Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
Part 2
La morte di Claudio avea rianimato il languente spirito dei Goti. Le truppe, che difendevano i passi del monte Emo e le rive del Danubio, erano state richiamate pel timore di una guerra civile, e sembra probabile, che il rimanente corpo delle Tribù Gotiche e Vandaliche, abbracciando la favorevole occasione, abbandonasse i suoi stabilimenti dell'Ucrania, attraversasse i fiumi, ed accrescesse con nuova moltitudine la devastatrice armata de' suoi concittadini. Le loro truppe, riunite, furono alfine incontrate da Aureliano, ed il sanguinoso e dubbio conflitto finì solamente col venir della notte[20]. Spossati per tante calamità da loro vicendevolmente date e sofferte in una guerra di vent'anni, i Goti ed i Romani acconsentirono ad un durevole ed util trattato. Fu questo premurosamente richiesto dai Barbari, e con piacere ratificato dalle legioni, al voto delle quali il prudente Aureliano commise lo scioglimento di quella importante questione. Si obbligarono i Goti a fornire agli eserciti Romani un corpo di cavalleria di duemila ausiliari, e stipularono in contraccambio una sicura e tranquilla ritirata con un regolare mandato fino al Danubio, provveduto dalla cura dell'Imperatore, ma a lor proprie spese. Fu il trattato osservato con tanta religiosità, che quando una truppa di cinquecento uomini si staccò dal campo per far delle prede, il Re, ovvero il Generale dei Barbari, domandò che fosse il colpevole condottiero preso e saettato a morte, come vittima consacrata alla santità de' loro trattati. È per altro verosimile, che la precauzione di Aureliano, il quale aveva ritenuto come ostaggi i figli e le figlie dei Gotici condottieri, contribuisse in qualche parte a questa pacifica disposizione. Egli educò i giovani all'esercizio dell'armi, e vicino alla sua propria persona; alle donzelle diede una liberale e romana educazione, e concedendole in matrimonio ad alcuni dei suoi principali Uffiziali, strinse a poco a poco le due nazioni coi più tenaci e cari legami[21].
Ma la più importante condizione della pace fu piuttosto supposta che espressa nel trattato. Ritirò Aureliano le forze Romane dalla Dacia, e tacitamente abbandonò quella gran Provincia ai Goti ed ai Vandali[22]. Il suo maschio discernimento gli fe' conoscere i vantaggi reali, e gl'insegnò a disprezzare il disonore apparente del ristringere in tal guisa le frontiere della Monarchia. I sudditi Daci, rimossi da quelle terre lontane, ch'essi non sapean nè coltivar nè difendere, aggiunsero forza e popolazione alla parte meridionale del Danubio. Un fertile territorio, cangiato in deserto dalle replicate scorrerie dei Barbari, fu ceduto alla loro industria; ed una nuova provincia della Dacia conservò sempre la memoria delle conquiste di Traiano. Nella Dacia antica, per altro, rimase un considerabil numero di abitatori, ai quali più che un Goto Sovrano fece orrore l'esilio[23]. Questi degenerati Romani continuarono ad essere utili all'Impero, introducendo tra i lor vincitori le prime idee dell'agricoltura, le arti utili, ed i comodi della vita civile. Si stabilì a poco a poco una comunicazione di commercio e di lingua tra le opposte rive del Danubio; e la Dacia, divenuta indipendente, fu spesso l'argine più saldo dell'Impero contro le invasioni dei selvaggi del Settentrione. Un sentimento d'interesse legava all'alleanza di Roma questi Barbari inciviliti; ed un interesse costante si converte bene spesso in sincera ed utile amicizia. Questa mista colonia, che occupava l'antica provincia, e si era insensibilmente confusa in un popolo numeroso, riconosceva tuttavia il superior nome, o l'autorità della Gotica Tribù, e pretendeva l'immaginario onore di trarre dalla Scandinavia l'origine. Nel tempo stesso la fortunata, benchè casuale somiglianza del nome di Geti, infuse tra i creduli Goti una vana credenza, che nei tempi remoti i loro antenati, già stabiliti nelle province della Dacia, avessero ricevute le istruzioni di Zamolsi e represse le vittoriose armi di Sesostri e di Dario[24].
