Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

Part 10

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Le statue dei divinizzati Re dell'Armenia, e le sacre immagini del Sole e della Luna furono ridotte in pezzi dallo zelo del vincitore; ed il fuoco perpetuo di Ormuz fu acceso e conservato sopra un'ara eretta sulla sommità del monte Bagavo[260]. Era ben naturale che un popolo, da tante offese inasprito, si armasse di zelo per la causa della sua indipendenza, della sua religione, e del suo legittimo Sovrano; il torrente abbattè ogni ostacolo, e pose in fuga la guarnigione Persiana. Corsero i nobili Armeni sotto lo stendardo di Tiridate, tutti allegando i loro passati meriti, offrendo i loro futuri servigi, e domandando al nuovo Re quelle cariche e quelle ricompense, dalle quali erano stati con dispregio esclusi sotto lo straniero governo[261]. Il comando dell'armata fu conferito ad Artavasde, il cui padre avea salvato Tiridate nella sua infanzia, e la cui famiglia era stata trucidata per quell'azion generosa. Ottenne il fratello di Artavasde il governo di una Provincia. Una delle prime cariche militari fu conferita al Satrapo Otas, uomo di singolar temperanza e fortezza, che presentò al Re la sorella di lui[262], ed un considerabil tesoro, che aveva ambedue conservati inviolati in una rimota fortezza. Comparve tra i nobili Armeni un alleato, le cui vicende sono troppo considerabili per non farne menzione. Egli avea nome Mamgo; era Scita d'origine; e la Tribù, che da lui dipendeva, si era pochi anni avanti accampata su i confini dell'Impero Chinese[263], che si estendeva allora fino alle vicinanze della Sogdiana[264]. Essendo Mamgo incorso nello sdegno del suo Sovrano, si ritirò coi suoi seguaci verso le rive dell'Oxo, ed implorò la protezione di Sapore. L'Imperatore della China richiese il fuggitivo, allegando i diritti della Sovranità. Il Monarca Persiano oppose le leggi dell'ospitalità; e non senza difficoltà evitò una guerra, colla promessa di confinar Mamgo nelle più lontane parti dell'Occidente; pena, com'egli la descriveva, non meno terribile della morte. L'Armenia fu scelta pel luogo dell'esilio, e fu alla Scitica Tribù assegnato un vasto distretto, sul quale potesse pascolare i suoi greggi ed armenti, e trasportare le sue tende da un luogo all'altro, secondo le diverse stagioni dell'anno. Furono quelle genti impiegate a respingere l'invasione di Tiridate: ma il lor condottiero, dopo aver bilanciato i benefizi e le offese, che avea ricevuto dal Monarca Persiano, risolvè di abbandonare il partito. Il Principe Armeno, cui bene era noto il merito e la potenza di Mamgo, lo trattò con rispettosa distinzione; ed ammettendolo alla sua confidenza, acquistò un suddito coraggioso e fedele, che molto efficacemente contribuì a ristabilirlo sul trono[265].

Si mostrò per un tempo propizia la fortuna dell'intraprendente valore di Tiridate. Egli non solo discacciò i nemici della sua famiglia o della sua patria da tutta l'estensione dell'Armenia, ma continuando la sua vendetta, portò le armi, o almeno le scorrerie, fino nel cuor dell'Assiria. Lo storico, che ha tolto il nome di Tiridate all'obblìo, celebra con un grado di nazionale entusiasmo il personal valore di lui; e col vero spirito di un oriental romanzista descrive i giganti e gli elefanti che caddero sotto l'invincibil suo braccio. Da altre informazioni rileviamo le divisioni della monarchia Persiana, alle quali il Re dell'Armenia fu in parte debitore dei suoi vantaggi. Era il trono disputato dall'ambizione di due rivali fratelli; ed Ormuz, dopo aver inutilmente impiegate le forze del suo partito, ricorse alla pericolosa assistenza dei Barbari, che abitavano lungo la spiaggia del Caspio[266]. Fu però la guerra civile presto terminata o con una vittoria o con una riconciliazione; e Narsete, universalmente riconosciuto Re della Persia, rivolse tutte le sue forze contro il nemico straniero. La contesa si fece allora troppo ineguale, nè il valor dell'Eroe poteva resistere alla possanza del Monarca. Tiridate, scacciato per la seconda volta dal trono dell'Armenia, si rifuggì di nuovo nella Corte degl'Imperatori. Narsete ristabilì ben tosto la sua autorità nella ribellata Provincia, ed altamente lagnandosi della protezione largita dai Romani ai ribelli ed ai fuggitivi, aspirò alla conquista dell'Oriente[267].

