Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
Part 12
È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l'attenzione di Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano. Veniva egli sollecitato da quell'inquieto Vecchio a riassumere le redini del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della felicità per andare in traccia della potenza[316]. Ne' suoi discorsi cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal calore, che potea essere solamente l'effetto dell'esperienza. «Quante volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro Cortigiani[317].» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia travagliato l'Impero. Era impossibile che ne fossero per lui indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a' nostri tempi, che egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria morte[318].
[A. D. 313]
Prima di tralasciare l'esame della vita e del carattere di Diocleziano, possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro. Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia Romane da Aquileia, e dai confini dell'Italia; e quasi dugentosettanta da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano l'Illirica frontiera[319]. Un miserabil villaggio conserva tuttora il nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro, ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo attestavano tuttavia il suo antico splendore[320]. In distanza di sei o sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l'Impero. La scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese. «Era asciutto e fertile il suolo, l'aria pura e salubre, e benchè eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell'Istria ed alcune parti dell'Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all'occidente il fertil lido, che si stende lungo l'Adriatico, nel quale sono sparse molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare l'apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia che conduceva all'antica città di Salona; il prospetto e la campagna, che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella più estesa veduta di acqua, che l'Adriatico presenta al mezzogiorno ed all'oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne[321].»
Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di Diocleziano con un affettato disprezzo[322], pure uno dei suoi successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto, ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione[323]. Occupava questo un'estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso. Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti di questo grand'edifizio, e introduceva al principale appartamento un magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d'oro. L'accesso era terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall'altro il Tempio ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le diverse parti di quell'edifizio, i bagni, la camera da letto, l'atrio, la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini. Ricevevano la luce dall'alto (giacchè non pare che l'edifizio avesse più di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte quelle della pittura o della scoltura.
Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada, sarebbe stato esposto all'ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di Aspalato,[324] e molto dopo la città provinciale di Spalatro, s'innalzarono sulle rovine di quello. La porta d'oro introduce adesso al mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della Dalmazia[325]. Ma vi è luogo di sospettare che l'eleganza dei suoi disegni e dell'incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore, che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle arti, che la grandezza dell'Impero Romano al tempo di Diocleziano[326]. Se tale era veramente lo stato dell'architettura, dobbiamo naturalmente credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell'architettura è diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura, e la pittura specialmente si propongono l'imitazione non solo delle forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell'animo. Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene animata dall'immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e dall'osservazione.
È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell'Impero, la licenza de' soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione dei Principi Illirici ristabilì l'Impero, senza ristabilire le scienze. La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l'amor delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere. Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi egualmente di allettamento è d'istruzione. Una languida ed affettata eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl'Imperatori, i quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere[327].
Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno famoso per l'origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di Alessandria impose silenzio a quella d'Atene; e le antiche Sette si arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e coll'austerità dei loro costumi. Diversi di questi Maestri, Ammonio, Plotino, Amelio, e Porfirio[328], erano uomini di un pensar profondo e di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a corrompere l'umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà, l'intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica, tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti alle illusioni dell'immaginazione. Si lusingavano di possedere il segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello dell'arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta la stravaganza col sottile pretesto dell'allegoria, ne divennero i più zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della Chiesa accaderà spesso far menzione di loro.
FOOTNOTES:
[206] Eutropio IX. 19. Vittore in Epitom. Sembra che la città fosse propriamente detta Daclia da una piccola tribù d'Illirici. (Vedi Cellario, Geograf. antic. tom. I. p. 393). Probabilmente il primo nome del felice schiavo fu _Docles_, che allungò dopo per servire alla greca armonia in quel di _Diocles_, e che finalmente convertì in quello di _Diocletianus_, come più proprio della maestà Romana. Prese parimente il nome patrizio di Valerio, che gli viene ordinariamente dato da Aurelio Vittore.
[207] Vedi Dacier sulla sesta satira del secondo libro di Orazio, Cornel. Nip. nella vita di Eumene. c. I.
[208] Lattanzio (o chiunque fu l'autore del piccol trattato _de mortibus persecutorum_) accusa in due luoghi Diocleziano di _timidità_ c. 7, 8. Nel cap. 9, dice di lui «erat in omni tumultu meticulosus et animi disiectus».
[209] In questo elogio sembra che Aurelio Vittore insinui una giusta, benchè indiretta censura, della crudeltà di Costanzo. Apparisce dai fasti, che Aristobolo rimase Prefetto della città, e che terminò con Diocleziano il Consolato ch'egli avea cominciato con Carino.
