Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
Part 9
Appena ebbe Massimiano ricuperato la Gallia dalle mani dei contadini, ch'egli perdè la Britannia per l'usurpazione di Carausio. Dopo l'ardita ma fortunata impresa dei Franchi sotto il Regno di Probo, aveano i loro arditi concittadini costruite armate di leggieri brigantini, su i quali andavano continuamente a devastare le Province adiacenti all'Oceano[229]. Fu necessario creare una forza navale per reprimere le irregolari loro incursioni; e se ne proseguì il giudizioso progetto con prudenza e vigore. Gessoriaco, o sia Bologna, negli Stretti del canale Britannico, fu dall'Imperatore scelto per essere stazione della flotta Romana; e ne fu il comando affidato a Carausio, di vilissima origine, cittadino di Menapia[230]; ma che lungamente segnalata avea la sua abilità nella marina, ed il suo valore nell'armi. Non corrispose l'integrità di questo nuovo ammiraglio ai suoi talenti. Quando i Pirati della Germania fecero vela dai loro porti, lasciò loro libero il passaggio, ma ne impedì con gran diligenza il ritorno, e si appropriò un'ampia porzione del bottino da essi acquistato. La ricchezza di Carausio fu in quella congiuntura molto giustamente considerata come una prova del suo delitto, e Massimiano già ne avea ordinata la morte. Ma l'accorto Menapio previde, e prevenne la severità dell'Imperatore. Colla sua liberalità egli si era affezionata la flotta che comandava, e tirati i Barbari nei suoi interessi. Fece egli vela dal porto di Bologna verso la Britannia, indusse la legione e gli ausiliari, che difendevano quell'Isola ad abbracciare il suo partito, e arditamente assumendo, insieme colla porpora, il titolo di Augusto, disfidò la giustizia e le armi del suo offeso Sovrano[231].
Quando la Britannia fu così smembrata dall'Impero, ne fu sensibilmente riconosciuta l'importanza, e sinceramente deplorata la perdita. I Romani celebrarono, e forse magnificarono l'estensione di quell'Isola illustre, provveduta per ogni parte di comodi porti; la temperie del clima, e la fertilità del suolo, egualmente atte alla produzione di grano e del vino; i ricchi minerali, ond'ella abbondava; gli ubertosi prati coperti d'innumerabili greggi; ed i suoi boschi privi di bestie feroci o di velenosi serpenti. Deploravano essi specialmente la perdita delle considerabili entrate della Britannia, confessando nel tempo stesso che meritava quella Provincia d'esser la sede d'una monarchia indipendente[232]. La possedè Carausio per lo spazio di sette anni, e la fortuna si mantenne propizia ad una ribellione sostenuta dal coraggio e dall'abilità. Difese l'Imperatore Britannico le frontiere de' suoi dominj contro i Caledonj del Settentrione; invitò dal continente un gran numero di abili artefici; ed in una varia quantità di medaglie, tutt'ora esistenti, fece pompa del suo buon gusto e della sua opulenza[233]. Nato su i confini dei Franchi, egli si procacciò l'amicizia di quella formidabil nazione coll'adulatrice imitazione delle lor vesti e de' lor costumi. Arrolò la più valorosa lor gioventù nelle sue truppe di terra o di mare, ed in contraccambio dell'utile lor alleanza, comunicò a quei Barbari la pericolosa scienza dell'arte militare e navale. Possedeva Carausio tuttavia Bologna ed il paese adiacente. Le trionfanti sue flotte veleggiavano nel canale, comandavano alle foci della Senna e del Reno, devastavano le coste dell'Oceano, e spandevano oltre le Colonne d'Ercole il terrore del nome di lui. Sotto il suo governo la Britannia, destinata nei secoli futuri all'impero del mare, avea già preso il suo naturale e rispettabil grado di potenza marittima.
Avea Carausio, coll'impadronirsi della flotta di Bologna, tolti al suo Sovrano i mezzi di perseguitarlo e di vendicarsi. E quando, dopo una gran perdita di tempo e di fatica, fu lanciato in mare un nuovo armamento[234], le truppe imperiali, non avvezze a quell'elemento furono facilmente aggirate e disfatte dai vecchi marinari dell'Usurpatore. Questo inutile sforzo produsse ben presto un trattato di pace. Diocleziano ed il suo collega, giustamente paventando lo spirito intraprendente di Carausio, cederono ad esso la sovranità della Britannia, e con ripugnanza ammisero il loro perfido suddito a parte degli onori imperiali[235]. Ma l'adozione dei due Cesari diede un nuovo vigore alle armi Romane; e mentre che il Reno era difeso dalla presenza di Massimiano, il valoroso suo collega Costanzo assunse la direzione della guerra Britannica. La sua prima impresa fu contro l'importante piazza di Bologna. Un superbo molo, innalzato a traverso l'ingresso del porto, tolse ogni speranza di soccorso. La città si rendè dopo un'ostinata difesa; ed una parte considerabile delle forze navali di Carausio cadde in potere degli assedianti. Nel corso de' tre anni, che Costanzo impiegò a preparare una flotta adeguata alla conquista della Britannia, egli assicurò la costa della Gallia, fece irruzione nel paese dei Franchi, e privò l'Usurpatore dell'aiuto di quei possenti alleati.
