Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01
Part 9
La vasta ambizione del Dittatore aveva atterrato ogni argine della costituzione romana, e la destra crudele del Triumviro aveva distrutto ogni riparo. Dopo la vittoria di Azio, il destino del Mondo romano dipendeva dal volere di Ottaviano, a cui l'adozione dello zio dette il nome di Cesare, e dipoi l'adulazione del Senato quello di Augusto. Questo conquistatore aveva sotto di sè quarantaquattro legioni veterane[217] che conoscevano la propria forza e la debolezza della costituzione politica, avvezze per venti anni di guerra civile alle stragi ed alle violenze, ed appassionate per la famiglia di Cesare, dalla quale solamente aveano ricevute ed aspettavano le più larghe ricompense. Le province, lungamente oppresse dai ministri della Repubblica, sospiravano il governo di un solo, che fosse il padrone e non il complice di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma, vedendo con un segreto piacere l'umiliazione della aristocrazia, non domandava altro che pane e spettacoli, e la mano liberale di Augusto lo contentava. I ricchi e culti Italiani, i quali aveano quasi generalmente abbracciata la filosofia d'Epicuro, godevano le presenti dolcezze della pace e della tranquillità, nè volevano interrompere sogno sì grato con la memoria della antica tumultuosa libertà. Il Senato avea colla potenza perduta la dignità; molte delle più nobili famiglie erano estinte; la guerra, o la proscrizione avean fatti perire i repubblicani riguardevoli per ardimento e per senno; e si era appostatamente lasciato libero l'ingresso in quell'ordine ad una mista moltitudine di più di mille persone, le quali disonoravano il lor grado in vece di trarne decoro[218].
La riforma del Senato fu uno dei primi passi, coi quali Augusto, non più tiranno, ma padre si mostrò della patria. Fu egli eletto Censore, e di concerto col suo fedele Agrippa, esaminò la lista dei Senatori, ne scacciò alcuni membri, i vizj o l'ostinazione dei quali esigevano un pubblico esempio, ne indusse quasi dugento a prevenire con un volontario ritiro la vergogna dell'espulsione, ordinò che non potesse essere Senatore chi non possedeva quasi ventimila zecchini, creò un numero sufficiente di famiglie patrizie, ed accettò il titolo decoroso di Principe del Senato, che dai Censori era sempre stato conceduto al cittadino più illustre per dignità e per servizj[219]. Ma rendendo così al Senato la sua dignità, ne distruggeva l'indipendenza. I principj di una libera costituzione sono irrevocabilmente perduti, quando la potestà legislativa è creata dalla potestà esecutiva.
Dinanzi a questa adunanza, così formata e disposta, Augusto recitò un discorso studiato, nel quale copriva la sua ambizione col velo del patriottismo. «Deplorava, anzi scusava la sua passata condotta: la pietà filiale gli aveva messe le armi in mano per vendicare un padre ucciso; la sua umanità era stata talvolta obbligata a cedere alle leggi crudeli della necessità, ed a far lega forzata con due indegni colleghi; sinchè visse Antonio, la Repubblica l'avea obbligato a non abbandonarlo in balìa di un Romano degenerato, e di una barbara Regina; era al presente in libertà di soddisfare al suo dovere ed alla sua inclinazione. Rendeva solennemente al Senato ed al popolo i loro antichi diritti e desiderava soltanto di mescolarsi nella folla de' suoi concittadini, e di partecipare con essi alla felicità, che avea procurata alla sua patria[220]».