Mentre la vigorosa e moderata condotta di Aureliano ristabiliva la frontiera dell'Illirico, gli Alemanni[25] violarono le condizioni della pace o comprate da Gallieno o imposte da Claudio, ed animati dalla impaziente lor gioventù, corsero improvvisamente alle armi. Quarantamila cavalli[26] e un doppio numero di fanti[27] apparvero in campo. I primi oggetti della loro avarizia furono alcune poche città della Retica frontiera; ma presto crescendo col buon successo le loro speranze, sparsero gli Alemanni con rapida mossa la devastazione dalle rive del Danubio a quelle del Po[28].
[A. D. 270]
L'Imperatore seppe quasi nel tempo stesso l'irruzione e la ritirata dei Barbari. Radunato un attivo corpo di truppe, marciò con silenzio e prestezza lungo l'Ercinia Foresta; e gli Alemanni, carichi delle spoglie dell'Italia, arrivarono al Danubio, non sospettando, che sull'opposta riva ed in un posto vantaggioso stesse celato un esercito Romano, disposto ad impedire il loro ritorno. Aureliano favorì la fatal confidenza dei Barbari, e lasciò che quasi metà delle lor forze passasse il fiume senza precauzione veruna. La situazione e la sorpresa loro gli procuravano una facil vittoria; e la sua ferma condotta ne accrebbe il vantaggio. Disponendo le legioni in forma di semicerchio, avanzò i due corni verso il Danubio, e volgendoli a un tratto verso il centro, circondò la retroguardia dei Germani. I Barbari smarriti, dovunque gettasser lo sguardo, vedevano con disperazione un paese deserto, un fiume rapido e profondo, ed un vittorioso ed implacabil nemico.
Ridotti a questa infelice condizione, non isdegnarono gli Alemanni di presto implorare la pace. Aureliano ricevè i loro Ambasciatori alla testa del suo campo, e con tutta la pompa marziale, che potesse mostrare la grandezza e la disciplina romana. Erano le legioni sulle armi in bene ordinate schiere ed in profondo silenzio. I principali Comandanti, distinti colle insegne del loro grado, stavano a cavallo dall'uno e dall'altro lato del trono Imperiale. Dietro al trono s'innalzavano sopra lunghe picche, coperte d'argento, le sacre immagini dell'Imperatore e de' suoi Predecessori[29], le Aquile d'oro, ed i vari titoli delle legioni, a lettere d'oro scolpiti. Quando prese Aureliano il suo posto, il suo nobile portamento e la sua maestosa figura[30] insegnarono ai Barbari a venerare la persona non meno che la porpora del lor vincitore. Caddero in silenzio gli ambasciatori al suolo prostesi. Fu ad essi ordinato di alzarsi e permesso di favellare. Coll'assistenza degl'interpreti estenuarono eglino la loro perfidia, ma giustificarono le loro imprese, si estesero sulle vicende della fortuna e su i vantaggi della pace, e con inopportuna confidenza richiesero un abbondante sussidio, quasi prezzo dell'alleanza, ch'essi offrivano ai Romani.
Fu la risposta dell'Imperatore aspra ed imperiosa. Trattò la loro offerta con disprezzo, e con indignazione la loro richiesta; rimproverò ai Barbari la loro ignoranza nelle arti della guerra e nelle leggi della pace, e finalmente li licenziò colla sola scelta di rendersi a discrezione, o di aspettare la maggior severità dal suo risentimento[31]. Aveva Aureliano restituita ai Goti una remota provincia; ma era pericoloso il fidarsi o il perdonare a que' perfidi Barbari, la cui formidabil potenza teneva l'Italia stessa in continui timori.