[210] Aurel. Vittore nomina Diocleziano «Parentem potius quam Dominum». Vedi Stor. Aug. p. 30.
[211] La questione del tempo, in cui Massimiano ricevesse la dignità di Cesare e di Augusto, avea divisi i critici moderni, e data occasione ad un gran numero di dotte dispute. Io ho seguitato il Tillemont, (Stor. degl'Imperat. t. IV. p. 500-505) che ha bilanciato le diverse difficoltà e ragioni colla solita sua scrupolosa esattezza.
[212] In una orazione recitata dinanzi a lui (Panegir. vet. II. 8.) Mamertino dubita se il suo Eroe, imitando la condotta di Annibale e di Scipione, ne avesse mai udito i nomi. Possiamo quindi benissimo inferire, che Massimiano ambiva più di essere stimato come soldato che come uomo di lettere: ed in tal guisa si può spesso saper la verità dal linguaggio medesimo dell'adulazione.
[213] Lattanzio _de M. P._ c. 8 Aurel. Vittore. Siccome tra i Panegirici si trovano orazioni recitate in lode di Massimiano, ed altre che adulano i di lui avversarj a sue spese, si ricava qualche verità da questo contrasto.
[214] Vedi i Panegir. 2 e 3, e particolarmente III. 3, 10, 14, ma sarebbe cosa tediosa il copiare le prolisse ed affettate espressioni della falsa loro eloquenza. Riguardo ai titoli si consulti Aurel. Vittore, Lattanzio _de M. P._ c. 52. Spanhemio _de usu Numism._ etc. Dissert. XII. 8.
[215] Aurel. Vittore, _in Epitom._ Eutrop. IX. 22. Lattanzio _de M. P._ c. 8. _Hieronym. in Chron._
[216] Il Tillemont non ha potuto rinvenire che tra i Greci moderni il soprannome di Chlore. Verun notabile grado di pallidezza non sembra potersi combinare col _rubor_ menzionato nel Panegir. V. 19.
[217] Giuliano, nipote di Costanzo, vanta la discendenza della sua famiglia dai bellicosi Mesj (_Misopogon_, p. 348.) I Dardani abitavano all'estremità della Mesia.
[218] Galerio sposò Valeria, figlia di Diocleziano. Se si parla con precisione, Teodora, moglie di Costanzo, era soltanto figlia della moglie di Massimiano. Spanhem. Dissertat. XI. 2.
[219] Questa divisione combina con quella delle quattro Prefetture: vi è però qualche ragione di dubitare che fosse la Spagna Provincia di Massimiano. Vedi Tillemont, tom. IV. p. 517.
[220] Giuliano _in Caesarib._ p. 315 note di Spanhem. alla traduzione Francese, p. 122.
[221] Il nome generico di _Bagaudae_ (nel significato di ribelli) continuò fino al quinto secolo nella Gallia. Alcuni critici lo fanno venire dalla parola Celtica _Bagad_, assemblea tumultuosa. Scaliger. _ad Euseb._ Du Cange _Glossar._
[222] Cronica di Froissart vol. I. p. 182. II. 73-79. La semplicità di questa Storia non è stata imitata dai nostri moderni scrittori.
[223] Caesar. _De Bell. Gallic._ VI. 13. Orgetorige, di nazione Svizzero, potè armare in sua difesa un corpo di diecimila schiavi.
[224] L'oppressione e miseria loro vien confermata da Eumenio, (Panegir. VI. 8.) _Gallias efferatas iniuriis_.
[225] Panegyr. Vet. II. 4. Aurel. Vitt.
[226] Eliano ed Amando. Noi abbiamo delle medaglie da loro coniate. Goltzio in Thes. R. A. p. 117-121.
[227] _Levibus proeliis domuit_, Eutrop. IX. 20.
[228] Questo fatto per vero dire si fonda sopra un'autorità ben leggiera, ch'è la vita di S. Babolino scritta probabilmente nel VII secolo. Vedi Duchesne _Scriptores rerum Francicar._ tom. I. p. 662.
[229] Aurelio Vittore li nomina Germani, Eutropio (IX. 21) li nomina Sassoni. Ma Eutropio viveva nel secolo seguente, e sembra far uso del linguaggio del suo tempo.
