Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
Part 24
Il natural Tesoriere della Chiesa era il Vescovo; il comun fondo affidavasi alla cura di lui senza che fosse soggetto a rendimento di conti o a revisione; i Preti si limitavano alle funzioni loro spirituali, e soltanto impiegavasi l'inferiore nome de' Diaconi pel maneggio, e per la distribuzione dell'Ecclesiastiche rendite[578]. Se può darsi fede alle veementi declamazioni di Cipriano, v'erano moltissimi fra' suoi Affricani fratelli, che nell'esercizio del loro impiego violavano ogni precetto, non solo di evangelica perfezione, ma anche di virtù morale. Alcuni di quest'infedeli dispensatori scialacquavano i beni della Chiesa in sensuali piaceri, altri gl'impiegavano in negozi di privato guadagno, di fraudolenti acquisti, e di rapace usura[579]. Ma finchè le contribuzioni del Popolo Cristiano furono libere e volontarie, l'abuso della fiducia di lui non poteva essere molto frequente, e gli usi a' quali tal liberalità in generale applicavasi, facevan onore alla società religiosa. Se ne riservava una conveniente porzione pel mantenimento del Vescovo, e del suo Clero; un'altra sufficiente somma era destinata per le spese del Culto pubblico, di cui formavan la parte più essenziale e piacevole i banchetti di carità, o come allora dicevansi, le _agape_; e tutto il resto era patrimonio sacro de' poveri. Secondo la discrezione del Vescovo si impiegava in alimentare le vedove e gli orfani, gli storpiati, gl'infermi, ed i vecchi della società, in aiutar gli stranieri e pellegrini, ed in sollevare le angustie dei carcerati e degli schiavi, specialmente se i lor patimenti erano cagionati da un forte amore alla causa della religione[580]. Un generoso commercio di carità univa le più distanti Province, e le più povere congregazioni venivano di buona voglia assistite dalle elemosine de' loro più opulenti fratelli[581]. Tale instituto, che risguardava meno il merito, che la miseria delle persone, molto materialmente favoriva l'accrescimento del Cristianesimo. I Gentili i quali erano animati da un sentimento d'umanità, nel tempo che deridevano le dottrine, confessavano la beneficenza della nuova setta[582]. La vista dell'immediato sollievo, e della protezione futura, invitava al seno ospitale di lei molte di quelle infelici persone, che la trascuratezza del mondo avrebbe abbandonate alle miserie dell'indigenza, della malattia e dell'età. Vi è qualche ragione ancora di credere, che un gran numero di fanciulli, secondo la crudel pratica di que' tempi, esposti da' loro genitori, fossero frequentemente preservati dalla morte, battezzati, educati e mantenuti dalla pietà de' Cristiani, ed a spese del pubblico Tesoro[583].
II. Ogni società senza dubbio ha diritto di escludere dalla sua comunione e dai suoi benefizi que' membri, che rigettano o trasgrediscono le regole stabilite di comune condenso. Nell'esercizio di tal potestà le censure della Chiesa Cristiana eran principalmente dirette contro i peccatori scandalosi, ed in ispecie contro i rei d'omicidio, di frode o d'incontinenza, contro gli autori o seguaci di qualunque eretica opinione, che fosse stata condannata dal giudizio de' Vescovi, e contro quelle infelici persone, che, o liberamente o per forza, si eran macchiate, dopo il battesimo, con qualche atto di culto idolatrico. Le conseguenze della scomunica risguardavano il temporale non meno che lo spirituale. Il Cristiano, contro di cui pronunciavasi, era privato di qualunque parte nelle oblazioni de' fedeli. Si scioglievano i legami di ogni religiosa e privata amicizia. Diveniva egli un oggetto profano d'abborrimento per le persone, ch'ei più stimava, o dalle quali amavasi prima con la maggior tenerezza; e per quanto l'espulsione da una società rispettabile potea imprimere nel carattere di lui un contrassegno d'ignominia, era generalmente sfuggito, o tenevasi per sospetto da tutti. La situazione di questi esuli disgraziati era molto penosa e trista in se stessa, ma i lor timori, come suole avvenire, sopravanzavano anche molto i loro tormenti. I beni della comunion Cristiana eran quelli dell'eterna vita, nè potevano essi cancellare da' loro spiriti la terribile opinione, che Dio aveva date le chiavi dell'Inferno e del Paradiso a quegli Ecclesiastici direttori, da' quali ricevuto avevano la condanna. Gli Eretici, in vero, che potevano sostenersi colla coscienza delle loro intenzioni, e colla lusinghiera speranza di aver essi soli scoperta la vera strada della salute, procuravano di riacquistare nelle separate loro assemblee quelle temporali e spirituali consolazioni, che non potevano più ritrarre dalla gran società de' Cristiani. Ma quasi tutti coloro, che avevano con ripugnanza ceduto alla forza del vizio o dell'idolatria, sentivano l'umiliazione del loro stato, ed ansiosamente desideravano di essere ristabiliti ne' diritti della comunione Cristiana.