Nè la prudenza nè l'onore permettevano agli Imperatori di abbandonare la causa del Re dell'Armenia e fu risoluto di mostrare la forza dell'Impero nella guerra Persiana. Diocleziano con quella ferma dignità, che egli costantemente assumeva, piantò la sua sede in Antiochia, donde preparava o dirigeva le militari operazioni[268]. Fu il comando delle legioni affidato all'intrepido valore di Galerio, il quale per quell'importante disegno fu richiamato dalle rive del Danubio a quelle dell'Eufrate. S'incontrarono ben tosto gli eserciti nelle pianure della Mesopotamia, e due battaglie seguirono con vario e dubbio successo, ma più decisivo fu il terzo combattimento; e l'esercito Romano ebbe un'intera disfatta, attribuita alla temerità di Galerio, che con un piccolo corpo di truppe assalì l'innumerabile esercito dei Persiani[269]. Ma la considerazione del paese, che fu il teatro di questa azione, può suggerirci un'altra ragione della sconfitta di lui. Il terreno stesso, nel quale fu vinto Galerio, era divenuto fumoso per la morte di Crasso e per la strage di dieci legioni. Era questo una pianura di più di sessanta miglia, che si stendeva dai monti di Carre all'Eufrate; un raso, sterile ed arenoso deserto, senza una collina, senza un albero, o senza una sorgente di acqua dolce[270]. La grave infanteria dei Romani, oppressa dal caldo e dalla sete, non potea sperar la vittoria mantenendosi in ordinanza, nè disunirsi senza esporsi al più imminente pericolo. In questa situazione fu a poco a poco circondata dal numero superiore, affaticata dalle rapide evoluzioni, e distrutta dagli strali della nemica cavalleria. Avea il Re d'Armenia segnalato il suo valore nella battaglia e ricavata una gloria personale dalla pubblica calamità. Egli venne perseguitato fino all'Eufrate; era il suo cavallo ferito, e sembrava impossibile che fuggir potesse al vittorioso nemico. In questa estremità, Tiridate abbracciò l'unico scampo che si vide d'avanti, smontò e si lanciò nel fiume. La sua armatura era grave, molto profondo il fiume, e in quelle parti largo almeno mezzo miglio[271]: pure fu tal la forza e la destrezza di lui, che arrivò salvo all'opposta riva[272]. Riguardo al Generale Romano, noi non sappiamo le circostanze della sua fuga; ma quando egli ritornò in Antiochia, Diocleziano lo ricevè non colla tenerezza di un amico e di un collega, ma collo sdegno di un offeso Sovrano. Il più altero degli uomini, vestito di porpora, ma umiliato dal sentimento del suo fallo e della sua sventura, fu obbligato a seguitare a piedi per più di un miglio il cocchio dell'Imperatore, e dare a tutta la Corte lo spettacolo del suo disonore[273].

