Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 8

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L'amor delle lettere, quasi inseparabile dalla pace e dal raffinamento, era di moda tra i sudditi di Adriano e degli Antonini, i quali erano essi stessi e dotti e curiosi. Questo amore si sparse per tutta l'estensione del loro Impero; le più settentrionali tribù della Britannia avevano acquistato l'amore della rettorica: sulle rive del Reno e del Danubio si copiavano e si leggevano Omero e Virgilio, ed ogni più debol lampo di merito letterario veniva magnificamente ricompensato[215]. La medicina e l'astronomia si coltivavano con qualche reputazione; ma eccettuato l'inimitabil Luciano, quel secolo d'indolenza non produsse un solo scrittore d'ingegno originale che meritasse l'attenzione della posterità. Regnava ancor nelle scuole l'autorità di Platone, d'Aristotile, di Zenone e di Epicuro; ed i loro sistemi, trasmessi con cieca deferenza da una generazione di scolari all'altra, impediva ogni sforzo generoso, che avesse potuto correggere gli errori dell'umano intendimento, o estenderne i confini. Le bellezze dei poeti e degli oratori, invece di accendere nei lettori un egual fuoco, inspiravano solamente fredde e servili imitazioni; o se alcuno si avventura ad allontanarsi da quei modelli, si allontanava nel tempo stesso dal buon senso o dalla ragione. Al rinascere delle lettere il giovanil vigore dell'immaginativa, la nazionale emulazione, una nuova religione, nuove lingue, ed un nuovo mondo riscossero dal lungo letargo il genio dell'Europa. Ma i provinciali di Roma, schiavi di una artificiosa ed uniforme educazione straniera, erano molto deboli per competere con quei valorosi antichi, i quali con esprimere i loro genuini sentimenti nella lingua nativa, avevano già occupati tutti i posti di onore. Il nome di poeta era quasi andato in obblio; e dai Sofisti si usurpava quel di oratore. Un nembo di critici, di compilatori e di commentatori oscurava le scienze; e la decadenza del genio fu presto seguita dalla corruttela del gusto.

Il sublime Longino, che in un periodo meno remoto, ed alla corte di una Regina della Siria conservava lo spirito della antica Atene, fa lamentevoli osservazioni sopra questa decadenza de' suoi contemporanei, che avviliva i sentimenti, snervava il coraggio, e deprimeva i talenti. «Nello stesso modo (dic'egli) che quei ragazzi, i quali da bambini sono stati troppo strettamente fasciati, rimangono sempre pimmei, così le nostre tenere menti, incatenate dai pregiudizj e dagli abiti di una stretta servitù, non sono capaci di dilatarsi, o di arrivare a quella ben proporzionata grandezza, che noi ammiriamo negli antichi; i quali vivendo sotto un governo popolare, scrivevano con la stessa libertà, con la quale operavano[216].» Questa degradata statura del genere umano, per continuar la metafora, andò giornalmente vie più scemando, ed il Mondo romano era veramente popolato da una razza di pimmei, quando i fieri giganti del Settentrione l'invasero, e rinvigorirono ed emendarono le degenerate nazioni. Rinacque per essi lo spirito generoso di libertà; e dopo la rivoluzione di dieci secoli, la libertà divenne la felice madre del buon gusto e delle scienze.

NOTE:

[106] Furono elevati tra Lahor e Deli, quasi in mezzo a queste due città. Le conquiste di Alessandro nell'Indostan non passarono il Puniab, paese irrigato dai cinque gran rami dell'Indo.

[107] Ved. M. de Guignes Stor. degli Unni, l. XV. XVI. XVII.

[108] Erodoto è tra gli antichi quegli, che abbia meglio descritta la vera indole del politeismo. Il miglior commento di ciò ch'egli ci ha lasciato sopra questo soggetto, si trova nella Storia Naturale della Religione di Hume; e Bossuet nella sua Storia Universale, ce ne presenta il contrasto più vivo. Si scorge nella condotta degli Egiziani alcune deboli tracce d'intolleranza (Ved. Giovenale Sat. XV.) Gli Ebrei ed i Cristiani che vissero sotto gl'Imperatori, formano una eccezione molto importante, anzi tanto importante, che a discuterla si richiederà un capitolo a parte in quest'opera.