Pare che immediatamente dopo questo congresso, qualche improvviso evento richiedesse la presenza dell'Imperatore nella Pannonia. Lasciò egli a' suoi Generali la cura di compiere la distruzione degli Alemanni o col ferro, o col più sicuro mezzo della fame. Ma l'attiva disperazione ha spesso trionfato dell'indolente confidenza nella fortuna. Vedendo i Barbari ch'era impossibile traversare il Danubio ed il campo Romano, ruppero i posti della retroguardia, ch'erano, o più debolmente, o meno diligentemente difesi, e con incredibil prestezza, ma per diverso cammino, ritornarono verso i monti dell'Italia[32]. Aureliano, che riguardava la guerra come affatto finita, ricevè la mortificante notizia della fuga degli Alemanni e della devastazione da essi fatta nel territorio di Milano. Fu alle legioni ordinato di seguitare con tutta la speditezza, di cui erano capaci quei gravi corpi, la rapida fuga di un nemico, l'infanteria e la cavalleria del quale si muovevano quasi con egual celerità. Pochi giorni dopo, l'Imperatore istesso mosse al soccorso dell'Italia conducendo uno scelto corpo di ausiliari (fra i quali vi erano gli ostaggi e la cavalleria dei Vandali) e tutte le guardie Pretoriane, che avevano servito nelle guerre fatte già sul Danubio[33].
Essendosi le truppe leggiere degli Alemanni sparse dalle Alpi agli Appennini, la continua vigilanza di Aureliano e dei suoi Uffiziali fu occupata in discoprire, assaltare e perseguitare i numerosi loro distaccamenti. Non ostante l'irregolarità di questa guerra, vengono menzionate tre considerabili battaglie, nelle quali le forze principali delle due armate si azzuffarono ostinatamente[34]. Fu vario il successo. Nel primo combattimento vicino a Piacenza, i Romani riceverono un colpo sì forte, che, secondo l'espressione di uno scrittore parzialissimo di Aureliano, si temè l'immediata ruina dell'Impero[35]. Gli accorti Barbari, che aveano circondati i boschi, assalirono improvvisamente le legioni nell'oscurità della sera, e (come è molto probabile) dopo la fatica e il disordine di una lunga marcia. Non poterono i Romani resistere alla furia del loro assalto, ma finalmente, dopo una terribile strage, la paziente costanza dell'Imperatore riordinò le suo truppe, e ristabilì in qualche modo l'onore delle armi sue. La seconda battaglia s'ingaggiò vicino a Fano nell'Umbria, sul terreno, che cinquecento anni avanti era stato fatale al fratello di Annibale[36]. Cotanto i fortunati Germani si erano avanzati lungo la via Emilia e Flaminia, con idea di saccheggiare la mal difesa padrona del Mondo! Ma Aureliano, che vigilando alla salvezza di Roma, era sempre loro alle spalle, trovò quivi il decisivo momento di dar loro una totale ed irreparabil disfatta[37]. Il fuggitivo residuo del loro esercito venne esterminato in una terza ed ultima battaglia vicino a Pavia; e fu l'Italia liberata dalle irruzioni degli Alemanni.
La paura è stata la prima madre della superstizione, ed ogni nuova calamità induce i tremanti mortali a scongiurar lo sdegno dei loro invisibili nemici. Benchè la migliore speranza della Repubblica fosse nel valore e nella condotta di Aureliano, pure fu tale la pubblica costernazione, quando i Barbari erano a momenti aspettati alle porte di Roma, che per decreto del Senato si consultarono i libri Sibillini. Lo stesso Imperatore, per religione o per politica, raccomandò questo salutevole provvedimento, biasimò la lentezza del Senato[38], e si esibì di supplire a qualunque spesa, e di dare qualunque animale e qualunque schiavo d'ogni nazione che gli Dei richiedessero. Non ostante questa liberale offerta, non sembra che alcuna vittima umana espiasse col suo sangue i peccati del popol Romano. I libri Sibillini imposero cerimonie più miti: processioni di Sacerdoti in bianche vesti, accompagnati da un coro di giovani e di vergini; lustrazioni della città e dell'adiacente campagna, e sacrifizi la cui potente influenza impedisse ai Barbari il passo nella mistica terra, sulla quale si erano celebrati. Queste superstizioni, benchè puerili in se stesse, servirono al buon esito della guerra; e se nella decisiva battaglia di Fano, gli Alemanni sognarono di vedere un'armata di spettri, combattenti in favor d'Aureliano, egli ricevè un vero ed effettivo aiuto da questo immaginario rinforzo[39].
