Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

Part 8

Chapter 83,632 wordsPublic domain

[142] _Cambden, in Britannia_, introduzione, p. 136; ma egli parla sopra un'incertissima congettura.

[143] Zosimo, l. 1, p. 62. Secondo Vopisco, un altro corpo di Vandali fu meno fedele.

[144] Stor. Aug. p. 240. Furono probabilmente discacciati dai Goti. Zosimo l. I. p. 66.

[145] Stor. Aug. p. 240.

[146] Panegir. antic. V. 18. Zosimo, l. I. p. 66.

[147] Vopisco nella Stor. Aug. p. 245, 246. L'infelice Oratore avea studiata la retorica a Cartagine, e perciò era probabilmente Mauro (Zosimo l. I, p. 60) anzichè Gallo, come lo dice Vopisco.

[148] Zonara, l. XII. p. 638.

[149] Si racconta un esempio assai sorprendente della prodezza di Proculo. Egli avea preso cento vergini Sarmate. Il resto della storia egli stesso lo riferisca nella sua propria lingua; «Ex his una nocte decem inivi: omnes tamen, quod in me erat, mulieres intra dies quindecim reddidi». Vopisco nella Stor. Aug. p. 247.

[150] Proculo, ch'era nativo di Albenga nella riviera di Genova, armò duemila dei suoi schiavi. Grandi erano la sue ricchezze, ma acquistate per mezzo di ladronecci. Fu poi un detto della sua famiglia, _nec latrones esse, nec principes sibi placere_. Vopisco Stor. Aug. p. 247.

[151] Stor. Aug. p. 240.

[152] Zosimo l. I. p. 66.

[153] Stor. Aug. p. 236.

[154] Aurelio Vittore in Probo; ma la politica di Annibale, non ricordata da alcun altro più antico Scrittore, è inconciliabile con la storia della sua vita. Egli lasciò l'Affrica in età di nove anni, vi ritornò di quarantacinque ed immediatamente perdè la sua armata nella decisiva battaglia di Zama: Livio, XXX. 37.

[155] Stor. Aug. p. 240. Eutrop. IX, 17. Aurelio Vittore in Probo. Vittore Juniore. Egli rivocò la proibizione di Domiziano, ed accordò ai Galli, ai Brettoni, ed ai Pannonj la general permissione di piantar viti.

[156] Giuliano fa una severa, e veramente eccessiva censura del rigore di Probo, il quale, come egli pensa, meritò quasi il suo destino.

[157] Vopisco nella Stor. Aug. p. 24. Egli profonde su questa vana speranza un lungo squarcio d'insulsa eloquenza.

[158] _Turris ferrata._ Sembra che fosse una torre mobile e fasciata di ferro.

[159] «Probus et vere Probus situs est: victor omnium gentium barbararum: Victor etiam Tyrannorum».

[160] Tutto questo per altro può conciliarsi. Egli era nato a Narbona nell'Illirico, confusa da Eutropio colla più famosa città di quel nome nelle Gallie. Suo Padre potea essere un Affricano, e sua madre una Dama Romana. Caro fu educato egli stesso nella Capitale. Vedi Scaligero, _animadv. ad Euseb. Chron._ p. 241.

[161] Probo aveva richiesto al Senato una statua equestre, ed un palazzo di marmo a pubbliche spese, come ricompense dovute al merito singolare di Caro. Vopisco nella Stor. Aug. p. 249.

[162] Vopisco nella Stor. Aug. p. 242,249. Giuliano esclude l'Imperator Caro, ed ambi i figliuoli di lui dal convito dei Cesari.

[163] Giovanni Malela, tom. I. p. 401. Ma l'autorità di quel Greco ignorante è molto leggiera. Egli ridicolosamente fa venire da Caro la città di _Carre_, la Provincia di Caria, l'ultima delle quali è menzionata da Omero.

[164] Stor. Aug. p. 249. Caro si congratulò coi Senatori perchè uno del loro Ordine era stato fatto Imperatore.

[165] Stor. Aug. p. 242.

[166] Vedi la prima egloga di Calfurnio. Fontenelle ne preferisce il disegno a quello del _Pollione_ di Virgilio. Vedi tom. III. pag. 148.