[109] I diritti, la potenza, e le pretensioni del Sovrano dell'Olimpo sono chiarissimamente descritte nel XV libro dell'Iliade. Pope, senza accorgersene, ha perfezionata la Teologia di Omero.

[110] Ved. per esempio Cesare _de bello Gallico_ VI 17. Nel corso di uno o due secoli i Galli medesimi dettero alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio, d'Apollo ec.

[111] L'ammirabile trattato di Cicerone sulla Natura degli Dei, è la miglior guida che seguir si possa in mezzo a quelle tenebre, ed in un abisso così profondo. Questo scrittore espone candidamente, e confuta sottilmente le opinioni dei filosofi.

[112] Non pretendo assicurare che in quel secolo irreligioso, la superstizione avesse perduto il suo impero, e che i sogni, i presagi, le apparizioni ec. non più inspirasser terrore.

[113] Socrate, Epicuro, Cicerone, e Plutarco hanno sempre inculcato il più gran rispetto per la religione della lor patria e di tutto il genere umano. Epicuro ne dette egli stesso l'esempio e la sua devozione fu costante. Diog. Laerzio X 10.

[114] Polibio l. VI c. 53 54. Giovenale si lamenta Sat. XIII, che ai suoi tempi questo timore non faceva quasi più effetto.

[115] Ved. la sorte di Siracusa, di Taranto, di Ambrachia, di Corinto ec. la condotta di Verre nell'Azione 2 or. 4 di Cic., e la pratica ordinaria dei governatori nella VIII Satira di Giovenale.

[116] Svetonio vita di Claudio; Plinio Stor. Nat. XXX I.

[117] Pelloutier Stor. dei Celti, tomo VI, p. 230 252.

[118] Seneca _De consolat. ad Helviam_, pag. 74 edizione di Giusto Lipsio.

[119] Dionigi d'Alicarnasso, Antich. Rom. l. II.

[120] Nell'anno di Roma 701 il tempio d'Iside, e di Serapide fu demolito per ordine del Senato. (Dione l. XL p. 252), e dalle mani stesse del Console, Val. Mass. I. 3. Dopo la morte di Cesare fu riedificato a spese del pubblico, Dione, l. XLVII. pag. 501. Augusto nella sua dimora in Egitto rispettò la maestà di Serapide, Dione l. LI. p. 647, ma proibì il culto dei Numi egiziani nel _Pomerio_ di Roma, e un miglio all'intorno, Dione l. LIII p. 679 e l. LIV pag. 735. Queste Divinità rimasero per altro in moda sotto il suo regno. Ovid. _Do art. am._ l. I, e sotto il suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta ad usare qualche severità (ved. Tacito, Annal. II 85; Giuseppe Antichità l. XVIII c. 3.)

[121] Tertulliano _Apolog._ c. 6 p. 74 ediz. Averc. Credo che questo stabilimento possa attribuirsi alla pietà della famiglia Flavia.

[122] Ved. Tito Livio l. XI e XXIX.

[123] Macrob. _Saturn._ l. III c. 9. Questo autore ci dà una formola di evocazione.

[124] Minuzio Felice _in Octavio_ p. 54. Arnobio l. VI p. 115.

[125] Tacito annal. XI 24. _Il Mondo Romano_ del dotto Spanheim è una storia completa della progressiva ammissione del Lazio, dell'Italia e delle province alla cittadinanza romana.

[126] Erodoto V 97. Questo numero sembra considerabile e par credibile che l'Autore se ne sia rapportato al rumor popolare.

[127] Ateneo _Deipnosophist._ l. VI p. 172 ediz. di Casaubono; Meursio _De fortuna Attica_ c. 4.

