Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 28

Chapter 283,466 wordsPublic domain

La generale congiura, che atterrì i Romani sotto il regno di Marco Antonino, comprendeva quasi tutte le nazioni della Germania e fino della Sarmazia, dalla foce del Reno a quella del Danubio[716]. E impossibile di stabilire se questa precipitosa confederazione fu formata dalla necessità, dalla ragione, o dalla passione, ma siamo sicuri che i Barbari non furono allettati dall'indolenza, nè provocati dall'ambizione del Monarca romano. Questa pericolosa invasione richiese tutta l'intrepidezza e vigilanza di Marc'Aurelio. Egli pose Generali molto esperti nei diversi posti d'attacco, e prese in persona il comando dell'armi nella più importante provincia del Danubio superiore. Dopo un lungo e dubbioso conflitto il coraggio di quei Barbari fu domato, I Quadi ed i Marcomanni[717], che si erano fatti i capi della guerra, furono in quella catastrofe più degli altri severamente puniti. Vennero costretti a ritirarsi cinque miglia[718] dalle rive del Danubio, ch'essi abitavano, e a dare in ostaggio il fiore de' loro giovani, i quali furono immediatamente mandati nella Britannia, isola remota, dove potessero essere sicuri come ostaggi, ed utili come soldati[719]. Irritato l'Imperatore per le frequenti ribellioni dei Quadi e dei Marcomanni, si risolvè di ridurre il lor paese in Provincia. La morte sconcertò i suoi disegni. Questa lega formidabile, la sola che comparisca nei due primi secoli della Storia Augusta, fu interamente dissipata, senza lasciare di se traccia veruna nella Germania.

Nel corso di questo capitolo, che servir dee d'introduzione, ci siamo ristretti ai generali lineamenti dei costumi della Germania, senza tentar di descrivere o distinguere le varie tribù, che riempivano quel vasto paese ai tempi di Cesare, di Tacito, o di Tolomeo. A misura che le antiche o le nuove tribù si presenteranno nel corso di questa Storia, noi faremo breve menzione delle loro origini, e situazioni, e dei loro particolari caratteri. Le nazioni moderne sono società fisse e permanenti, unite tra loro dalle leggi e dal Governo, attaccate al suolo nativo per le arti e per l'agricoltura. Le tribù della Germania erano volontarie e fluttuanti associazioni di soldati, quasi direi di selvaggi. Un medesimo territorio cangiava spesso di abitatori nelle varie vicende di conquiste e di emigrazioni. Le stesse comunità, unendosi per formare un piano di difesa o d'invasione, davano un nuovo nome alla nuova loro confederazione. Lo scioglimento di una antica lega rendeva alle indipendenti tribù i loro particolari nomi, da lungo tempo obbliati. Un popolo vittorioso spesso comunicava il suo proprio nome al vinto. Turme di volontarj correvano talora da tutte le parti sotto le insegne di un condottier favorito; il suo campo diveniva la loro patria, e qualche circostanza di quella impresa dava ben presto un nome comune a quella mista moltitudine. Le distinzioni dei feroci invasori erano continuamente mutate da loro medesimi, o confuse dagli attoniti sudditi dell'Impero romano[720].

Le guerre e l'amministrazione dei pubblici affari sono i soggetti principali della Storia; ma il numero delle persone interessate in quelle scene di affari è molto diverso secondo che diversa è la condizione degli uomini. Nelle grandi Monarchie, milioni di sudditi ubbidienti attendono alle loro utili occupazioni in seno alla pace ed all'oscurità. L'attenzione dello scrittore e del lettore allora è solamente ristretta ad una Corte, ad una capitale, ad un esercito regolare, ed a distretti che accidentalmente divengono teatri di militari operazioni. Ma uno Stato d'indipendenza e barbarie, il tempo delle turbolenze civili, o la situazione delle piccole Repubbliche[721], mette quasi ogni membro della società in azione e per conseguenza in veduta. Le divisioni irregolari, e le inquiete turbolenze della Germania abbagliano la nostra immaginazione, e par che moltiplichino il loro numero. La prolissa enumerazione di tanti Re e di tanti guerrieri, di eserciti e di nazioni, ci fa quasi dimenticare, che i medesimi oggetti vengono continuamente ripetuti sotto nomi diversi e che spesso i nomi più illustri sono stati largamente conceduti agli oggetti meno degni di considerazione.

NOTE:

[634] Da Erodoto, Senofonte, Erodiano, Ammiano, Chardin, ec., ho estratto alcune _probabili_ notizie sulla nobiltà persiana, le quali sembrano o comuni ad ogni secolo, o particolari a quelle dei Sassanidi.

[635] I moderni filosofi della Svezia sembrano accordarsi a credere, che le acque del Baltico gradatamente scemino in una regolare proporzione, ch'e' si sono avventurati a valutare mezzo pollice ogni anno. Venti secoli addietro, il basso terreno della Scandinavia deve essere stato coperto dal mare; mentre le terre più alte sovrastavano alle acque, come altrettante isole di forme e dimensioni diverse. Tale difatto è l'idea che Mela, Plinio e Tacito ci danno delle vaste contrade intorno al Baltico. Vedi nella _Bibliothèque raisonnée_, tom. XL e XLV un lungo estratto della Storia di Svezia di Dalin, scritta in lingua Svezzese.