Ma non ostante qualunque fidanza aver si potesse negl'ideali ripari, pure l'esperienza del passato e il timor del futuro, indussero i Romani a costruire fortificazioni di un genere più saldo e più sostanziale. I successori di Romolo aveano circondato i Sette Colli di Roma con un antico muro di più di tredici miglia[40]. Un recinto sì vasto può sembrare sproporzionato alla forza ed alla popolazione di quello Stato nascente. Ma era necessario di assicurare una vasta estensione di pascoli e di terreno dalle frequenti ed improvvise incursioni dei popoli del Lazio, perpetui nemici della Repubblica. Crescendo la Romana grandezza, si accrebbe a poco a poco la città, e la sua popolazione occupò tutto lo spazio voto, aprì le inutili mura, coprì il campo Marzio, e da ogni parte seguitò le pubbliche strade maestre con lunghi e bei sobborghi[41]. L'estensione delle nuove mura, erette da Aureliano e terminate sotto il regno di Probo, era magnificato dall'opinione popolare quasi a cinquanta miglia[42], ma le accurate misure la ridussero intorno a ventuno[43]. Era questo un grande, ma tristo lavoro, giacchè i ripari della Capitale svelavano la decadenza della Monarchia. I Romani dei secoli più felici, che affidarono alle armi delle legioni la sicurezza dei campi delle frontiere[44], erano ben lontani dal sospettare in alcun modo, che si dovesse mai per necessità fortificare la sede dell'Impero contro le irruzioni dei Barbari[45].
La vittoria di Claudio su i Goti, e il fortunato successo di Aureliano contro gli Alemanni aveano già restituito alle armi Romane l'antica lor superiorità sopra le Barbare nazioni del Settentrione. Il punire i domestici tiranni, e riunire le smembrate parti dell'Impero era un'impresa riservata all'ultimo di questi bellicosi Imperatori. Quantunque fosse stato riconosciuto dal Senato e dal Popolo, le frontiere dell'Italia, dell'Africa, dell'Illirico e della Tracia ristringevano i confini del suo dominio. La Gallia, la Spagna e la Britannia, l'Egitto, la Siria e l'Asia minore erano tuttavia possedute da due ribelli, che soli di una lista sì numerosa, erano sino allora andati esenti dai pericoli della lor condizione; e per render compita l'ignominia Romana, due donne erano le usurpatrici di quei troni rivali.
S'era veduta nella Gallia una rapida successione di Monarchi, innalzati e caduti. La rigida virtù di Postumo non servì che ad accelerare la sua rovina. Egli dopo d'aver oppresso un competitore, ch'aveva presa in Magonza la porpora ricusò di concedere alle sue truppe il sacco di quella ribelle città; e nel settimo anno del regno suo divenne la vittima della loro delusa avarizia[46]. La morte di Vittorino, amico e collega di Postumo, fu prodotta la più piccola causa. Le luminose qualità[47] di questo Principe erano oscurate da una licenziosa passione, ch'egli soddisfaceva con atti di violenza, senza aver quasi riguardo alle leggi della società, o a quelle ancor dell'amore[48]. Egli fu trucidato a Colonia da una congiura di gelosi mariti, la cui vendetta potrebbe sembrare più giustificabile, se risparmiato avessero l'innocente suo figlio. Dopo la strage di tanti Principi valorosi, è in certo modo mirabile, che una donna contenesse per lungo tempo le feroci legioni della Gallia, ed è cosa più singolare, che questa donna fosse la madre dell'infelice Vittorino. Coi suoi artifizi e colle sue ricchezze potè Vittoria collocar successivamente sul trono Mario e Tetrico, e regnare con maschio vigore sotto il nome di questi dipendenti Imperatori. La moneta di rame, di argento, e di oro si coniava in suo nome; essa prese i titoli di Augusta e di Madre degli eserciti: il suo potere finì solamente colla sua vita; ma fu questa forse accorciata dalla ingratitudine di Tetrico[49].