Tacito solo (se Tacito fosse stato presente) avrebbe potuto descrivere le varie agitazioni del Senato, i nascosti sentimenti degli uni, ed il zelo affettato degli altri. Era pericoloso il fidarsi all'espressioni di Augusto, e più pericoloso il mostrare di non crederle sincere. I vantaggi respettivi della Monarchia o della Repubblica hanno spesso tenuti divisi gli speculativi ricercatori; la grandezza presente dello Stato romano, la corruzione dei costumi, e la licenza dei soldati somministravano nuovi argomenti ai settatori della Monarchia; e queste massime generali di governo si trovavano ravvolte con le speranze e co' timori di ciaschedun privato. In mezzo a tal confusione di sentimenti, la risposta del Senato fu unanime e decisiva: ricusarono di accettare la dimissione di Augusto; lo supplicarono di non abbandonar la Repubblica ch'egli aveva salvata. Dopo una decente resistenza, l'accorto tiranno si sottomise agli ordini del Senato, ed acconsentì a ricevere il governo delle province, ed il comando generale degli eserciti romani sotto i ben conosciuti nomi di _Proconsole_ e _d'Imperatore_[221]. Ma li volle ricevere per soli dieci anni. Sperava, diss'egli, che anche avanti questo termine, le piaghe della discordia civile sarebbero perfettamente rimarginate, e che la Repubblica, ritornata nel suo primiero stato di sanità e di vigore, non avrebbe più bisogno del pericoloso intervento di un magistrato così straordinario. Questa commedia fu diverse volte ripetuta durante la vita d'Augusto, e se ne conservò la memoria fino agli ultimi secoli dell'Impero, solennizzando sempre i perpetui Monarchi di Roma con una pompa singolare ogni decimo anno del loro regno[222].
Il Generale degli eserciti romani, senza violare in alcun modo i principj della costituzione, poteva ricevere ed esercitare un'autorità quasi dispotica sopra i soldati, sopra i nemici, e sopra i sudditi della Repubblica. In quanto ai soldati, la gelosia della libertà avea, fin dai primi secoli di Roma, ceduto il luogo alle speranze di conquista, ed al sentimento della militar disciplina. Il Dittatore o il Console avea diritto di obbligare la gioventù romana a portar le armi, e di punire una disobbedienza ostinata o codarda con le pene più severe ed ignominiose, scancellando il trasgressore dalla lista dei cittadini, confiscandone i beni, e vendendolo siccome schiavo[223]. Il servizio militare sospendeva i più sacri diritti della libertà, confermati dalle leggi Porcia e Sempronia. Nel suo campo il Generale esercitava un potere assoluto di vita e di morte, la sua giurisdizione non era vincolata da alcuna formalità legale, e l'esecuzione della sua sentenza era immediata[224] e senza appello. I nemici di Roma regolarmente si dichiaravano dalla autorità legislativa. Le più importanti risoluzioni per la pace o per la guerra venivano seriamente dibattute nel Senato, e solennemente ratificate dal Popolo. Ma nei paesi molto lontani dall'Italia, i Generali si prendevan la libertà di portar le armi delle legioni contro qualunque popolo, e come più lor pareva espediente al servizio pubblico. Dal successo e non dalla giustizia delle loro imprese essi aspettavano gli onori del trionfo. Usavano dispoticamente della vittoria, specialmente quando non furono più ritenuti dalla presenza dei Commissarj del Senato. Quando Pompeo comandava nell'Oriente, egli ricompensò i suoi soldati ed i suoi alleati, detronizzò Sovrani, divise regni, fondò colonie, e distribuì i tesori di Mitridate. Ritornato a Roma, ottenne con un sol decreto del Senato e del popolo la ratifica universale di tutta la sua condotta[225]. Tale era il potere sopra i soldati o sopra i nemici di Roma che veniva concesso ai Generali della Repubblica, o era da loro usurpato. Essi erano nel tempo stesso i governatori o piuttosto i Monarchi delle province conquistate, univano alla civile l'autorità militare, amministravano la giustizia, come pure le pubbliche entrate, ed esercitavano la potenza esecutiva dello Stato, e la legislativa ad un tempo.