[128] Ved. in Beaufort _Rep. Rom._ l. IV c. 4 il numero esatto dei cittadini che ogni censo comprendeva.

[129] Appiano _De bello civili_ l. I. Vallejo Patercolo, l. II c. 15 16 e 17.

[130] Mecenate lo consigliò di dare con un editto il titolo di cittadino a tutti i suoi sudditi; ma vien giustamente sospettato che Dione Cassio sia l'autore d'un consiglio così bene adattato alla pratica del suo secolo, e così poco alla politica di Augusto.

[131] I Senatori erano obbligati di avere il terzo dei loro beni in Italia. Ved. Plinio l. VI epist. 19. Marco Aurelio permise loro di non avervi che il quarto. Dopo il regno di Traiano, l'Italia cominciò a non essere più distinta dalle altre province.

[132] La prima parte della _Verona Illustrata_ del marchese Maffei, dà la più chiara ed estesa descrizione dello stato della Italia al tempo dei Cesari.

[133] Ved. Pausania l. II. Quando queste assemblee non furono più pericolose, i Romani consentirono che se ne stabilissero i nomi.

[134] Cesare ne fa spesso menzione. L'Ab. Dubos non ha potuto provare che i Galli abbian continuato sotto gl'Imperatori a tenere queste assemblee. _Stor. dello stabilimento della Monarch. Francese_, l. I, c. 4.

[135] Seneca _De Consol. ad Helviam_, c. 6.

[136] Mennone presso Fozio c. 33. Valerio Mass. IX 2, Plutarco e Dione Cassio fanno ascender la strage a 150000 cittadini; ma credo che un numero minore sia più che bastante.

[137] Venticinque colonie furono stabilite nella Spagna. Ved. Plinio Stor. Nat. II 3, 4; IV 35, e nove nella Britannia, tra le quali Londra, Colchester, Lincoln, Chester, Glocester, e Bath sono ancora città considerabili. Ved. Riccardo di Cirencester p. 364 e la Stor. di Manchester di Whitaker l. I c. 3.

[138] Aulo Gellio _Noctes Atticae_, XVI. 13. L'imperatore Adriano era sorpreso che le città di Utica, di Cadice e d'Italica, che godevano de' privilegi annessi alle città municipali, sollecitassero il titolo di _Colonie_: fu presto però seguito il loro esempio, e l'Impero si trovò ripieno di colonie onorarie. Ved. Spanheim _De usu numismat._ dissert. XIII.

[139] Spanheim _Orb. Rom._ c. 8 p. 62.

[140] Aristide, in _Romae encomio_, tom. I. p. 218 edit. Jebb.

[141] Tacito Annal. XI 2 24 _Stor._ IV 74.

[142] Plinio _Stor. Nat._ III 5, S. Agostino _De Civitate Dei_ XIX 7, Giusto Lipsio _De pronunciatione linguae latinae_ c. 3.

[143] Apuleio e S. Agostino saranno garanti per l'Affrica; Strabone per la Spagna e la Gallia; Tacito nella vita d'Agricola per la Britannia, e Velleio Patercolo per la Pannonia. A tutte queste testimonianze noi possiamo aggiugnere il linguaggio delle Iscrizioni.

[144] La lingua celtica si conservò nei monti del paese di Galles, di Cornovaglia, e dell'Armorica. Apuleio rimprovera l'uso della lingua punica a un giovane affricano, che viveva tra gli ultimi del popolo, mentre avea quasi dimenticata la greca, e che non sapeva o non voleva parlar latino. _Apolog._ p. 596. S. Agostino non parlò che rarissimamente in lingua punica ne' suoi Concilj.

[145] La sola Spagna fu madre di Columella, dei due Seneca, di Lucano, di Marziale e di Quintiliano.

[146] Da Dionigi fino a Libanio, nessun critico greco, che io sappia, fa menzione di Virgilio, o di Orazio. Sembra che nessuno conoscesse i buoni Scrittori romani.