[230] Le tre espressioni di Eutropio, di Aurelio Vittore, e di Eumenio _vilissime natus, Bataviae alumnus, et Menapiae civis_ ci danno una incerta notizia della nascita di Carausio. Il Dott. Stukely però (Stor. di Carausio, p. 62) lo fa nativo di S. David, e Principe del sangue Reale della Britannia. Egli ne trovò la prima idea in Riccardo di _Cirencester_, pag. 44.
[231] Panegyr. V. 12. Era in quel tempo la Britannia sicura e poco difesa.
[232] Panegyr, Vet. V. 11. VII. 9. L'oratore Eumenio desiderava esaltar la gloria del suo Eroe (Costanzo), vantando l'importanza di quella conquista. Nonostante la nostra lodevol parzialità per la patria, è difficile di concepire, che al principio del quarto secolo meritasse l'Inghilterra tutte queste lodi. Un secolo e mezzo avanti somministrava appena il necessario per pagar le truppe, che vi stavano di guarnigione. Vedi Appiano nel proemio.
[233] Siccome si conserva tuttavia un gran numero di medaglie di Carausio, egli è divenuto un oggetto favorito della curiosità degli antiquarj; e sono state con sagace accuratezza investigate tutte le particolarità della sua vita e delle sue azioni. Il Dottore Stukely specialmente ha consacrato un grosso volume all'Imperatore Britannico. Io ho fatto uso dei suoi materiali, ed ho rigettate molte delle immaginarie sue congetture.
[234] Quando Mamertino recitò il suo primo panegirico, erano terminati i preparativi navali di Massimiano, e l'oratore presagiva una sicura vittoria. Il solo suo silenzio nel secondo panegirico servirebbe a mostrarci che la spedizione non ebbe un felice successo.
[235] Aurel. Vittore, Eutropio, e le medaglie (Pax Augg.) c'informano di questa temporanea riconciliazione: ma io non presumerò (come ha fatto il Dott. Stukely, Storia metallica di Carausio, p. 86. etc.) di riferire gli articoli medesimi del trattato.
[236] Si trovano in Aurelio Vittore ed in Eutropio pochi squarci concernenti la conquista della Britannia.
[237] Giovanni Malela, nella Cron. Antiochen. tom. I p. 408, 409.
[238] Zosim. l. I. p. 3. Questo Storico parziale sembra che celebri la vigilanza di Diocleziano colla mira di far vedere la negligenza di Costantino. Sentiamo l'espressioni d'un oratore: «nam quid ego alarum et cohortium castra percenseam, toto Rheni et Istri et Euphratis limite restituta» _Panegyr. vet._ IV. 18.
[239] _Ruunt omnes in sanguinem suum populi, quibus non contigit esse Romanis, obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt. Panegyr. Vet._ III. 16. Mamertino illustra il fatto coll'esempio di quasi tutte le nazioni del mondo.
[240] Egli si lamentava, benchè non con esatta verità. «Jam fluxisse annos quindecim, in quibus in Illyrico, ad ripam Danubii relegatus, cum gentibus barbaris luctaret». Lattanzio _de M. P._ c. 18.
[241] Nel testo Greco di Eusebio, si legge seimila, numero che io ho preferito al sessantamila di Girolamo, di Orosio, di Eutropio, e del suo Greco traduttore Peanio.
[242] _Panegyr. vet._ VII. 21.
[243] Eravi uno stabilimento di Sarmati nelle vicinanze di Treveri, che sembra essere stato abbandonato da quei neghittosi Barbari. Auson. ne parla _in Mosel._
_Unde iter ingredieus nemorosa per avia solum,_ _Et nulla humani spectans vestigia, cultus_ . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Arvaque Sauromatum nuper metata colonis_
Vi era una città dei Carpi nella Mesia inferiore.
[244] Vedi le congratulazioni di Eumenio, scritte in istile di Retore. Panegyr. VII. 9.
[245] Scaligero (_Animadvers. ad Euseb._ p. 243.) decide al suo solito, che i _Quinquegenziani_, o sia le cinque nazioni Affricane, erano le cinque grandi città, la Pentapoli della pacifica Provincia di Cirene.
[246] Dopo la sua disfatta, Giuliano si trapassò il petto con una spada, e si lanciò immediatamente nelle fiamme, Vittor. _in Epitom._
[247] «Tu ferocissimos Mauritaniae populos, inaccessis montium jugis et naturali munitione fidentes, expugnasti, recepisti, transtulisti.» _Panegyr. Vet._ VI. 8.
[248] Vedi la descrizione di Alessandria in _Hirtius de Bello Alexandria_. c. 5.
