Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

Part 16

Chapter 163,744 wordsPublic domain

Le vie, Flaminia ed Emilia, presentavano un facil cammino di circa quattrocento miglia per passar da Milano a Roma; ma sebbene Costantino fosse impaziente di andare incontro al tiranno, pure volle piuttosto diriger prudentemente le sue operazioni contro un altro esercito d'Italiani, che mediante la forza e situazione che aveva, o poteva opporsi a' progressi di lui, o in caso di una disgrazia poteva impedirgli la ritirata. Ruricio Pompeiano, Generale distinto pel suo valore e per la sua abilità, aveva il comando della città di Verona e di tutte le truppe, che si trovavano nella Provincia di Venezia. Appena fu egli informato, che si avanzava Costantino verso di lui, distaccò un grosso corpo di cavalleria, che fu disfatto in un incontro vicino a Brescia, ed inseguito dalle legioni della Gallia fino alle porte di Verona. Si presentaron subito alla sagace mente di Costantino la necessità, l'importanza, e le difficoltà dell'assedio di questa piazza[385]. La città era solamente accessibile per mezzo di una stretta penisola verso ponente; gli altri tre lati eran circondati dall'Adige, fiume rapido, che copriva la Provincia di Venezia, da cui potevan gli assediati ricevere una copia inesauribile d'uomini e di provvisioni. Non senza gran difficoltà, e dopo molti inutili tentativi, Costantino trovò la maniera di passare il fiume a qualche distanza dalla città, in un luogo dove la corrente era meno violenta. Circondò allora Verona con forti trinciere, continuò con prudente vigore i suoi attacchi, e rispinse una disperata sortita di Pompeiano. Quest'intrepido Generale dopo di avere usato ogni mezzo di difesa, che potea somministrargli la forza della piazza e della guarnigione, segretamente fuggì da Verona, desideroso non già della propria, ma della pubblica sicurezza. Con instancabile diligenza esso prestamente raccolse un esercito sufficiente o ad incontrare in campo aperto Costantino, o ad attaccarlo, qualora si fosse ostinato a restare dentro le sue trinciere. L'Imperatore, attento a' movimenti, ed informato dell'avvicinarsi di sì formidabil nemico, lasciò una parte delle sue legioni per continuare le operazioni dell'assedio, nel tempo che alla testa di quelle truppe, nel valore e nella fedeltà delle quali più specialmente confidava, si avanzò a combattere in persona il General di Massenzio. L'esercito della Gallia era disposto in due linee secondo l'uso ordinario di guerra; ma lo sperimentato condottiero, vedendo che il numero degl'Italiani era molto maggiore del suo, in un istante cangiò tal disposizione, e diminuendo la seconda, estese la fronte della sua prima linea, finchè fosse in una giusta proporzione con quella dell'avversario. Tali evoluzioni, che in un momento di pericolo si possono eseguir senza confusione, solamente da truppe veterane, comunemente riescono decisive: ma poichè questa battaglia incominciò verso il finire del giorno, e si combattè con grande ostinazione per tutta la notte, meno vi ebbe luogo la condotta de' Generali, che il coraggio dei soldati. Il nuovo giorno scoprì la vittoria di Costantino, e si vide il campo della strage coperto di molte migliaia di vinti Italiani. Fra gli uccisi fu trovato anche il lor General Pompeiano; e Verona immediatamente rendettesi a discrezione, essendo la guarnigione restata prigioniera di guerra[386]. Gli Uffiziali dell'esercito vittorioso, nell'atto di congratularsi col lor Principe a motivo di quest'importante successo, si avventurarono a fargli qualche rispettoso lamento, di tal natura però da non dispiacere anche ai più gelosi Monarchi. Rappresentarono essi a Costantino, che non contento di eseguir tutti i doveri di un Comandante, egli aveva esposta la propria persona con un eccesso di valore, che quasi degenerava in temerità; e lo scongiurarono ad aver più riguardo in avvenire alla conservazione di una vita, da cui dipendeva la salute di Roma e dell'Impero[387].

