Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 31

Chapter 313,586 wordsPublic domain

Girando intorno all'orientale estremità del mare Eusino, la navigazione da Pizio a Trebisonda è di quasi trecento miglia[828]. Il corso dei Goti li portò in vista del paese di Colchide, famoso tanto per la spedizione degli Argonauti; e tentarono persino (benchè senza successo) di saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda, celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di Greci[829], dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza dell'Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri[830]. Era la città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con l'aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero i Goti l'estrema negligenza degli assediati, eressero un'alta catasta di fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte. Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso. Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda, come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l'estesa provincia del Ponto[831]. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo[832].

La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale dell'Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte barche di pescatori, si accostarono all'angusto canale, per cui l'Eusino versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell'Europa e dell'Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l'ingresso dello stretto, e questo corpo di truppe superava l'armata Gotica, tanto piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero, il mare alla terra, l'Europa all'Asia, per teatro delle loro ostilità, un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l'irresistibile assalto[833], e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice, Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell'Asia, avevano abolito l'esercizio delle armi, ed allontanato il timor del pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l'entrata delle più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi, e dei Teatri[834].

Quando la città di Cizico resistè a' più grandi sforzi di Mitridate[835], si distingueva per le savie sue leggi, per una forza navale di dugento galere, e per tre arsenali d'armi, di macchine militari, e di grano[836]. Era essa tuttavia la sede dell'opulenza e del lusso; ma niente più le restava dell'antica sua forza che la situazione in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al continente dell'Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a diciotto miglia da quella città[837], già da loro destinata alla distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque del monte Olimpo, crebbe ad un'insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di Eraclea, dov'era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate[838]. Si riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò la loro ritirata[839]. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di poco vantaggio, giacchè l'avvicinamento dell'equinozio autunnale intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell'Eusino avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia[840].

Quando siamo informati che la terza flotta, equipaggiata dai Goti nei porti del Bosforo, consisteva in cinquecento vele[841], la nostra pronta immaginazione calcola in un istante e moltiplica il formidabile armamento; ma assicurati dal giudizioso Strabone[842] che le navi piratiche usate dai Barbari del Ponto e della Scizia Minore, non erano capaci di contenere più di venticinque o trenta uomini, possiamo con certezza affermare, che quindicimila guerrieri al più s'imbarcarono in quella grande spedizione. Non soffrendo di star confinati nell'Eusino, diressero il distruttivo lor corso dal Bosforo Cimmerio al Bosforo Tracio. Erano giunti quasi alla metà degli stretti, quando ne furono improvvisamente respinti indietro all'ingresso; finchè levatosi nel giorno seguente favorevole il vento, li portò in poche ore nel placido mare, o piuttosto lago della Propontide.

Prendendo terra nella piccola isola di Cizico, ne rovinarono l'antica ed illustre città. Di là uscendo di nuovo per l'angusto passo dell'Ellesponto, proseguirono la tortuosa loro navigazione tra le numerose isole sparse sull'Arcipelago ossia Mare Egeo. L'assistenza dei prigionieri e dei disertori debb'essere stata ben necessaria per condurre i loro vascelli, e dirigere le varie loro incursioni, tanto sulle coste della Grecia, quanto su quelle dell'Asia. Finalmente la gotica flotta si ancorò nel Pireo, cinque miglia distante da Atene[843], che aveva tentato di fare alcuni preparativi per una vigorosa difesa. Cleodamo, uno degl'ingegneri impiegati per ordine dell'Imperatore a fortificare le città marittime contro i Goti, aveva già principiato a riparare le antiche mura, cominciate a cadere fino dal tempo di Silla. Inutili furono gli sforzi della sua abilità, e quei Barbari divennero padroni della sede natia delle Muse e delle Arti. Ma mentre i conquistatori si abbandonavano alla licenza del saccheggio ed alla intemperanza, la flotta loro, che stava con poca guardia nel porto, fu inaspettatamente assalita dal valoroso Dexippo, che fuggendo coll'ingegnere Cleodamo dal sacco di Atene, adunò in fretta una banda di volontarj contadini e soldati, e vendicò in qualche modo la calamità della sua patria[844].

