Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
Part 13
[267] Mosè di Corene tralascia affatto questa seconda rivoluzione che io sono stato costretto a ricavare da un passo di Ammiano Marcellino (l. XXIII. 5). Lattanzio parla dell'ambizione di Narsete «Concitatus domesticis exemplis avi sui Saporis ad occupandum Orientem magnis copiis inhiabat». _De Mort. Persecut._ c. 9.
[268] Possiamo fermamente credere, che Lattanzio ascrive a codardia la condotta di Diocleziano. Giuliano nella sua orazione dice, che egli rimase con tutte le forze dell'Impero; frase molto iperbolica.
[269] I nostri cinque compendiatori, Eutropio, Festo, i due Vittori, ed Orosio, tutti riferiscono l'ultima e gran battaglia; ma Orosio è il solo che parla delle due prime.
[270] La natura del paese è benissimo descritta da Plutarco nella vita di Crasso, e da Senofonte nel primo libro dell'Anabasi.
[271] Vedi la Dissertazione di Foster nel secondo volume della traduzione dell'Anabasi di Spelman, che ardisco raccomandare come una delle migliori traduzioni che abbiamo.
[272] Stor. Armen. l. II. c. 76. Io ho trasferito questa impresa di Tiridate da una disfatta immaginaria a quella reale di Galerio.
[273] Ammian. Marcell. l. XIV. Il miglio, nelle mani di Eutropio (IX. 24.) di Festo (c. 2.) e di Orosio (VIII. 25.) facilmente si estendeva a diverse miglia.
[274] Aurel. Vittore. Giornandes _de rebus Geticis_ c. 21.
[275] Aurelio Vittore dice «Per Armeniam in hostes contendit, quae ferme sola, seu facilior vincendi via est». Egli seguitò la condotta di Traiano, e l'idea di Giulio Cesare.
[276] Senofonte, Anabasi, l. III. Per questa ragione la cavalleria Persiana si accampava a sessanta stadi dal nemico.
[277] Il fatto vien riferito da Ammiano, l. XXII. Invece di _Saccum_, alcuni leggono _Scutum_.
[278] I Persiani riconoscevano la superiorità dei Romani nel morale e nella milizia. Eutrop. IX. 24. Ma questo rispetto e gratitudine per i nemici raramente si trovava nelle proprie loro relazioni.
[279] Il ragguaglio del trattato è preso dai frammenti di Patrizio nell'_Excerpta Legationum_ pubblicato nella collezione Bizantina. Patrizio vivea sotto Giustiniano; ma è evidente dalla natura dei suoi materiali, ch'ei gli avea ricavati da Scrittori più autentici e rispettabili.
[280] «Adeo Victor» (dice Aurelio) «ut ni Valerius, cujas nudi omnia gerebantur, abnuisset, Romani fasces in provinciam novam ferrentur. Verum pars terrarum tamen nobis utilior quaesita».
[281] Egli era stato Governatore di Sumio. (Pietro Patrizio _in Excerpt. Legat._ p. 30.) Pare che Mosè di Corene (_Geograph._ p. 360.) faccia menzione di questa Provincia che giace all'Oriente del monte Ararat.
[282] Per un errore del geografo Tolomeo, la situazione di Singara è trasferita dall'Abora al Tigri, il che può aver cagionato l'abbaglio di Patrizio in fissar per limite l'ultimo fiume invece del primo. La linea della frontiera Romana traversava il corso del Tigri senza mai seguitarlo.
[283] Procopio _de Aedificiis_. I. II. c. 6.
[284] Si conviene da tutti di tre di quelle Province, Zadicene, Arzanene, e Carduene. Ma invece delle altre due, Patrizio (_in Excerpt. Leg._ p. 30.) inserisce Rehimene e Sofene. Io ho preferito Ammiano, (l. XXV. 7.) perchè si potrebbe provare che la Sofene non fu mai nelle mani dei Persiani nè avanti il Regno di Diocleziano, nè dopo quel di Gioviano. Per mancanza di carte esatte, come quelle del Sig. Danville, quasi tutti i moderni, dietro la scorta di Tillemont e di Valesio, hanno immaginato che le cinque Province erano situate di là dal Tigri relativamente alla Persia e non a Roma.
