Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01
Part 5
[50] Vedi Gronovio _de pecunia vetere_, l. III p. 120 ec. L'Imperator Domiziano accrebbe l'annua paga dei legionarj sino a dodici pezze d'oro, circa venti zecchini nostrali. Questa paga si aumentò in appresso insensibilmente, secondo il progresso del governo militare e della ricchezza dello Stato. Dopo venti anni di servizio i Veterani ricevevano tremila danari, dugento zecchini in circa, o una porzione di terra equivalente a questa somma. La paga delle Guardie era doppia di quella de' legionarj, ed in generale le Guardie godevano privilegi molto più considerabili.
[51] _Exercitus ab exercitando_, Varrone _de lingua latina_, l. IV; Cicerone Tuscul. l. II 37. Sarebbe un'opera molto interessante l'esame dell'affinità che vi è tra la lingua ed i costumi di una nazione.
[52] Vegezio, l. II e il resto del suo primo libro.
[53] M. le Beau ha illustrato assai bene la danza Pirrica nella Raccolta dell'Accademia delle iscrizioni, tom. 35, p. 262 ec. Questo dotto Accademico ha unito in una serie di memorie eccellenti tutti i passi degli autori antichi concernenti la legione romana.
[54] Giuseppe _de bello Judaico_ l. III c. 5. Noi siamo debitori a questo scrittore ebreo di alcune particolarità molto curiose sulla disciplina Romana.
[55] Panegirico di Plinio c. 13 vita di Adriano nella Storia Augusta.
[56] Vedasi nel sesto libro della sua storia una digressione ammirabile sulla disciplina de' Romani.
[57] Vegezio, _de re militari_, l. II 4 ec. Una parte considerabile del suo compendio è presa da regolamenti di Traiano, e di Adriano. La legione, quale ei la descrive, non può convenire ad alcun altro secolo dell'Impero Romano.
[58] Vegezio, l. I. c. 1. Al tempo di Cicerone e di Cesare la voce _miles_ non era che per l'infanteria. Nel basso impero e nei secoli della cavalleria significò particolarmente le persone d'armi che combattevano a cavallo.
[59] Al tempo di Polibio, di Dionigi d'Alicarnasso l. V cap. 45 la punta di acciaro del _Pilo_ par che sia stata molto più lunga. Nel secolo in cui scriveva Vegezio, fu ridotta ad un piede, o ancora a 9 pollici. Io ho presa la media.
[60] Sulle armi dei legionari ved. Giusto Lipsio, _de militia romana_, lib. III c. 2 e 7.
[61] Vedasi il bel paragone di Virgilio, Georg. l. II v. 279.
[62] M. Guichard, Memorie militari tom. I c. 4 e nuove Memorie tom. I p. 293, 311, ha trattato questo soggetto da uomo dotto e da uffiziale esperto.
[63] Ved. la tattica di Arriano. Questo autore greco, appassionato per le istituzioni patrie, ha voluto piuttosto descrivere la falange a lui nota solo per gli scritti degli antichi, che le legioni da esso comandate.
[64] Polib. l. XVII.
[65] Vegezio, _de re militari_, l. II c. 6. La sua positiva testimonianza, che potrebbe ancora essere avvalorata da circostanze evidenti, dovrebbe impor silenzio a quei critici che ricusano alla Legione Imperiale il suo corpo di cavalleria.
[66] Ved. Tito Livio quasi in ogni pagina, e segnatamente l. XLII 6.
[67] Plinio Stor. nat. XXXIII 2. Il vero senso di questo passo molto curioso è stato trovato e schiarito da M. di Beaufort. _Rep. Romaine_, l. II 2.
[68] Orazio ed Agricola ce ne danno un esempio. Sembra che questo costume fosse un vizio nella disciplina romana. Adriano procurò di rimediarvi, fissando l'età necessaria per esser Tribuno.
[69] Vedasi la tattica di Arriano.
[70] Tale era in particolare lo stato dei Batavi. Vedi Tacito, Costumi de' Germani, c. 29.
