Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 7

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I più abili maestri della Grecia e dell'Asia erano stati invitati con liberali ricompense a governare l'educazione del giovane Erode. Il loro allievo divenne ben tosto un celebre oratore, secondo l'inutil rettorica di quel secolo, la quale, confinandosi nelle scuole, sdegnava di comparire nel Foro o nel Senato. Gli fu conceduto a Roma l'onor del Consolato; ma egli passò la maggior parte della sua vita in un ritiro filosofico in Atene e nelle ville adiacenti, continuamente circondato da' Sofisti; i quali riconoscevano senza ripugnanza la superiorità di un ricco e generoso rivale[174]. I monumenti del suo genio sono periti; alcuni riguardevoli avanzi conservano tuttora la fama del suo buon gusto e della sua munificenza: qualche viaggiatore moderno ha misurate le rovine dello Stadio ch'esso fece costruire in Atene. Era lungo seicento piedi, fabbricato tutto di marmo bianco, e capace di contener tutto il popolo; fu finito in quattr'anni, mentre Erode era il presidente dei giuochi ateniesi. Consacrò alla memoria di Regilla sua moglie un teatro, di cui appena potea trovarsi l'eguale in tutto l'Impero; non vi si impiegò altro legno che cedro squisitamente intagliato. L'Odeo, destinato da Pericle per l'Accademia di musica e per le nuove tragedie, sorgea come trofeo della vittoria riportata dalle belle arti sulla grandezza asiatica; giacchè il legname impiegatovi era per la maggior parte di alberi delle navi persiane. Benchè un re di Cappadocia lo avesse una volta restaurato, era nuovamente sul punto di rovinare. Erode gli rendè l'antica eleganza e munificenza. Nè la liberalità di questo illustre cittadino rimase ristretta fra le mura di Atene. I più splendidi ornamenti, fatti al tempio di Nettuno nell'Istmo, un teatro in Corinto, uno Stadio in Delfi, un bagno alle Termopile, ed un acquedotto in Canusio nell'Italia, non poterono esaurire i suoi tesori. L'Epiro, la Tessaglia, l'Eubea, la Beozia ed il Peloponeso provarono i suoi favori; e molte iscrizioni delle città greche ed asiatiche nominarono con gratitudine Erode Attico loro patrono e benefattore[175].

Nelle Repubbliche di Atene, e di Roma, la modesta semplicità delle case private annunziava l'egual condizione della libertà, mentre la sovranità del popolo si spiegava nei maestosi edifizj destinati all'uso pubblico[176]; nè questo spirito repubblicano si spense affatto per l'introduzione dell'opulenza e della monarchia. Gli Imperatori più virtuosi godevano di mostrare la loro magnificenza soltanto nelle fabbriche fatte per l'onore e per l'utile della nazione. L'aureo palazzo di Nerone eccitò una giusta indignazione, ma l'istesso terreno usurpato dal suo sfrenato lusso, fu più nobilmente occupato sotto i successivi regni dal Colosseo, dai bagni di Tito, dal portico di Claudio o dai tempj dedicati alla Pace od al Genio di Roma[177]. Questi monumenti di architettura, proprietà del Popolo romano, erano adornati dalle più belle produzioni della greca pittura e scultura; e nel tempio della Pace si aprì una libreria molto rara alla curiosità dei letterati. Poco lungi di là sorgeva il Foro di Trajano. Questo era di forma quadrangolare, circondato da un alto portico, nel quale quattro archi trionfali aprivano un ingresso nobile e spazioso; nel centro era posta una colonna di marmo, la cui altezza di cento dieci piedi indicava l'elevazione della collina che vi era stata spianata. Questa colonna, che ancor sussiste nella sua antica bellezza, presentava un esatto quadro delle vittorie riportate, da chi l'innalzò, contro i Daci. Il soldato veterano contemplava la storia delle sue proprie campagne, ed il pacifico cittadino, per una facile illusione di vanità nazionale, si associava agli onori del trionfo. Tutti gli altri quartieri della capitale, e tutte le province dell'Impero erano abbellite dal medesimo liberale genio di pubblica magnificenza, e ripiene di anfiteatri, teatri, tempj, portici, archi trionfali, bagni ed acquedotti, tutti per diversi modi utili alla salute, alla devozione, ed ai piaceri degl'infimi cittadini. Gli acquedotti meritano la nostra particolare attenzione. L'ardire dell'impresa, la solidità dell'esecuzione, e gli usi ai quali servivano, assegnano ad essi un posto tra i più nobili monumenti del genio e della potenza romana. Gli acquedotti della capitale giustamente esigon la preeminenza; ma un viaggiatore curioso, il quale esaminasse senza il lume della storia quelli di Spoleto, di Metz, o di Segovia, concluderebbe naturalmente, che quelle città provinciali erano anticamente state la residenza di qualche possente Monarca. Le solitudini dell'Asia e dell'Affrica erano una volta coperte da floride città, la cui gran popolazione, e fin l'esistenza, era dovuta a questi artificiali soccorsi di una perenne corrente di acqua fresca[178].