Mentre Costantino segnalava la sua condotta e il suo valore nel campo, il Sovrano d'Italia pareva insensibile alle calamità ed ai pericoli di una guerra civile, che infuriava nel cuore de' suoi dominj. L'unica occupazione di Massenzio era sempre il piacere. Celando, e tentando almeno di celare alla cognizione del pubblico le disgrazie delle sue armi[388], si lusingava con una vana fiducia, la quale differiva i rimedi del male che si avvicinava, senza differire il male medesimo[389]. Appena i rapidi progressi di Costantino giugnevano a risvegliarlo da questa fatal sicurezza[390]; egli si dava a credere, che la sua ben nota liberalità, e la maestà del nome Romano, che l'aveva già liberato da due altre invasioni, coll'istessa facilità dissiperebbe anche la ribelle armata della Gallia. Gli Uffiziali di esperienza e di abilità, che avevan servito sotto il comando di Massimiano, furon finalmente costretti di far sapere all'effeminato figliuolo di lui l'imminente pericolo, a cui si era egli ridotto, e di mostrargli con una libertà, che lo sorprese nel tempo stesso e lo convinse, la necessità di prevenire la sua rovina, usando con vigoroso sforzo il potere che gli restava. Massenzio avea tuttora molti considerabili compensi tanto in uomini che in danaro. Le guardie Pretoriane sentivan bene quanto era fortemente connessa la causa di lui col loro interesse e colla lor sicurezza; e fu presto raccolto un terzo esercito più numeroso di quelli, ch'erano stati vinti nelle battaglie di Torino e di Verona. L'Imperatore era ben lontano dal pensar di condurre in persona le proprie truppe: non esercitato nell'arte della guerra, tremava per l'apprensione di un azzuffamento tanto pericoloso; e come il timore trae comunemente alla superstizione, con malinconica attenzione prestava orecchio ai rumori degli augurj e dei presagi, che sembravano minacciare la sua vita e il suo Impero. La vergogna supplì finalmente al coraggio, e lo forzò a scendere in campo, non potendo soffrire il disprezzo del popolo Romano. Faceva questo nel Circo risuonare con isdegno i suoi clamori, e tumultuariamente assediava le porte del palazzo, rimproverando la pusillanimità del suo indolente Sovrano, e celebrando lo spirito eroico di Costantino[391]. Prima di partir di Roma, consultò Massenzio i libri Sibillini. I custodi di questi antichi oracoli, quanto erano ignoranti de' segreti del fato, altrettanto eran bene informati negli artifizi del mondo; e gli diedero una risposta molto prudente, che poteva acconciarsi a qualunque evento, ed assicurar la loro riputazione, comunque avesse deciso la sorte delle armi[392].

[A. D. 312]

Sì è paragonata la celerità della marcia di Costantino a quella della conquista, che fece dell'Italia il primo de' Cesari; nè per quanto sia lusinghevole tal paralello, ripugna alla verità dell'Istoria, mentre non passarono più di cinquant'otto giorni dalla resa di Verona alla final decisione della guerra. Costantino avea sempre sospettato, che il tiranno avrebbe eseguito ciò che gl'inspirava il timore, e forse anche la prudenza, e che invece di arrischiar le ultime sue speranze in un general combattimento si sarebbe piuttosto rinchiuso dentro le mura di Roma. I gran magazzini lo assicuravano dal pericolo della fame; e siccome la situazione di Costantino non soffriva dilazione alcuna, egli avrebbe potuto esser ridotto alla dura necessità di distruggere col ferro e col fuoco la città Imperiale, che doveva essere il premio più nobile della sua vittoria, e la cui liberazione era stato il motivo, o piuttosto realmente il pretesto della guerra civile[393]. Con sorpresa pertanto non meno che con piacere, arrivato che fu ad un luogo detto _Saxa Rubra_ circa nove miglia distante da Roma[394], scoprì l'armata di Massenzio pronta a dargli la battaglia[395]. La lunga fronte della medesima occupava una pianura molto spaziosa, e la profondità arrivava fino alle rive del Tevere, che ne copriva la retroguardia, ed impediva la ritirata. Si narra, e vi è tutto il motivo di crederlo, che Costantino disponesse le sue truppe con somma perizia, e scegliesse per se il posto più pericoloso ed onorevole. Distinto per lo splendore delle sue armi, attaccò in persona la cavalleria del suo rivale: e l'urto irresistibile, ch'ei le diede, determinò la fortuna della giornata. La cavalleria di Massenzio era principalmente composta