[636] Particolarmente il Sig. Hume, l'Abate du Bos, ed il Sig. Pelloutier Stor. dei Celti tom. I.

[637] Diod. Sic. l. V p. 340 ediz. Wessel. Erodiano l. VI p. 221. Jornandes c. 55. Sulle rive del Danubio il vino, quando era portato in tavola, veniva ghiacciato in grossi pezzi, _frusta vini_. Ovid. Epist. ex Ponto l. IV 7, 9, 10. Virgil. Georg. l. III 355. Il fatto è confermato da un soldato filosofo, che avea provato l'intenso freddo della Tracia. Vedi Senofonte, Anabasis l. VII p. 560, edizione Hutchinson.

[638] Buffon Stor. Nat. tom. 12 p. 79, 116.

[639] Caesar de bello Gallico VI 23 ec. I più curiosi esploratori tra i Germani ne ignoravano gli ultimi confini, benchè molti di essi vi avessero viaggiato per più di 60 giorni di cammino.

[640] Cluverio (_Germania Antiqua_ l. III c. 47) rintraccia piccoli dispersi avanzi della foresta Ercinia.

[641] Charlevoix _Histoire du Canada_.

[642] Olao Rudbeck sostiene che le donne svezzesi generavano sovente dieci o dodici figli, e non è straordinario il numero di venti o di trenta; ma l'autorità di Rudbeck si deve avere per molto sospetta.

[643] _In hos artus, in haec corpora, quae miramur, excrescunt._ Tacit. German. 3, 20. Cluver l. 1, c. 14.

[644] Plutar. in Mario. I Cimbri per divertimento sdrucciolavano dalle montagne di neve sopra i loro grandi scudi.

[645] Fecero i Romani la guerra in tutti i climi, e con l'eccellente lor disciplina si conservarono in gran parte la salute ed il vigore. È da osservarsi, che l'uomo è il solo animale, il quale possa vivere e moltiplicare in ogni paese, dall'Equatore ai Poli. Sembra che in questo privilegio il porco si avvicini più d'ogni altro animale alla nostra specie.

[646] Tacit. German. c. 3. I Galli nella loro emigrazione seguitarono il corso del Danubio, e si sparsero nella Grecia e nell'Asia. Tacito non potè rinvenire che una sola piccola tribù, la quale conservasse alcune tracce di una gallica origine.

[647] Secondo il Dott. Keating. (Stor. d'Irlanda p. 13, 14) il gigante Partolano, ch'era figlio di Seara, figlio di Esra, figlio di Sru, figlio di Framant, figlio di Fathaclan, figlio di Magog, figlio di Jafet, figlio di Noè, approdò alla costa di Munster, ai 14. Maggio, l'anno del Mondo 1978. Benchè egli avesse un felice successo nella sua grande impresa, la rilassata condotta della sua moglie gli rendè la vita domestica molto infelice, e lo irrito a un segno, che uccise.... di lei favorito veltro. Questo, come il dotto Storico osserva, fu il _primo_ esempio di falsità e d'infedeltà femminile che mai si conoscesse nell'Irlanda.

[648] Stor. Genealog. dei Tartari, di Abulghazi Bahadur Khan.

[649] La sua opera intitolata _Atlantica_, è rarissima; Bayer ne ha fatto due curiosi estratti, _République des Lettres, Janvier et Février 1685_.

[650] Tacit. Germ. II 19. _Litterarum secreta viri pariter ac foeminae ignorant._ Possiam contentarci di questa decisiva autorità, senza entrare nelle oscure dispute concernenti l'antichità dei caratteri Runici. Il dotto Celsio, svezzese, letterato e filosofo, era d'opinione che quei caratteri altro non fossero che lettere romane, con le curve cangiate in linee rette per la facilità dell'incisione. Ved. Pelloutier Stor. dei Celti l. II c. 11. _Dictionnaire Diplomat._ tom. I. p. 223. Possiamo aggiugnere che le più antiche iscrizioni runiche si credono essere del terzo secolo, ed il più antico Scrittore che le rammenti, è Venanzio Fortunato (Carmen. VII 18) il quale viveva verso la fine del sesto secolo.

_Barbara fraxineis pingatur RUNA tabellis._

[651] _Recherches Philosoph. sur les Améric._ tom. III. pag. 228. L'autore di questa bella opera è (se non sono male informato) tedesco di nascita.

[652] Il geografo Alessandrino è spesso criticato dall'esatto Cluverio.

[653] Vedi Cesare ed il dotto Sig. Whitaker nella sua Storia di Manchester vol. I.

[654] Tacit. German. 15.

[655] Quando i Germani ordinarono agli Ubii di Colonia di scuotere il giogo romano, e ripigliare con la nuova lor libertà gli antichi costumi, insisterono sull'immediata demolizione delle mura della Colonia. _Postulamus a vobis, muros coloniae, munimenta servitii detrahatis; etiam fera animalia, si clausa teneas, virtutis obliscuntur._ Tacit. Hist. IV. 64.