[147] Il lettore curioso può vedere nella Biblioteca Ecclesiastica di Dupin tom. XIX p. I cap. 8 qual cura si aveva per conservare le lingue siriaca ed egiziana.

[148] Ved. Gioven. Sat. III e XV, Ammiano Marcellino XXII 16.

[149] Dione Cassio l. LXXVII p. 1275. Sotto il regno di Settimio Severo fu per la prima volta un Egiziano ammesso nel Senato.

[150] Valerio Massimo, l. II c. 2 n. 1. L'Imperatore Claudio degradò un ragguardevol Greco, perchè non sapeva la lingua latina. Questi avea forse qualche pubblico impiego. Svet. Vita di Claudio c. 16.

[151] Nel campo di Lucullo un bove fu venduto una dramma, ed uno schiavo quattro dramme. Plutarco; Vita di Lucullo, p. 580.

[152] Diodoro di Sicilia, in _Eclog. Hist._ l. XXXIV e XXXVI Floro III 19 20.

[153] Ved. un esempio notabile di severità in Cicerone, _in Verrem._ V. 3.

[154] Grutero, e gli altri compilatori riportano un gran numero d'iscrizioni indirizzate dagli schiavi alle lor mogli, ai figli, ai compagni, ai padroni ec. e che, secondo tutte le apparenze, sono del secolo degl'Imperatori.

[155] Ved. la Storia Augusta, ed una Dissert. di M. de Burigny intorno agli schiavi dei Romani nel XXXV volume dell'Accademia delle Belle Lettere.

[156] Ved. un'altra Dissert. del suddetto M. de Burigny intorno ai liberti dei Romani nel XXXVII tomo della stessa Accad.

[157] Spanheim _Orb. Rom._ l. I. c. 16 p. 124 ec.

[158] Seneca, _De Clementia_ l. I. C. 24. L'Originale è molto più forte. _Quantum periculi immineret, si servi nostri numerare nos coepissent._

[159] Ved. Plinio _Stor. Nat._ l. XXXIII e Ateneo _Deipnos_, l. VI p. 272. Questi asserisce arditamente che ha conosciuto molti Παμπολλοι Romani che possedevano non per uso, ma per ostentazione dieci ed ancora ventimila schiavi.

[160] In Parigi si contano più di 43700 servitori di ogni sorta, che non fanno la dodicesima parte de' suoi abitanti. Messanges _Ricerche sulla popolazione_ p. 186.

[161] Uno schiavo colto si vendeva molte centinaia di zecchini. Attico ne avea sempre alcuni da educare, ai quali dava lezione egli stesso. Cornel. Nep. _Vit. Attici_ cap. 13.

[162] La maggior parte dei medici romani erano schiavi. Ved. La Dissert. e la Difesa del Dott. Middleton.

[163] Pignorio _De servis_ fa una lunghissima enumerazione dei loro ordini e dei loro impieghi.

[164] Tacito Ann. XIV 43. Furono giustiziati per non aver previsto o impedito l'assassinio del loro padrone.

[165] Apuleio _in Apolog._ p. 548. Edit. Delph.

[166] Plinio _Stor. Nat._ l. XXXIII 47.

[167] Se si contano 20 milioni di anime in Francia, 22 in Germania, 4 in Ungheria, 10 in Italia e nell'isole adiacenti, 8 nella Gran-Bretagna e in Irlanda, 8 in Spagna e in Portogallo, 10 o 12 nella Russia europea, 6 in Polonia, 6 in Grecia ed in Turchia, 4 in Svezia, 3 in Danimarca e Norvegia, e 4 nei Paesi Bassi; il totale monterà a 105, o 107 milioni. Ved. la Stor. Gen. di Voltaire. (_I computi della popolazione europea sono ora diversi d'assai. La sola Italia contiene al presente 12 milioni d'abitatori._)

[168] _Giuseppe de bello Judaico_ l. II c. 16. Il discorso di Agrippa, o a dir meglio, quello dello Storico, è una bella descrizione dell'Impero romano.