di corazze di grave armatura, o di leggieri Mori e Numidi. Essi cederono al vigore della cavalleria Gallicana, che aveva maggiore attività de' primi, e più fermezza degli altri. La disfatta delle due ali lasciò scoperti i fianchi dell'infanteria, e gl'indisciplinati Italiani fuggirono senza ritegno dalle bandiere di un tiranno, ch'essi avevano sempre odiato, e che più non temevano. I Pretoriani, sapendo che per le loro mancanze non potevano sperar perdono, erano animati dalla vendetta e dalla disperazione. Non ostanti i replicati loro sforzi non furon capaci que' bravi veterani di acquistar la vittoria: ottennero per altro una morte onorevole; e fu osservato, che i loro corpi coprivano il terreno medesimo, ch'era già stato occupato dalle lor file[396]. Divenne allora generale la confusione, e le truppe di Massenzio, disordinate ed inseguite da un implacabil nemico, traboccarono a migliaia ne' profondi e rapidi gorghi del Tevere. L'Imperatore stesso tentò di rientrare fuggendo nella città per mezzo del ponte Milvio; ma la folla che si trovò insieme a quello stretto passo, lo fece balzare nel fiume, dov'egli fu immediatamente sommerso dal peso delle sue armi[397]. Il corpo di lui, essendosi affondato molto nel fango, fu ritrovato con qualche difficoltà il giorno seguente. Restò il popolo convinto della propria liberazione quando vide il capo di lui esposto avanti a' propri occhi; e allora fu, che non dubitò di ricevere con acclamazioni di fedeltà e di gratitudine il fortunato Costantino, che in tal modo condusse a termine col suo valore e colla sua abilità la più splendida impresa della sua vita[398]. Nel far uso della vittoria non meritò Costantino la lode di clemente, nè incorse le censura di smoderato rigore[399]. Tenne verso il tiranno quel medesimo contegno, che poteva aspettarsi nella propria persona e famiglia, se fosse stato ei medesimo disfatto: fece morire i due figli di Massenzio, ed ebbe tutta la cura d'intieramente estirparne la razza. I più riguardevoli aderenti di Massenzio era da presumersi, che avrebbero avuto parte nella disgrazia di lui, come l'avevano avuta nella prosperità e ne' delitti, ma nel tempo che il popolo Romano ad alta voce chiedeva un maggior numero di vittime, il vincitore con fermezza ed umanità resistè a que' servili clamori, dettati dall'adulazione egualmente che dallo sdegno. Furon puniti ed avviliti i delatori; e gl'innocenti, che a torto avevan sofferto nella passata tirannia, richiamati furono dall'esilio, e rimessi al possesso dei loro beni. Un atto di generale obblivione del passato servì a quietare gli spiriti, ed a stabilire la proprietà di ciascheduno tanto nell'Italia quanto nell'Affrica[400]. La prima volta che Costantino colla sua presenza onorò il Senato, egli ricapitolò in un modesto discorso i servigi, che gli aveva prestati, e le proprie imprese; assicurò quell'illustre Ordine della sincera sua stima; e promise di ristabilirne l'antica dignità, e gli antichi privilegi. Il Senato, per gratitudine a queste non sincere proteste, corrispose co' vani titoli d'onore, ch'era tuttavia in suo potere di conferire; e senza presumere di ratificare l'autorità di Costantino, decretò di assegnare ad esso il primo posto fra i tre Augusti, che governavano in quel tempo il mondo Romano[401]. S'instituirono feste e giuochi per conservar la fama della sua vittoria, e vari edifizi, eretti a spese di Massenzio, furon dedicati all'onore del fortunato rivale. Rimane tuttavia in piedi l'arco trionfale di Costantino, come una trista prova dalla decadenza delle arti, ed un singolar testimonio della più vil vanità. Siccome non potea trovarsi uno scultore nella Capitale dell'Impero, che fosse capace di adornar quel pubblico monumento, venne spogliato delle sue più eleganti figure l'arco di Traiano, senz'alcun riguardo nè per la memoria di lui, nè per le regole della decenza. Fu totalmente posta in dimenticanza la diversità de' tempi, e delle persone, ugualmente che quella delle azioni, e de' caratteri. Si vedono i Parti come schiavi prostrati a' piedi di un Principe, che non portò mai le sue armi di là dall'Eufrate; ed i curiosi antiquari possono ravvisare fra i trofei di Costantino il capo ancor di Traiano. Son eseguiti poi nella maniera più rozza e grossolana i nuovi ornamenti, che bisognò frapporre ne' vuoti, che restavano fra le antiche sculture[402].

