglie fu rilegata. Il delitto imputato loro fu d'ateismo e di costumi Giudaici: onde qui non vi è idea nè di martiri nè di persecuzione._

RISPOSTA. L'incendio del tempio del Campidoglio avvenne durante la guerra civile tra Vitellio e Vespasiano: il nuovo tempio fu dedicato da Domiziano, ma la tassa imposta ai Giudei fu a lui anteriore. Nè i Cristiani confondono le vessazioni sofferte da' Giudei, e forse da alcuni del loro partito, colle leggi proibitive del Cristianesimo: onde l'Autore confonde le sue idee, e quelle del lettore per voler troppo discorrere.

La legge riguarda la condanna di _Flavio Clemente_, ch'egli fa morire per _pura gelosia di governo_, citando il principio d'un passo di Dione, e sopprimendo il rimanente, dove soggiunge lo Storico, che _sopra la stessa accusa di ateismo e di costumi Giudaici altri furono condannati alla morte, ad altri furono confiscati i beni_. Queste esecuzioni suppongono una legge fatta per proibire l'_ateismo e i costumi Giudaici_, caratteri, che convengono ai soli Cristiani; onde a Clemente di _poco talento_, cioè modesto rimane nel numero de' Martiri, e Domiziano nella classe de' Persecutori. E notiamo di volo, che sotto Domiziano il Cristianesimo si era insinuato nella sua famiglia.

Articolo secondo. Se gl'Imperatori si condussero con precauzione e con ripugnanza nel perseguitare i Cristiani.

Nuova e singolar maniera di ragionar sulla storia! Turbar l'ordine cronologico senza bisogno; parlar del martirio di San Cipriano prima che avvenisse; unir Tiberio con Marco Aurelio, e farli venire in iscena dopo Traiano; e dopo Decio rompere la serie degli Imperadori per trattenerci sull'ardore, col quale i Cristiani correvano al martirio, sopra i motivi che ve li spignevano, e sul rilassamento tra loro introdottosi, e finalmente dividere le parti della Commedia ed assegnare ad un Imperadore la _precauzione_, ad un altro la _ripugnanza_, ad un terzo la _moderazione_: e quindi conchiudere in tuono d'autorità, che i Persecutori del Cristianesimo si regolarono con _precauzione_, con _ripugnanza_, con _moderazione_; ecco i rari pregi di questo libro.

Non ha fatto così l'Autore del Discorso sulla Storia universale; non così l'Autore de' Ragionamenti sulla storia Ecclesiastica; non così l'Autore dell'Osservazioni sulla grandezza, e sulla decadenza de' Romani. Questi, che scrivevano per istruire, si guardarono da tutto ciò, che potesse partorir confusione; in vece di generalizzare le idee, limitarono le loro riflessioni alla natura di ogni fatto particolare; e così sotto il loro pennello il bianco è rimasto bianco, ed il nero è rimasto nero. Premendo noi le stesse vestigia, e rinunciando in fatto di storia all'universalità dell'idee, vorremmo porre sotto l'occhio del lettore le leggi fatte da ogni Imperadore, e la maniera colle quali furono eseguite; onde più dalla storia stessa che dalle nostre riflessioni risultasse il carattere proprio di ciascuno, se il nostro disegno ci permettesse di dilungarci: tuttavia non lasceremo che si desideri il bisognevole.

E primieramente la _precauzione_, la _ripugnanza_, la _moderazione_, che tanto si estolle, non si manifesta nella persecuzione indiretta e permanente; poichè l'aver appunto trascurato sino a Plinio di procedere nella causa de' Cristiani con una regola fissa; e l'avere permesso, che i Sacerdoti colle loro suggestioni, ed il popolo con tumultuosi clamori si arrogassero il diritto della sovranità, dà idea e ne' Principi e ne' sudditi di quei tempi di tutto altro che di _precauzione_, di _ripugnanza_, e di _moderazione_.

Secondariamente, i primi due autori delle persecuzioni dirette ed espresse, Nerone e Domiziano, sembrano piuttosto mostri che uomini, come ognuno facilmente concederà, senza che si ripetano da noi i decreti e le azioni loro. Ma siccome l'Autore ha tolti questi due Tiranni dal numero de' persecutori, e pretende, che Traiano fosse il primo a far leggi particolari sopra i Cristiani, così da questo cominciano ad additarsi nella storia i tre caratteri dianzi rammentati. Osserviamo intanto, com'egli faccia il ritratto di Traiano e de' suoi successori.

Articolo terzo, se Traiano, Adriano ed Antonino si condussero con precauzione, con ripugnanza, e con moderazione contro i Cristiani.