[285] Senofon. Anabasis l. IV. I loro archi erano lunghi tre cubiti, ed i loro dardi due; essi rotolavano pietre, ciascuna delle quali era il carico solito d'un carro. Trovarono i Greci moltissimi villaggi in quel rozzo paese.
[286] Al dir di Eutropio (VI. 9 come il testo è rappresentato dai migliori Mss.) la città di Tigranocerta era nell'Arzanene. I nomi e la situazione delle altre tre non possono con certezza indicarsi.
[287] Si confronti Erodoto, l. I. pag. 27 con Mosè di Corene. Stor. Arm. l. II. p. 84, e la carta dell'Armenia pubblicata dai suoi Editori.
[288] _Hiberi, locorum potentes, Caspia via Sarmatam in Armenios raptim effundunt_. (Tacit. Annal. VI. 34). Vedi Strabone Geograf. l. XI. p. 764.
[289] Pietro Patrizio (_in Excerpt. Legat_. p. 30.) è il solo scrittore che faccia menzione dell'articolo dell'Iberia in quel trattato.
[290] Eusebio _in Chron_. Pagi _ad annum._ Fino al ritrovamento del trattato de _Mortibus Persecutorum_, era incerto se il trionfo, ed i Vicennali erano stati celebrati nel tempo stesso.
[291] Sembra che Galerio in tempo dei Vicennali rimanesse nel suo campo sul Danubio. Vedi Lattanzio _de M. P._ c. 38.
[292] Eutropio (IX. 27.) ne fa menzione come di parte del trionfo, siccome le _Persone_ erano state restituite a Narsete, non si potè far vedere che le loro _Immagini_.
[293] Livio ci dà una parlata di Camillo su questo soggetto (V. 51-55.) piena di eloquenza e di affetto in opposizione al disegno di trasferire la sede del Governo da Roma alla vicina Città di Veji.
[294] Fu a Giulio Cesare rimproverata l'intenzione di trasportare l'Impero in Ilio o in Alessandria. Vedi Svetonio nei Cesari, c. 79. Secondo l'ingegnosa congettura di Lefevre e di Dacier, la terza ode del terzo libro di Orazio fu destinata a distogliere Augusto dall'esecuzione di un simil disegno.
[295] Vedi Aurelio Vittore, che fa parimente menzione degli edifizi da Massimiano eretti in Cartagine, probabilmente in tempo della guerra contro i Mori. Noi inseriremo alcuni versi di Ausonio de Clar. Urb. V.
«Et Mediolani mira omnia: copia rerum; Innumerae cultaeque domus; facunda virorum Ingenia, et mores laeti, tum duplice muro Amplificata loci species; populique voluptas Circus, et inclusi moles cuneata Theatri, Templa, Palatinaque arces, opulensque Moneta, Et regio _Herculei_ Celebris sub honore lavacri. Cunctaque marmoreis ornata Perystyla signis; Maeniaque in valli formam circumdata labro, Omnia, quae magnis operum velut aemula formis Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.»
[296] Lattanzio _de M. P._ c. 7. Libanio, Orazion. VIII. p. 203.
[297] Lattanzio _de M. P._ c. 17. In una simile congiuntura Ammiano riferisce la _dicacità della plebe_, come non molto gradevole ad un orecchio Imperiale. Ved. I. XVI. p. 10.
[298] Lattanzio accusa Massimiano di aver distrutto _fictis criminationibus lumina Senatus_ (_de M. P._ c. 8.) Aurelio Vittore parla molto dubbiosamente della fede di Diocleziano verso i suoi amici.
[299] «Truncatae vires urbis, imminuto Praetoriarum cohortium atque in armis vulgi numero». Aurel. Vittore. Lattanzio attribuisce a Galerio la continuazione del medesimo disegno. (c. 26.)
[300] Questi erano corpi veterani acquartierati nell'Illirico; e secondo l'antico stabilimento, ciascuno era di seimila uomini. Essi aveano acquistata molta riputazione per l'uso delle _plumbatae_ o dardi carichi di piombo. Ogni soldato ne portava cinque, ch'egli lanciava a una distanza considerabile con gran forza e destrezza. Vedi Vegezio, l. 17.
[301] Vedi il Codice Teodos. l. VI. Tit. II. col commentario del Gotofredo.