Noi abbiamo computato gli abitanti, e contemplato i pubblici edifizi dell'Impero romano. L'osservazione del numero e della grandezza delle sue città servirà a confermare il computo dei primi, ed a moltiplicare quella de' secondi. Non sarà disgradevole il raccorre alcuni sparsi esempi relativi a questo soggetto, ricordandoci per altro che la vanità delle nazioni e la povertà del linguaggio, hanno indifferentemente conceduto il vago nome di città a Roma ed a Laurento.

I. Si dice che l'antica Italia contenesse mille cento novantasette città; ed a qualunque epoca dell'antichità si debba applicare questa espressione[179], non vi è alcuna ragione di creder l'Italia meno popolata nel secolo degli Antonini che nel secolo di Romolo. I piccoli Stati del Lazio erano contenuti nella metropoli dell'Impero, la cui superiore influenza gli aveva attirati. Quelle parti dell'Italia, che hanno poscia per tanto tempo languito sotto l'oziosa tirannia dei preti, e dei vicerè, erano state soltanto afflitte dalle più tollerabili calamità della guerra; ed i primi sintomi, ch'esse ebbero di decadenza, furono ampiamente compensati dai rapidi progressi della Gallia Cisalpina. Ne' suoi avanzi ancora mostra Verona l'antico splendore, e pur Verona era men famosa di Aquileia o di Padova, di Milano o di Ravenna.

II. Lo spirito di miglioramento aveva passato le Alpi, e si sentiva perfino nei boschi della Britannia, che a poco a poco erano scomparsi per dar luogo a comode ed eleganti abitazioni. York era la sede del governo, Londra già si arricchiva col commercio, e Bath era celebre pel salutare effetto delle medicinali sue acque. La Gallia poteva vantarsi delle sue mille dugento città[180], e sebbene molte di queste nelle parti settentrionali, senza eccettuarne Parigi stessa, fossero poco più che rozzi ed imperfetti borghi di popol nascente, le province meridionali nondimeno emulavano l'opulenza e l'eleganza italiana[181]. Molte eran le città della Gallia, Marsiglia, Arles, Nimes, Narbona, Tolosa, Bordò, Autun, Vienna, Lione, Langres e Treveri, l'antica condizion delle quali potrebbe benissimo e forse con vantaggio gareggiare con il loro stato presente. La Spagna, che nello stato di provincia era floridissima, divenuta un Regno, è andata in decadenza. Spossata dall'abuso della sua forza, dall'America e dalla superstizione, resterebbe forse molto umiliata la sua superbia, se si ricercasse da lei il numero di trecento sessanta città, quanto Plinio ne contò sotto il Regno di Vespasiano[182].

III. Trecento città affricane avevano una volta riconosciuta l'autorità di Cartagine[183], nè si può credere che il lor numero diminuisse sotto il governo degli Imperatori. Cartagine stessa rinacque con nuovo splendore dalle proprie ceneri; e quella capitale, come Capua e Corinto, ricuperarono ben presto tutti i vantaggi, che possono aversi senza una indipendente sovranità.