[167] Stor. Aug. p. 353. Eutropio, IX. 18. _Pagi annal._

[168] Agatia l. IV. p. 135. Si trova una delle sue sentenze nella Bibliot. Orient. del Sig. d'Herbelot. «La definizione dell'umanità contiene tutte le virtù».

[169] Sinesio attribuisce questo fatto a Carino, ed è molto più naturale di riferirlo a Caro, che a Probo, come vorrebbero il Petavio ed il Tillemont.

[170] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Eutropio IX. 18. I due Vittori.

[171] Alla vittoria Persiana di Caro io riferisco il dialogo del _Filopatride_, ch'è stato per tanto tempo un soggetto di disputa tra i letterati. Ma sarebbe necessaria una dissertazione per ischiarire e giustificare la mia opinione.

[172] Stor. Aug. p. 250. Ma Eutropio, Festo, Rufo, i duo Vittori, Girolamo, Sidonio Apollinare, Sincello e Zonara, tutti attribuiscono ad un fulmine la morte di Caro.

[173] Vedi _Nemesian. Cynegeticon._ V. I. ec.

[174] Vedi Festo ed i suoi comentatori sulla parola _Scribonianum_. I _Luoghi_ percossi dal fulmine venivan circondati con un muro; le cose eran bruciate con misteriose cerimonie.

[175] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Aurelio Vittore sembra che presti fede alla predizione, ed approvi la ritirata.

[176] _Nemesian. Cynegiticon_, V. 69. Egli era contemporaneo, ma poeta.

[177] _Cancellarius._ Questa parola, così umile nella sua origine, è per una singolar fortuna divenuta il titolo della prima gran carica di Stato nelle monarchie dell'Europa. Vedi Casaubono e Salmasio, _ad Histor. August._ p. 253.

[178] Vopisco nella Stor. Aug. p. 253, 254. Eutropio, IX. 19. Vittore Juniore. Il regno di Diocleziano, per vero dire, fu così lungo e prospero, che dovè esser molto favorevole alla reputazione di Carino.

[179] Vopisco nella Stor. Aug. p. 254. Egli lo nomina Caro, ma il senso è naturale abbastanza, e le parole furono spesso confuse.

[180] Vedi Calfurnio egloga VII. 43. È da osservarsi che gli spettacoli di Probo erano tuttavia recenti, e che il poeta vien secondato dallo Storico.

[181] Il filosofo Montaigne (Saggi. L. III. 6.) fa un molto giusto e vivace quadro della magnificenza romana in questi spettacoli.

[182] Vopisco nella Stor. Aug. p. 240.

[183] Vengono nominati _Onagri_: ma il numero n'è troppo piccolo per semplici asini selvaggi. Cuper (de _Elephant. exercitat._ II. 7) ha provocato con le autorità di Oppiano, di Dione e di un Anonimo Greco, che si erano in Roma viste le zebre. Vi furono portate da qualche isola dell'Oceano, forse dal Madagascar.

[184] Carino presentò un ippopotamo (Vedi Calf. Eglog. VII. 66.) Negli ultimi spettacoli io non ritrovo coccodrilli, dei quali una volta Augusto ne fece vedere trentasei. Dione Cassio, l. LV. p. 781.

[185] Capitolin. nella Stor. Aug. p. 164, 165. Noi non conosciamo gli animali, ch'egli nomina _archeleontes_: alcuni leggono _argoleontes_, altri _agrioleontes_; ambedue queste correzioni sono molto puerili.

[186] Plinio Stor. Nat. VIII. 6. Dagli annali di Pisone.

[187] Vedi Maffei Verona illustr. P. IV. l. I. c. 2.

[188] Maffei l. II. c. 7. L'altezza fu molto più esagerata dagli antichi. S'innalzava quasi al Cielo, secondo Calfurnio (Eglog. VII. 23), ed oltrepassava il termine della vista umana secondo Ammiano Marcellino (XVI. 10.) Contuttociò quanto era piccola cosa riguardo alla gran Piramide dell'Egitto, che ha cinquecento piedi di perpendicolo!

[189] Secondo diverse copie di Vitruvio, si legge 77000, o 87000 spettatori; ma il Maffei (l. II. c. 12) su i sedili scoperti non trova luogo che per 34000. Il rimanente entrava nelle superiori gallerie coperte.

[190] Vedi Maffei l. II. c. 5-11. Egli tratta questo difficilissimo soggetto con tutta la possibil chiarezza, e come architetto non meno che come antiquario.

