Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

Part 11

Chapter 113,254 wordsPublic domain

La Corte dell'Impero di Occidente risedeva per lo più in Milano, la cui situazione al piè dell'Alpi sembrava assai più di quella di Roma favorevole all'importante oggetto di vegliare su i movimenti dei Barbari della Germania. Acquistò ben tosto Milano lo splendore di una città Imperiale. Gli Storici ne descrivon le case come numerose, e ben fabbricate, e come culti e liberali i costumi del popolo. Un circo, un teatro, una zecca, un palazzo, i bagni che portavano il nome del loro fondator Massimiano; i portici adorni di statue, e un doppio recinto di mura contribuivano alla bellezza della nuova Capitale, che non sembrava abbattuta dalla vicinanza di Roma[295]. Fu pure ambizione di Diocleziano l'emulare la maestà di Roma; ed egli impiegò il suo ozio e le ricchezze dell'Oriente nell'abbellimento di Nicomedia, città posta sul confine dell'Europa e dell'Asia, quasi ad ugual distanza fra il Danubio e l'Eufrate. Il buon gusto del Monarca e la spesa del popolo diedero in pochi anni a Nicomedia un grado di magnificenza, che sembrava frutto della fatica di molti secoli, e la renderono inferiore solamente a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia nell'ampiezza e nella popolazione[296]. Fu la vita di Diocleziano e di Massimiano una vita attiva, e ne consumarono essi gran parte nei campi o nelle loro lunghe e frequenti marce; ma sembra che ogniqualvolta aveano qualche riposo dai pubblici affari, si ritirassero con piacere nelle loro favorite residenze di Nicomedia e di Milano. È cosa molto dubbiosa se Diocleziano visitasse l'antica Capitale dell'Impero, prima del ventesimo anno del suo Regno, in cui celebrò il suo trionfo Romano. In quella memorabile occasione ancora, la sua permanenza non oltrepassò i due mesi. Disgustato dalla licenziosa famigliarità del popolo, egli si partì precipitosamente da Roma, tredici giorni prima del tempo che si aspettava di vederlo comparire in Senato, rivestito colle insegne della dignità Consolare[297].

L'avversione mostrata da Diocleziano per Roma e per la Romana libertà, non era l'effetto di un momentaneo capriccio, ma conseguenza della più artificiosa politica. Avea quell'accorto Principe abbozzato un nuovo sistema d'Imperial governo, che fu di poi perfezionato dalla famiglia di Costantino; e siccome nel Senato si conservava religiosamente l'immagine dell'antica costituzione, egli risolvè di spogliare quell'ordine de' suoi piccoli avanzi di potenza e di considerazione. Possiamo rammentarci quali fossero, quasi otto anni avanti l'innalzamento di Diocleziano, la passeggiera grandezza e le ambiziose speranze del Senato Romano. Finchè prevalse l'entusiasmo, molti dei Nobili fecero imprudente mostra del loro zelo per la causa della libertà; e quando ebbero i successori di Probo cessato di proteggere il partito Repubblicano, non seppero i Senatori nascondere l'impotente loro risentimento. Fu affidata a Massimiano, come Sovrano dell'Italia, la cura di estinguere questo più incomodo che pericoloso spirito d'indipendenza, e tale incarico conveniva perfettamente al crudele carattere di lui. I più illustri membri del Senato, pe' quali sempre mostrò Diocleziano un'affettata stima, furono dal Collega di lui involti nella accusa di immaginarie congiure, e la possessione di una magnifica villa o di un ben coltivato territorio era interpretata come una convincente prova di colpa[298]. Il campo dei Pretoriani, che avea sì lungamente oppressa la Maestà di Roma, cominciò a proteggerla, e siccome quelle altere truppe conoscevano la decadenza del loro potere, eran naturalmente disposte a congiunger la loro forza coll'autorità del Senato, Fu per le savie misure di Diocleziano insensibilmente diminuito il numero dei Pretoriani, furono i loro privilegi aboliti[299], e nel posto loro subentrarono due fedeli legioni dell'Illirico, che sotto i nuovi nomi di Gioviani e di Erculiani furono destinate a fare il servizio delle guardie Imperiali[300]. Ma la più fatale, benchè segreta ferita, che ricevesse il Senato dalle mani di Diocleziano e di Massimiano, fu l'inevitabil fatto della lunga lor lontananza. Finchè gli Imperatori risederono in Roma, poteva il Senato essere oppresso, ma difficilmente poteva esser negletto. I successori di Augusto usavano del potere di dettare tutte quelle leggi, che loro suggerir poteva la prudenza o il capriccio; ma queste leggi venivano ratificate dalla sanzione del Senato. Si conservava nelle sue deliberazioni e ne' suoi decreti l'immagine dell'antica libertà; ed i savi principi, che rispettavano i pregiudizi del popolo Romano, erano in qualche modo obbligati a tenere il linguaggio e la condotta conveniente al Generale ed al primo Magistrato della Repubblica. Ne' campi e nelle Province spiegavano la dignità di Monarchi, e quando essi posero ferma residenza lungi dalla Capitale, abbandonarono per sempre la dissimulazione, da Augusto raccomandata ai suoi successori. Nell'esercizio della potenza legislativa e dell'esecutiva, il Sovrano deliberava coi suoi Ministri, in vece di consultare il gran Consiglio della nazione. Il nome del Senato si rammentò con onore fino all'ultimo periodo dell'Impero. La vanità de' suoi membri[301] era sempre lusingata con onorifiche distinzioni, ma l'assemblea, che per tanto tempo era stata e la sorgente, e l'istrumento della potenza, fu rispettosamente lasciata cadere in obblìo. Il Senato di Roma, perdendo ogni connessione colla Corte Imperiale e coll'attual costituzione, fu lasciato come un venerabile ma inutile monumento di antichità sul colle Capitolino.