Ma questa impresa, per quanto lustro gettar potesse sul decadente secolo di Atene, servì piuttosto ad irritare, che a sottomettere l'intrepido coraggio de' settentrionali invasori. Un generale incendio si accese nel tempo stesso in ogni distretto della Grecia. Tebe ed Argo, Corinto e Sparta, che avean fatte altre volte sì memorabili guerre fra loro, non poterono allora mettere in campo un esercito, o difendere neppure le rovinate loro fortificazioni. Il furor della guerra, e per terra e per mare, si stese dalla punta orientale di Sunio fino alla costa occidentale dell'Epiro. Si erano già i Goti innoltrati alla vista dell'Italia, quando l'avvicinamento di un così imminente pericolo risvegliò l'indolente Gallieno dal voluttuoso suo sonno. Comparve armato l'Imperatore; e sembra che la sua presenza reprimesse l'ardore, e dividesse la forza dei nemici. Naulobato, un capo degli Eruli, accettò un'onorevole capitolazione, entrò con un numeroso corpo de' suoi concittadini al servizio di Roma, e fu rivestito cogli ornamenti della Consolar dignità, non mai per l'avanti profanati dalle mani di un Barbaro[845]. Un gran numero di Goti, disgustati dai pericoli e dai travagli di un tedioso viaggio, fecero irruzione nella Mesia con disegno di aprirsi a forza il passo sul Danubio a' loro stabilimenti nell'Ucrania. L'ardito tentativo sarebbe stato seguito da una inevitabile distruzione, se la dissensione dei Generali romani non avesse risparmiato i Barbari a spese della causa comune[846]. Il picciol resto di quell'esercito distruggitore ritornò a bordo de' suoi vascelli; e rifacendo la strada per l'Ellesponto e pel Bosforo, devastò in passando i lidi di Troia, la cui fama resa immortale da Omero sopravviverà probabilmente alla memoria delle conquiste dei Goti. Appena ch'e' si trovarono sicuri in seno all'Eusino, presero terra ad Anchiale nella Tracia, vicino alle falde del monte Emo; e dopo tutte le loro fatiche, si sollevarono coll'uso di quelle salubri e piacevoli terme. Nè rimaneva del loro viaggio che una corta e facile navigazione[847]. Tali furono le varie vicende di questa terza, e loro maggior impresa navale. Sembra difficile a concepire, come un corpo, in principio di quindicimila guerrieri, potesse sostenere le perdite e le divisioni di una impresa sì ardita. Ma a misura che il loro numero veniva a poco a poco diminuito dalla spada, dai naufragi, e dall'influenza di un clima caldo, era continuamente rinnovato dalle truppe di banditi e di disertori, che concorrevano sotto l'insegna del saccheggio, e da una turma di schiavi fuggitivi, spesso di estrazione germana o sarmatica, che ansiosamente prendevano la gloriosa opportunità di rompere i loro ferri e di vendicarsi. In queste spedizioni, la gotica nazione pretese d'avere avuta una maggior parte nell'onore e nel pericolo: ma le tribù, che combatterono sotto le gotiche insegne, sono talvolta distinte e talvolta confuse nelle imperfette Storie di quel secolo; e siccome le barbare flotte uscir parvero dalla foce del Tanai, così fu spesso data a quella mista moltitudine[848] la vaga e familiare denominazione di Sciti.