RISTRETTO. _Sotto Traiano, Plinio il giovane, Governatore della Bitinia trovossi perplesso nel determinare qual legge seguir dovesse co' Cristiani, dal che si arguisce che fino allora non esisteva contro di essi alcuna legge generale. Egli ricorse a Traiano, nella risposta del quale si stabilirono due utili regolamenti. Perchè egli ordina ai Magistrati di punire i convinti, proibisce di farne inquisizione; rigetta l'accuse anonime, e similmente il denunciante doveva provare tutte le circostanze dell'accusa. Se vi riusciva si rendeva odioso ed a' Cristiani ed a' Gentili; se non vi riusciva, incontrava la pena severa, e forse capitale imposta da una legge di Adriano: onde non si crederà sicuramente che i sudditi idolatri dell'Impero Romano avessero formate leggermente o frequentemente accuse, dalle quali avevano sì poco a sperare._

RISPOSTA. Primo, questo tratto di storia è distinto dall'Autore a dimostrare la _precauzione_, e la _ripugnanza_: la _moderazione nell'uso delle pene_ è argomento d'un altro quadro.

Secondo, nel titolo dell'articolo egli annunzia in generale, che gl'Imperadori si condussero con _precauzione_ e con _ripugnanza, quando si trattò di punire i sudditi accusati di Cristianesimo_; e qui parla del solo Traiano, e tocca di volo Adriano, e sino all'ultimo de' persecutori più non parla di questo.

Terzo, riferisce imperfettamente la legge di Traiano, dalla quale essenzialmente dipende il giudizio, che far ne dobbiamo; e regala grandi vantaggi a' Cristiani a forza d'immaginarli.

Plinio espose a Traiano, che avendo fatto diligente esame intorno all'istituto ed alle adunanze de' Cristiani, non vi aveva trovato se non che cantavano lodi al loro Cristo; che facevano pranzi sobri ed ordinari, e che si astringevano con giuramento ad astenersi da ogni reità; che avevano cessato pure di adunarsi per ubbidire agli ordini suoi; e che poste per maggior cautela due donne Cristiane a' tormenti, non potè altro scuoprire se non un gran fondo di superstizione. Risponde l'Imperadore, che in _quest'affare non si può stabilire una regola sicura_; ma si compiace di ordinare, che _non si faccia più inquisizione contro i Cristiani, se però essi verranno accusati e convinti, i Magistrati usino ogni mezzo di ridurli, e trovandoli ostinati, li puniscano colla morte_.

Confessa lo stesso Autore, che la legge è _contraddittoria_: in fatti se il Cristianesimo gli pareva delitto di morte, doveva permettere, che si seguisse a procedere per inquisizione come in tutti gli altri delitti capitali; se non gli sembrava che vi dovesse aver luogo l'inquisizione non doveva punir di morte gli accusati.

Questa legge recò due gravissimi danni ai Cristiani. Traiano lasciò libero ai Magistrati l'impiegare i mezzi eziandio di rigore, affin di ridurre i Cristiani al volere del Principe; e così aprì la via ai tormenti ed alla crudeltà: ed essendo questo il primo piano criminale fatto contro il Cristianesimo, si stabilì sì fattamente, che gl'Imperadori seguenti non poterono del tutto abolirlo, quando vollero favorire gli oppressi. Quindi la _ripugnanza_ vi è nella legge, ma non vi è nè _precauzione_, nè _moderazione_; anzi evvi o una negligenza così supina o una politica così artifiziosa, che i Cristiani sono costretti ad imputare a Traiano tutti i mali, che fecero loro soffrire i suoi successori.

È curioso l'Autore, quando dice, che gli accusatori dovevano _vergognarsi o temere_. Sapete chi erano gli accusatori? I Sacerdoti, i Filosofi, i quali stimavano di prestar ossequio agli Dei, perdendo i loro nemici. E la legge di Traiano recò loro tanto poco spavento, che Adriano suo successore, ed indi Antonino Pio non poterono frenarne altrimenti l'ardore, che coll'imporre al calunniatore la stessa pena del calunniato. Eglino pure dichiararono, che i clamori del popolo non sarebbero stati più ammessi come prova legale.

In questi due Principi la verità ci obbliga a riconoscere qualche grado di _ripugnanza_, di _precauzione_, di _moderazione_; ed i nostri Storici hanno loro renduta la meritata giustizia. Iddio volesse ch'eglino avessero avuto il coraggio di condannare all'obblio la funesta legge di Traiano. Avendo eglino conosciuta la ragione, dovevano trarla da' ceppi dell'oppressione invece di consolarla. Ma la spada nelle loro mani non fu digiuna di sangue: e molti Martiri sotto di loro illustrarono la Chiesa. Forse temettero la superstizione del popolo e la possanza dell'irritabile genere de' Sacerdoti Pagani: non avendo essi avute idee molto pure della giustizia, noi, piuttosto che malignare sulla loro condotta, siamo disposti a compatirli. Lo stesso Traiano per avventura era stato costretto a rispettare la congiura universale del Paganesimo contro i Cristiani, ma non sappiamo perdonargli l'aver permesso ai Magistrati di tentar la costanza de' denunciati, sempre che la giustizia suole impiegare i tormenti ad ottenere la confessione, non la negazione del delitto.