Da quanto sì è già osservato noi primo capitolo di quest'opera, si può ricavare un'idea dello stato delle armate e delle province, quando Augusto prese in mano le redini del governo. Ma siccome era impossibile ch'esso potesse in persona comandare le legioni di tante frontiere lontane, gli fu dal Senato, come già a Pompeo, concessa la permissione di delegar l'esercizio del suo potere ad un sufficiente numero di Luogotenenti. Questi uffiziali per grado e per autorità non sembravano inferiori agli antichi Proconsoli ma la dignità loro era dipendente e precaria. Essi riconoscevano il lor potere dalla volontà di un superiore, alla fausta influenza del quale attribuivasi legalmente il merito delle azioni[226]. Eran essi i rappresentanti dell'Imperatore, ed egli solo era il Generale della Repubblica, e la sua giurisdizione, sì civile che militare, si estendeva sopra tutte le conquiste di Roma. Dava però al Senato almeno la soddisfazione di sempre delegare il suo potere ai membri di questo corpo. I Luogotenenti Imperiali erano di grado consolare o pretorio; le legioni eran comandate da Senatori, e la Prefettura dell'Egitto era l'unico governo importante affidato ad un cavaliere romano.
Sei giorni dopo che Augusto fu forzato ad accettare un dono sì liberale, volle con un facil sacrifizio appagare la vanità dei Senatori. Rappresentò che gli avevano esteso il potere anche al di là del termine necessario all'infelice condizione dei tempi. Essi non gli avevan permesso di ricusare il faticoso comando degli eserciti e delle frontiere, ma insistè che se gli permettesse di rimettere le province più pacifiche e sicure alla dolce amministrazione del civil magistrato. Nella divisione delle province, Augusto provvide alla sua propria potenza, ed alla dignità della Repubblica. I Proconsoli del Senato, e particolarmente quelli dell'Asia, della Grecia e dell'Affrica gioivano una distinzione più onorevole dei Luogotenenti imperiali, che comandavano nella Gallia, o nella Siria. I primi erano accompagnati dai littori, e gli altri dai soldati. Si fece una legge che dovunque l'Imperatore fosse presente, restasse sospesa l'ordinaria giurisdizione del governatore; s'introdusse l'uso che le nuove conquiste appartenessero alla dote imperiale, e presto si scoprì che l'autorità del _Principe_, l'epiteto favorito di Augusto, era la medesima in ogni parte dell'Impero.
Per ricompensa di questa concessione immaginaria, ottenne Augusto un importante privilegio, che lo rendè padrone di Roma e dell'Italia. Con pericolosa eccezione alle antiche massime, egli fu autorizzato a conservare il suo comando militare, sostenuto da un numeroso corpo di guardie, anche in tempo di pace e nel cuore della capitale. Il suo comando veramente era limitato sopra i cittadini obbligati al servizio dal giuramento militare; ma tale era l'inclinazione dei Romani alla servitù, che i magistrati, i Senatori ed i Cavalieri prestarono volontariamente il giuramento, finchè l'omaggio della adulazione si convertì insensibilmente in una annuale e solenne protesta di fedeltà.