Appena ebbe Diocleziano soddisfatto il suo privato risentimento, e sostenuta la maestà dei sovrano potere, cedè alle umili preci del Cesare, e gli permise di ricuperare il suo onore e quello delle armi Romane. In vece delle imbelli truppe dell'Asia, le quali molto probabilmente avean servito nella prima spedizione, fu composto un nuovo esercito di veterani e di nuove reclute della frontiera Illirica; ed un corpo considerabile di Goti ausiliari fu preso al soldo imperiale[274]. Galerio passò di nuovo l'Eufrate alla testa di una scelta armata di venticinquemila uomini, ma in vece di esporre le sue legioni nelle aperte pianure della Mesopotamia, si avanzò per le montagne dell'Armenia, ove trovò gli abitatori zelanti per la sua causa, ed il territorio favorevole alle operazioni dell'infanteria, ed altrettanto disadatto ai movimenti della cavalleria[275]. Avea l'avversità assodata la disciplina dei Romani, mentre che i Barbari, insuperbiti del buon successo, erano divenuti così trascurati e negligenti, che nel momento in cui meno se l'aspettavano, furono sorpresi dall'attiva condotta di Galerio, il quale accompagnato solamente da due uomini a cavallo, avea co' suoi propri occhi segretamente esaminata la situazione e lo stato del loro campo. Una sorpresa, specialmente di notte, era il più delle volte fatale all'armata Persiana. «I loro cavalli erano legati, e generalmente impastoiati per prevenirne la fuga; e ad un assalto improvviso dovea ogni Persiano legar la gualdrappa, imbrigliare il cavallo, e vestir la corazza avanti che salir potesse a cavallo[276].» In quella occasione l'impetuoso assalto di Galerio sparse il disordine ed il terrore nel campo dei Barbari. Ad una piccola resistenza successe una spaventevole strage, e nella general confusione il ferito Monarca (perchè Narsete comandava l'armata in persona) fuggì verso i deserti della Media. Le sue magnifiche tende, e quelle dei suoi Satrapi diedero un immenso bottino al vincitore, e vien riferito un incidente, che prova la rozza, ma marziale ignoranza delle legioni riguardo alle eleganti superfluità della vita. Cadde nelle mani di un privato soldato una borsa di cuoio lucente, ripiena di perle. Egli conservò diligentemente la borsa, ma gettò via il contenuto, giudicando, che tutto ciò, che non serviva ad alcun uso, aver non potesse valore alcuno[277]. La perdita principale di Narsete fu di un genere ben più interessante. Diverse delle sue mogli, e le sue sorelle ed i piccioli suoi figliuoli, che aveano seguitato il campo, furono fatti prigionieri nella sconfitta. Ma benchè il carattere di Galerio in generale avesse pochissima affinità con quello di Alessandro, egli imitò dopo la sua vittoria la benigna condotta del Macedone verso la famiglia di Dario. Le mogli ed i figli di Narsete furono protetti contro la violenza, e la rapina, condotti in luogo di sicurezza e trattati con ogni segno di rispetto e di tenerezza dovuta da un generoso nemico alla loro età, al lor sesso, ed alla reale lor condizione[278].

Mentre l'Oriente attendeva con ansietà la decisione di questa gran contesa, l'Imperator Diocleziano avendo raccolto nella Siria un forte esercito di osservazione spiegava in mostra da lungi i ripieghi della Romana potenza, e si riserbava per ogni futuro emergente della guerra. Alla nuova della vittoria condiscese ad avanzarsi verso la frontiera, coll'idea di moderare colla presenza e coi consigli l'ambizione di Galerio. L'abboccamento dei Principi Romani a Nisibi fu accompagnato da ogni espressione di rispetto da una parte, e di stima dall'altra. In quella città essi dettero subito dopo udienza all'Ambasciatore del gran Re[279]. Questa ultima disfatta avea atterrato la potenza o almeno il coraggio di Narsete; ed egli riguardava una pace immediata, come l'unico mezzo di arrestare il progresso delle armi Romane. Egli spedì Afarbane, suddito suo favorito e confidente, colla commissione di negoziare un trattato, o piuttosto di accettare quelle condizioni che impor volesse il vincitore. Afarbane aprì la conferenza, testimoniando la gratitudine del suo Sovrano pel generoso trattamento fatto alla sua famiglia, e domandando la libertà di quegli illustri prigionieri. Egli celebrò il valore di Galerio senza diminuire la riputazione di Narsete, e non credè disonore il riconoscere la superiorità del vittorioso Cesare sopra un Monarca che avea superata la gloria di tutti i principi della sua stirpe. Non ostante la giustizia della causa Persiana, egli era autorizzato a sottoporre le attuali pendenze alla decisione degli Imperatori medesimi; persuaso, che in mezzo alle prosperità non si scorderebbero delle vicende della fortuna. Concluse Afarbane il suo discorso collo stile delle orientali allegorie, osservando che le Monarchie Romana e Persiana erano i due occhi del mondo, il quale rimarrebbe imperfetto e mutilato, se l'uno o l'altro gli fosse tolto.