[A. D. 271]
Quando ad istigazione dell'ambiziosa sua protettrice assunse Tetrico le regie insegne, egli era Governatore della tranquilla provincia dell'Aquitania, impiego convenevole al suo carattere ed alla sua educazione. Egli regnò per quattro o cinque anni sulla Gallia, sulla Spagna e sulla Britannia, schiavo e Sovrano di un licenzioso esercito, ch'egli temeva, e dal quale era sprezzato. Il valore e la fortuna di Aureliano gli aprirono finalmente la strada alla libertà. Egli si arrischiò a svelare la trista sua situazione, e scongiurò l'Imperatore di affrettarsi a soccorrere il suo infelice rivale. Questa segreta corrispondenza, se fosse giunta all'orecchie dei soldati, molto probabilmente avrebbe costato a Tetrico la vita; nè poteva egli deporre lo scettro dell'Occidente senza commettere un atto di tradimento contro se stesso. Egli finse che vi fosse apparenza di una guerra civile, condusse in campo le sue forze contro Aureliano, le ordinò nella maniera più svantaggiosa, svelò i suoi propri consigli al nemico, e con pochi scelti amici disertò sul principio dell'azione. Le ribelli legioni, benchè disordinate e sconcertate dall'inaspettato tradimento del loro Capo, si difesero però con disperato valore, finchè furono quasi tutte tagliate a pezzi in quella sanguinosa e memorabil battaglia, che seguì vicino a Chalons nella Sciampagna[50]. La ritirata degli ausiliari irregolari Franchi e Batavi[51], che il vincitore presto costrinse o persuase a ripassare il Reno, ristabilì l'universale tranquillità, e l'autorità di Aureliano fu riconosciuta dalla muraglia d'Antonino alle colonne d'Ercole.
Fino dal regno di Claudio la Città di Autun, sola e senza soccorso, avea osato dichiararsi contro le legioni della Gallia. Dopo un assedio di setto mesi esse rovinarono e saccheggiarono quella sfortunata città già desolata dalla fame[52]. Lione, al contrario, avea resistito con ostinata avversione alle armi di Aureliano. Si legge il castigo di Lione[53], ma non si trovano mentovate le ricompense di Autun. Tale in verità è la politica della guerra civile, ricordarsi severamente delle ingiurie, ed obbliare i più importanti servigi. La vendetta è proficua, la gratitudine è dispendiosa.
[A. D. 272]
Appena Aureliano si fu assicurato della persona e delle province di Tetrico, rivolse le sue armi contro Zenobia, quella celebre Regina di Palmira e dell'Oriente. L'Europa moderna ha prodotte varie femmine illustri, che hanno sostenuto con gloria il peso del regno; nè il nostro secolo è privo di sì distinti caratteri. Ma, eccettuando le dubbie imprese di Semiramide, Zenobia è forse l'unica donna, il cui genio superiore si sia sollevato dalla servile indolenza, imposta al suo sesso dal clima e dai costumi dell'Asia[54]. Essa vantava la sua origine dai Re Macedoni dell'Egitto, uguagliava in bellezza la sua antenata Cleopatra, e superava d'assai questa Principessa nella castità[55] e nel valore. Era Zenobia stimata la più amabile e la più eroica del suo sesso. Era di carnagione bruna (giacchè parlando di una Signora queste piccole cose divengono importanti); i suoi denti erano di una bianchezza di perla, e ne' suoi grandi e neri occhi scintillava un insolito fuoco, temperato dalla più lusinghiera dolcezza. Forte ed armoniosa aveva la voce. Il suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo studio. Non era ella ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual perfezione il linguaggio Greco, l'Egiziano e il Siriaco. Avea disteso per suo proprio uso un Epitome della Storia Orientale, e familiarmente paragonava le bellezze di Omero e di Platone dietro la scorta del sublime Longino.