Prima che fossero finiti i preparativi, Costanzo ricevè la notizia della morte del Tiranno, che fu considerata come un sicuro presagio della vicina vittoria. I ministri di Carausio imitarono l'esempio di tradimento dato da lui. Fu egli ucciso dal suo primo ministro Aletto, e l'assassino gli succedè nella potenza e nel pericolo. Ma non aveva egli abilità conveniente per esercitare la prima, od allontanare il secondo. Egli vedeva con angustioso terrore le opposte rive del continente già piene d'armi, di truppe e di navi, perchè Costanzo avea molto prudentemente diviso le sue forze, per dividere parimente l'attenzione e la resistenza del nemico. L'assalto fu finalmente dato dal principale squadrone, ch'era stato adunato alla foce della Senna, sotto il comando del Prefetto Asclepidoto, Uffiziale di merito singolare. Tanto imperfetta era in quei tempi l'arte della navigazione, che gli oratori hanno celebrato l'ardito coraggio dei Romani, i quali si arrischiarono a far vela con un vento di fianco, ed in un giorno burrascoso. Divenne il tempo favorevole alla loro impresa. Coperti da una densa nebbia, scamparono dalla flotta, che Aletto avea posta all'isola di Wight per riceverli, scesero con sicurezza sulla costa occidentale, e dimostrarono ai Britanni, che la superiorità delle forze navali non sempre avrebbe difesa la patria loro contro una straniera invasione. Appena ebbe Asclepiodoto sbarcate le truppe Imperiali, che incendiò le proprie navi; e siccome felice fu la spedizione, così fu universalmente ammirata la sua eroica condotta. L'Usurpatore si era posto vicino a Londra per ivi ricevere il formidabile assalto di Costanzo, che comandava in persona la flotta di Bologna; ma la discesa di un nuovo nemico richiedeva immediatamente la sua presenza nell'Occidente. Fece egli quella lunga marcia tanto precipitosamente, che incontrò tutte le forze del Prefetto con un piccol numero di stracche e scoraggiate truppe. Presto terminò il combattimento colla total disfatta e morte di Aletto: una sola battaglia, come spesso è seguito, decise il fato di quella grand'Isola; e quando Costanzo sbarcò su i lidi di Kent, li ritrovò coperti di sudditi ubbidienti. Alte ed unanimi furono le loro acclamazioni; e le virtù del vincitore possono indurci a credere, ch'ei si rallegrassero sinceramente di una rivoluzione, la quale, dopo una separazione di dieci anni, riuniva la Britannia al corpo dell'Impero di Roma[236].
Non avea la Britannia da temere altri nemici che gl'interni; e finchè i suoi Governatori conservarono la loro fedeltà, e le truppe la lor disciplina, le incursioni dei nudi selvaggi della Scozia o dell'Irlanda non poterono mai grandemente nuocere alla sicurezza della Provincia. La pace del continente, e la difesa dei gran fiumi, che servivano di confini all'Impero, erano molto più importanti e difficili oggetti. La politica di Diocleziano, la quale presedeva ai consigli dei suoi Colleghi, provvide alla pubblica tranquillità, fomentando lo spirito di dissensione fra i Barbari, ed accrescendo le fortificazioni dei Romani confini. Egli stabilì nell'Oriente una linea di campi militari dall'Egitto ai dominj Persiani, ed acquartierò in ogni campo un adeguato numero di truppe, comandate dai rispettivi loro Uffiziali, e fornite di ogni sorta di armi tratte dai nuovi arsenali, che avea eretti in Antiochia, in Emesa, ed in Damasco[237]. Nè fu l'Imperatore meno vigilante a cautelarsi contro il ben noto valore dei Barbari dell'Europa. Dalla foce del Reno a quella del Danubio furono diligentemente ristabiliti gli antichi accampamenti, le città, e le fortezze, e ne furono molto abilmente costruite altre nuove nei luoghi più esposti: fu introdotta la più esatta vigilanza tra le guarnigioni della frontiera, e fu posto in uso ogni espediente che render potesse salda ed impenetrabile la lunga catena delle fortificazioni[238]. Fu raramente violata una così rispettabil barriera, e spesso i Barbari tra loro gli uni contro gli altri rivolsero il lor deluso furore. I Goti, i Vandali, i Gepidi, i Borgognoni, gli Alemanni dissiparono scambievolmente le proprie forze con distruggitrici ostilità, e chiunque vincesse, vinceva i nemici di Roma. I sudditi di Diocleziano, godendo di quel sanguinoso spettacolo, si rallegravan tra loro che solamente i Barbari provassero allora le miserie della guerra civile[239].