«Ben conviene ai Persiani» replicò Galerio con un trasporto di furore, che parve mettere in convulsione tutta la sua macchina «ben conviene ai Persiani l'estendersi sulle vicende della fortuna, e farci tranquillamente delle lezioni sulla virtù della moderazione. Si rammentino essi la propria loro _moderazione_ verso l'infelice Valeriano. Essi lo vinsero con frode, lo trattarono con indegnità. Lo ritennero fino all'ultimo momento della sua vita in vergognosa prigionia, e dopo la sua morte ne esposero il corpo ad una perpetua ignominia.» Raddolcito però il suo stile, Galerio fece intendere all'Ambasciatore, che non erano mai stati usati i Romani a calpestare un nemico umiliato, e che in quell'occasione avrebbero consultato la propria loro dignità anzi che il merito dei Persiani. Licenziò Afarbane colla speranza, che presto sarebbe Narsete informato a qual condizione ottener poteva dalla clemenza degli Imperatori una pace durevole, e la restituzione delle sue mogli e de' suoi figliuoli. Da questo abboccamento possiamo rilevare le feroci passioni di Galerio, non meno che la sua deferenza al superior consiglio ed all'autorità di Diocleziano. L'ambizione del primo abbracciava la conquista dell'Oriente, ed avea proposta di ridurre la Persia in provincia. La prudenza del secondo, che aderiva alla moderata politica di Augusto o degli Antonini, profittò della favorevole occasione di terminare una guerra fortunata con una pace onorevole e vantaggiosa[280].

In conseguenza delle loro promesse gl'Imperatori subito dopo destinarono Sicorio Probo, uno de' loro segretari, a notificare alla Corte Persiana l'ultima loro risoluzione. Come ministro di pace fu egli ricevuto con ogni contrassegno di cortesia e di amicizia; ma sotto il pretesto di accordargli il necessario riposo dopo un viaggio sì lungo, fu l'udienza di Probo differita di giorno in giorno; ed egli attese i lenti movimenti del Re, sino a che in fine fu ammesso alla presenza di lui vicino al fiume Asprudo nella Media. Il secreto motivo di Narsete in questo indugio era stato di adunare tali forze militari, che potessero metterlo in istato, benchè sinceramente bramoso della pace, di trattarla con maggior peso e colla maggiore dignità. Tre sole persone assisterono a questa conferenza importante, il ministro Afarbane, il Prefetto delle guardie, ed un Uffiziale, che avea comandato sulla frontiera dell'Armenia[281]. Poco intelligibile per noi è al presente la prima condizione proposta dall'Ambasciatore: che si destinerebbe, cioè, la città di Nisibi ad essere il luogo dello scambievol traffico, ovvero (come noi avremmo detto una volta) la piazza di commercio, tra i due Imperi. Non vi è difficoltà in concepire l'intenzione che aveano i Principi Romani di aumentare le loro entrate con alcune imposizioni sopra il commercio; ma siccome Nisibi era situata nei loro propri dominj, ed essi eran padroni delle _importazioni_ e delle _esportazioni_, parrebbe che tali restrizioni fossero gli oggetti di una legge interna anzichè di un estraneo trattato. Per renderle più efficaci, si pretese probabilmente che il Re di Persia convenisse in alcune stipulazioni, le quali sembrarono così ripugnanti o all'interesse o alla dignità del medesimo, che egli non si potè indurre a sottoscriverle. Essendo questo l'unico articolo, al quale ei negò il suo consenso, non vi fu più lungamente insistito; e gl'Imperatori soffrirono che il commercio passasse pe' suoi naturali canali, o si contentarono di alcune restrizioni, il cui stabilimento dipendea dalla loro autorità.