Quanto al trattamento di questi penitenti, la primitiva Chiesa era divisa fra due opinioni, l'una di giustizia, l'altra di misericordia. I più rigorosi ed inflessibili casisti negavan per sempre e senz'eccezione il più basso luogo nella santa comunione a coloro, che essi avevano condannati o abbandonati, e lasciandoli in preda a' rimorsi di una colpevol coscienza, accordavan loro soltanto un debole raggio di speranza, che la compunzione loro, in vita ed in morte, potrebbe forse esser gradita all'Ente supremo[584]. Ma un sentimento più mite fu abbracciato in pratica ed in teorica dalle più rispettabili, e pure Chiese Cristiane[585]. Rare volte si chiusero al convertito penitente le porte della riconciliazione e del Cielo; ma fu instituita una severa e solenne forma di disciplina, la quale nell'atto medesimo, che serviva ad espiarne il delitto, con efficacia potesse allontanare gli spettatori dall'imitarne l'esempio. Umiliato da una pubblica confessione, emaciato dal digiuno, e vestito di sacco, stava il penitente prostrato alla porta dell'assemblea, chiedendo con lacrime il perdono delle sue colpe, ed implorando in suo favore le preghiere de' fedeli[586]. Se il peccato era molto grave, interi anni di penitenza non si credevano sufficienti a soddisfare adequatamente la divina giustizia; e sempre per mezzo di lenti e penosi gradi il peccatore, l'eretico o l'apostata restituivasi al seno della Chiesa. La sentenza però di scomunica perpetua si riservava per alcuni delitti di straordinaria enormità, e specialmente per le inescusabili ricadute di que' penitenti, che avevano già fatta prova, ed abusato della clemenza degli Ecclesiastici lor superiori. L'esercizio della disciplina Cristiana era vario secondo le circostanze o il numero delle colpe, a giudizio de' Vescovi. Furon celebrati verso il medesimo tempo i Concilj d'Ancira e d'Elvira, l'uno nella Galazia, l'altro nella Spagna, ma sembra che i rispettivi lor canoni, che tuttora esistono, abbiano uno spirito assai diverso. Il Galata, che dopo il Battesimo avea più volte sacrificato agl'idoli, poteva ottenere il perdono mediante una penitenza di sette anni, e se aveva sedotto altri ad imitare il suo esempio, tre soli anni di più erano aggiunti al termine del suo esilio. Ma l'infelice Spagnuolo, che avea commosso la medesima colpa, rimaneva privo della speranza di riconciliazione, anche in punto di morte: la sua idolatria stava alla testa di altri diciassette delitti, contro i quali fu pronunziata una non meno terribil sentenza; fra' quali si può distinguere l'inespiabil reato di calunniare un Vescovo, un Prete, od anche un Diacono[587].