[169] Svetonio, vita di Augusto c. 28. Augusto fabbricò in Roma il tempio e la piazza di Marte Vendicatore; il tempio di Giove Fulminante nel Campidoglio; quello di Apollo Palatino con pubbliche librerie; il portico, e la basilica di Caio e Lucio; i portici di Livia e di Ottavia; ed il teatro di Marcello. L'esempio del Sovrano fu imitato dai Ministri e dai Generali, ed il suo amico Agrippa fece innalzare il Panteon, monumento immortale.

[170] Ved. Maffei Ver. Illustr. l. IV pag. 68.

[171] Ved. il l. X delle Lettere di Plinio. Tra le fabbriche intraprese a spese dei cittadini, quest'Autore parla di quelle che seguono: a Nicomedia una nuova piazza, un acquedotto e un canale, che uno degli antichi Re avea lasciato imperfetto; a Nicea un _Ginnasio_ e un Teatro che era già costato quasi cento ottantamila zecchini; alcuni bagni a Claudiopoli e Prusa; e un acquedotto lungo cinque leghe ad uso di Sinope.

[172] Adriano fece in seguito un giustissimo regolamento, che divideva ogni tesoro tra il proprietario del luogo e l'inventore. Stor. Aug. p. 9.

[173] Filostrato _in vita Sophist._ l. II p. 543.

[174] Aulo Gellio _Noct. Attic._ l. 2 IX, 2 XVIII, 10 XIX 12. Filost, p. 564.

[175] Ved. Filost. l. II pag. 548 566. Pausania l. I, VII 10. La vita di Erode nel XXX tom. dell'Accademia dell'Iscrizioni.

[176] Questa osservazione è principalmente applicata alla Repubblica ateniese da Dicearco _De statu Graeciae_, p. 8. _Inter geograph. minores_ edit. Hudson.

[177] Donato _de Roma vetere_ l. III c. 4 5 6. Nardini Roma antica lib. III II 12 13 e un manuscritto che contiene una descrizione di Roma antica fatta da Bernardo Oricellario, o Rucellai, della quale ho ottenuto una copia dalla libreria del canonico Riccardi a Firenze. Plinio parla di due celebri quadri di Timante e di Protesene posti, per quel che sembra, nel tempio della Pace. Il Laocoonte fu trovato nelle Terme di Tito.

[178] Montfaucon _Antiq. expliq._ tom. IV p. 2 l. I c. 9. Il Fabretti ha composto un trattato molto erudito sopra gli acquedotti di Roma.

[179] Eliano _Hist. var_. l. IX c. 16. Quest'autore viveva sotto Alessandro Severo. Ved. il Fabrizio _Biblioth. Graeca_ l. IV. c. 21.

[180] Giuseppe _de bello Judaico_ II 16. Questo numero vi è riferito; forse non deve esser preso con rigore.

[181] Plin. Stor. Nat. III 5.

[182] Plin. Stor. Nat. III 3, 4 IV 35. La nota pare autentica ed esatta; la divisione delle province, e la diversa condizione delle città vi sono minutamente riferite.

[183] Strabon. _Geograph._ l. XVII p. 1189.

[184] Giuseppe _De bello Jud._ II 16 Filostr. _in vit. Sophist._ l. II p. 548. Edit. Olear.

[185] Tacit. Annal. IV 66. Ho impiegato qualche studio in consultare e paragonare tra loro i moderni viaggiatori, riguardo al fatto di quelle undici città dell'Asia; sette o otto sono affatto distrutte; Ipea, Tralli, Laodicea, Ilione, Alicarnasso, Mileto, Efeso, e possiamo aggiungere Sardi. Delle tre altre Pergamo è un misero villaggio di due o tremila abitanti. Magnesia, sotto il nome di Guzel-hissar, è città di qualche riguardo; e Smirne è una città grande, popolata di centomila anime. Ma mentre che in Smirne i Franchi hanno conservato il commercio, i Turchi hanno rovinate le arti.

[186] Ved. una esattissima e curiosa descrizione delle rovine di Laodicea nei viaggi di Chandler per l'Asia Minore p. 225 ec.