Rimossa appena questa difficoltà, fu solennemente conclusa e ratificata la pace tra le due nazioni. Le condizioni di un trattato, tanto glorioso all'Impero e necessario alla Persia, possono meritare una più particolare attenzione, giacchè la storia di Roma presenta molto pochi trattati di simil natura; essendo state la maggior parte delle sue guerre o terminate coll'intera conquista, o fatte contro i Barbari ignoranti dell'uso delle lettere. I. L'Abora, o come vien detto da Senofonte, l'Arasse fu stabilito per confine delle due Monarchie[282]. Questo fiume, che nasceva vicino al Tigri, veniva accresciuto poche miglia sotto Nisibi dal piccolo torrente di Migdonio, scorreva lungo le mura di Singara, e aboccava nell'Eufrate a Circessio, città di frontiera, che fu dalla cura di Diocleziano molto validamente fortificata[283]. La Mesopotamia, oggetto di tante guerre, fu ceduta all'Impero; ed i Persiani rinunziarono con questo trattato a tutte le pretensioni su quella vasta Provincia. II. Essi abbandonarono ai Romani cinque Province di là dal Tigri[284]. La situazione di queste formava una molto vantaggiosa barriera, e fu la loro forza naturale ben presto accresciuta dall'arte e dalla scienza militare. Quattro di esse, al Settentrione del fiume, erano distretti di oscura fama e di poca estensione, Intiline, Zadicene, Arzanene, e Moxoene: ma all'Oriente del Tigri l'Impero acquistò il vasto e montagnoso territorio di Carduene, antica sede dei Carduchj, i quali conservarono per molti secoli la generosa lor libertà nel centro delle dispotiche monarchie dell'Asia. I diecimila Greci traversarono il loro paese, dopo una penosa marcia, o piuttosto battaglia, di sette giorni; e confessa il lor condottiero nella sua incomparabile relazione della ritirata, che essi soffrirono più danno dai dardi dei Carduchj, che dalle forze del gran Re[285]. I Curdi, loro posteri, con piccolissima alterazione e di nome e di costumi, riconoscono di puro nome la sovranità del gran Signore. III. È quasi inutile osservare, che Tiridate, il fido alleato di Roma, fu ristabilito sul trono dei suoi antenati, e che furono pienamente sostenuti ed assicurati i diritti dell'Imperiale preeminenza. Furono i confini dell'Armenia estesi fino alla fortezza di Sinta nella Media, e questo accrescimento di dominio fu un atto più di giustizia che di liberalità. Delle già nominate Province di là dal Tigri, le quattro prime aveano i Parti smembrate dalla corona dell'Armenia[286], e quando i Romani ne acquistarono il possesso, essi stipularono, a spese degli Usurpatori, un'ampia compensazione, per cui ebbe il loro alleato il vasto e fertile paese di Atropatene. La sua principal città, situata forse dov'è la moderna Tauris, fu spesso onorata dalla residenza di Tiridate; e siccome ebbe talvolta il nome di Ecbatana, egli imitò negli edifizi e nelle fortificazioni la magnifica capitale dei Medi[287]. IV. Il paese dell'Iberia era sterile; rozzi e selvaggi n'erano gli abitanti. Ma essi erano avvezzi all'uso delle armi, e separavano dall'Impero altri Barbari, più di loro feroci e più formidabili. Padroni delle anguste foci del monte Caucaso, poteano essi introdurre o escludere le erranti turme dei Sarmati, ogni qual volta lo spirito di rapina le portava ad inoltrarsi nelle più opulenti contrade del mezzogiorno[288]. La nominazione dei Re dell'Iberia, che fu agl'Imperatori ceduta dal Monarca Persiano, contribuì al vigore ed alla stabilità della Romana potenza nell'Asia[289]. Godè l'Oriente per quarant'anni una profonda tranquillità: e fu il trattato tra le due Monarchie strettamente osservato fino alla morte di Tiridate; quando una nuova generazione, animata da mire e da passioni diverse, successe al governo del mondo; ed il nipote di Narsete intraprese una lunga e memorabil guerra contro i Principi della famiglia di Costantino.