La ben temperata unione di liberalità e di rigore, la distribuzion giudiziosa de' premj e delle pene secondo le massime della politica e della giustizia, formarono la forza _umana_ della Chiesa. I Vescovi, la cui paterna cura estendevasi al governo del mondo spirituale e corporeo, sentivan bene l'importanza di queste prerogative, e coprendo la loro ambizione col bel pretesto dell'amore dell'ordine, eran gelosi di ogni rivale nell'esercizio di una disciplina tanto necessaria per prevenire la diserzione di quelle truppe, che si erano arrolate sotto lo stendardo della Croce, ed il numero delle quali ogni giorno diveniva maggiore. Dalle imperiose declamazioni di Cipriano dovremmo naturalmente concludere, che le dottrine della scomunica, e della penitenza, formavan la parte più essenziale della religione; ed era molto meno pericoloso ai discepoli di Cristo il trascurar l'osservanza de' morali doveri, che il disprezzar le censure e l'autorità de' lor Vescovi. Alle volte c'immagineremmo d'udire la voce di Mosè, quando comandò alla terra di aprirsi per inghiottir nelle fiamme consumatrici que' ribelli, che ricusavano ubbidienza al Sacerdozio d'Aronne; ed alle volte ci parrebbe di ascoltare un Console Romano, che sostenendo la maestà della Repubblica, dichiarasse la sua risoluzione inflessibile di mantenere il rigore delle leggi.
«Se impunemente si soffrono irregolarità di tal sorta» (così riprende il Vescovo di Cartagine la dolcezza del suo collega) «finisce il vigor Episcopale[588], finisce la divina sublime potestà di governare la Chiesa; finisce il Cristianesimo stesso.» Cipriano avea rinunziato quegli onori temporali, che probabilmente non avrebbe ottenuti giammai; l'acquisto però di tale assoluto comando sulle coscienze e sull'intelletto di una congregazione, sia quanto si voglia oscura o disprezzabile dal mondo, è veramente più grato all'orgoglio del cuore umano, che il possesso della più dispotica potenza, acquistata, per mezzo delle armi e della conquista, sopra un popolo ricalcitrante.
Nel corso di questa importante, quantunque forse tediosa ricerca, ho tentato di esporre le secondarie cagioni, che tanto efficacemente assisterono la verità della religione Cristiana. Se fra quelle cagioni ho scoperto qualche artificiale ornamento, qualche accidental circostanza, o qualche mistura d'errore e di passione, non deve parer sorprendente che sugli uomini abbiano sensibilmente influito que' motivi, ch'eran conformi all'imperfetta loro natura. Coll'aiuto di tali cagioni, vale a dire dello zelo esclusivo, dell'aspettazione immediata di un altro mondo, della pretension de' miracoli, della pratica di rigorosa virtù, e della costituzione della primitiva Chiesa, il Cristianesimo si sparse con tanto successo nell'Impero Romano. Alla prima di queste dovevano i Cristiani quell'invincibil valore, per cui sdegnavano di capitolar col nemico, ch'essi eran risoluti di vincere. Le tre seguenti porgevano al lor valore le armi più formidabili. L'ultima ne riuniva il coraggio, ne dirigeva le armi, ed a' loro sforzi dava quell'irresistibil peso, che sì frequentemente ha renduto anche una piccola truppa di ben agguerriti ed intrepidi volontarj superiore ad una moltitudine indisciplinata, ignorante del soggetto, e non curante l'esito della guerra. Fra le diverse religioni del Politeismo, alcuni vagabondi fanatici dell'Egitto, e della Siria, che dirigevansi alla credula superstizione del volgo, formavano forse l'unico ordine di Sacerdoti[589], che traessero tutto il proprio mantenimento e credito dalla professione sacerdotale, e che fossero molto efficacemente impegnati da un personale interesse per la sicurezza o prosperità de' tutelari lor Numi. Tanto in Roma, quanto nelle principali Province i ministri del politeismo erano per la maggior parte uomini di nobil estrazione e di abbondante ricchezza, che ricevevan come una distinzione onorevole la cura di un celebre tempio, o di un pubblico sacrifizio; molto spesso rappresentavano a loro spese i giuochi sacri[590], e con fredda indifferenza eseguivano gli antichi riti secondo le leggi, e l'usanze del lor paese. Siccome occupavansi negli affari comuni della vita, rare volte, il loro zelo e la lor divozione erano animati da un sentimento d'interesse o dalle abitudini di un carattere sacerdotale. Limitati a' rispettivi lor tempj ed alle loro rispettive città, restavano senza connessione alcuna di governo o di disciplina; e riconoscendo essi la suprema giurisdizione del Senato, del Collegio de' Pontefici e dell'Imperatore, que' magistrati civili si contentavano della facile cura di mantenere in pace, e con dignità, il culto già stabilito fra gli uomini. Abbiam veduto poi quanto varie, quanto libere, ed incerte fossero le religiose opinioni de' Politeisti. Si abbandonavan quasi senza ritegno alle naturali operazioni di una superstiziosa fantasia. Le accidentali circostanze della vita, e della situazione loro determinavan l'oggetto, ed il grado della lor divozione, e poichè la loro adorazione successivamente prostituivasi a mille Divinità, egli era appena possibile, che i loro cuori potessero essere capaci di una molto sincera, e viva passione per alcuna di quelle.