[71] Marco Aurelio, dopo aver vinto i Quadi ed i Marcomanni, li obbligò a fornirgli un considerabil corpo di truppe, che subito spedì nella Britannia. Dion. l. LXXI.
[72] Tacito, Annal. IV, 5. Coloro i quali parlano di un certo numero di pedoni, e del doppio di cavalli, confondono gli ausiliari degl'Imperatori con gl'Italiani alleati della Repubblica.
[73] Vegezio, II 2. Arriano, nella sua descrizione della marcia, e della battaglia contro gli Alani.
[74] Il Cav. Folard (nel suo Commentario sopra Polibio, tom. II p. 233, 290) ha trattato delle macchine antiche con molta erudizione e sagacità; le preferisce perfino in molti conti ai cannoni ed ai mortari che noi usiamo. Conviene osservare che appresso i Romani l'uso delle macchine divenne più comune a misura che il valor personale e l'abilità militare sparvero nell'Impero. Quando non fu più possibile trovar uomini, convenne supplire a questa mancanza con macchine di specie diversa. Ved. Vegezio, II 25 ed Arriano.
[75] «Universa quae in quoque belli genere necessaria esse creduntur, secum legio debet ubique portare, ut in quovis loco fixerit castra, armatam faciat civitatem». Con queste enfatiche parole termina Vegezio il suo secondo libro, e la descrizione della legione.
[76] Per la _Castrametazione_ dei Romani ved. Polibio l. VI con Giusto Lipsio, _De militia romana_; Giuseppe _De bello Judaico_ l. III c. 5 Vegezio 1, 21, 25, III 9 e le Memorie di Guichard tom. I c. 1.
[77] Cicerone Tuscul. II 17 Giuseppe _De bello Judaico_ l. III 5, Frontino IV 1.
[78] Vegezio I 9. Ved. le Memorie dell'Accademia delle iscrizioni, tom. XX p. 187.
[79] Queste evoluzioni sono mirabilmente spiegate da M. Guichard nelle sue Nuove memorie, tom. I p. 141, 234.
[80] Tacito Annal. IV. 5 ci ha dato uno stato delle legioni sotto Tiberio, e Dione lib. LV p. 794 sotto Alessandro Severo. Io ho procurato di prendere un giusto mezzo tra questi due periodi. Vedasi ancora Giusto Lipsio, _De magnitudine romana_ l. I c. 4 5.
[81] I Romani procurarono di nasconder la loro ignoranza, ed il terrore sotto il velo di un religioso rispetto. V. Tacito, costumi dei Germani, c. 34.
[82] Plutarco, vita di M. Antonio; e ciò non ostante, se diamo fede ad Orosio, queste enormi cittadelle non si alzavano più di dieci piedi sull'acqua VI 19.
[83] Vedi Giusto Lipsio _De magn. rom._ l. I c. 5. Gli ultimi sedici capitoli di Vegezio hanno rapporto alla marina.
[84] Voltaire, Secolo di Luigi XIV c. 19. Non bisogna dimenticarsi per altro che la Francia si risente ancora di quello sforzo straordinario.
[85] Ved. Strabone l. II. È molto naturale di supporre che _Aragona_ vien da _Tarraconensis_. Molti autori moderni, che hanno scritto in latino, si servono di queste due parole come sinonime. È certo per altro che l'Aragone, picciol fiume, che dai Pirenei cade nell'Ebro, dette da principio il suo nome a una provincia, e dipoi a un Regno. Ved. d'Anville, Geografia del _medio evo_, pag. 181.
[86] Si trovano 115 città nella _Notizia_ della Gallia. Si sa che questo nome era dato non solamente alla Capitale, ma ancora al territorio intero di ciascheduno Stato. Plutarco ed Appiano fanno ascendere il numero delle tribù fino a tre o quattrocento.
[87] D'Anville, Notizia della Gallia antica.
[88] Storia di Manchester scritta di Whitaker vol. 1 c. 3.