IV. Le province dell'Oriente presentarono il contrasto della magnificenza romana con la barbarie ottomana. Le rovine dell'antichità, sparse per le inculte campagne, e attribuite dall'ignoranza al potere della magìa, danno appena un asilo al contadino oppresso, o all'Arabo vagabondo. Sotto il regno dei Cesari, l'Asia, propriamente detta, conteneva cinquecento città molto popolate[184], arricchite di tutti i doni della natura, ed adornate da tutti i raffinamenti dell'arte. Undici città dell'Asia si erano una volta disputato l'onore di dedicare un tempio a Tiberio, ed il Senato esaminò i loro meriti respettivi[185]. Quattro di esse furono immediatamente rigettate come incapaci di un tanto peso; ed una di queste era Laodicea, il cui splendore apparisce ancora nelle sue rovine[186]. Laodicea ricavava una considerabilissima entrata da' suoi greggi, famosi per la finezza della lana, ed avea ricevuto, poco avanti a questa contesa, un legato di più di ottocentomila zecchini lasciatole da un generoso cittadino[187]. Se tale era la povertà di Laodicea, qual deve essere stata l'opulenza di quelle città, le cui pretensioni parvero preferibili, e specialmente di Pergamo, di Smirne e di Efeso, le quali sì lungamente si disputarono il titolar primato dell'Asia[188]? Le capitali della Siria e dell'Egitto erano di un ordine ancor superiore nell'Impero. Antiochia ed Alessandria riguardavan con disprezzo una folla di città dipendenti[189], e non cedevano, che con ripugnanza, alla maestà della stessa Roma.

Tutte queste città comunicavano una con l'altra, e colla capitale per mezzo delle strade maestre, le quali partendosi dal Foro di Roma, traversavan l'Italia, penetravano nelle province, e non terminavano che ai confini dell'Impero. Se si prenda esattamente la distanza dal muro di Antonino a Roma, e di là a Gerusalemme, si troverà che la gran catena di comunicazione da maestro a scirocco si estendeva per la lunghezza di quattromila ottanta miglia romane[190]. Le pubbliche strade erano esattamente divise dalle colonne miliarie, e andavano in retta linea da una città all'altra con assai poco riguardo agli ostacoli o della natura o della privata proprietà. Si foravano i monti, e si gettavano grand'archi su i fiumi più larghi e più rapidi[191]. Il mezzo della strada era molto elevato sopra l'adiacente campagna, ed era fatto con molti strati di sabbia, di ghiaia e di cemento, e lastricato di larghe pietre, o di granito[192] in alcuni luoghi vicini alla capitale. Tale era la stabile costruzione delle strade maestre dei Romani, la cui solidità non ha interamente ceduto allo sforzo di quindici secoli. Esse procuravano ai sudditi delle più distanti province una corrispondenza facile e regolare; ma il loro oggetto primario era stato di facilitare la marcia delle legioni; nè alcun paese si considerava come pienamente soggiogato, finchè non era renduto in tutte le sue parti accessibile all'armi ed all'autorità del conquistatore.

Il vantaggio di ricevere più sollecite le notizie, e di spedire con celerità i loro ordini, indusse gl'Imperatori a stabilire, per tutto il loro esteso dominio, le poste regolari[193]. Si eressero da per tutto case in distanza soltanto di cinque o sei miglia; ciascuna delle quali era costantemente provvista di quaranta cavalli, e con l'aiuto di queste poste era facile di fare cento miglia in un giorno per le strade romane[194]. Il comodo delle poste si concedeva a quelli, che avevano un mandato imperiale; ma quantunque nella sua istituzione fosse destinato al pubblico servizio, era qualche volta concesso al privato dei cittadini[195].