L'abolimento totale delle guardie Pretoriane fu un atto di prudenza non meno che di vendetta. Quelle truppe superbe, delle quali aveva Massenzio restituito, ed anche aumentato il numero ed i privilegi, furon soppresse per sempre da Costantino. Il loro fortificato campo restò distrutto, ed i pochi Pretoriani, avanzati alla furia della strage, vennero dispersi fra le legioni, e confinati alle frontiere dell'Impero, dove potevano esser utili senza divenir nuovamente pericolosi[403]. Col sopprimer le truppe, che ordinariamente stavano alla difesa di Roma, Costantino diede il colpo fatale alla dignità del Senato e del Popolo; e la Capitale disarmata restò senza difesa, esposta agl'insulti e al disprezzo del suo lontano padrone. Noi possiamo osservare che i Romani in quest'ultimo sforzo che fecero, per conservare la spirante lor libertà, avevano innalzato al Trono Massenzio pel timore di un tributo. Egli però non lasciò di esigerlo dal Senato sotto nome di libero donativo. Implorarono quindi l'aiuto di Costantino, che vinse il tiranno, e converti il libero donativo in una tassa perpetua. I Senatori furon distribuiti, secondo la dichiarazione, che doveron fare di lor sostanze, in varie classi. I più ricchi pagavano otto libbre d'oro l'anno; quattro quelli della seconda classe, quelli della terza due; e quelli che per la lor povertà potevano aver diritto ad un'esenzione, furon ciò nonostante tassati a sette monete d'oro per ciascheduno. Oltre i membri regolari del Senato, godevano ancora i vani privilegi dell'Ordine senatorio e ne sostenevano i gravi pesi, i loro figliuoli, i discendenti, e fin anche i congiunti; nè ci sorprenderà più da ora in poi, che Costantino fosse tanto premuroso di accrescere il numero delle persone comprese in una sì utile descrizione[404]. Dopo la disfatta di Massenzio l'Imperator vittorioso non passò più di due o tre mesi in Roma, che due altre volte fu da lui visitata in tutto il resto della sua vita per celebrare la solennità del decimo e del ventesimo anno del suo regno. Costantino era quasi sempre in moto per esercitar le legioni, o per esaminar lo stato delle province. I luoghi occidentali di sua residenza furono Treveri, Milano, Aquileia, Sirmio, Naisso e Tessalonica, finchè fondò nei confini dell'Europa o dell'Asia una nuova Roma[405].