Malgrado la politica di Diocleziano fu impossibile di conservare un'uguale e non interrotta tranquillità, durante un regno di vent'anni, e lungo una frontiera di più centinaia di miglia. Sospesero talora i Barbari le domestiche loro animosità, e la rilassata vigilanza delle guarnigioni lasciò talvolta un adito alla loro forza o alla loro destrezza. Ogni qualvolta furono le Province invase, Diocleziano si comportò con quella calma e dignità da lui sempre affettata o posseduta, riservò la sua presenza per quelle occasioni che meritassero d'interporvela, nè mai espose senza necessità la sua persona o la sua riputazione a pericolo alcuno. Si assicurò il buon successo con tutti quei mezzi, che la prudenza potea suggerire, e manifestò con ostentazione le conseguenze della sua vittoria. Nelle guerre di più difficil natura, e di più incerto evento, egli impiegò il feroce valore di Massimiano; e questo fido soldato si contentò di attribuire le proprie vittorie ai saggi consigli ed alla fausta influenza del suo benefattore. Ma dopo l'adozione dei due Cesari, gl'Imperatori stessi ritirandosi in un teatro di meno faticose azioni, affidarono ai loro figli adottivi la difesa del Danubio e del Reno. Non fu mai il vigilante Galerio ridotto alla necessità di vincere un'armata di Barbari sul territorio Romano[240]. Il valoroso ed attivo Costanzo liberò la Gallia da una furiosissima irruzione degli Alemanni; e le sue vittorie di Langres e di Vindonissa sembrano essere state azioni di notabil pericolo e di merito non volgare. Mentre egli traversava l'aperta campagna con poca gente, fu all'improvviso circondato da una superior moltitudine di nemici. Egli si ritirò con difficoltà verso Langres, ma nella costernazion generale ricusarono i cittadini di aprir le porte: ed il ferito Principe fu con una corda tirato su dalle mura. Ma alla nuova del suo pericolo corsero le truppe Romane da ogni parte a soccorrerlo, e prima della sera egli aveva soddisfatto al suo onore, ed alla sua vendetta colla strage di seimila Alemanni[241]. Si potrebbero forse raccogliere dai monumenti di quei tempi le oscure tracce di molte altre vittorie riportate su i Barbari della Sarmazia e della Germania; ma non sarebbe questa tediosa ricerca ricompensata da diletto o da istruzione veruna.
La regola che avea l'Imperator Probo adotta nel disporre dei vinti, fu imitata da Diocleziano e dai suoi colleghi. I Barbari prigionieri, cambiando la morte in ischiavitù, furono distribuiti tra i Provinciali, ed assegnati a quei distretti (nella Gallia sono specialmente indicati i territorj di Amiens, di Beauvais, di Cambrai, di Treveri, di Langres, e di Troyes[242]), i quali erano stati spopolati dalle calamità della guerra. Furono essi utilmente impiegali come pastori ed agricoltori; ma non fu ad essi permesso l'esercizio dell'armi, se non quando fu creduto espediente di arrolarli nelle milizie. Nè ricusarono gli Imperatori di dare, con un titolo meno servile, delle terre in proprietà a quelli tra i Barbari, che domandarono la protezione di Roma. Essi accordarono uno stabilimento a diverse colonie dei Carpi, dei Bastarni e dei Sarmati; e con pericolosa compiacenza permisero loro in qualche modo di conservare i nazionali costumi e l'indipendenza[243]. Fu per li Provinciali un soggetto di lusinghiera letizia, che i Barbari, recentissimi oggetti di terrore, coltivassero allora i loro terreni, conducessero il lor bestiame alla vicina fiera, e contribuissero colle loro fatiche alla pubblica abbondanza. Si rallegrarono essi coi loro Sovrani del possente accrescimento di sudditi e dei soldati, ma si scordarono di osservare, che si introduceva nel cuor dell'Impero[244] una moltitudine di secreti nemici, cui rendeva il favore insolenti, o l'oppressione disperati.