[191] Calfurnio Egloga VII. 64, 73. Curiosi sono questi versi; e tutta l'Egloga è stata di un uso infinito al Maffei. Calfurnio non men che Marziale, (vedi il suo I. libro) era poeta, ma quando essi ritrassero l'anfiteatro, scrissero ambidue secondo i propri lor sentimenti, e quei dei Romani.

[192] Vedi Plin. Stor. nat. XXXIII. 16. XXXVII. 11.

[193]

_Balteus en gemmis, en inclita porticus auro_ _Certatim radiant ec._ Calfurn. VII.

[194] _Et Martis vultus et Apollinis esse putavi_, dice Calfurnio; ma Giovanni Malela, che avea forse veduto qualche ritratto di Carino, lo rappresenta come grosso, piccolo e bianco, tomo I. p. 403.

[195] Riguardo al tempo in cui questi giuochi romani furono celebrati, Scaligero, Salmasio e Cuper si sono dati gran pena per oscurare un soggetto chiarissimo.

[196] Nemesiano, nei Cinegetici, sembra che anticipi colla sua immaginazione quel fausto giorno.

[197] Vinse tutte le corone a Nemesiano, col quale contendeva nella poesia didattica. Il Senato eresse una statua al figliuolo di Caro, con una iscrizione molto ambigua. «Al più potente degli Oratori». Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 251.

[198] Cagione almeno più naturale di quella che assegna Vopisco (Stor. Aug. p. 251.) cioè il continuo piangere per la morte di suo padre.

[199] Nella guerra Persiana, Apro fu sospettato di aver disegno di tradir Caro. Stor. Aug. p. 250.

[200] Noi dobbiamo alla Cronica Alessandrina (p. 274) la notizia del tempo e del luogo, dove Diocleziano fu eletto Imperatore.

[201] Stor. Aug. p. 251. Eutrop. IX. 18. _Hieronym. in Chron._ Secondo questi _giudiziosi_ Scrittori, la morte di Numeriano si scoprì pel fetore del suo cadavere. Non si potevano forse trovare aromati nella Tenda Imperiale?

[202] Aurelio Vittore. Eutropio, IX. 20. _Hieronym. in Chron._

[203] Vopisco nella Stor. Aug. p. 252. La ragione, por cui Diocleziano uccise _Apro_ (cinghiale) era fondata sopra una predizione e sopra un giuoco di parole egualmente ridicoli che conosciuti.

[204] Eutropio ne segna il sito molto accuratamente; questo fu tra il Monte Aureo ed il Viminiaco. Il Sig. Danville (Geograf. antica tom. I. p. 304) pone Margo a Kastolatz nella Servia, un poco sotto Belgrado e Semendria.

[205] Stor. Aug. p. 254. Eutrop. IX. 20. Aurelio Vittore. Vittore in _Epitom._

CAPITOLO XIII.

_Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano, Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano._