[A. D. 313]

Costantino, avanti di passare in Italia, s'era assicurato dell'amicizia, o almeno della neutralità di Licinio, Imperatore dell'Illirico. Aveva egli promesso in matrimonio a quel Principe la sua sorella Costanza; ma era stata differita la celebrazione delle nozze, finchè fosse finita la guerra; e l'incontro, de' due Imperatori a Milano, stabilito a tal uopo, parve che stringesse l'unione delle lor famiglie e de' loro interessi[406]. In mezzo alle pubbliche feste furono ad un tratto costretti a separarsi; perchè l'invasione dei Franchi richiamò Costantino verso il Reno, e l'avvicinarsi che faceva in aria di nemico il Sovrano dell'Asia, richiedeva l'immediata presenza di Licinio. Massimino era stato in segreta confederazione con Massenzio, e senza scoraggiarsi per la disgrazia di lui, risolvè di tentar la fortuna di una guerra civile. Nel colmo dell'inverno si mosse dalla Siria verso le frontiere della Bitinia. La stagione era rigida e tempestosa; perì gran numero d'uomini e di cavalli nella neve, e siccome dalle piogge continue si eran rotte le strade, fu costretto a lasciarsi dietro una parte considerabile del pesante bagaglio, che non poteva seguire la rapidità delle sue marcie forzate. Mediante questo sforzo straordinario di diligenza, egli arrivò con una stanca ma formidabil armata alle rive del Bosforo Tracio, avanti che i capitani di Licinio fossero neppure informati della sua ostile intenzione. Bisanzio, dopo un assedio di undici giorni, si rendè alla forza di Massimino; esso fu trattenuto qualche giorno sotto le mura di Eraclea, ma ebbe appena preso possesso di quella città, che fu sorpreso dalla notizia, che Licinio erasi accampato alla distanza di sole diciotto miglia. Dopo inutili pratiche, nelle quali i due Principi tentarono di sedurre scambievolmente la fedeltà de' loro aderenti, ricorsero alla decisione delle armi. L'Imperatore d'Oriente comandava una truppa disciplinata e veterana di sopra settantamila uomini, e Licinio, che aveva raccolto circa trentamila Illirici, a principio fu oppresso dalla superiorità del numero; ma la sua militar perizia e la fermezza de' suoi soldati rinnovarono la battaglia, ed ottennero una decisiva vittoria. L'incredibil prestezza che usò Massimino in fuggire, è molto più celebre della sua bravura in combattere. Fu egli veduto, ventiquattr'ore dopo, tremante, pallido, e senza gli ornamenti Imperiali a Nicomedia, distante centosessanta miglia dal luogo della sua rotta. Non erano ancora esauste le ricchezze dell'Asia; e sebbene avesse perduto il fiore de' suoi veterani nell'ultim'azione, pure, se avesse avuto tempo, poteva trarre un gran numero di soldati dalla Siria e dall'Egitto. Ma egli sopravvisse solamente tre o quattro mesi alla sua disgrazia. La morte di lui, che seguì a Tarso, fu da varie persone attribuita alla disperazione, al veleno, ed alla Divina Giustizia. Siccome però Massimino era egualmente privo di abilità e di virtù, esso non fu compianto nè dal popolo nè da' soldati, e le Province orientali, libere dal terrore di una guerra civile, riconobbero ben volentieri l'autorità di Licinio[407].

Restaron due figli del vinto Imperatore; un maschio di circa otto anni, ed una femmina di circa sette. Avrebbe l'innocente loro età potuto eccitar compassione; ma la compassione di Licinio era un molto debole appoggio, nè lo ritenne dall'estinguere il nome e la memoria del suo avversario. Meno ancora può scusarsi la morte di Severiano, che non fu dettata nè dalla vendetta, nè dalla politica. Il vincitore non avea mai ricevuto alcuna ingiuria dal padre di quel disgraziato giovane, ed era già dimenticato il breve ed oscuro regno, che Severo ebbe in una parte lontana dell'Impero. Ma l'esecuzione di Candidiano fu un atto della più nera crudeltà ed ingratitudine; egli era figlio naturale di Galerio, amico e benefattor di Licinio. Il padre prudentemente l'avea creduto troppo giovane per sostenere il peso di una corona; ma sperava, che sotto la protezione di Principi, che al favore di lui dovevan la porpora, Candidiano avrebbe potuto passare una vita sicura ed onorevole. Esso era giunto all'età di circa venti anni, e la regale sua nascita, quantunque non sostenuta nè dal merito nè dall'ambizione, era sufficiente ad inasprire lo spirito geloso di Licinio[408]. A queste innocenti ed illustri vittime della sua tirannia conviene aggiunger la moglie e la figlia dell'Imperator Diocleziano. Allorchè questo Principe conferì a Galerio il titolo di Cesare, gli