[302] Vedi la XII. Dissertazione nell'eccellente opera dello Spanemio _De usu Numismatum_. Dalle medaglie, dalle iscrizioni e dagli Storici egli esamina ogni titolo separatamente, e lo rintraccia da Augusto fino alla sua soppressione.
[303] Plinio (nel Panegir. c. 3-55. etc. ) parla del titolo di _Dominus_ con esecrazione, come sinonimo di _Tiranno_, ed opposto al _Principe_. E lo stesso Plinio dà regolarmente quel titolo (nel decimo libro delle lettere) al suo amico più che padrone, al virtuoso Traiano. Questa strana contraddizione imbroglia i commentatori che pensano, ed i traduttori che possono scrivere.
[304] Sinesio _de Regno_, Ediz. del Petav. p. 15. Io sono obbligato di questa citazione all'Abate _de la Bleterie_.
[305] Vedi Vendale _De consecratione_, p. 354. etc. Era costume degl'Imperatori di far menzione (nel preambolo delle leggi) della loro _Divinità_, della _Sacra Maestà_, degli _Oracoli Divini_ etc... Secondo Tillemont, Gregorio Nazianzeno si lamenta molto amaramente di una tale profanazione, specialmente quando era usata da un Imperatore Ariano.
[306] Vedi Spanem. _de usu Numismat._ Dissert. XII.
[307] Aurel. Vittore. Eutropio, IX. 26. Apparisce dai Panegiristi, che i Romani si riconciliarono ben tosto col nome e colla cerimonia dell'adorazione.
[308] Le novità, introdotte Diocleziano, sono principalmente dedotte, I. da alcuni passi molto forti di Lattanzio, e II. dai nuovi e vari impieghi, che nel Codice Teodosiano compariscono già stabiliti nel principio del regno di Costantino.
[309] Lattanzio _de M. P._ c. 7.
[310] «Indicta lex nova quae sane illorum temporum modestia tolerabilis, in perniciem processit.» Aurelio Vittore, il quale ha delineato il carattere di Diocleziano con buon senso, ma in cattivo latino. «Solus omnium post conditum Romanum Imperium, qui ex tanto fastigio sponte ad privatae vitae statum civitatemque remearet.» Eutrop. IX. 28.
[311] Le particolarità del viaggio, e della malattia sono prese da Lattanzio (c. 17.) che può _talvolta_ fare autorità per i fatti pubblici, benchè raramente per gli aneddoti particolari.
[312] Aurelio Vittore attribuisce la rinunzia, di cui si eran fatti tanti vari giudizi, primo al disprezzo che avea Diocleziano per l'ambizione; e secondariamente, al suo timore delle soprastanti turbolenze. Uno dei Panegiristi (VI. 9.) assegna l'età e le infermità di Diocleziano come naturale cagione del suo ritiro.
[313] Le difficoltà non meno che gli sbagli che accompagnano le date dell'anno e del giorno della rinunzia di Diocleziano, sono perfettamente schiarite da Tillemont, Stor. degli Imperatori, tom. IV. Pag. 525. Nota 19. e dal Pagi _ad annum_.
[314] Vedi Panegyr. Veter. VI. 9. L'orazione fu recitata dopo che Massimiano ebbe ripresa la porpora.
[315] Eumenio gli fa un bellissimo elogio. «At enim divinum illum virum, qui primus Imperium et participavit et posuit, consilii et facti sui non paenitet; nec amisisse se putat quod sponte transcripsit. Felix beatusque vere quem vestra tantorum Principum colunt obsequia privatum!» Panegyr. Vet. VII, 15.
[316] Siamo debitori al più giovine Vittore di questo celebre motto. Eutropio ne fa la relazione in un modo più generale.
[317] Stor. Aug. p. 123-124. Vopisco avea sentito questo discorso da suo padre.
[318] Il più giovane Vittore accenna questa voce. Ma siccome Diocleziano avea disgustato un potente e fortunato partito, la sua memoria è stata caricata di ogni delitto e di ogni infortunio. Fu affermato che egli morisse arrabbiato, che fosse condannato come reo dal Senato Romano, ec.
[319] Vedi gli Itinerarj, p. 269-272. Ediz. Wesseling.