[A. D. 303]

L'ardua impresa di liberare l'angustiato Impero dai Tiranni e dai Barbari era stata interamente compita da una successione d'Illirici agricoltori. Subito che Diocleziano entrò nel ventesimo anno del suo regno, celebrò quell'epoca memorabile, e la fortuna insieme delle sue armi colla pompa di un Romano trionfo[290]. Massimiano, compagno a lui eguale nel potere, fu l'unico suo compagno nella gloria di quel giorno. Aveano i due Cesari combattuto e vinto; ma il merito delle loro geste veniva attribuito, secondo il rigore delle massime antiche, alla fausta influenza dei loro Padri ed Imperatori[291]. Il trionfo di Diocleziano e di Massimiano fu forse meno magnifico di quelli di Aureliano e di Probo, ma fu decorato da varie circostanze di maggior gloria e felicità. L'Affrica e la Britannia, il Reno, il Danubio ed il Nilo, gli somministrarono i loro rispettivi trofei; ma l'ornamento più illustre era di una specie più singolare, cioè una vittoria Persiana, accompagnata da una conquista importante. Furono pertanto dinanzi al carro Imperiale portate le rappresentazioni dei fiumi, dei monti, e delle Province. Le immagini delle mogli, delle sorelle e dei figliuoli del Gran Re, presentavano un nuovo e gradito spettacolo alla vanità del popolo[292]. È questo trionfo ragguardevole agli occhi della posterità, per una distinzione di un genere meno onorevole. Fu l'ultimo trionfo che mai più Roma vedesse. Tosto dopo quest'epoca gl'Imperatori cessarono di vincere, e Roma cessò di essere la Capitale dell'Impero.

Il suolo, sul quale fu Roma fabbricata, era stato consacrato con antiche cerimonie e con immaginari miracoli. Ogni parte della città sembrava animata dalla presenza di qualche nume, o dalla memoria di qualche Eroe, e l'Impero del mondo era stato promesso al Campidoglio[293]. I nativi Romani sentivano e riconoscevano la forza di questa dolce illusione. Procedeva essa dai loro antenati, era cresciuta coll'educazione, ed in parte avvalorata dall'opinione della pubblica utilità. La forma e la sede del Governo eran tra loro intimamente connesse, e si credeva impossibile il trasferir l'una senza distruggere l'altra[294]. Ma la sovranità della Capitale rimase a poco a poco annullata nell'estensione delle conquiste; s'innalzarono le Province allo stesso livello, e le vinte nazioni acquistarono il nome ed i privilegi dei Romani, senza adottarne i parziali interessi. Per un lungo tempo però gli avanzi della antica costituzione, e l'influenza del costume conservarono la dignità di Roma. Gl'Imperatori, benchè forse di Affricana o Illirica estrazione, rispettarono la patria da loro adottata, come sede della loro potenza e centro dei loro estesi dominj. L'emergenze della guerra rendevano sovente necessaria la loro presenza sulle frontiere; ma Diocleziano e Massimiano furono i primi Principi Romani i quali stabilissero, in tempo di pace, l'ordinaria loro residenza nelle Province, e la loro condotta, benchè derivar potesse da privati motivi, fu giustificata da mire di politica molto speciose.