Benchè Augusto considerasse la forza militare come il più saldo fondamento di un Governo, nondimeno prudentemente la rigettò come strumento molto odioso. Era più disposto per natura e per politica a regnare sotto i venerabili nomi dell'antica magistratura, e ad unire artificiosamente nella sua persona tutti i dispersi raggi della giurisdizione civile. Con questa mira permise al Senato di conferirgli a vita la potestà consolare[227] e la tribunizia[228], che fu nel modo stesso continuata a tutti i suoi successori. I Consoli eran succeduti ai Re di Roma, e rappresentavano la maestà dello Stato. Essi soprintendevano alle cerimonie della religione, levavano e comandavano le legioni, davano udienza agl'Imbasciatori stranieri, e presedevano alle adunanze del Senato e del popolo. La generale amministrazione delle finanze era a loro affidata, e sebbene raramente avesser tempo di amministrar la giustizia in persona, erano tuttavia considerati come i supremi custodi delle leggi, dell'equità e della pubblica pace. Tale era la loro giurisdizione ordinaria; ma questa diveniva superiore a qualunque legge ogni volta che il Senato imponeva ai Consoli di vegliare alla salvezza della Repubblica: allora per difesa della pubblica libertà essi esercitavano un temporaneo dispotismo[229]. Il carattere dei Tribuni era per ogni riguardo diverso da quello dei Consoli. L'apparenza dei primi era umile e modesta, ma le loro persone erano sacre e inviolabili. Avevan essi più forza per opporsi che per operare. Il loro incarico era di difendere gli oppressi, di perdonar le offese, di accusare i nemici del popolo, e di arrestare con una sola parola, se lo credevano necessario, tutta la macchina del governo. Finchè sussistè la Repubblica, la pericolosa influenza che il Console o il Tribuno tenevano dalla loro giurisdizion rispettiva, fu diminuita da diverse restrizioni importanti. La loro autorità spirava con l'anno, nel quale erano eletti; la prima dignità fu divisa in due, e l'ultima in dieci persone; e siccome questi due Magistrati erano nei pubblici e nei privati interessi fra loro contrarj, così questi scambievoli conflitti contribuivano il più delle volte ad assodare anzi che a distruggere la bilancia della costituzione politica. Ma quando fu riunita alla tribunizia la potestà consolare, quando ne fu a vita rivestita una sola persona, quando il Generale delle armi fu nel tempo stesso ministro del Senato e rappresentante del popolo romano, impossibile divenne il resistere all'esercizio di quella imperiale autorità, alla quale non si potevano facilmente assegnare i confini.
La politica di Augusto aggiunse presto al cumulo di questi onori le splendide non men che importanti dignità di sommo Pontefice e di Censore. Con la prima egli acquistò il regolamento della religione, e con la seconda una ispezione legale sopra i costumi ed i beni del popolo romano. Se tanti distinti ed indipendenti poteri non combinavano esattamente gli uni con gli altri, la compiacenza del Senato era pronta a supplire ogni difetto con le concessioni le più ampie e straordinarie. Gl'Imperatori, come primi ministri della Repubblica, furono dichiarati esenti dall'obbligazione e dalla sanzione di molte leggi incomode; ebbero l'autorità di convocare il Senato, di proporre diverse questioni in un giorno stesso, di presentare i candidati destinati pei grandi impieghi, di estendere i confini della città, d'impiegare l'entrate pubbliche a loro talento, di far la pace o la guerra, di ratificare i trattati; e per una amplissima clausola furono autorizzati ad eseguire tutto ciò che stimavano vantaggioso all'Impero, e conveniente alla maestà delle cose private o pubbliche, umane o divine[230].
Quando tutte le diverse parti della potenza esecutrice furono unite nella _Magistratura Imperiale_, i magistrati ordinarj della Repubblica languirono nella oscurità, senza vigore, e quasi senza affari. Augusto conservò gelosamente i nomi e la forma dell'antica amministrazione. Ogni anno il solito numero di Consoli, di Pretori, e di Tribuni[231] eran rivestiti colle insegne delle loro cariche rispettive, e continuavano ad esercitare alcune delle funzioni meno importanti. Questi onori allettavano ancora la vana ambizione dei Romani; e gli Imperatori medesimi, sebbene investiti a vita del poter consolare, spesso aspiravano al titolo di quell'annuale dignità, ch'essi condescendevano a dividere con i più illustri dei loro concittadini[232]. Nell'elezione di questi magistrati, il popolo, sotto il regno di Augusto, fu lasciato libero di suscitare tutte le turbolenze di una rozza democrazia. Questo Principe artificioso, invece di mostrare il minimo segno d'impazienza, umilmente sollecitava i lor voti per se o pe' suoi amici, e soddisfaceva scrupolosamente a tutti i doveri di un candidato ordinario[233]. Ma si può attribuire a' suoi consigli la prima determinazione del successore, colla quale furono le elezioni trasferite al Senato[234]. Le assemblee del popolo vennero per sempre abolite, e gl'Imperatori si liberarono da una pericolosa moltitudine, la quale, senza riacquistare la libertà, avrebbe potuto disturbare, e forse mettere in pericolo il nuovo stabilito Governo.