La comunicazione dell'Impero romano per mare non era meno libera ed aperta che per terra. Il Mediterraneo si trovava circondato dalle province; e l'Italia, a guisa di un immenso promontorio, si avanzava nel mezzo di questo gran lago. Sulle coste d'Italia vi sono pochi seni sicuri; ma l'umana industria avea supplito alla mancanza della natura; e il porto artificiale di Ostia, specialmente, collocato all'imboccatura del Tevere, e fatto dall'Imperator Claudio, era un utile monumento della romana grandezza[196]. Da questo porto, lontano dalla capitale sole sedici miglia, i vascelli con un vento favorevole arrivavano spesso in sette giorni alle Colonne d'Ercole, ed in nove o dieci in Alessandria d Egitto[197].

Per quanti mali la ragione o la declamazione abbia imputato agl'Imperj troppo estesi, la potenza di Roma era accompagnata da alcune conseguenze utili al genere umano; e la stessa libertà di commercio, che dilatava i vizj, diffondeva ancora i vantaggi della vita sociale. Nei più remoti secoli dell'antichità, il Mondo era inegualmente diviso. L'Oriente era da tempo immemorabile in possesso delle arti e del lusso, mentre l'Occidente era abitato da rozzi e guerrieri Barbari, che o disprezzavano o ignoravano affatto l'agricoltura. Sotto la protezione di un governo assodato, le produzioni dei climi più felici, e l'industria delle nazioni più culte s'introdussero a poco a poco nelle parti occidentali dell'Europa; ed un libero ed util commercio incoraggiò i nazionali a moltiplicare i prodotti, e a migliorare le arti. Sarebbe quasi impossibile di numerare tutti i generi del regno o animale o vegetabile, che furono successivamente trasportati nell'Europa dall'Asia e dall'Egitto[198]; ma non disconverrà al decoro, e molto meno all'utilità di una storia il toccar leggermente alcuni dei capi principali. I. Quasi tutti i fiori, l'erbe ed i frutti, che nascono nei nostri giardini europei, sono di estrazion forestiera, manifestata spesso dai lor nomi medesimi; la mela era nativa d'Italia, e quando i Romani ebber gustato il sapore più delicato dell'albicocca, della pesca, della melagranata, del cedro, dell'arancia, si compiacquero di dare a tutti questi nuovi frutti la comune denominazione di pomo, distinguendoli con aggiunger l'epiteto del loro paese.

II. Al tempo d'Omero la vite cresceva inculta in Sicilia, e forse ancora nel vicin continente: ma non era perfezionata dall'arte degli abitanti selvaggi, i quali non sapeano estrarre un liquore soave al gusto[199]. Mille anni dopo, l'Italia potè vantarsi, che delle ottanta specie dei vini più generosi e celebri, più di due terzi eran prodotti dal proprio suolo[200]. Questa pianta preziosa s'introdusse nella provincia narbonese della Gallia; ma al tempo di Strabone il freddo nella parte settentrionale delle Sevenne era così eccessivo, che si credeva impossibile di farvi maturare le uve[201]. Questa difficoltà, non pertanto, a poco a poco fu superata; e vi è qualche ragione di credere che le vigne di Borgogna sieno d'antichità eguale al secolo degli Antonini[202]. III. L'olivo, nel Mondo occidentale, era il compagno ed il simbolo della pace. Due secoli dopo la fondazione di Roma, questo utile albero era sconosciuto e all'Italia ed all'Affrica; ma vi fu poi naturalizzato, e finalmente portato nel cuore della Spagna e della Gallia. La timida ignoranza degli antichi, i quali pensavano, che gli fosse necessario un certo grado di calore, nè potesse crescere che nelle vicinanze del mare, fu insensibilmente distrutta dall'industria e dall'esperienza[203]. IV. La coltivazione del lino passò dall'Egitto nella Gallia ed arricchì l'intero paese, per quanto potesse impoverire le terre particolari nelle quali era seminato[204]. V. L'uso dei prati artificiali divenne familiare all'Italia e alle province, e specialmente l'erba medica, ossia il trifoglio, che deve alla Media il nome e l'origine[205]. Le sicure provvisioni di un cibo sano ed abbondante pel bestiame nel verno moltiplicarono il numero delle mandrie, le quali a vicenda contribuirono alla fertilità del terreno. A tutti questi vantaggi si può aggiungere un'assidua attenzione alle pesche ed alle miniere, le quali impiegando una moltitudine di mani laboriose, servivano ad accrescere i piaceri del ricco, e la sussistenza del povero. Columella, nel suo elegante trattato, descrive il florido stato dell'agricoltura spagnuola sotto il regno di Tiberio; ed è da osservarsi, che quelle carestie, dalle quali fu così spesso angustiata la Repubblica nella sua infanzia, raramente o non mai si sentirono nell'Impero esteso di Roma. La casuale scarsezza in una provincia, era immediatamente riparata dall'abbondanza dei suoi più fortunati vicini.