Come fu il regno di Diocleziano più illustre di quello di qualunque suo predecessore, così fu la sua nascita più vile e più oscura. L'efficace ragione del merito e della forza avea spesso superate le immaginarie prerogative della nobiltà; ma si era tuttavia mantenuta una distinta linea di separazione tra i liberi e tra gli schiavi. I genitori di Diocleziano erano stati schiavi nella casa di Anulino Senatore Romano; e Diocleziano medesimo non aveva altro nome che quello derivatogli da una piccola città della Dalmazia, donde sua madre traeva l'origine[206]. È per altro probabile che il padre di lui ottenesse la libertà della famiglia, e che egli presto acquistasse l'uffizio di scrivano, esercitato comunemente da quelli della sua condizione[207]. I favorevoli oracoli, o piuttosto la consapevolezza di un eminente merito, spinsero l'ambizioso suo figliuolo a seguitare la professione delle armi e le speranze della fortuna; e sarebbe cosa estremamente curiosa l'osservare la serie degli artifizi e degli accidenti, che lo condussero finalmente all'adempimento di quegli oracoli, ed a mostrare al mondo il suo merito. Fu Diocleziano successivamente promosso al governo della Mesia; alla dignità di Console, ed all'importante comando delle guardie del palazzo. Egli fece conoscere i suoi talenti nella guerra Persiana; e dopo la morte di Numeriano, lo schiavo fu, per confessione e giudizio de' suoi rivali, dichiarato il più degno del trono Imperiale. La malizia di un religioso zelo, mentre taccia la selvaggia ferocia del suo collega Massimiano, ha affettato di gettare sospetti sul personal coraggio dell'Imperator Diocleziano[208]. Non è però facile il persuaderci della codardia di un soldato di fortuna, che si conciliò e conservò la stima delle legioni, ed il favore di tanti Principi bellicosi. Contuttociò la calunnia è sagace abbastanza per iscoprire, ed attaccare la parte più debole. Il valore di Diocleziano si trovò sempre proporzionato al suo dovere o alle circostanze; ma non sembra che egli avesse il prode, e generoso spirito di un Eroe, che avido di pericoli e di gloria sdegna l'artifizio, e arditamente pretende di assoggettarsi gli uguali. Erano i suoi talenti più utili che illustri; una mente vigorosa e perfezionata dall'esperienza e dallo studio degli uomini; destrezza ed applicazione negli affari; una giudiziosa mescolanza di liberalità e di economia, di dolcezza e di rigore; una profonda dissimulazione sotto la maschera di militar franchezza; costanza nel seguitare i suoi disegni; flessibilità nel variarne i mezzi; e sopra tutto la grand'arte di sottomettere le sue passioni, e quelle ancora degli altri, all'interesse della propria ambizione, e di colorire l'ambizione istessa coi più speciosi pretesti della giustizia e del pubblico bene. Può Diocleziano, al pari di Augusto, considerarsi come il fondatore di un nuovo Impero. Simile al figliuolo adottivo di Cesare, egli si distinse, più come politico che come guerriero; nè mai questi due Principi impiegarono la forza, dovunque poterono ottenere l'intento colla politica.

La vittoria di Diocleziano fu riguardevole per la sua singolare dolcezza. Un popolo avvezzo ad applaudire alla clemenza del vincitore, quando i soliti castighi di morte, di esilio, e di confiscazione venivano inflitti con qualche grado di moderatezza e di equità, vide col più gradito stupore una guerra civile, le cui fiamme rimasero estinte nel campo della battaglia. Diocleziano ammise alla sua confidenza Aristobolo, principal ministro della famiglia di Caro, rispettò le vite, i beni, e le dignità dei suoi nemici, e conservò pur anche nei loro respettivi posti la maggior parte delle creature di Carino[209]. Non è improbabile che motivi di prudenza avvalorassero l'umanità dell'artificioso Dalmatino; molte di quelle creature aveano comprato il favore di lui con segreti tradimenti, e nell'altre egli pregiò la grata lor fedeltà per un infelice Sovrano. Il giudizioso discernimento di Aureliano, di Probo, e di Caro avea collocati nei vari dipartimenti dello Stato e dell'esercito Uffiziali di un merito riconosciuto, l'allontanamento dei quali avrebbe nociuto al pubblico servigio, senza giovare all'interesse del successore. Tal condotta, per altro, presentava al Mondo Romano la più bella apparenza del nuovo Regno e l'Imperatore affettò di confermare questa favorevole prevenzione, dichiarandosi che tra tutte le virtù dei suoi predecessori, l'umana filosofia di Marco Antonino era quella che egli più ambiva d'imitare[210].