Quando comparve nel mondo il Cristianesimo, anche queste deboli, ed imperfette impressioni eransi appoco appoco ridotte a nulla. La ragione umana, che mediante la propria forza, non aiutata dalla rivelazione, non è capace d'intendere i misteri della fede, aveva già ottenuto un facil trionfo sopra la follìa del Paganesimo; e quando Tertulliano o Lattanzio si affaticano in esporne la stravaganza e la falsità, son costretti a far uso dell'eloquenza di Cicerone, o dell'ingegno di Luciano. Si era diffuso il contagio di questi scettici scritti molto al di là del numero de' lor lettori. Era passata la moda dell'incredulità, dal Filosofo all'uomo di piacere o di affari, dal nobile al plebeo, e dal padrone al domestico schiavo, che serviva alla tavola di lui, e che attentamente ne ascoltava la libertà de' discorsi. Nelle pubbliche occasioni la parte filosofica del genere umano affettava di trattar con decenza e con rispetto le religiose instituzioni della loro patria; ma traspariva il lor segreto disprezzo a traverso la debole mal coperta finzione, ed anche la plebe, scuoprendo che i propri Numi venivan rigettati e derisi da quelli, de' quali era solita di rispettare il posto o la scienza, si trovava piena di dubbj e di apprensioni circa la verità di quelle dottrine, alle quali accordato aveva la più implicita fede. La rovina degli antichi pregiudizi lasciava moltissimi in una penosa situazione, priva d'ogni conforto. Uno stato di scetticismo, e di sospensione può piacere a ben pochi spiriti investigatori; ma la pratica della superstizione è sì naturale alla moltitudine degli uomini, che qualora vengano per forza illuminati, compiangon sempre la perdita del lor piacevole inganno. Il loro amore del maraviglioso, e del soprannaturale, la lor curiosità intorno al futuro, e la forte inclinazione ad estendere le speranze e i timori oltre i limiti del monito visibile, furon le principali cagioni che favorirono lo stabilimento del Politeismo. È così urgente nel volgo la necessità di credere, che alla caduta d'un sistema di mitologia è probabilissimo abbia da succedere sempre qualche altro genere di superstizione di nuovo introdotta. Alcune deità, di forma più nuova e alla moda, presto avrebbero occupato gli abbandonati tempj di Giove e d'Apollo, se in quel decisivo istante la saggia Providenza non avesse interposta una genuina rivelazione, atta ad inspirare la stima e la persuasione più ragionevole, nel tempo stesso che godeva di tutti gli adornamenti, che attrar potevano la curiosità, lo stupore, e la reverenza del popolo. Nell'attual disposizione, in cui trovavansi gli uomini, siccome quasi erano affatto staccati dagli artificiosi lor pregiudizi, ma suscettibili, e bramosi ugualmente di qualche religioso attaccamento, anche un oggetto di merito molto minore sarebbe stato capace di riempiere il posto vacante ne' loro cuori, e soddisfar l'incerto fervore delle loro passioni. Quelli che sono disposti ad analizzare tali riflessioni, lungi dall'osservare con meraviglia il rapido avanzamento del Cristianesimo, saranno forse sorpresi che non fosse anche più rapido, e più generale.