[320] L'Abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia, p. 43 (stampato a Venezia nell'anno 1774 in due volumetti in quarto) cita una descrizione MS. delle antichità di Salona, composta da Giambattista Giustiniani verso la metà del XVI secolo.
[321] Adams, Antichità del palazzo di Diocleziano in Spalatro, p. 6. Possiamo aggiungervi una circostanza o due, tratte dall'Abate Fortis. Il piccolo fiume Hyader, menzionato da Lucano, produce le più eccellenti trote, il che un sagace Scrittore, forse un monaco, suppone essere stato uno dei principali motivi che determinarono Diocleziano nella scelta del suo ritiro. Fortis. p. 45. Lo stesso autore (p. 38) osserva, che rinasce in Spalatro il gusto per l'agricoltura; e che da una società di signori è stato assegnato un campo vicino alla città per farvi sperienze intorno alla medesima.
[322] Costantin. _Orat. ad caetum._ Sanct. c. 25. In questa orazione, l'Imperatore, o il Vescovo che per lui la compose, affetta di riportare il miserabil fine di tutti i persecutori della Chiesa.
[323] Constantin. Porphyr. _de Statu Imper._ p. 86.
[324] Danville, Geograf. Ant. tom. I. p. 162.
[325] I Sigg. Adams e Clerisseau, accompagnati da due Dragomanni, visitarono Spalatro nel mese di Luglio 1757. La magnifica opera, frutto del lor viaggio, fu pubblicata in Londra sette anni dopo.
[326] Io citerò le parole dell'Abate Fortis. «È bastevolmente nota agli amatori dell'architettura, e dell'antichità l'opera del Sig. Adams, che ha donato molto a quei superbi vestigi coll'abituale eleganza del suo toccalapis, e del suo bulino. In generale la rozzezza dello scalpello, e il cattivo gusto del secolo vi gareggiano colla magnificenza del fabbricato.» Vedi Viaggio nella Dalmazia, p. 40.
[327] L'oratore Eumenio fu segretario degli Imperatori, Massimiano e Costanzo, e Professore di Rettorica nel Collegio di Autun. Il suo salario era di seicentomila sesterzi che, secondo il più basso computo di quel secolo, doveano essere più di seimila zecchini. Egli chiese generosamente la permissione d'impiegarli in riedificare il Collegio. Vedi la sua orazione _de restaurandis scholis_; la quale, benchè non esente di vanità, può fargli perdonare i suoi Panegirici.
[328] Porfirio morì verso il tempo della rinunzia di Diocleziano. La vita del suo maestro Plotino, da lui composta, ci dà la più compiuta idea del genio di quella Setta e dei costumi di quelli che la professavano. Questo molto curioso opuscolo è inserito in Fabricio, _Bibliotheca Graeca_, tom. IV. p. 88-148.
CAPITOLO XIV.
_Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano: morte di Costanzo. Innalzamento di Costantino e di Massenzio. Sei Imperatori ad un tempo. Morte di Massimiano e di Galerio. Vittoria di Costantino contro Massenzio e Licinio. Riunione dell'Impero sotto l'autorità di Costantino._
[A. D. 305-323]
La bilancia della potenza, da Diocleziano stabilita, si mantenne finchè fu sostenuta dalla ferma ed esperta mano del suo fondatore. Esigeva quella una tal fortunata combinazione di caratteri e di talenti diversi, che si poteva difficilmente trovare od anche sperare una seconda volta, due Imperatori senza gelosia, due Cesari senza ambizione, ed il medesimo generale interesse invariabilmente seguitato da quattro Principi indipendenti. Alla rinunzia di Diocleziano e di Massimiano succedettero diciotto anni di discordia e di confusione. Fu l'Impero afflitto da cinque guerre civili; ed il rimanente del tempo, anzi che uno stato di tranquillità, fu una sospensione di armi tra diversi nemici monarchi, che riguardandosi l'un l'altro con occhio di timore e di avversione, procacciavano di aumentare le loro rispettive forze a spese dei loro sudditi.