La prima azione considerabile del suo Regno sembrò una prova evidente della sua sincerità e moderazione. Ad esempio di Marco si scelse un Collega nella persona di Massimiano, a cui conferì prima il titolo di Cesare, e di poi quello di Augusto[211]. Ma i motivi della sua condotta, egualmente che quelli della sua scelta, erano ben diversi da quelli del suo ammirato predecessore. Accordando ad un giovane dissoluto gli onori della porpora, avea Marco Antonino soddisfatto a un debito di privata gratitudine, a spese veramente della pubblica felicità. Diocleziano, associando in un tempo di pubblico pericolo alle fatiche del governo un amico ed un compagno nell'armi, provvide alla difesa dell'Oriente e dell'Occidente. Massimiano era nato agricoltore, e come Aureliano, nel territorio di Sirmio. Incolto era nelle lettere[212], e sprezzatore delle leggi; e la rozzezza del suo aspetto o dei suoi modi scopriva nel più alto stato di fortuna la bassezza della sua estrazione. Era la guerra la sola arte da lui professata. In un lungo corso di servigio militare egli si era segnalato sopra ogni frontiera dell'Impero; e benchè fossero i suoi talenti guerrieri più propri per l'ubbidienza che pel comando; e benchè forse mai non acquistasse l'abilità di un Generale sperimentato, fu però capace col valore, colla costanza, e coll'esperienza di eseguire le più difficili imprese. Nè meno utili furono i vizi di Massimiano al suo benefattore. Insensibile alla pietà, e senza timore delle conseguenze, egli era il pronto strumento di ogni atto di crudeltà, che la politica di quel Principe artificioso poteva suggerire e discolparsene insieme. Appena che si era offerto alla prudenza o alla vendetta un sanguinoso sacrifizio, Diocleziano coll'opportuna sua intercessione salvava il piccolo resto, che non avea mai disegnato di punire, riprendeva dolcemente la severità del suo austero collega, e godeva del paragone di un secolo d'oro con un secol di ferro, che veniva generalmente applicato alle loro opposte massime di governo. Non ostante la differenza dei loro caratteri, conservarono i due Imperatori sul trono quell'amicizia da loro già contratta in una condizione privata. Il superbo e turbolento spirito di Massimiano, tanto fatale dipoi a lui stesso ed alla pubblica pace, era avvezzo a rispettare il genio di Diocleziano, e riconosceva la superiorità della ragione sulla brutale violenza[213]. Per un motivo o di orgoglio o di superstizione, i due Imperatori presero i titoli, uno di Giovio e l'altro di Erculio. Mentre il moto del Mondo (tale era il linguaggio de' lor venali oratori) era regolato dalla sapienza di Giove che tutto vede, l'invincibil braccio di Ercole purgava la terra dai tiranni e dai mostri[214].

Ma l'onnipotenza di Giovio e di Erculio era incapace di sostenere il peso del pubblico governo. La prudenza di Diocleziano conobbe, che l'Impero, assalito per ogni parte dai Barbari, richiedeva in ogni parte la presenza di un grande esercito e di un Imperatore. Con questa mira si risolvè di dividere un'altra volta il suo pesante potere, e di conferire a due Generali di merito riconosciuto una egual parte della Sovrana autorità, col titolo inferiore di Cesari[215]. Galerio, soprannominato Armentario dall'originaria sua professione di pastore, e Costanzo, che dalla pallidezza del suo colore ebbe il soprannome di Cloro[216], furono i due soggetti rivestiti degli onori secondi della porpora Imperiale. Descrivendo la patria, l'estrazione ed i costumi di Erculio, abbiam già descritti quelli di Galerio, che spesso fu non impropriamente chiamato il giovane Massimiano, benchè da molti tratti e di virtù e di abilità sembri, che egli avesse una manifesta superiorità sul meno giovane. Era la nascita di Costanzo meno oscura di quella dei suoi Colleghi. Eutropio suo padre era uno dei più considerabili nobili della Dardania, e la sua madre era nipote dell'Imperator Claudio[217]. Benchè avesse Costanzo passata la sua gioventù nelle armi, era di carattere dolce ed amabile, e la voce popolare lo avea da lungo tempo riconosciuto degno del posto, a cui venne finalmente innalzato. Per rinforzare i legami della politica unione con quelli della domestica, ciascuno degli Imperatori prese il carattere di Padre per uno dei Cesari, Diocleziano per Galerio, e Massimiano per Costanzo, e ciascuno, obbligandoli a repudiare le prime lor mogli, fece sposar la propria figliuola al suo figliuolo adottivo[218]. Questi quattro Principi si diviser tra loro la vasta estensione dell'Impero Romano. La difesa della Gallia, della Spagna[219] e della Britannia fu affidata a Costanzo; e Galerio fu posto sulle rive del Danubio, a difesa delle Province Illiriche. L'Italia e l'Affrica si considerarono come dipartimento di Massimiano: e Diocleziano si riserbò per sua particolar porzione la Tracia, l'Egitto e le ricche contrade dell'Asia. Era sovrano ognuno nella sua giurisdizione; ma la loro autorità riunita si estendeva sopra tutta la Monarchia; ed era ciascun di essi pronto ad assistere i suoi Colleghi coi consigli o colla presenza. I Cesari nel sublime lor posto, rispettavano la Maestà degl'Imperatori, ed i tre più giovani Principi invariabilmente riconobbero colla loro gratitudine ed ubbidienza il comun padre delle loro fortune. La sospettosa gelosia della potenza non trovò luogo fra loro, e la singolar felicità della loro unione è stata paragonata ad un coro di musici, la cui armonia era regolata e conservata dall'abil mano del primo Artista[220].