Mario e Cesare, dichiarandosi i protettori del popolo, aveano sovvertita la costituzione della patria. Ma appena il Senato fu abbassato e disarmato, questo corpo, composto di cinque o seicento persone, divenne uno strumento facile ed utile per chi aspirava al dispotismo. Sulla dignità del Senato, Augusto ed i suoi successori fondarono il lor nuovo impero, ed affettarono, in ogni occasione, di adottare il linguaggio e le massime dei patrizj. Nell'esercizio della loro potenza essi consultavan frequentemente il supremo consiglio della nazione, ed in apparenza si conformavano alle sue decisioni negli affari più importanti di guerra e di pace. Roma, l'Italia, e le province interne erano sottoposte all'immediata giurisdizione del Senato. Quanto agli affari civili era esso la suprema corte di appello; e quanto alle materie criminali, era un tribunale costituito per giudicare tutti i delitti commessi da' pubblici ministri, o da quelli che offendevano la pace e la maestà del popolo romano. L'amministrazione della giustizia divenne la più frequente e seria occupazione del Senato; l'antico genio dell'eloquenza trovò l'ultimo asilo nel trattare dinanzi a lui le cause importanti. Il Senato possedeva molte considerabili prerogative come Consiglio di Stato, e come tribunal di giustizia; ma in quanto alla qualità legislativa, per cui veniva considerato come rappresentante del popolo, si riconoscevano in quel corpo i diritti della Sovranità. Le leggi ricevevano la sanzione da' suoi decreti, e dalla sua autorità derivava ogni poter subalterno. Si adunava regolarmente tre volte il mese nei giorni stabiliti delle calende, delle none, e degl'idi. Vi si discutevan gli affari con una decente libertà, e gl'Imperatori medesimi, superbi del nome di Senatori, sedevano, davano il voto, e si confondevano con i loro eguali.
Ripigliamo in poche parole il sistema del Governo imperiale, come fu istituito da Augusto, e conservato da quei Principi, i quali intesero il loro proprio interesse e quello del popolo. Esso si può definire, un'assoluta Monarchia velata con l'apparenza di una Repubblica. I padroni dell'orbe romano avvolgevano di folta nube il lor trono e la loro irresistibile forza, professandosi umilmente ministri dipendenti del Senato, i supremi decreti del quale essi dettavano ed obbedivano[235].
La Corte era formata sul modello della pubblica amministrazione. Gl'Imperatori (eccettuati quei tiranni, la cui capricciosa follia violava tutte le leggi della natura e dell'onore) disprezzavano ogni pompa e formalità, che potesse offendere i loro concittadini, senza accrescere la loro potenza reale. In tutti gli officj della vita affettavano di confondersi con i loro sudditi, e mantenevan con essi un'egual corrispondenza di visite e di trattamenti. Il loro vestire, la loro tavola, il loro palazzo non eran diversi da quelli di un Senatore opulento; ed il treno loro, sebbene splendido e numeroso, era interamente composto dei loro schiavi domestici, e liberti[236]. Augusto o Traiano si sarebbero vergognati d'impiegar il più vile dei Romani in que' bassi uffizj, che nella famiglia e nella camera di un Monarca limitato dalle leggi, sono adesso ansiosamente cercati dai più superbi signori della Gran Brettagna.