Appena che Diocleziano e Massimiano ebber rinunziato alla porpora, fu il lor posto (secondo le regole della nuova costituzione) occupato dai due Cesari Costanzo e Galerio, i quali presero immediatamente il titolo di Augusto[329]. Furono gli onori dell'anzianità e della precedenza accordati al primo di questi Principi, ed egli sotto un nuovo titolo continuò ad amministrare il suo antico dipartimento della Gallia, della Spagna e della Britannia. Il governo di quelle ampie Province era sufficiente ad occupare i talenti, ed a soddisfare l'ambizione di lui. La clemenza, la temperanza e la moderazione distinguevano il dolce carattere di Costanzo, ed i felici suoi sudditi ebber sovente occasione di paragonare le virtù del loro Sovrano coi trasporti di Massimiano, e fino cogli artifizi di Diocleziano[330]. In luogo d'imitare il lor fasto e la loro magnificenza orientale, conservò Costanzo la modestia di un Principe Romano. Egli dichiarava con non affettata sincerità, che il suo più stimato tesoro era nei cuori del suo popolo, e che qualunque volta la dignità del trono o il pericolo dello Stato esigesse qualche straordinario sussidio, egli poteva sicuramente contare sulla loro gratitudine e liberalità[331]. I provinciali della Gallia, e della Spagna e della Britannia, conoscendo il merito di lui e la propria loro felicità, riflettevano con inquietudine alla decadente salute dell'Imperatore Costanzo, ed alla tenera età della numerosa famiglia, che nata era dal secondo matrimonio di lui colla figlia di Massimiano.
Il crudo carattere di Galerio era di una tempra affatto diversa; e mentre costringeva i suoi sudditi a stimarlo, rare volte ebbe la compiacenza di procurarsene l'affetto. La sua fama nelle armi, e soprattutto il buon successo della guerra Persiana, aveano fatto insuperbire il suo animo altiero, incapace naturalmente di soffrire un superiore e per fino un uguale. Se dar potessimo fede alla parziale testimonianza di uno scrittore non giudizioso, potremmo attribuire la rinuncia di Diocleziano alle minacce di Galerio, e riferire le particolarità di un _privato_ colloquio tra questi due Principi, nel quale il primo mostrò tanta pusillanimità, quanta ingratitudine ed arroganza dimostrò l'altro[332]. Ma questi oscuri aneddoti vengono bastantemente confutati da un imparziale esame del carattere e della condotta di Diocleziano. Per diverse che esser potessero le sue intenzioni, se egli temuto avesse qualche pericolo dalla violenza di Galerio, il suo discernimento lo avrebbe indotto a prevenire il vergognoso contrasto, ed avendo tenuto lo scettro con gloria, lo avrebbe ceduto senza disonore.
Dopo l'innalzamento di Costanzo e di Galerio al posto di _Augusti_, erano necessari due _Cesari_ per occupare il lor luogo, e compire il sistema del governo Imperiale. Diocleziano desiderava sinceramente di ritirarsi dal Mondo; egli considerava Galerio, che avea sposata la sua figliuola, come il più saldo sostegno della sua famiglia e dell'Impero; ed egli consentì senza ripugnanza che il suo successore si assumesse il merito e l'odiosità di quella nomina importante. Stabilita fu questa senza consultar l'interesse o l'inclinazione dei Principi d'Occidente. Ciaschedun di loro avea un figliuolo già pervenuto all'età virile, e ognun di questi poteva sembrare il più legittimo candidato per la vacante dignità. Ma più non era da paventarsi l'impotente risentimento di Massimiano; ed il moderato Costanzo, benchè disprezzasse i pericoli di una guerra civile, ne temeva giustamente le calamità. I due soggetti, da Galerio innalzati al posto di Cesare, erano molto più convenienti a servire alle ambiziose mire di lui; e sembra che la mancanza di merito o di personale importanza fosse la principal loro raccomandazione. Il primo di essi fu Daza, o come fu di poi chiamato, Massimino, la cui madre era sorella di Galerio. L'inesperto giovane manifestava tuttavia coi modi e col linguaggio la rustica sua educazione, quando con suo ed universale stupore, fu da Diocleziano rivestito della porpora, innalzato alla dignità di Cesare ed incaricato del supremo comando dell'Egitto e della Siria[333]. Nel tempo istesso Severo, ministro fedele, addetto ai piaceri, ma non incapace degli affari, fu mandato a Milano, per ricevere dalle ripugnanti mani di Massimiano gli ornamenti Cesarei, ed il possesso dell'Italia e dell'Affrica[334]. Secondo la forma della costituzione, Severo riconosceva il primato dell'occidentale Imperatore; ma era assolutamente addetto ai comandi del suo benefattore Galerio, che riservandosi i paesi intermedj tra i confini dell'Italia e quelli della Siria, stabilì saldamente la sua potenza sopra tre quarti della Monarchia. Nella piena fiducia, che la vicina morte di Costanzo lo lascerebbe solo padrone del Mondo Romano, siamo assicurati ch'egli si era formata nella sua mente una lunga serie di futuri Principi, e che meditava di ritirarsi dalla pubblica vita, dopo di aver compito un glorioso regno di quasi vent'anni[335].