Questo importante progetto non fu posto in esecuzione se non sei anni in circa dopo l'associazione di Massimiano, e non era stato quell'intervallo di tempo mancante di memorabili avvenimenti. Ma noi abbiamo preferito, in grazia della chiarezza, di prima descrivere la perfetta forma del governo di Diocleziano, e dopo di riferire le azioni del suo Regno, seguitando piuttosto il naturale ordine degli eventi, che le date di una incertissima cronologia.

La prima impresa di Massimiano, benchè sia brevemente riferita dai nostri imperfetti Scrittori, merita per la sua singolarità di esser rammentata in una storia dei costumi degli uomini. Egli soggiogò i contadini della Gallia, i quali sotto la denominazione di Bagaudi[221], eransi sollevati in una general sedizione, molto simile a quelle, che nel quartodecimo secolo afflissero successivamente la Francia e l'Inghilterra[222]. Sembra, che molte di quelle istituzioni, che facilmente si riferiscono al sistema feudale, sieno derivate dai barbari Celti. Quando Cesare soggiogò i Galli, era già quella numerosa nazione divisa in tre ordini di persone, clero, nobiltà e plebe. Il primo governava colla superstizione, il secondo colle armi, ma il terzo ed ultimo non aveva influenza o parte veruna nei pubblici loro consigli. Era naturalissimo che i plebei, oppressi dai debiti, o paventando le ingiurie, implorassero la protezione di qualche potente Capo, il quale acquistasse sopra le loro persone ed il lor patrimonio quei medesimi assoluti diritti, che tra i Greci e i Romani un padrone esercitava su i propri schiavi[223]. Fu a poco a poco la maggior parte della nazione ridotta allo stato di servitù, astretta alla perpetua coltivazione dei terreni appartenenti ai nobili Galli, e addetta al suolo o col peso reale delle catene, o col non meno crudele e possente vincolo delle leggi. Durante la lunga serie delle turbolenze, che agitarono la Gallia, dal Regno di Gallieno a quello di Diocleziano, la condizione di questi servili contadini fu in ispecial modo meschina, e soffrirono ad un tempo stesso la complicata tirannia dei loro padroni, dei Barbari, dei soldati, e dei ministri dell'entrate[224].

Cangiossi finalmente la sofferenza loro in disperazione. Si sollevarono essi a turme per ogni parte, armati di rustici strumenti con irresistibil furore. Divenne l'agricoltore soldato a piedi, montò a cavallo il pastore, i deserti villaggi, e le aperte indifese città furono abbandonate alle fiamme, e le devastazioni dei contadini eguagliarono quelle dei Barbari più feroci[225]. Sostenevano essi i naturali diritti degli uomini, ma li sostenevan per altro colla più selvaggia crudeltà. I nobili Galli, giustamente paventando la loro vendetta, si ricovrarono nelle città fortificate, o fuggirono dalla feroce scena dell'anarchia. Regnarono i contadini senza alcun freno; e due dei lor più arditi condottieri ebber la folle temerità di assumer gli ornamenti Imperiali[226]. Svanì ben presto la loro potenza all'arrivo delle legioni. La forza dell'unione e della disciplina riportò una facil vittoria contro una sfrenata e disunita moltitudine[227]. Furono severamente puniti i contadini presi colle armi in mano; ritornarono gli altri spaventati alle respettive loro abitazioni, e l'inutile loro sforzo per la libertà servì solamente a confermare la loro schiavitù. Così forte ed uniforme è la corrente delle popolari passioni, che possiam quasi arrischiarci con scarsissimi materiali a riferire le particolarità di questa guerra. Non siamo però disposti a credere che i principali Capi, Eliano ed Amando, fosser cristiani[228], o a supporre che la ribellione, come accadde al tempo di Lutero, fosse suscitata dall'abuso di quegli umani principj della Religione Cristiana, che inculcano la natural libertà degli uomini.