diede per moglie la propria figlia Valeria, le cui triste avventure potrebber somministrare un soggetto molto singolare di tragedia. Aveva essa adempito, ed anche superato i doveri di una moglie; e poichè non avea figli, si contentò di adottare il figlio illegittimo del suo marito, ed ebbe costantemente per l'infelice Candidiano la tenerezza e la cura di vera madre. Dopo la morte di Galerio le vaste possessioni di lei eccitarono l'avarizia, e le personali attrattive i desiderj del successor Massimino[409]. Egli aveva una moglie vivente, ma dalle leggi Romane si permetteva il divorzio; e la fiera passion del Tiranno lo spingeva ad una immediata soddisfazione. La risposta di Valeria fu quale si conveniva ad una figlia e vedova d'Imperatori: ma fu temperata dalla prudenza, di cui la sua situazione senza difesa l'obbligava a far uso. Rappresentò alle persone, da Massimino impiegate in tal affare, che «quando ancora l'onore potesse permettere ad una donna del suo carattere e della sua dignità di pensare alle seconde nozze, la decenza almeno doveva impedirle di prestar orecchio alle proposte di lui in un tempo, in cui erano tuttor calde le ceneri del marito di lei e benefattore di Massimino, ed in cui gli abiti di lutto esprimevano ancora la mestizia del proprio animo. Si avventurò a dichiarare in oltre ch'essa poteva dare ben poco peso alle proteste di un uomo, la crudele incostanza del quale era capace di repudiare una fedele ed affezionata consorte». A questo rifiuto l'amore di Massimino si mutò in furore, e come poteva disporre a suo piacimento di testimoni e di giudici, gli riuscì facilmente di coprir la sua rabbia con un apparenza di processura legale, e di perseguitare nel tempo stesso la riputazione e la felicità di Valeria. Furono confiscati i beni di lei; i suoi eunuchi e domestici sottoposti ai più crudeli tormenti; e diverse innocenti rispettabili matrone, onorate dell'amicizia di lei, falsamente accusate d'adulterio, soffriron la morte. L'Imperatrice medesima, insieme con Prisca sua madre, fu condannata all'esilio: e poichè avanti di esser confinate in un remoto villaggio ne' deserti della Siria, furono ignominiosamente balzate di luogo in luogo, si mostrò manifesta la loro vergogna e miseria alle province dell'Oriente, che per trent'anni aveano rispettato l'augusta lor dignità. Diocleziano fece molti inutili sforzi per sollevar le disgrazie della sua figliuola, e chiedeva per ultima ricompensa della porpora imperiale, ch'egli avea dato a Massimino, che fosse permesso a Valeria di seco ritirarsi a Salona per chiuder gli occhi all'afflitto suo padre[410]. Egli non cessava di chiedere, ma siccome non poteva più minacciare, le sue preghiere furono ricevute con freddezza e disprezzo, ed era una soddisfazione per l'orgoglio di Massimino il trattar Diocleziano da supplicante, e la figliuola di lui da delinquente. Sembrava, che la morte di Massimino assicurasse una favorevole mutazione alla fortuna delle Imperatrici. Il pubblico disordine assopì la vigilanza delle lor guardie, ed esse trovaron facilmente la maniera di fuggire dal luogo del loro esilio, e di condursi, quantunque con cautela e travestite, alla Corte di Licinio. La condotta di lui ne' primi giorni del suo regno, e l'onorevole accoglienza che fece al giovane Candidiano, posero in cuore a Valeria una segreta speranza, tanto relativamente a se stessa, che al suo figliuolo adottivo. Ma succederon ben presto lo spavento e l'orrore a queste grate apparenze, e le sanguinose esecuzioni, che macchiarono il palazzo di Nicomedia, la convinsero a sufficienza, che il trono di Massimino era occupato da un tiranno più inumano di lui. Valeria provvide alla propria sicurezza, mediante una precipitosa fuga, e sempre accompagnata da Prisca sua madre, andò vagando più di quindici mesi[411] per varie province, sconosciuta, sotto povere vesti. Furono finalmente scoperte a Tessalonica, e siccome era già stata pronunziata contro di loro la sentenza di morte, vennero immediatamente decapitate, ed i loro corpi gettati nel mare. Il popolo stupì a questo funesto spettacolo; ma ne fu soppresso il cordoglio e lo sdegno dal timor de' soldati. Tal fu l'indegno destino della moglie e della figliuola di Diocleziano. Noi deploriamo le loro disgrazie, noi non possiamo scoprirne i delitti, e per quanto possiam giustamente credere che grande fosse la crudeltà di Licinio, fa sempre maraviglia, che egli non si contentasse di una più segreta e decente maniera di vendicarsi[412].