L'agricoltura è il fondamento delle manifatture; giacchè le produzioni della natura sono i materiali dell'arte. Sotto l'Impero di Roma, la gente ingegnosa ed industre s'impiegava diversamente, ma continuamente in servizio dei ricchi. Questi favoriti della fortuna univano ogni raffinamento di comodo, di eleganza, e di splendore negli abiti, nella tavola, nelle case e nei mobili; e volevano tutto ciò che poteva o lusingar il fasto, o soddisfare il senso. Questi raffinamenti, sotto l'odioso nome di lusso, sono stati severamente condannati dai moralisti d'ogni secolo; e forse sarebbe più conveniente alla virtù, ed alla felicità degli uomini, se ciascuno possedesse i beni necessarj alla vita, e niuno i superflui. Ma nella presente imperfetta condizione della società, il lusso, sebben conseguenza del vizio o della pazzia, sembra esser l'unico mezzo di correggere l'ineguale distribuzione dei beni. Il diligente meccanico e l'abile artista, i quali non ebbero parte alcuna nelle divisioni della terra, ricevono una tassa volontaria dai possessori dei terreni; e questi sono eccitati dal sentimento dell'interesse a migliorare quei beni, col prodotto dei quali possono procurarsi nuovi piaceri. Questa operazione, i cui particolari effetti si provano in ogni società, esercitava un'energia molto più estesa nel Mondo romano. Le province avrebber ben presto perduto la loro opulenza, se le manifatture ed il commercio del lusso non avessero insensibilmente restituite ai sudditi industriosi le somme, che da loro esigevano le armi e l'autorità di Roma. Finchè la circolazione fu confinata nei limiti dell'Impero, essa imprimeva alla macchina politica un nuovo grado di attività, e le sue conseguenze, talvolta benefiche, non potevano mai divenire perniciose.

Ma non è facil cosa di contenere il lusso dentro i limiti di un Impero. I paesi più remoti del Mondo antico furono saccheggiati per supplire al fasto ed alla delicatezza di Roma. Le foreste della Scizia fornivano alcune preziose pelli. L'ambra si portava per terra dai lidi del Baltico al Danubio, ed i Barbari stupivano del prezzo, che essi ricevevano in cambio di una merce sì inutile[206]. I luppoli di Babilonia e le altre manifatture dell'Oriente erano ricercatissime. Ma il ramo più considerabile e ricco di straniero commercio si faceva con l'Arabia e con l'India. Ogni anno, verso il solstizio d'estate, una flotta di cento venti vascelli partiva da Mioshormos, porto dell'Egitto sul mar Rosso. Con l'aiuto dei venti periodici traversavan l'Oceano quasi in quaranta giorni. La costa del Malabar, o l'isola del Ceylan[207] era il solito termine della loro navigazione, ed i mercanti delle più remote contrade dell'Asia aspettavano il loro arrivo in quegli scali. Il ritorno della flotta egiziana era stabilito nel mese di Dicembre o di Gennaio. Ed appena il suo ricco carico era stato trasportato su i cammelli dal mar Rosso al Nilo, ed era calato per quel fiume fino ad Alessandria, si spargeva senza indugio nella capitale dell'Impero[208]. Gli oggetti del traffico orientale erano splendidi, ma di poca utilità; la seta[209] che si vendeva a peso d'oro, le pietre preziose, tra le quali la perla aveva il primo posto dopo il diamante[210]; ed una moltitudine di aromati, che si consumavano nel culto religioso, e nelle pompe dei funerali.