Questa perfetta donna sposò Odenato, che dalla condizione di privato s'innalzò alla Sovranità dell'Oriente. Divenne essa ben tosto amica e compagna di quest'Eroe. Negl'intervalli della guerra si dilettava Odenato estremamente della caccia; egli inseguiva con ardore le fiere dei deserti, leoni, pantere ed orsi; e l'ardor di Zenobia in quel pericoloso divertimento non era punto inferiore. Avea essa avvezzato il suo temperamento alla fatica, sdegnava l'uso di un cocchio coperto, compariva ordinariamente a cavallo in abito militare, e marciava talvolta per molte miglia a piedi alla testa delle sue truppe. I felici successi di Odenato furono attribuiti in gran parte all'incomparabile di lei prudenza e valore. Le illustri loro vittorie sopra il gran Re, che per due volte perseguitarono fino alle porte di Ctesifone, gettarono i fondamenti della comune lor fama e potenza. Le armate, ch'essi comandavano, e le Province ch'aveano salvate, non riconoscevano per Sovrani che i due lor Capi invincibili. Il Senato e il popolo Romano riverivano uno straniero, che vendicato avea il prigioniero loro Imperatore, e l'insensibil figlio di Valeriane riconobbe perfino Odenato come suo collega legittimo.
[A. D. 267]
Dopo una felice spedizione contro i Goti, devastatori dell'Asia, il Principe di Palmira ritornò alla Città di Emesa nella Siria. Invincibile nella guerra, fu ivi ucciso per domestico tradimento, ed il suo favorito divertimento della caccia fu la cagione, o l'occasione almeno della sua morte[56]. Il suo nipote Meonio pretese di lanciare il suo dardo prima di quel dello zio; e benchè avvertito del fallo, ripetè la medesima insolenza. Fu Odenato irritato come Monarca e come cacciatore: tolse egli al temerario giovane il cavallo, segno d'ignominia tra i Barbari, e lo castigò con un breve confine. Fu presto dimenticata l'offesa, ma non il castigo; e Meonio con pochi arditi congiurati in mezzo ad una gran festa assassinò il suo zio. Erode, figlio di Odenato, benchè non di Zenobia, giovane di carattere dolce ed effemminato[57] fu ucciso col padre. Ma Meonio altro non ottenne con questo sanguinoso misfatto, che il piacere di vendicarsi. Ebbe appena tempo di prendere il nome di Augusto, avanti che lo sacrificasse Zenobia alla memoria del suo consorte[58].
Con l'assistenza de' suoi più fidi amici essa occupò immediatamente il trono vacante, e governò per più di cinque anni coi suoi virili consigli Palmira, la Siria e l'Oriente. Colla morte di Odenato spirava quell'autorità, che il Senato avea ad esso conceduta soltanto come una personal distinzione; ma la guerriera sua Vedova, disprezzando il Senato e Gallieno, costrinse uno de' Generali Romani, mandato contro di lei, a ritirarsi nell'Europa con la perdita dell'esercito e della sua fama[59]. In vece di piccole passioni, che agitano così spesso un regno femminile, la salda amministrazione di Zenobia era regolata dalle più giudiziose massime di politica: se era espediente il perdonare, sapeva essa colmare il suo risentimento: se necessario era punire sapeva impor silenzio alle voci della pietà. L'esatta sua economia tacciata fu di avarizia; pure in ogni conveniente occasione si mostrava e magnifica e liberale. I vicini Stati dell'Arabia, dell'Armenia e della Persia temerono la sua inimicizia, e domandarono la sua alleanza. Ai dominj di Odenato, che si estendevano dall'Eufrate alle frontiere della Bitinia, la di lui Vedova aggiunse l'eredità de' suoi antenati, il popolato e fertil regno d'Egitto. L'Imperator Claudio riconobbe il merito di lei, e si contentò, che mentre egli continuava la guerra Gotica, _ella_ sostenesse l'onor dell'Impero in Oriente[60]. La condotta però di Zenobia fu accompagnata da qualche ambiguità; e non è improbabile, che concepito avesse il disegno di erigere una Monarchia indipendente e nemica. Ella unì alle popolari maniere dei Principi Romani la splendida pompa delle Corti dell'Asia, e pretese da' suoi sudditi le medesime adorazioni, che si prestavano ai successori di Ciro. Dette essa ai suoi figli[61] un'educazione Latina, e spesso li presentò alle truppe ornati della Porpora Imperiale. Riservò per se stessa il diadema col magnifico, ma incerto, titolo di Regina dell'Oriente.
[A. D. 272]