[89] I Veneti d'Italia, benchè spesso confusi con i Galli, eran probabilmente Illirici di origine. Ved. M. Freret Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni Tom. XVIII.
[90] Maffei _Verona illustrata_ lib. I.
[91] Il primo contrapposto fu osservato anche dagli antichi (ved. Floro l. II.) il secondo salta agli occhi d'ogni viaggiatore moderno.
[92] Plinio Stor. Nat. lib. III. Segue la division dell'Italia fatta da Augusto.
[93] Tournefort, viaggio della Grecia, e dell'Asia minore, lettera XVIII.
[94] Il nome d'Illiria originariamente apparteneva alle coste del mare Adriatico. I Romani lo estesero a poco a poco dalle Alpi fino al Ponto Eusino. Ved. _Severini Pannonia, L. I. c. 3_.
[95] Un viaggiator veneziano, l'Abate Fortis, ha data recentemente una descrizione di queste oscure contrade. Ma la geografia e le antichità dell'Illiria occidentale non si possono sperare se non dalla munificenza dell'Imperatore che n'è il Sovrano.
[96] La Sava nasce vicino al confini dell'Istria. I Greci dei primi secoli la riguardavano come il ramo principale del Danubio.
[97] Ved. Il Periplo d'Arriano. Questo autore avea esaminate le coste del Ponto Eusino quando era governatore della Cappadocia.
[98] Il progresso della religione è ben noto. L'uso delle lettere s'introdusse tra i Selvaggi dell'Europa quindici secoli circa avanti Gesù Cristo, e gli Europei le portarono in America quindici secoli dopo la sua nascita. L'alfabeto fenicio fu considerabilmente alterato in un periodo di tremila anni, passando per le mani dei Greci e dei Romani.
[99] Dion. LXVIII. p. 1131.
[100] Secondo Tolomeo, Strabone e i geografi moderni, l'Istmo di Suez è il confine dell'Asia e dell'Affrica. Dionigi, Mela, Plinio, Sallustio, Irzio e Solino, stendendo i limiti dell'Asia sino al ramo occidentale del Nilo, o anche sino al gran Catabathmus, rinchiudono in questa parte del mondo non solo l'Egitto, ma ancora parte della Libia.
[101] La lunga estensione, l'altezza moderata, e il dolce declive del monte Atlante (ved. i viaggi di Shaw pag. 5) non si accordano con l'idea d'una montagna isolata, che nasconde la sua testa nelle nuvole, e par che sostenga il cielo. Il Picco di Teneriffa, al contrario, s'innalza più di 2200 tese sopra il livello del mare; e siccome era molto conosciuto dai Fenicj, ha forse dato luogo alle finzioni dei poeti greci. Ved. Buffon Stor. Nat. tom: I p. 312: Stor. dei viaggi, tom. II.
[102] M. de Voltaire Tom. XIV p. 297 dà troppo generosamente le isole Canarie ai Romani. Non pare che mai ne sieno stati i padroni.
[103] _Quanto alla divisione degli stati moderni sono molto cangiate le cose dal tempo in che il Gibbon scriveva; ma siffatte differenze si possono agevolmente riconoscere da ogni lettore dotato di qualche coltura._
[104] Bergier Stor. delle strade pubbliche l. III c. 1, 2, 3, 4, opera ripiena di ricerche utilissime.
[105] Ved. la Descrizione del Globo di Templeman. Ma io non mi fido nè dell'erudizione nè delle carte di questo scrittore.
CAPITOLO II.
_Unione ed interna prosperità del romano Impero nel secolo degli Antonini._
Non per la rapidità o estensione delle sue conquiste soltanto si dee valutare la grandezza di Roma. Il Sovrano dei deserti della Russia comanda ad una porzione più vasta del globo. Nella settima estate dopo il suo passaggio dell'Ellesponto, Alessandro innalzava i trofei macedoni sulle rive dell'Ifasi[106]. In meno di un secolo l'irresistibile Gengis e i principi Mogolli di quella stirpe estesero le crudeli devastazioni, ed il passeggiero loro dominio dal mar della China ai confini dell'Egitto e della Germania[107]. Ma il saldo edifizio della potenza romana fu levato in alto o conservato dalla prudenza di molti secoli. Le contrade che obbedivano a Traiano ed agli Antonini, erano unite con le leggi, ed adornate dalle arti. Esse potevano accidentalmente soffrire per l'abuso parziale di una autorità delegata; ma il principio generale del Governo era savio, semplice e benefico. Gli abitatori delle province godevano della religione de' loro antenati, mentre negli onori e vantaggi civili per giusti gradi venivano alzati ad un'eguaglianza con i loro conquistatori.