È stato con non minor verità che naturalezza osservato, che le conquiste di Roma prepararono, e facilitaron quelle del Cristianesimo. Nel secondo capitolo di quest'opera si è procurato di spiegare in qual modo le più culte province dell'Europa, dell'Asia, e dell'Affrica si riunirono sotto il dominio di un sol Sovrano, ed appoco appoco si collegarono co' più forti vincoli delle leggi, de' costumi, e del linguaggio. Gli Ebrei della Palestina, che avevano ansiosamente aspettato un liberator temporale, riceverono sì freddamente i miracoli del divino Profeta, che si stimò superfluo di pubblicare, o almeno di conservare alcun Evangelio Ebraico[591]. Le storie autentiche delle azioni di Cristo si scrissero in Greco ad una considerabil distanza da Gerusalemme, e dopo che fu sommamente cresciuto il numero de' Gentili convertiti alla fede[592]. Appena tali storie furono tradotto in Latino, divennero perfettamente intelligibili a tutti i sudditi di Roma, eccettuati solamente i contadini della Siria e dell'Egitto, per comodità de' quali si fecero dopo particolari versioni. Le pubbliche strade ch'erano state fatte per uso delle legioni, aprivano un facil passaggio a' missionari Cristiani da Damaso a Corinto, e dall'Italia fino all'estremità della Spagna o della Britannia; nè incontravano quegli spirituali conquistatori alcuno degli ostacoli, che, ordinariamente ritardano, o impediscon l'introduzione di una religione straniera in lontani paesi. Vi sono le più forti ragioni di credere, che avanti l'Impero di Diocleziano e di Costantino, si fosse predicata la fede di Cristo in ogni Provincia, ed in tutte le principali Città dell'Impero; ma lo stabilimento delle diverse congregazioni, il numero de' fedeli che le componevano, e la proporzione, in cui erano cogl'infedeli, sono cose presentemente sepolte nell'oscurità, o colorite dalle favole e dalla declamazione. Noi ciò nonostante proseguiremo adesso ad esporre quelle imperfette notizie, che giunte son fino a noi rispetto all'accrescimento del nome Cristiano nell'Asia e nella Grecia, nell'Egitto, nell'Italia, e nell'Occidente, senza trascurare i veri o immaginarj acquisti fatti oltre le frontiere dei Romano Impero.
Le ricche Province, che si estendono dall'Eufrate al mare Jonio, furono il principal teatro, in cui l'Apostolo delle Genti spiegò la sua pietà ed il suo zelo. I semi dell'Evangelio, che aveva egli sparso in un fertil terreno, furon coltivati con diligenza da' suoi discepoli; e parrebbe che pei primi due secoli si contenesse il più considerabil corpo di Cristiani dentro que' limiti. Fra le società che si eressero nella Siria non ve ne fu alcuna più antica, o più illustre di quelle di Damasco, di Berea o d'Aleppo, e d'Antiochia. La profetica introduzione dell'Apocalisse ha descritte ed immortalale le sette Chiese dell'Asia, Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira[593], Sardi, Laodicea, e Filadelfia; e tosto si sparsero le lor colonie per quel popolato paese. Le isole di Cipro e di Creta, e le Province della Tracia e della Macedonia, fecer molto per tempo una grata accoglienza alla nuova religione; e presto si formaron Cristiane Repubbliche nelle città di Corinto, di Sparta, e d'Atene[594]. L'antichità delle chiese Greca, ed Asiatica somministra un sufficiente spazio di tempo per l'accrescimento, o per la moltiplicazione loro, e gli sciami stessi dei Gnostici, e di altri eretici, servono a dimostrare il florido stato della Chiesa ortodossa, mentre si è sempre applicato il nome di eretici al partito men numeroso. A queste domestiche testimonianze possiamo aggiunger la confessione, i lamenti, e le apprensioni de' Gentili medesimi. Dagli scritti di Luciano, filosofo che aveva studiato gli uomini, e che descrive i loro costumi co' più vivaci colori, possiam rilevare, che sotto il regno di Commodo, il suo paese nativo del Ponto era pieno d'Epicurei, e di _Cristiani_[595]. Dentro il corso di ottant'anni dopo la morte di Cristo[596] l'umano Plinio si lamenta della grandezza del male, ch'egli procurava invano di sradicare. Nella sua molto curiosa epistola all'Imperatore Traiano asserisce, che i tempj erano quasi deserti, che le sacre vittime appena trovavano compratori, e che la superstizione aveva non solo infettate le città, ma erasi anche sparsa per i villaggi, e nell'aperta campagna del Ponto, e della Bitinia[597].