Articolo quarto. Se gl'Imperadori furono moderati nell'uso delle pene.

RISTRETTO. _Non era la pena una conseguenza inevitabile dell'essere alcuno stato convinto: chi tornava all'Idolatria era assoluto, applaudito, premiato; ed i giudici prendevano piuttosto a disingannarli che a punirli. Gli Scrittori del quarto e del quinto secolo hanno attribuito ai Magistrati Romani le più grandi crudeltà, e le più indecenti tentazioni. La loro educazione, il rispetto per le regole della giustizia, l'amore pe' precetti della filosofia non rendono credibili tali racconti._

RISPOSTA. Di che tempo si parla? Di quali Ministri? Sotto quali Imperadori? Dovrebbero determinarsi tutte queste circostanze, per ragionare con fondamento sulla pretesa _moderazione_. Fu moderato Nerone, che fece servir i Cristiani per funesti fanali a' suoi infami divertimenti? Fu moderato Domiziano, che incrudelì contro il proprio sangue? Fu moderato Traiano, che aprì il primo la via de' tormenti? Fu moderato Decio che ordinò ai Magistrati d'inventarne de' nuovi? Fu moderato Marco Aurelio, che molto prima di Decio fece crudelissime stragi? Fu moderato Galerio, che opinò che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi? Quali i Principi, tali esser ne dovevano i Ministri. Se si fosse trattato di un delitto, in cui i Giudici alcuno interesse non avessero avuto, si potrebbero per ventura supporre, quali sono dal loro Apologista dipinti. Ma eglino professavano la Religion combattuta da' Cristiani; ed avevano continuamente all'orecchio i Sacerdoti degl'Idoli. Come supporli indifferenti, e piuttosto disposti a _disingannare_, che a _punire_ i nemici de' loro Numi? Qualche esempio di moderazione e di umanità pur nella storia si trova; ed i nostri Scrittori stessi ne hanno conservata la memoria; ma è un abusare del pubblico il citar qualche esempio in prova di un'asserzione generale.

E giacchè l'Autore ci obbliga a fare il vero carattere de' Magistrati Romani, invece dell'_eccellente educazione, del rispetto per la giustizia, dell'amore per la filosofia_, noi troviamo due fatti incontrastabili. Primo, che gl'Imperadori dovettero varie volte reprimere la licenza de' loro ministri. Secondo, sotto Decio questi edificanti Ministri vendevano pubblicamente falsi attestati ai Cristiani, che non avevano coraggio di combattere; e per costringerli a comprarli, facevano soffrire i più barbari tormenti a que' miserabili, che non potevano pascere la loro avarizia? La bella _educazione_! l'incorrotta _giustizia_! il purissimo _amore della filosofia_! farsi spergiuri e tradire il proprio Principe e la propria Religione.

Il Mosemio ha trovate le tracce di sì reo costume, anche ne' tempi anteriori a Decio e sappiamo dagli Atti Apostolici che S. Paolo fu fatto marcire due anni in prigione dal Ministro Romano, che si era lusingato di poterne trarre danaro. E se il danaro veniva loro offerto da' sacerdoti de gl'Idoli, come non è incredibile, con qual ferocia dovevano avventarsi contro gli oggetti dell'odio loro?

Riferiscono gli Storici del quarto e del quinto secolo che i Pagani alle volte impiegavano contro i Cristiani _le più indecenti tentazioni_; e ciò era conforme alla loro Religione. Non si sa, che Venere avea dei postriboli dedicati al suo nome, e che le meretrici credevano di onorarla? E questo si pretendeva dalle Vergini Cristiane?

Ma eccoci costretti a rompere il filo della Cronologia, per trattenerci in varie digressioni su i _motivi, che portavano i Cristiani a cercare il martirio, sull'ardore de' primi Cristiani, sul rilassamento, che vi s'introdusse per gradi; sopra i diversi mezzi di evitare il martirio, e sopra gli editti di Tiberio e di Marco Aurelio._

Digressione prima sopra i motivi, che portavano i Cristiani a cercare il martirio.