I. La politica degl'Imperatori e del Senato, per riguardo alla religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi, e dai costumi della parte superstiziosa. I diversi culti religiosi che si osservavano nel Mondo romano, erano tutti considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi, e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una religiosa concordia.
La superstizione del popolo non era amareggiata da alcuna mistura di rancor teologico, nè vincolata era dalle catene di alcun sistema speculativo. Il politeista devoto, sebbene appassionatamente ligio a' nazionali suoi riti, ammetteva con una implicita fede le diverse religioni della Terra[108]. Il timore, la gratitudine e la curiosità, un sogno o un augurio, un singolar disordine, o un viaggio lontano lo disponevano continuamente a moltiplicare gli articoli della sua credenza, o ad accrescer la lista de' suoi protettori. La sottil tessitura della mitologia pagana era intrecciata di varj, ma non discordanti materiali. Col convenire che gli uomini saggi e gli eroi, i quali erano o vissuti o morti in servigio della patria, s'innalzassero a un grado di dignità e d'immortalità, si confessava universalmente ch'essi meritavano di esser almeno venerati, se non adorati, da tutto il genere umano. Le Divinità di mille piccoli boschi e di mille ruscelli possedevano, in pace, la loro locale e respettiva influenza; nè il Romano, che procurava di placare lo sdegno del Tevere, poteva derider l'Egiziano, che presentava le sue offerte al benefico Genio del Nilo. I visibili poteri della natura, i pianeti e gli elementi erano gli stessi per tutto l'universo. I rettori invisibili del mondo morale non potevan esser rappresentati che da finzioni ed allegorie gettate in una medesima stampa. Ogni virtù, ed anche ogni vizio ottenne la sua divina rappresentanza; ogni arte e professione ebbe il suo protettore, i cui attributi, nei secoli e nei paesi più distanti, erano uniformemente ricavati dal carattere dei loro particolari adoratori. Una repubblica di Dei, così opposti d'interessi e di tempre, richiedeva in qualunque sistema la mano moderatrice di un magistrato supremo, il quale col progredire della scienza e dell'adulazione fu a poco a poco investito delle sublimi perfezioni di Monarca Onnipotente, e di Creatore Sovrano[109]. Così moderato era lo spirito dell'Antichità, che le nazioni eran meno attente alle differenze, che alle somiglianze dei loro culti religiosi. Il Greco, il Romano ed il Barbaro, nell'incontrarsi avanti i loro respettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con diverse ceremonie essi adoravano le medesime Divinità. L'elegante mitologia di Omero dava una bella e quasi regolar forma al politeismo del Mondo antico[110].