Quando i Principi Romani ebber perduto di vista il Senato e l'antica lor Capitale, facilmente obbliarono l'origine e la natura del loro legittimo potere. Le cariche civili di Console, di Proconsole, di Censore e di Tribuno, dall'unione delle quali quel potere era stato formato, ne mostravano al popolo la repubblicana origine. Questi modesti titoli[302] furono tralasciati, e se quei Principi tuttavia distinguevano l'alta lor dignità col nome d'Imperatore, si prendeva quella voce in un senso nuovo e più nobile, nè più denotava il Generale de' Romani eserciti, ma il Sovrano del mondo Romano. Il nome d'Imperatore, che a principio era d'instituzione militare, fu unito ad un altro di genere più servile. L'epiteto di _Dominus_, o di Signore, nella significazione sua primitiva, esprimeva non l'autorità di un Principe sopra i sudditi o di un comandante sopra i soldati, ma il dispotico potere di un Padrone sopra i domestici schiavi[303]. Riguardandolo in questo odioso aspetto, lo aveano rigettato con orrore i primi Cesari. Divenne insensibilmente più debole la loro resistenza, e meno odioso il nome, finchè in ultimo il titolo di _nostro Signore e Imperatore_ fu non solamente accordato dalla adulazione, ma regolarmente inserito nella legge e nei pubblici monumenti. Questi cotanto superbi epiteti erano sufficienti ad innalzare o contentare la vanità più esorbitante, e se i successori di Diocleziano ricusavano tuttavia il nome di Re, ciò sembra essere stato l'effetto non tanto della loro moderazione, quanto della loro delicatezza. Dovunque era in uso la lingua latina, ed essa era il linguaggio del governo per tutto l'Impero, il titolo Imperiale, come particolare ad essi, spiegava un'idea più rispettabile del nome di Re, che avrebbero avuto comune con cento Barbari capitani, o che al più poteano derivar solamente da Romolo o da Tarquinio. Ma i sentimenti dell'Oriente erano assai diversi da quelli dell'Occidente. Fino dai più rimoti tempi della Storia, i Sovrani dell'Asia erano stati celebrati nel greco linguaggio col titolo di _Basileus_ o di Re; e poichè questo si riguardava come la prima distinzione fra gli uomini, fu ben tosto usato dai servili Provinciali dell'Oriente nelle loro umili suppliche al trono Romano[304]. Anche gli attributi o almeno i titoli della _Divinità_ furono usurpati da Diocleziano e da Massimiano, che li trasmisero ad una successione d'Imperatori cristiani[305]. Queste stravaganti formole di rispetto perdono però ben presto la loro empietà, perdendo il loro significato; e quando l'orecchio è una volta avvezzo a quel suono, si ascoltano con indifferenza come vaghe, benchè eccessive espressioni di ossequio.

Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani, conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o militare veste di porpora; mentre l'abito Senatorio era distinto con una larga, o l'equestre con una stretta fascia o lista del medesimo onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano, indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza della Corte di Persia[306]. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema, ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale, ed il cui uso era stato considerato come l'atto più disperato della follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell'Imperatore. Le sontuose vesti di Diocleziano e de' suoi successori erano di seta e di oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano guarnite delle gemme più preziose. L'accesso alla lor sacra persona si rendeva ogni dì più difficile per l'istituzione di nuove formalità e cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle diverse _scuole_, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un suddito veniva finalmente ammesso all'Imperial presenza, era obbligato, qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare, secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e Padrone[307]. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e del genere umano: e non è facile l'immaginare, che nel sostituire i costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l'immaginazione della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L'alterigia usata da Diocleziano era, egualmente che l'affettata modestia di Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso della prima. La mira dell'uno era di nascondere l'infinito potere che aveano gl'Imperatori sul mondo Romano: l'oggetto dell'altro era di farne pompa.

L'ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l'Impero, le Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione. Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti, che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e perfezione[308]. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all'esercizio del sapremo potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi fossero il diadema e il titolo di _Augusto_; che questi (secondo che l'affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i _Cesari_, innalzati a vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta d'Imperatori. L'Impero fu diviso in quattro parti. L'Oriente e l'Italia erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime esigevano la presenza degli _Augusti_; le seconde erano affidate al Governo dei _Cesari_. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente quattro formidabili rivali, poteva intimorire l'ambizione di un intraprendente Generale. Nel governo civile gl'Imperatori supponevansi esercitare l'indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti, autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità. Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl'Imperi Orientale ed Occidentale.

Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e l'oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie parti dell'Impero, ed altrettanti _Re_ Romani gareggiarono l'uno coll'altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si moltiplicò oltre l'esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi[309].» Da questa epoca fino all'estinzione dell'Impero, sarebbe facile il dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore, secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o Costantino, o Valente o Teodosio per l'oggetto delle sue invettive: ma si accordano tutti unanimemente a rappresentare il peso delle pubbliche imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l'imposizion sulle teste, come l'intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi. Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch'è obbligato di ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che all'uniforme sistema del loro governo. L'Imperator Diocleziano fu veramente l'autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata l'oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj. Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva tuttavia nel tesoro Imperiale un'ampia provvisione o per la giudiziosa liberalità o per qualche emergenza dello Stato.

Nell'anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua memorabile risoluzione di rinunziare all'Impero; azione che più naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni della filosofia o nell'acquisto o nell'esercizio del supremo potere. Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una rinuncia[310], che non è stata molto frequentemente imitata dai posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè l'eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i caratteri de' due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più dell'arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch'egli non ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare l'Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di vita molto avanzato; giacchè l'uno avea soltanto cinquantacinque anni, e l'altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi, le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza[311].

[A. D. 304]

Malgrado la crudezza d'un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano lasciò l'Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il suo viaggio verso l'Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse ben tosto dall'inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della state. Rimase per tutto l'inverno confinato nel suo palazzo: il suo pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o dalla costernazione che egli vedea nell'aspetto e nel portamento dei Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni che potevano insorgere nell'assenza del Cesare Galerio. Finalmente però, il primo di marzo, Diocleziano comparve un'altra volta in pubblico, ma così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran riguardi e quiete, e l'ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare il resto de' suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai suoi più giovani e più operosi Colleghi[312].

Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura, distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l'Imperatore sopra un elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà, dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in quella straordinaria occasione.

[A. D. 305]

Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò dall'attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto se n'andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di maggio[313], Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato) fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi dell'ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di sottoporre le sue azioni all'autorità del suo benefattore, o una promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse l'avviso e l'esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla solennità di un giuramento dinanzi all'altare di Giove Capitolino[314], sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui passione era l'amor del potere, e che nulla curava o la presente tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con ripugnanza, all'autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità.

Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo[315].