Mentre i Cesari esercitavano il loro valore sulle rive del Reno o del Danubio, la presenza degl'Imperatori era necessaria ai meridionali confini del mondo Romano. Dal Nilo fino al monte Atlante era l'Affrica in armi. Cinque nazioni Maure confederate escirono da' loro deserti per invadere le tranquille Province[245]. Giuliano avea presa la porpora in Cartagine[246], Achilleo in Alessandria, e perfino i Blemmi rinnovavano, o piuttosto continuavano le loro incursioni nell'Egitto superiore. Sono appena state a noi trasmesse alcune circostanze delle imprese di Massimiano nelle parti occidentali dell'Affrica, ma dall'evento si vede che rapido e decisivo fu il progresso delle armi sue, che egli vinse i Barbari più feroci della Mauritania; e che gli allontanò da quei monti, l'inaccessibil riparo dei quali avea inspirato ai loro abitatori una ingiusta confidenza, e gli avea accostumati a vivere di violenze e di rapine[247]. Diocleziano, dal canto suo, aprì la campagna nell'Egitto coll'assedio di Alessandria, tagliò gli acquedotti, che portavano le acque del Nilo in ogni quartiere di quella immensa città[248], e assicurato il suo campo dalle sortite dell'assediata moltitudine, continuò i suoi reiterati assalti con prudenza e con vigore. Dopo un assedio di otto mesi, Alessandria, devastata dal ferro e dal fuoco, implorò la clemenza del vincitore; ma ne provò tutta la severità. Molte migliaia di cittadini perirono in una confusa strage, e pochi colpevoli vi furono nell'Egitto, che evitassero la sentenza di morte o almeno di esilio[249]. Fu il fato di Busiri e di Copto più lacrimevole ancora di quel d'Alessandria. Quelle superbe città, la prima illustre per la sua antichità, la seconda arricchita dal passaggio del commercio dell'India, furono affatto distrutte dalle armi e dai severi ordini di Diocleziano[250]. Il solo carattere della nazione Egiziana, insensibile alla dolcezza, ma suscettivo di timore oltremodo, potea giustificare questo rigore eccessivo. Aveano sovente le sedizioni di Alessandria messa in pericolo la tranquillità e la sussistenza di Roma medesima. Dalla usurpazione di Fermo in poi, la Provincia dell'Egitto superiore, ricadendo sempre in nuove ribellioni, avea abbracciata l'alleanza dei selvaggi dell'Etiopia. Era poco considerabile il numero dei Blemmi, sparsi tra l'Isola di Meroe od il Mar Rosso: non guerriere erano le loro inclinazioni; e rozze, e non offensive le armi[251]. Pure nelle pubbliche turbolenze quei Barbari, che l'antichità per la deforme loro figura avea esclusi dalla specie umana, presunsero di entrare nel numero dei nemici di Roma[252]. Tali erano stati gl'indegni alleati degli Egiziani; e mentre era l'attenzione dello Stato rivolta a guerre più serie, avrebbero le inquiete loro incursioni potuto di nuovo turbare il riposo della Provincia. Colla mira di opporre ai Blemmi un avversario degno di loro, Diocleziano indusse i Nubati, o sia gli abitanti della Nubia, ad abbandonare le antiche loro abitazioni nei deserti della Libia, o cedè ad essi un vasto ma infruttifero territorio al di là di Siene e delle cateratte del Nilo, col patto che essi avrebber sempre rispettata e difesa la frontiera dell'Impero. Sussistè lungamente il trattato; e finchè lo stabilimento del Cristianesimo non introdusse più giuste idee di culto religioso, fu annualmente ratificato con un solenne sacrifizio nell'Isola di Elefantina, nella quale i Romani, non meno che i Barbari, adoravano le stesse visibili o invisibili potenze dell'Universo[253].