Nelle generali calamità del Genere Umano la morte di un individuo, quantosivoglia illustre, o la rovina di un edifizio, quantosivoglia famoso, si trapassano con una indolente non curanza. Non possiamo per altro obbliare che il Tempio di Diana in Efeso, dopo essere risorto con maggiore splendidezza da sette successivi infortunj[849], fu in fine bruciato dai Goti nella terza loro navale invasione. Le arti della Grecia, e l'opulenza dell'Asia si erano unite ad erigere quella sacra e magnifica fabbrica. Centoventisette colonne di marmo d'ordine ionico la sostenevano. Erano tutte doni dei devoti Monarchi, ed aveano ciascuna sessanta piedi di altezza. L'altare era adorno delle maestrevoli sculture di Prassitele, che forse dalle favorite leggende del luogo aveva scelto a rappresentarvi i divini figliuoli di Latona, il nascondimento di Apollo dopo la strage dei Ciclopi, e la clemenza di Bacco verso le vinte Amazzoni[850]. La lunghezza per altro del Tempio di Efeso era solamente di quattrocentoventicinque piedi; quasi due terzi di quella, che ha la Chiesa di S. Pietro in Roma[851]. Nelle altre dimensioni era ancor più inferiore a questa sublime produzione della moderna architettura. Le distese braccia di una Croce Cristiana richiedono un'ampiezza assai maggiore dei bislunghi Tempj dei Pagani; e i più arditi artisti dell'antichità stati sarieno atterriti dalla proposizione d'innalzare in aria una cupola della grandezza e delle proporzioni del Panteon. Era per altro il Tempio di Diana riguardato come una delle maraviglie del Mondo. Ne aveano i successivi Imperj dei Persiani, dei Macedoni e dei Romani venerata la santità, ed arricchito lo splendore[852]. Ma i barbari selvaggi del Baltico, privi di gusto per le belle arti, disprezzavano gl'ideali terrori di una straniera superstizione[853].

Si riferisce un'altra circostanza di queste invasioni, che potrebbe meritare la nostra attenzione, se non si potesse giustamente supporre che sia bizzarro pensiero di un recente sofista. Dicesi che nel sacco di Atene i Goti aveano ammassate tutte le librerie, ed erano sul punto d'incendiare questa funerea mole della greca letteratura, se uno dei loro Capi, più raffinato politico, non gli avesse dissuasi da quel disegno, per la sottil riflessione, che fin che i Greci fossero addetti allo studio dei libri, non mai si applicherebbero all'esercizio delle armi[854]. Il sagace consigliere (se pur vero è il fatto) ragionava qual Barbaro ignorante. Tra le più culte e potenti nazioni il genio in ogni genere si è sviluppato intorno la stessa epoca; ed il secolo della scienza è generalmente stato il secolo del valore e della militare fortuna.

IV. I nuovi Sovrani della Persia, Artaserse ed il suo figliuolo Sapore, aveano trionfato, come abbiamo già detto, della famiglia di Arsace. Dei tanti Principi di quell'antica stirpe, il solo Cosroe, Re di Armenia, avea conservato e la vita e l'indipendenza. Ei si difese con la natural forza del suo paese, col perpetuo concorso dei fuggitivi e dei malcontenti, con l'alleanza dei Romani, e sopra tutto col suo proprio coraggio. Invincibile nelle armi, in una guerra di trent'anni, egli fu in ultimo assassinato dagli emissarj di Sapore Re di Persia. I patriotici Satrapi dell'Armenia, che sostenevano la libertà e lo splendore del trono, implorarono la protezione di Roma in favore di Tiridate legittimo erede. Ma il figliuolo di Cosroe era un ragazzo; erano gli alleati lontani, ed il Monarca Persiano si avanzava verso la frontiera conducendo insuperabili forze. Il giovane Tiridate, futura speranza della sua patria, fu salvato dalla fedeltà di un servo, e l'Armenia rimase per quasi ventisette anni una ricalcitrante provincia della gran Monarchia persiana[855]. Insuperbito da questa facile conquista, ed affidato alla depravazione dei Romani, Sapore obbligò le forti guarnigioni di Carre e di Nisibi ad arrendersi, e sparse la devastazione e il terrore dall'una e dall'altra parte dell'Eufrate.

[A. D. 260]