RISTRETTO. _Le vaghe declamazioni de' Padri non spiegano il grado di gloria, ch'essi promettevano a chi spargeva il sangue in difesa della Religione. Insegnavano, che il fuoco del martirio suppliva ogni difetto ed espiava ogni colpa, che mentre le anime degli altri Cristiani erano obbligate a passare per una lenta e penosa purificazione, i martiri entravano trionfanti al godimento immediato dell'eterne beneficenze. Oltre questo motivo servivano d'incitamento gli onori co' quali la Chiesa celebrava i gloriosi Campioni dell'Evangelio. I Confessori, che non erano condannati a morte, erano pure onorati; ed essi troppo spesso abusavano col loro spirituale orgoglio e colle licenziose maniere della preeminenza, che lo zelo e l'intrepidità avevano loro acquistata._

RISPOSTA. La dottrina de' Padri circa il _valore del martirio_ è chiara, ed è quella, che ha esposta l'Autore. Quanto al _grado di gloria_ assegnato ai Martiri, il saperlo non era di gran giovamento.

Se l'Autore riconosce, che i Martiri correvano alla morte a motivo della _gloria celeste_, non può loro attribuire quello della _gloria temporale_: un Martire sapeva, che l'_orgoglio spirituale_ lo avrebbe privato della mercede, alla quale aspirava; onde o rinunciava al martirio o alla superbia.

I _Confessori erano onorati_: si rispettavan in essi la presenza della grazia, che gl'infiammava al martirio: ma le decisioni si aspettavano dalle mani de' Vescovi non de' _Confessori_.

Non possiamo mettere in dubbio la testimonianza di S. Cipriano, il quale si duole del _rilassamento_, che cominciava ad introdursi tra' Confessori, _passata già la tempesta_: questi sventurati non avevano forza di resistere ad un secondo combattimento: e perciò il Santo Vescovo insisteva tanto sulla _disciplina_ che riguardava gli onori de' Confessori.

Seconda digressione sull'ardore de' primi Cristiani.

RISTRETTO. _Noi saremmo disposti più a criticare che ad ammirare l'ardore de' primi Cristiani, che spiravano sentimenti opposti alla comune inclinazione della natura dell'uomo. Molti irritavano il furor de' leoni, affrettavano i carnefici, si lanciavano con gioia tralle fiamme; e non avendo accusatori si dichiaravano da se stessi, e correvano in folla attorno ai tribunali. I filosofi ne stupivano, e trattavano tale maniera di morire come uno strano risultato di ostinata disperazione e di stupida insensibilità, o di superstiziosa frenesia._

RISPOSTA. Lattanzio rispondeva a questi filosofi, che la _stupidità o la stoltezza_ si trova sempre in _pochi_; che non si concepisce come divengano folli ad un tratto persone in gran numero, di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione, sparse in tante diverse regioni. Vuolsi ancora notare che la pretesa _frenesia_ derivava da un sistema di dottrina ragionato, ed era la conchiusione di un sistema di vivere similmente ragionato. Da ultimo è certo che la vista de' Martiri talora convertiva improvvisamente gli astanti, che si dichiaravano Cristiani per morire egualmente Martiri. Ciò non è frequente nell'ordine della natura.

Prima che il Martire Ignazio prorompesse in _sentimenti opposti alla comune inclinazione della natura dell'uomo_, S. Paolo aveva detto: _cupio dissolvi et esse cum Christo_. Perciò noi siamo portati ad _ammirarli_ invece di _criticarli_. Ma chi ha perduto il tatto spirituale, ed ha riposto ogni suo bene negli oggetti grossolani de' sensi, certamente nulla più dee temer che la morte.

Terza digressione sul rilassamento, che s'introdusse per gradi.

RISTRETTO. _Quest'ardor della mente diè luogo insensibilmente alle speranze e timori più naturali del cuore umano, all'amor della vita, all'apprension della pena, ed all'orrore del proprio discioglimento. I regolatori più prudenti della Chiesa trovaronsi costretti a raffrenar l'indiscreto fervore de' lor seguaci, e a diffidare d'una costanza che troppo spesso gli abbandonava nel momento del pericolo. A misura che divenne meno mortificata ed austera la vita de' Fedeli, essi furono meno ambiziosi degli onori del martirio._

RISPOSTA. Questo avvenne sotto Decio, la cui persecuzione fu violentissima. Ne' tempi seguenti, sino a Costantino, non si osservarono le stesse cadute. Ecco adunque una _febbre di spirito_, che sta tre secoli a _dar luogo a poco a poco all'amor della vita ed all'apprension del dolore_.

Quarta digressione sopra i mezzi di evitare il martirio.

RISTRETTO. _Eranvi tre mezzi di sottrarsi alla fiamma della persecuzione,_ 1. _L'accusato aveva tutto il tempo di difendersi: s'egli diffidava della sua costanza, la dilazione gli serviva per fuggire, il che fu autorizzato dall'avviso e dall'esempio dei più santi Prelati._ 2. _I Governatori vendevano per avarizia attestati, ne' quali si dichiarava, che le persone nominate si erano sottomesse alle leggi, ed avevano sacrificato alle divinità di Roma; e così i Cristiani potevano quietar la malignità d'un accusatore._ 3. _Molti veramente apostatavano; ma cessato il pericolo erano ammessi tra' penitenti._