I filosofi greci ricavavano la loro morale dalla natura dell'uomo, anzi che da quella di Dio. Essi meditavan però sulla natura divina come oggetto di una speculazione molto importante e curiosa, ed in questa profonda ricerca mostravano la forza e la debolezza dell'umano intendimento[111]. Tra le quattro più celebri scuole, gli Stoici ed i Platonici procurarono di riconciliare i discordanti interessi della ragione e della religione. Essi ci hanno lasciate le più sublimi prove della esistenza e delle perfezioni della cagione prima; siccome però impossibile era ad essi il concepire la creazione della materia, così l'artefice, nella filosofia stoica, non viene abbastanza distinto dall'opera; mentre al contrario il Nume spirituale di Platone e dei suoi discepoli sembra piuttosto un'idea, che una sostanza. Le opinioni degli Accademici e degli Epicurei erano di una tempra men religiosa; ma nel mentre che i primi erano dalla modesta loro scienza indotti a mettere in dubbio, gli ultimi dalla loro positiva ignoranza erano costretti a negare la Provvidenza di un Reggitore supremo. Lo spirito di ricerca, avvivato dalla emulazione, e sostenuto dalla libertà, aveva divisi i pubblici maestri di filosofia in una varietà di contrarie Sette; ma la gioventù ingegnosa, che da ogni parte concorreva ad Atene ed alle altre sedi delle scienze nell'Impero romano, era egualmente ammaestrata in ogni scuola a rigettare e disprezzare la religione del popolo. Come, di fatto, era egli possibile che un filosofo accettasse per verità divine le vane novelle dei poeti, e le tradizioni incoerenti dell'antichità; o che adorasse come Dei quegli enti imperfetti, ch'esso avrebbe disprezzati come uomini? Cicerone condiscese a trattare le armi della ragione e dell'eloquenza contro tali indegni avversarj; ma la Satira di Luciano fu un'arme più adeguata, ed altrettanto più efficace. Si può ben credere che uno scrittore, il quale praticava nel mondo, non si sarebbe mai arrischiato ad esporre gli Dei del suo paese alle risa del pubblico, se questi non fossero già stati l'oggetto del secreto disprezzo fra gli ordini più colti ed illuminati della società[112].
Non ostante la irreligiosità di moda, che regnava nel secolo degli Antonini, l'interesse dei sacerdoti, non meno che la credulità del popolo erano tenuti in sufficiente rispetto. Negli scritti e nei discorsi loro i filosofi dell'antichità sostenevano l'indipendente dignità della ragione, ma uniformavano le loro azioni ai comandi delle leggi e dei costumi. Riguardando con un riso di compassione e d'indulgenza i varj errori del volgo, praticavano diligentemente le cerimonie dei loro padri, frequentavano devotamente i tempj degli Dei; e talvolta condescendendo a fare la lor parte sul teatro della superstizione, coprivano i sentimenti di un ateo sotto le vesti sacerdotali. Ragionatori di questa tempra non eran molto inclinati a disputare circa le loro rispettive maniere di fede o di culto. Era indifferente per loro qual forma prender volesse la follia della moltitudine; e s'accostavano con lo stesso interno disprezzo e con la stessa reverenza esterna agli altari dei Giove Libico, dell'Olimpico o del Capitolino[113].
Non è facile il concepire per quali motivi uno spirito di persecuzione si sarebbe introdotto nei concilj romani. I magistrati non potevano essere animati da una cieca sebbene onesta devozione, giacchè i magistrati stessi eran filosofi; e le scuole di Atene aveano dato le leggi al Senato. Non potevano essere incitati dall'ambizione dall'avarizia, giacchè la potestà temporale e l'ecclesiastica erano unite nelle stesse mani. I pontefici erano scelti tra i più illustri dei senatori, e l'uffizio di sommo pontefice era costantemente esercitato dagl'Imperatori medesimi. Essi conoscevano e valutavano i vantaggi della religione in quanto ella è connessa col governo civile. Incoraggiavano le pubbliche feste, che rendono più umani i costumi del popolo. Si servivano delle arti della divinazione, come di un utile strumento di politica; e rispettavano come il più saldo legame della società la giovevole persuasione, che il delitto dello spergiuro viene infallibilmente punito in questa vita o nell'altra dai Numi[114] vendicatori. Ma mentre riconoscevano i vantaggi generali della religione, eran persuasi che la diversità dei culti contribuiva ugualmente ai medesimi salutevoli fini; e che in ogni paese la forma della superstizione, che avea ricevuta la sanzione del tempo e dell'esperienza, era la più acconcia al clima ed a' suoi abitatori. L'avarizia ed il buon gusto bene spesso rapivano alle vinte nazioni le eleganti statue dei loro Numi, ed i ricchi ornamenti dei loro tempj[115], ma nell'esercizio della religione dei loro antenati, esse generalmente provavano l'indulgenza, anzi la protezione dei conquistatori romani. La provincia della Gallia sembra, ed in vero sembra soltanto, un'eccezione a questa universal tolleranza. Sotto lo specioso pretesto di abolire i sacrifizj umani, gl'Imperatori Tiberio e Claudio soppressero la pericolosa potenza dei Druidi[116]; ma si lasciarono sussistere in una pacifica oscurità, fino all'ultima distruzione del paganesimo, i sacerdoti, gli Dei ed i loro altari[117].