La perdita di una frontiera importante, la rovina di un fido e naturale alleato, ed il rapido successo dell'ambizione di Sapore, fecero profondamente sentire a Roma l'insulto, ed il pericolo. Valeriano confidò che la vigilanza dei suoi Generali provvederebbe bastantemente alla sicurezza del Danubio o del Reno; ma si risolse, non ostante l'avanzata sua età, di marciare in persona a difender l'Eufrate. Nel suo passaggio per l'Asia minore, furono sospese le navali imprese dei Goti, e la desolata provincia godè una calma passeggiera e fallace. Passò egli l'Eufrate, incontrò il Monarca persiano vicino alle mura di Edessa, fu vinto e fatto prigioniero da Sapore. Le particolarità di questo grande avvenimento sono oscuramente e imperfettamente riferite; ma dal barlume, che ne abbiamo, si può scoprire per parte del romano Imperatore una lunga serie d'imprudenze, d'errori, e di meritate sventure. Pose egli l'intera sua fiducia in Macriano suo Prefetto del Pretorio[856]. Questo indegno Ministro rendè il suo Sovrano formidabile solamente agli oppressi sudditi, e disprezzabile ai nemici di Roma[857]. Pe' deboli o scellerati consigli di lui fu l'esercito imperiale ridotto in una situazione, nella quale inutili erano ugualmente il valore e il saper militare[858]. I Romani, vigorosamente tentando di aprirsi la strada a traverso l'oste persiana, furono respinti con grande strage[859]; e Sapore, che circondava il campo con truppe superiori, pazientemente aspettò che il crescente furor della fame e della peste gli avesse assicurata la vittoria. Il licenzioso mormorar delle legioni accusò ben tosto Valeriano come cagione delle loro calamità; i loro sediziosi clamori dimandarono una pronta capitolazione. Venne offerta immensa somma d'oro per comprare la permissione di una vergognosa ritirata. Ma conoscendo il Persiano la propria superiorità, ricusò con disprezzo il danaro; e ritenendo i Deputati, si avanzò in ordine di battaglia ai piedi delle trinciere romane, o chiese una personale conferenza con l'Imperatore medesimo. Fu Valeriano ridotto alla necessità di affidare alla parola di un nemico la sua dignità e la sua vita. Finì la conferenza come si dovea naturalmente aspettare. L'Imperatore venne fatto prigioniero, e le truppe atterrite deposero le armi[860]. In un tal momento di trionfo, l'ambizione e la politica di Sapore lo mossero a porre sul trono vacante un successore affatto dipendente dal suo volere. Ciriade, oscuro fuggitivo di Antiochia, imbrattato di tutti i vizj, fu scelto per disonorare la romana porpora; e dovè, benchè di mala voglia, il prigioniero esercito ratificare con le acclamazioni la volontà del vincitore persiano[861].

Lo schiavo imperiale fu premuroso d'assicurarsi il favore del suo padrone con un atto di tradimento verso la patria. Passò con Sapore l'Eufrate, e lo condusse per la via di Calcide alla Metropoli dell'Oriente. Così rapidi furono i movimenti della persiana cavalleria, che se creder si deve ad un assai giudizioso Istorico[862], la città di Antiochia fu sorpresa in tempo che l'oziosa moltitudine era tutta intenta ai divertimenti del teatro. I magnifici edifizj di Antiochia, sì privati che pubblici, furono o saccheggiati o distrutti, ed i numerosi abitatori o caddero trucidati o vennero condotti in ischiavitù[863]. La risolutezza del gran Sacerdote di Emesa fece argine per un momento al torrente di quella devastazione. Adorno delle vesti sacerdotali, comparve alla testa di un numeroso corpo di fanatici contadini, armati solamente di fionde, e difese il suo Dio e il suo dominio contro le sacrileghe mani dei seguaci di Zoroastro[864]. Ma la rovina di Tarso, e di molte altre città è una trista prova, che (tranne questo sol caso) la conquista della Siria e della Cilicia appena interruppe il progresso dell'armi persiane. Erano abbandonati i vantaggiosi angusti passi del monte Tauro, nei quali un invasore, la cui principale forza consisteva nella cavalleria, si sarebbe trovato impegnato in un combattimento assai diseguale, e si lasciò che Sapore assediasse Cesarea, capitale della Cappadocia; città la quale, benchè di secondo ordine, si supponeva che contenesse quattrocentomila abitanti. Era Demostene comandante della piazza, non tanto per commissione dell'Imperatore, quanto per la volontaria difesa della sua patria. Egli allontanò per molto tempo il fato della medesima, e quando finalmente Cesarea fu tradita dalla perfidia di un medico, egli si aprì col ferro la strada a traverso i Persiani, che aveano ordine di usare le maggiori diligenze per prenderlo vivo. Questo eroico comandante fuggì il potere di un nemico, che avrebbe onorato o punito il suo ostinato valore; ma molte migliaia de' suoi concittadini perirono involte in una generale strage, e Sapore viene accusato di avere trattati i suoi prigionieri con una capricciosa ed insaziabile crudeltà[865]. Molto dovrebbe certamente accordarsi all'animosità nazionale, molto alla superbia umiliata, ed alla impotente vendetta; ma è certo soprattutto che lo stesso Principe, che aveva nell'Armenia spiegato il dolce carattere di legislatore, si mostrò ai Romani sotto il feroce aspetto di conquistatore. Disperando egli di fare alcuno stabilimento permanente nell'Impero, procurò solamente di lasciar dietro a se una devastata solitudine, mentre trasportava nella Persia il popolo e le ricchezze delle province[866].