La fatica ed il pericolo del viaggio venivano ricompensati da un profitto quasi incredibile; ma questo profitto si faceva sopra i sudditi Romani, e pochi individui si arricchivano a spese del pubblico. Come i nazionali dell'Arabia e dell'India si contentavano delle produzioni e manifatture del loro paese, così l'argento per parte dei Romani era il principale, se non il solo strumento di commercio. Il Senato giustamente si lagnava, che per femminili ornamenti si mandassero tra le nazioni straniere e nemiche[211] le ricchezze dello Stato, che più non ritornavano. La perdita annuale si fa ascendere da uno scrittore esatto e critico a più di un milione e seicento mila zecchini[212]. Questo era lo stile di uno spirito mal contento, e sempre occupato dal malinconico aspetto di una vicina povertà. E ciò non ostante se si paragoni la proporzione tra l'oro e l'argento, quale era nel tempo di Plinio, e qual fu determinata nel regno di Costantino, si scoprirà in quel periodo un considerabilissimo aumento[213]. Non vi è la minima ragion di supporre, che l'oro fosse divenuto più raro: è perciò evidente che l'argento era divenuto più comune, e che per grandi che fosser le somme trasportate nell'India e nell'Arabia, erano ben lungi dall'esaurire l'opulenza del Mondo romano; ed il prodotto delle miniere suppliva abbondantemente alle esigenze del commercio.

Non ostante l'inclinazione degli uomini ad innalzare il passato, e ad avvilire il presente, sì i provinciali che i Romani sentivano veramente, e di buona fede confessavano lo stato prospero e tranquillo dell'Impero. «Essi conoscevano che i veri principj della vita sociale, le leggi, l'agricoltura e le scienze, già inventate dalla saggia Atene, erano allora solamente stabilite dalla potenza romana, la quale con felice influenza aveva uniti i barbari più feroci sotto un governo eguale ed un linguaggio comune. Affermavano che con i progressi delle arti la specie umana era visibilmente moltiplicata. Celebravano l'accresciuto splendore delle città, il ridente aspetto della campagna, tutta coltivata ed adorna come un immenso giardino, e le feste di una lunga pace, che si godeva da tante nazioni, dimentiche delle loro antiche animosità, e libere dal timore d'ogni futuro pericolo[214].» Qualunque dubbio possa nascere dall'accento rettorico e declamatorio, che sembra dominare in questo passo, esso nell'essenziale perfettamente combina con la verità della storia.

Era quasi impossibile che l'occhio de' contemporanei scoprisse nella pubblica felicità le nascoste cagioni della decadenza e della corruzione. Quella lunga pace, ed il governo uniforme dei Romani, introducevano un veleno lento e segreto nelle parti vitali dell'Impero. Le menti degli uomini si ridussero a poco a poco al medesimo livello, si estinse il fuoco del genio, e svanì fin lo spirito militare. Gli Europei erano coraggiosi e robusti. La Spagna, la Gallia, la Britannia e l'Illirico fornivano alle legioni soldati eccellenti, e formavano la forza reale della Monarchia. Il loro valor personale ancor sussisteva, ma essi non più avevano quel coraggio pubblico, che si nutrisce con l'amor dell'indipendenza, col sentimento dell'onor nazionale, coll'aspetto del pericolo, e con l'assuefazione al comando. Essi ricevevano le leggi ed i governatori dalla volontà del Sovrano, ed affidavano la loro difesa ad un esercito mercenario. La posterità dei loro più valorosi generali si contentava del grado di cittadini e di sudditi. Gli spiriti più ambiziosi correvano alla Corte o alle insegne degl'Imperatori; e le province abbandonate, prive della forza o dell'unione politica, caddero insensibilmente nella languida indifferenza della vita privata.