Mentre Diocleziano puniva i passati delitti degli Egiziani, egli provvedeva alla futura loro sicurezza e felicità con molti savj regolamenti, che furono confermati ed invigoriti sotto i Regni successivi[254]. Un molto osservabile editto da lui pubblicato, in vece di condannarsi come parto di una gelosa tirannia, merita di essere applaudito come un atto di prudenza e di umanità. Egli volle che si facesse una diligente ricerca «di tutti gli antichi libri, i quali trattavano della mirabil arte di far l'oro e l'argento, e li condannò senza pietà alle fiamme; temendo (come ci assicurano) che l'opulenza degli Egiziani non inspirasse loro l'ardire di ribellarsi contro l'Impero[255].» Ma se Diocleziano fosse stato convinto della realtà di quest'arte importante, ben lungi dallo spegnerne la memoria, ne avrebbe rivolta l'operazione in benefizio delle pubbliche entrate. È più verisimile che il suo buon senso gli discoprisse la follia di così magnifiche pretensioni, e che desiderasse preservare la ragione ed i beni dei sudditi da questa pregiudiciale ricerca. È da osservarsi, che quegli antichi libri, così liberalmente attribuiti a Pitagora, a Salomone, o ad Ermete, erano pie fraudi di più moderni alchimisti. I Greci trascurarono l'uso o l'abuso della chimica. In quell'immenso registro, dove Plinio ha depositato le scoperte, le arti, o gli errori dello spirito umano, non si fa la minima menzione della transmutazione dei metalli; e la persecuzione di Diocleziano è il primo autentico fatto della storia dell'alchimia. La conquista dell'Egitto, fatta dagli Arabi, diffuse quella vana scienza sul globo. Favorevole all'avarizia del cuore umano, fu essa studiata nella China, come nell'Europa, con pari ardore e successo. L'oscurità dei secoli di mezzo assicurava di un favorevole ricevimento ogni maravigliosa novella, ed il rinascimento delle scienze aggiunse nuovo vigore alla speranza, e suggerì più fini artifizi alla frode. La filosofia, assecondata dall'esperienza, ha finalmente bandito lo studio dell'alchimia, ed il secolo presente, benchè avido di ricchezze, si contenta di cercarle per le più umili vie del commercio e dell'industria[256].
Alla soggezione dell'Egitto immediatamente successe la guerra contro i Persiani. Era al Regno di Diocleziano riservato il vincere quella possente nazione, ed astringere i successori di Artaserse a riconoscere la superiore maestà dell'Impero di Roma.
Abbiamo osservato, che sotto il Regno di Valeriano, fu l'Armenia soggiogata dalla perfidia e dalle armi dei Persiani, e che dopo l'assassinio di Cosroe, il suo figliuolo Tiridate, ancor fanciullo, erede della monarchia, fu salvato dalla fedeltà dei suoi amici, ed educato sotto la protezione degl'Imperatori. Tiridate ricavò dal suo esilio vantaggi tali, che non gli avrebbe mai conseguiti sul trono dell'Armenia; cioè la sollecita cognizione delle avversità, degli uomini, o della Romana disciplina. Egli segnalò la sua gioventù con valorose azioni, e mostrò incomparabil forza e destrezza in ogni esercizio marziale, ed ancora nelle meno gloriose contese dei giuochi Olimpici[257]. Queste qualità furono più nobilmente impiegate nella difesa del suo benefattore Licinio[258]. Questo Uffiziale, nella sedizione che cagionò la morte di Probo, fu esposto al più imminente pericolo; e gl'inferociti soldati si aprivano a forza la strada nella sua tenda, quando furono repressi dal solo braccio del Principe Armeno. La gratitudine di Tiridate contribuì subito dopo al ristabilimento di lui. Fu Licinio in ogni posto l'amico ed il compagno di Galerio, ed il merito di Galerio, molto prima che fosse innalzato alla dignità di Cesare, era stato conosciuto e stimato da Diocleziano. Nel terz'anno del regno di questo Imperatore, fu a Tiridate conferito il reame dell'Armenia. Erano la giustizia e l'opportunità di tal progetto ugualmente evidenti. Era ormai tempo di liberare dalla usurpazione del Monarca Persiano un territorio importante, che dal Regno di Nerone in poi era sempre stato concesso sotto la protezione dell'Impero al più giovane ramo degli Arsaci[259].
Quando comparve Tiridate sulle frontiere dell'Armenia, fu ricevuto con sincero trasporto di allegrezza e di fedeltà. Soffriva quel paese da trentasei anni le reali e le immaginarie angustie di un giogo straniero. I Monarchi Persiani aveano adornata la loro nuova conquista con magnifici edifizi; ma questi monumenti erano eretti a spese della nazione, ed abborriti come segni di schiavitù. Avea il timore di una ribellione suggerite le più rigorose precauzioni: era stata l'oppressione aggravata dagl'insulti, e la certezza dell'odio pubblico avea fatto prender tutte quelle provvisioni che render lo poteano ancor più implacabile. Abbiam già notato l'intollerante spirito della religione dei Magi.