Nel tempo che l'Oriente tremava al nome di Sapore, questi ricevè un dono non indegno dei Re più grandi, un lungo seguito di cammelli, carichi delle più rare e preziose mercanzie. La ricca offerta era accompagnata da una rispettosa, ma non servil lettera di Odenato, uno dei più nobili ed opulenti Senatori di Palmira. «Chi è questo Odenato» (disse il superbo vincitore, e comandò che fossero i doni gettati nell'Eufrate) «che così insolentemente ardisce di scrivere al suo Signore? S'egli spera addolcire il suo castigo, cada con le mani legate dietro le spalle prostrato a' piedi del nostro trono. S'egli indugia un momento, la distruzione si spargerà prontamente sulla sua testa, sull'intera sua stirpe e sulla sua patria»[867]. La disperata estremità, alla quale fu il Palmireno ridotto, mise in azione tutte le ascose potenze del suo spirito. Andò egli incontro a Sapore, ma con le armi, in mano. Comunicando il suo coraggio ad un piccolo esercito, raccolto dai villaggi della Siria[868], e dalle tende del deserto[869], si aggirò intorno all'oste persiana, l'affaticò nella ritirata, portò via parte del tesoro, e ciò ch'era più caro di ogni tesoro, molte donne del gran Re, il quale alla fine fu obbligato di ripassare l'Eufrate con qualche segno di fretta e di confusione[870]. Con questa impresa Odenato gettò i fondamenti della sua futura gloria e grandezza. La maestà di Roma, oppressa da un Persiano, fu sostenuta da un Soriano od Arabo di Palmira.

La voce della Storia, che spesso altro non è che l'organo dell'odio o dell'adulazione, rimprovera a Sapore un altiero abuso dei diritti della vittoria. Dicesi che Valeriano, incatenato ma rivestito della porpora imperiale, venne esposto alla moltitudine per un costante spettacolo di caduta grandezza, e che qualora il persiano Monarca montava a cavallo, posava il piede sul collo dell'Imperatore romano. Malgrado tutte le rimostranze de' suoi alleati, che reiteratamente l'avvertivano di rammentarsi le vicende della fortuna, di temere la risorgente potenza di Roma, o di servirsi dell'illustre suo prigioniero per pegno della pace e non per oggetto d'insulto, Sapore sempre rimase inflessibile. Dopo che Valeriano succumbè sotto il peso della vergogna e del dolore, la sua pelle impagliata a somiglianza di corpo umano fu conservata per varj secoli nel più illustre tempio della Persia; monumento più reale di trionfo, che gl'immaginarj trofei di bronzo e di marmo sì spesso eretti dalla vanità dei Romani[871]. Il racconto è morale e patetico, ma ne può essere facilmente messa in dubbio la verità. Le lettere, tuttora esistenti, dei Principi dell'Oriente a Sapore, sono manifeste imposture[872]; e non è naturale il supporre, che un geloso Monarca volesse (anche nella persona di un rivale) avvilire così pubblicamente la Maestà Reale. Qualunque trattamento però si fosse provato dall'infelice Valeriano nella Persia, è certo almeno che l'unico romano Imperatore, che mai cadesse nelle mani dei nemici, languì per tutta la sua vita in una prigionia senza speranza.