[187] Strabone l. XII. 866. Egli avea studiato in Tralli.

[188] Ved. una Dissertazione di M. de Boze, Mem. dell'Accad. tom. XVIII. Aristide recitò un'orazione, che ancora esiste, per raccomandare la concordia alle città rivali.

[189] Gli abitanti dell'Egitto, eccettuata Alessandria, si facevano ascendere a sette milioni e mezzo. Giuseppe _De bello Jud._ II. Sotto il governo militare dei Mammalucchi, la Siria si credeva che contenesse settantamila villaggi. Storia di Timur. Bec. l. V. c. 20.

[190] Il seguente itinerario può servire a dar qualche idea della direzione del cammino, e della distanza tra le principali città. I. Dalla muraglia di Antonino fino a York 222 miglia romane. II. A Londra 227. III. A Rhutupia ovvero Sandwich 67. IV. Tragitto fino a Bologna 45. V. A Rheims 174. VI. A Lione 330. VII. A Milano 324 VIII. A Roma 426. IX. A Brindisi 360. X. Tragitto fino a Durazzo 40. XI. A Bisanzio 711. XII. Ad Ancira 283. XIII. A Tarso 301. XIV. Ad Antiochia 141 XV. A Tiro 252 XVI. A Gerusalemme 168 in tutto miglia Romane 4080. Ved. gl'Itinerarj pubblicati da Wesselling colle sue note; vedasi ancora Gale e Stukeley per la Britannia, e d'Anville per la Gallia e l'Italia.

[191] Montfaucon. _Antiq. expliq._ tom. IV p. 2 l. I c. 5 ha descritti i ponti di Narni, di Alcantara, di Nimes ec.

[192] Bergier Storia delle strade maestre dell'Impero rom. l. II c. 128.

[193] Procopio _in Hist. Arcana_ c. 30. Bergier Stor. delle strade maestre l. IV. _Codic. Theodos._ l. VIII tit. V vol. II p. 506-563 con il dotto commentario del Gotofredo.

[194] Al tempo di Teodosio, Cesario, magistrato di alto affare, venne per la posta da Antiochia a Costantinopoli. Cominciò il suo viaggio di notte; fu la sera dipoi nella Cappadocia a 165 miglia da Antiochia, ed arrivò a Costantinopoli il sesto giorno verso mezzodì. L'intera distanza era di miglia 725 romane. Ved. Libanio _Orat._ XXI e gl'Itinerarj p. 572 581.

[195] Plinio, benchè ministro favorito, dovè giustificarsi per aver fatto dare cavalli di posta alla sua moglie per un affare di gran premura. Epist. X l. X 121 122.

[196] Bergier luog. cit. l. IV c. 49.

[197] Plinio Stor. Nat. XIX 1.

[198] È probabile che i Greci ed i Fenicj introducessero nuove arti e nuove produzioni nelle vicinanze di Cadice, e di Marsiglia.

[199] Ved. Omero Odiss. l. IX v. 358.

[200] Plinio Stor. Nat. l. XLV.

[201] Strab. Geog. l. IV p. 223. Il freddo eccessivo di un inverno Gallo era un proverbio tra gli antichi.

[202] Nel principio del quarto secolo l'Oratore Eumene _Panegir. veter._ VIII 6 _edit. Delph._ parla dei vini di Autun, che avevano perduto la qualità loro per l'antichità; ed allora s'ignorava affatto il tempo, nel quale le vigne erano per la prima volta state piantate nel territorio di quella città. M. d'Anville pone il _Pagus Arebrignus_ nel distretto di Beaune, celebre ancora adesso per la bontà de' suoi vini.

[203] Plinio Stor. Nat. l. XV.

[204] Plinio Stor. Nat. l. XIX.

[205] Il bel saggio di Harte sull'agricoltura; egli ha unito in quest'opera tutto ciò che gli antichi e i moderni han detto del trifoglio.