Senza discendere ad un minuto esame dell'espressioni, o de' motivi di quegli scrittori, che o celebrano o deplorano il progresso del Cristianesimo nell'Oriente, può in generale osservarsi, che nessun di loro ci ha lasciato alcun fondamento, su cui formar si possa una giusta stima del vero numero de' fedeli in quelle Province. Si è conservata però fortunatamente una circostanza, che sembra spargere una luce più chiara su quest'oscuro, ma interessante soggetto. Nel regno di Teodosio, dopo che il Cristianesimo avea goduto per più di sessant'anni l'influsso del favore Imperiale, l'antica ed illustre Chiesa d'Antiochia consisteva in centomila persone, tremila delle quali erano alimentate con le pubbliche oblazioni[598]. Lo splendore, e la dignità della Regina dell'Oriente, la nota popolazione di Cesarea, di Seleucia, e d'Alessandria, e la distruzione di dugento cinquantamila anime nel terremoto, che afflisse Antiochia sotto Giustino il Vecchio[599], sono altrettante convincenti prove, che tutto il numero degli abitanti non era meno di mezzo milione, e che i Cristiani, per quanto moltiplicati fossero dallo zelo, e dalla potenza, non eccedevano la quinta parte di quella grande Città. Quanto diversa dovrà essere la proporzione, se paragoniamo la Chiesa perseguitata colla medesima trionfante, l'Occidente coll'Oriente, remoti villaggi con popolate città, e paesi di fresco convertiti alla fede con luoghi dove i credenti riceverono la prima volta la denominazione di Cristiani? Non bisogna per altro dissimulare, che in un altro luogo Grisostomo, al quale noi dobbiamo quest'util notizia, conta la moltitudine de' fedeli, come anche superiore a quella de' Giudei o de' Pagani[600]. Ma facile e naturale è la soluzione di quest'apparente difficoltà. L'eloquente predicatore fa un paralello fra la civile, ed ecclesiastica costituzione d'Antiochia, fra il catalogo de' Cristiani che avevano acquistato il Paradiso mediante il Battesimo e quello de' Cittadini, che avevano un diritto di partecipare della pubblica libertà. Nel primo si comprendevano schiavi, forestieri, e fanciulli, ch'erano esclusi dal secondo.
L'esteso commercio d'Alessandria, e la sua vicinanza alla Palestina diede un facile ingresso alla nuova Religione. Fu primieramente abbracciata da un gran numero di Terapeuti, o di Essenj della palude Mareotide, setta Ebraica, la quale avea perduto una gran parte della sua venerazione per le cerimonie di Mosè. L'austera vita degli Essenj, i loro digiuni, e le scomuniche, la comunione de' beni, l'amor del celibato, il loro zelo pel martirio, ed il fervore, benchè non la purità della loro fede, presentava già una vivissima immagine della primitiva disciplina[601]. Sembra che nella scuola di Alessandria la teologia Cristiana prendesse una forma regolare, e scientifica: e quando Adriano visitò l'Egitto, vi trovò una Chiesa composta di Greci e di Ebrei, abbastanza riguardevole per meritar la notizia di quel Principe investigatore[602]. Ma il progresso del Cristianesimo fu per lungo tempo ristretto dentro i limiti di una sola Città, ch'era ella stessa una colonia straniera, e fino al termine del secondo secolo i predecessori di Demetrio furono i soli Prelati della Chiesa d'Egitto. Si consacrarono tre Vescovi per le mani di Demetrio medesimo, e ne fu accresciuto il numero fino a venti da Eracla successore di lui[603]. Il corpo de' nazionali, popolo distinto per un'ostinata inflessibilità di carattere[604] riceveva la nuova dottrina con ripugnanza e freddezza; ed anche al tempo d'Origene, gli era ben raro d'incontrare un Egiziano, che avesse vinto gli antichi suoi pregiudizi a favore degli animali sacri del suo Paese[605]. Ma tosto che la religione Cristiana occupò il trono, lo zelo di que' Barbari obbedì alla forza che prevalse; le città dell'Egitto si riempirono di Vescovi e i deserti della Tebaide si popolarono d'Eremiti.