L'apoteosi è il solo caso[237] in cui gli Imperatori si dipartissero dalla solita loro prudenza o modestia. I Greci dell'Asia inventarono i primi per li successori di Alessandro questa servile ed empia adulazione, che presto dai Re fu trasferita ai governatori dell'Asia; ed i magistrati romani furono spesso adorati come divinità provinciali con la pompa degli altari e dei tempj, delle feste, dei sagrifizj[238]. Era naturale che gl'Imperatori non ricusassero quel che avevano accettato i Proconsoli; e gli onori divini, che le province rendettero agli uni e agli altri, mostravano piuttosto il dispotismo che la servitù di Roma. Ma ben tosto i vincitori imitarono le vinte nazioni nell'arte di adulare; ed il genio imperioso del primo dei Cesari consentì troppo facilmente ad accettare in vita un posto tra le deità tutelari di Roma. Il carattere più moderato del suo successore si guardò da questa pericolosa ambizione, non mai più di poi ravvivata fuor che dalla follia di Caligola e di Domiziano. Augusto permise, è vero, ad alcune città provinciali di erigere i tempj in suo onore, a condizione però che insieme col Sovrano fosse Roma onorata dal loro culto. Egli tollerava una superstizione particolare, di cui egli poteva esser l'oggetto[239]; ma si contentò di esser venerato dal Senato e dal popolo nel suo umano carattere, e saggiamente lasciò al suo successore la cura della sua pubblica apoteosi. Quindi s'introdusse il regolar costume di porre per solenne decreto del Senato nel numero degli Dei ogni Imperatore estinto, il quale nè in vita nè in morte si fosse mostrato tiranno; e le cerimonie dell'apoteosi si mescevano colla pompa del tuo funerale. Questa legal profanazione, in apparenza stolta, e così contraria alle nostre massime rigorose, fu ricevuta quasi senza alcuna mormorazione[240], perchè conveniente alla natura del politeismo, ed accettata però come istituzione di politica e non di religione. Sarebbe un degradar le virtù degli Antonini, paragonandole con i vizj di Ercole o di Giove. Lo stesso carattere di Cesare o di Augusto era di gran lunga superiore a quelli delle deità popolari. Ma questi Principi ebbero la disgrazia di vivere in un secolo illuminato, e le loro azioni eran troppo fedelmente raccontate, per poterle adombrare col velo di quelle favole e di quei misteri, che soli possono eccitare la divozione del volgo. Appena la divinità loro fu dalla legge stabilita, che cadde in obblio senza contribuire o alla loro reputazione o alla dignità dei lor successori.
Nell'analisi del Governo imperiale, noi abbiamo spesso chiamato l'avveduto fondatore col ben noto nome di Augusto, che non gli fu per altro conferito, se non quando l'edifizio era quasi giunto al suo compimento. Da una bassa famiglia, di cui era nato nella piccola città d'Aricia, prendeva egli l'oscuro nome di Ottaviano, nome macchiato col sangue delle proscrizioni; ed egli stesso desiderava di poter cancellare ogni memoria delle sue azioni passate. Come figlio adottivo del Dittatore egli prese l'illustre soprannome di Cesare, ma aveva troppo buon senso per non mai sperare di essere confuso, o desiderare d'essere paragonato con questo grand'uomo. Fu proposto nel Senato di decorare il ministro di quel corpo con un titolo nuovo, e dopo una discussione ben seria, fu tra molti altri scelto quello di Augusto, come più degli altri esprimente il carattere di pace e di santità da lui uniformemente affettato[241]. Era perciò il nome di _Augusto_ distinzione personale, e quel di _Cesare_ distinzione di famiglia. Il primo avrebbe dovuto naturalmente spirare col Principe, al quale era stato compartito, e l'altro poteva trasmettersi per mezzo dell'adozione e dei matrimonj in altre famiglie. Nerone era dunque l'ultimo Principe, che potesse allegare qualche ereditario diritto agli onori della discendenza di Giulio. Ma alla sua morte questi titoli si trovavano connessi, per una pratica costante di un secolo, alla dignità Imperiale, e sono stati conservati da una lunga successione d'Imperatori romani, greci, franchi e tedeschi, dalla rovina della Repubblica fino a dì nostri. Fu presto per altro introdotta una distinzione. Il sacro titolo di Augusto fu sempre riservato al Monarca, mentre il nome di Cesare venne più liberamente conferito a' suoi parenti; ed, almeno dal regno di Adriano in poi, con quest'appellazione si distinse la seconda persona nello Stato, che fu risguardata come l'erede presuntivo dell'Impero.