[206] Tacito _German._ c. 45. Plinio Stor. Nat. XXXVII 11. Osserva egli graziosamente che la moda stessa non avea ancor potuto insegnare l'utilità dell'ambra. Nerone mandò un cavaliere romano ne' luoghi ove la raccoglievano (che sono le coste della Prussia moderna) a comprarne una gran quantità.

[207] Chiamata Taprobane dai Romani, e Serendib dagli Arabi. Quest'Isola fu scoperta sotto il regno di Claudio, e divenne insensibilmente la sede principale del commercio dell'Oriente.

[208] Plinio Stor. Nat. l. VII. Strab. l, XVII.

[209] Stor. Augusta p. 224. Una veste di seta era considerata come un ornamento femminile ed indegna di un uomo.

[210] Le due gran pesche di perle erano le medesime dei nostri tempi, Ormuz, e il Capo Comorino. Per quanto noi possiamo paragonare la Geografia antica colla moderna, Roma ricavava i suoi diamanti dalla miniera di Jumelpur nel Regno di Bengala; se ne trova una descrizione nel tom. II. Viaggi di Tavernier pag. 281.

[211] Tacito Annali III 5 in un discorso di Tiberio.

[212] Plin. Stor. Nat. XII 18. In un altro luogo calcola la metà di questa somma; _quingenties H. S._ per l'India, senza comprender l'Arabia.

[213] La proporzione che era da uno a dieci, e dodici e mezzo salì a quattordici e due quinti per una legge di Costantino. Ved. le tavole di Arbuthnot sopra le monete antiche c. V.

[214] Oltre diversi altri passi ved. Plinio Stor. Nat. III 5 Aristide _De urbe Roma_, e Tertulliano _De anima_ c. 30.

[215] Erode Attico dette al Sofista Polemone quasi sedicimila zecchini per tre declamazioni. V. Filostr. l. I p. 558. Gli Antonini fondarono una scuola in Atene, nella quale si mantenevano a pubbliche spese professori di grammatica, di rettorica, di politica, e delle quattro Sette principali della filosofia per istruzione della gioventù. Il salario di un filosofo era diecimila dramme l'anno Furono fatti stabilimenti simili nelle altre città dell'Impero. Ved. Luciano nell'Eunuc. tom. II p. 353 ediz. Reitz Filostrat, l. II p, 566. Storia Augusta p. 2. Dione Cassio l. LXXI p. 1195.

Lo stesso Giovenale, in una satira piena di mal talento, la quale ad ogni linea tradisce la sua invidia e il suo scontento, è però obbligato a soggiugnere

_—— O Juvenes circumspicit, at agitat vos,_ _Materiamque sibi Ducis indulgentia quaerit._

Sat. VII 20.

[216] Longin. _Del sublime_ c. 43 p. 229 ediz. Toll. Qui possiamo dire di questo grande Scrittore ch'egli unisce l'esempio al precetto. In vece di proporre arditamente i suoi sentimenti, esso gli insinua colla più gran riserva, li pone in bocca di un amico, e per quanto se ne può giudicare da un testo corrotto, mostra di volerli confutare egli stesso.

CAPITOLO III.

_Costituzione del romano Impero nel secolo degli Antonini._

Una Monarchia, secondo la definizione che più facile presentasi, è uno Stato, in cui ad una sola persona, venga questa con qualsisia nome distinta, si affida l'esecuzione delle leggi, il governo dell'entrate, ed il comando dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da intrepidi e vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così formidabile tralignerà in dispotismo fra breve. In un secolo di superstizione l'influenza del clero potrebbe utilmente servire a sicurare i diritti del genere umano: ma il trono e l'altare sono sì strettamente connessi, che di rado lo stendardo della Chiesa si è veduto a sventolare dal lato del popolo. Una nobiltà guerriera ed un popolo inflessibile, padrone delle armi, tenace del diritto di proprietà, e raccolto in adunanze secondo la legge, formano il solo contrappeso atto a sostenere una costituzione libera contro le usurpazioni di un Principe ambizioso.