Roma, la capitale di una gran Monarchia, era continuamente ripiena di sudditi e di stranieri di ogni parte del Mondo[118] che tutti v'introducevano e professavano le superstizioni favorite de' loro paesi[119]. Ogni città nell'Impero era autorizzata a mantenere la purità delle sue antiche cerimonie; ed il Senato romano, usando del comun privilegio, s'interponeva talvolta per frenare questa inondazione di riti stranieri. La superstizione egiziana, la più disprezzabile ed abbietta di tutte, frequentemente fu proibita: i tempj di Serapide e d'Iside furono demoliti, ed i loro adoratori banditi da Roma e dall'Italia[120]. Ma lo zelo del fanatismo prevalse ai freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i tempj furon riedificati con maggior lustro, ed Iside e Serapide ebbero alfine un posto tra le romane divinità[121]. Nè questa indulgenza era un allontanarsi dalle vecchie massime di governo. Nei più bei secoli della Repubblica, Cibele ed Esculapio erano stati invitati in Roma con solenni ambasciate[122], ed era costume di tentare i protettori delle città assediate con la promessa di onori più segnalati di quelli, che ricevevano nel paese nativo[123]. Roma divenne a poco a poco il tempio comune dei suoi sudditi; e la cittadinanza fu conceduta a tutti gli Dei del genere umano[124].
II. La meschina politica di conservare senza alcun mescuglio straniero il puro sangue degli antichi cittadini, avea rintuzzata la fortuna, ed affrettata la rovina di Atene e di Sparta. Il genio sprezzante di Roma sacrificò quella debole vanità ad una più soda ambizione, e credè più prudente ed onorevole partito adottare e far suoi la virtù ed il merito, ovunque li ritrovasse, sia tra gli schiavi o gli stranieri, sia tra i nemici od i Barbari[125]. Nella più florida età della Repubblica ateniese, il numero dei cittadini gradatamente decrebbe quasi da trenta[126] a ventunmila[127]. Se al contrario si esamina l'accrescimento della Repubblica romana, si scopre che, non ostanti le continue perdite per le guerre e le colonie, i cittadini che nel primo censo di Servio Tullio non ascendevano a più di ottantatremila, erano moltiplicati, innanzi al principio della guerra Sociale, al numero di quattrocento sessantatremila uomini atti a portar le armi in servizio della patria[128]. Quando gli alleati di Roma pretesero una egual parte agli onori ed ai privilegi, il Senato, invero, preferì la sorte delle armi ad una concessione ignominiosa. I Sanniti ed i Lucani pagarono severamente la pena della loro temerità; ma pel resto degli Stati italiani, come successivamente rientrarono nel dovere, vennero ricevuti in seno della Repubblica[129], e presto contribuirono alla rovina della pubblica libertà. Sotto un governo democratico, i cittadini esercitano il potere della sovranità; e questo potere prima degenera in abuso, indi si perde, se venga affidato ad una moltitudine disadatta pel numero al maneggio delle pubbliche cose. Ma poscia che le popolari adunanze furon soppresse dalla politica degl'Imperatori, i conquistatori più non vennero distinti dalle nazioni vinte, se non in quanto occupavano il primo ed il più onorevol ordine di sudditi; ed il loro accrescimento, sebben rapido, non fu più esposto agli stessi pericoli. I più saggi Principi però, i quali adottarono le massime di Augusto, conservarono con la più scrupolosa cura la dignità del nome romano, e largirono la cittadinanza con una prudente liberalità[130].