Ma in meno di diciotto mesi due inaspettate rivoluzioni rovesciarono gli ambiziosi disegni di Galerio. Le speranze di unire al suo impero le occidentali Province rimasero deluse per l'innalzamento di Costantino, mentre l'Italia e l'Affrica si eran perdute per la fortunata ribellione di Massenzio.
[A. D. 274]
I. La fama di Costantino ha richiamato l'attenzione della posterità alle più minute circostanze della vita, e dell'azioni di lui. Il luogo della sua nascita, e la condizione della sua madre Elena, furono il soggetto non solo di letterarie, ma ancora di nazionali dispute. Malgrado la recente tradizione che le assegna per genitore un Re Britanno, siamo obbligati a confessare che Elena era figlia di un locandiere[336]. Ma possiamo nel tempo stesso difendere la legittimità del suo matrimonio, contro coloro che l'hanno rappresentata come concubina di Costanzo[337]. È molto probabile che Costantino il Grande nascesse in Naisso città della Dacia;[338] e non è da maravigliarsi, che in una famiglia, e in una Provincia illustre soltanto per la professione dell'armi, il giovane mostrasse così poca inclinazione a coltivare il suo spirito coll'acquisto delle scienze[339]. Egli avea quasi 18 anni quando il padre di lui fu promosso al posto di Cesare: ma questo fortunato evento fu seguitato dal divorzio della madre: e lo splendore di una imperiale parentela ridusse il figliuolo di Elena ad uno stato di disonore o di umiliazione. Invece di seguitare Costanzo in Occidente, egli rimase al servizio di Diocleziano; si segnalò col valore nelle guerre dell'Egitto e della Persia, e s'innalzò a poco a poco all'onorevol grado di tribuno del prim'ordine. Era Costantino di alta e maestosa statura, destro in tutti i suoi esercizi, intrepido in guerra, ed affabile in pace. In tutta la sua condotta l'ardente spirito della gioventù veniva moderato da un'abitual prudenza, ed avendo l'animo gonfio d'ambizione, sembrava freddo ed insensibile agli allettamenti del piacere. Il favore del popolo e dei soldati, che lo avevano nominato come un meritevole candidato per la dignità di Cesare, servì soltanto ad inasprire la gelosia di Galerio; e benchè la prudenza lo trattenesse dall'usare alcuna violenza aperta, tuttavia ad un assoluto Monarca rade volta mancano i mezzi di eseguire una sicura e segreta vendetta[340]. Crescevano ad ogni momento il pericolo di Costantino, ed il timor di suo padre, che con replicate lettere esprimeva il più ardente desiderio d'abbracciare il figliuolo. La politica di Galerio lo tenne a bada per qualche tempo con dilazioni o con iscuse, ma era impossibile il resister per lungo tempo ad una natural dimanda del suo collega senza sostenere coll'armi il rifiuto. Fu con ripugnanza accordata la permissione del viaggio, e tutte quelle precauzioni che prender potè l'Imperatore per impedire un ritorno, di cui egli temeva con tanta ragione le conseguenze, vennero felicemente deluse dall'incredibile diligenza di Costantino[341]. Lasciando di notte il palazzo di Nicomedia, egli corse la posta per la Bitinia, per la Tracia, per la Dacia, per la Pannonia, per l'Italia, e per la Gallia, e in mezzo alle giulive acclamazioni del popolo arrivò al porto di Bologna nel momento stesso che il padre si preparava l'imbarco per la Britannia[342].
[A. D. 306]