[249] Eutrop. IX. 24. Orosio, VII. 25. Giovanni Malela nella Cron. Antioch. p. 409, 410. Eumenio, però ci assicura, che fu l'Egitto pacificato dalla clemenza di Diocleziano.
[250] Eusebio (_in Chron._) fissa la loro distruzione alcuni anni avanti, ed in un tempo in cui l'Egitto istesso erasi ribellato dai Romani.
[251] Strabone, l. XVII. p. 1. 172. Pomponio Mela l. I. c. 4: sono curiose le parole: «Intra si credere libet, vix homines magisque semiferi; Ægipanes, et _Blemmyes_ et Satyri.»
[252] «Ausus sese inserere fortunae et provocare arma Romana.»
[253] Ved. Procopio _De Bell. Persic._ l. I. c. 19.
[254] Egli fissò il pubblico mantenimento di grano pel popolo di Alessandria a due milioni di _medimni_, quattrocentomila sacca in circa, _Chron._ Paschal. p. 176. Procop. _Hist. Arcan._ c. 26.
[255] Giovanni di Antiochia _in Excerpt. Valerian._ p. 834. Suida in Diocleziano.
[256] Vedi una breve storia e confutazione dell'alchimia nelle opere di un filosofo compilatore, la Mothe le Vayer, tom. 1, p. 327-353.
[257] Vedi l'educazione e la forza di Tiridate nella storia Armena di Mosè di Corene, l. II. c. 76. Egli potea prendere due tori selvaggi per le corna e romperle colle sue mani.
[258] Se prestiamo fede al più giovine Vittore, il quale suppone che nell'anno 323 Licinio avesse solamente sessant'anni, egli appena potrebbe esser la stessa persona del protettor di Tiridate; ma noi sappiamo da molto miglior autorità (Eusebio Stor. Ecclesiast. l. X. cap. 8.) che Licinio era allora nell'ultimo periodo della vecchiezza: sedici anni avanti, vien rappresentato con capelli canuti, e come contemporaneo di Galerio. Vedi Lattanz. c. 31. Licinio era nato probabilmente verso l'anno 250.
[259] Vedi i libri 62 e 63 di Dione Cassio.
[260] Mosè di Corene, Stor. Armen. l. II. c. 74. Le statue erano state erette da Valarsace, che regnava nell'Armenia circa 130 anni avanti Cristo, e fu il primo Re della famiglia di Arsace (Vedi Mosè, Stor. Armen. l. II. 2, 3). La deificazione degli Arsaci vien menzionata da Giustino (XLI. 5.) e da Ammiano Marcellino. (XXIII. 6.)
[261] La nobiltà Armena era numerosa e potente. Mosè fa menzione di molte famiglie, le quali erano illustri sotto il regno di Valarsace (l. II. 7.) e le quali sussistevano ancora al suo tempo verso la metà del quinto secolo. Vedi la Prefaz. dei suoi editori.
[262] Si chiamava Chosroi-duchta, e non avea l'_or patulum_ come le altre donne. (Stor. Armen. l. II. c. 79.) Io non intendo tal frase.
[263] Nella Storia Armena (l. II. 78) come ancora nella Geografia, (p. 367) la China trovasi nominata Zenia, o Zenastan. Vien distinta dalla seta, dalla opulenza degli abitanti, e dal loro amore per la pace sopra tutte le altre nazioni del mondo.
[264] Vou-ti, il primo Imperatore della settima Dinastia, che allora regnava nella China, ebbe dei trattati politici colla Fergana, provincia della Sogdiana, e si dice che ricevesse un'ambasceria Romana. (Stor. degli Unni, tom. I. pag. 38.) In quei secoli i Chinesi teneano una guarnigione in Kashgar, ed uno dei lor Generali, verso i tempi di Traiano, si avanzò fino al mar Caspio. Riguardo al commercio tra la China ed i paesi occidentali, si può consultare una interessante memoria del sig. de Guignes nell'Accademia delle Iscriz. tom. XXXII. pag. 355.
[265] Vedi Stor. Armen. l. II. c. 81.
[266] _Ipsos Persas ipsumque Regem, ascitis Saccis et Ruffis et Gellis, petit frater Ormies._ Panegyr. Vet. III. I Saci erano una nazione di Sciti erranti, accampati verso la sorgente dell'Oxo e del Jaxarte. I Gelli erano gli abitatori del Ghilan lungo il mar Caspio, che sotto nome di Dilemiti, infestarono per tanto tempo la Monarchia Persiana. Vedi D'Herbelot, Bibliot. Orient.