[656] Gli sparsi villaggi della Slesia si estendono per diverse miglia di lunghezza. Vedi Cluver. l. I c. 13.

[657] Centoquaranta anni dopo Tacito, furono erette alcune fabbriche più regolari vicino al Reno e al Danubio Erodiano, l. VII p. 234.

[658] Tacit. Germ. 17.

[659] Tacit. German. 5.

[660] Caesar De bell. Gall. VI 21.

[661] Tacit. Germ. 26 Caesar VI 22.

[662] Tacit. Germ. 6.

[663] Dicesi che i Messicani ed i Peruviani senza l'uso della moneta e del ferro, han fatto un grandissimo progresso nelle arti. Queste arti, ed i monumenti, da esse prodotti, sono stati moltissimo esagerati. Ved. _Recherches sur les Américains_ tom. II p. 153 ec.

[664] Tacit. Germ. 15.

[665] Tacit. Germ. 22, 23.

[666] Id. 24. Poteano i Germani avere apprese dai Romani le _arti_ del giuoco, ma la _passione_ di esso è mirabilmente inerente all'umana specie.

[667] Tacit. Germ. 14.

[668] Plutarc. in Camillo. Tit. Liv. V. 33.

[669] Dubos. Stor. della Monarc. francese tom. I p. 93.

[670] La nazione elvetica che uscì dal paese chiamato _degli Svizzeri_, conteneva trecentosessantottomila persone di ogni età e d'ogni sesso (_Caesar De bell. Gall._ l. 29.) Adesso il numero degli abitatori nel _pays de Vaux_ (picciol distretto sulle rive del lago Lemano, molto più illustre per la cultura che per l'industria) ascende a 112591. Vedi un eccellete trattato del Sig. Muret, nelle Mem. della Società di Berna.

[671] Paolo Diacono c. 1. 2. 3, Machiavello, Davila, ed il restante dei seguaci di Paolo, rappresentano queste emigrazioni come disegni troppo regolari e concertati.

[672] Guglielmo Temple e Montesquieu si sono, su questo soggetto, lasciati trasportare dalla solita vivacità della loro fantasia.

[673] Machiavello Stor. di Firenze l. I. Mariana Stor. spagnuola l. V c. I.

[674] Robertson, Vita di Carlo Quinto. Hume, Saggi politici.

[675] Tacit. Germ. 44, 45. Frensemio (che dedicò il suo supplemento di Tito Livio a Cristina di Svezia), si crede in obbligo di far molto lo sdegnato con quel Romano che mostrò così poco rispetto per le Regine del Settentrione.

[676] Non sarebbe egli da sospettarsi che la superstizione generasse il dispotismo? Dicesi che i discendenti di Odino (la cui stirpe non si estinse fino all'anno 1060) regnarono nella Svezia per più di mille anni. Il tempio di Upsal era l'antica sede della Religione e dell'Impero. Nell'anno 1153 ritrovo una legge singolare, la quale a tutti proibisce l'uso ed il possesso delle armi, eccettuate lo guardie del Re. Non è egli probabile che fosse questa legge colorita col pretesto di ristabilire una antica istituzioni? Ved. Dalin; Storia di Svezia nella Biblioteca Ragionata tom. XL. e XLV.

[677] Tacit. Germ. c. 43.

[678] Tacit. Germ. c. 11, 12, 13 ec.

[679] Grozio muta una espressione di Tacito, _pertractantur_ in _praetractantur_. La correzione è giusta non men che ingegnosa.

[680] Nel _nostro_ antico Parlamento ancora, i baroni sovente decidevano una questione non tanto col numero dei voti, quanto con quello dei loro seguaci.

[681] Caesar de Bell. Gall. VI. 23.

[682] _Minuunt controversias_, è una espressione di Cesare.

[683] _Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt._ Tacit. German. 7.

[684] Cluver. Germ. Ant. l. I. c. 38.

[685] Caesar VI 22. Tacit. Germ. 26.

[686] Tacit. Germ. 7.

[687] Tacit. Germ. 13, 14.

[688] _Esprit des loix_ l. XXX c. 3. La brillante immagine di Montesquieu è però corretta dal semplice e freddo ragionamento dell'Abate di Mably. Osservazioni sulla storia di Francia tomo. I p. 556.

[689] _Gaudent muneribus, sed nec data imputant, nec acceptis obligantur._ Tacit. Germ. c. 21.

[690] L'adultera veniva frustata pel villaggio. Nè la ricchezza o la beltà potevano inspirar compassione, o procurarle un secondo marito. Ivi, 18, 19.

[691] Ovidio impiega dugento versi nella ricerca dei luoghi più propizi all'amore. Soprattutto egli considera il teatro come il più adatto a riunire le bellezze di Roma o indurle alla tenerezza ed alla sensualità.

[692] Tacit. Stor. IV 61, 65.

[693] I doni nuziali consistevano in bovi, cavalli ed armi. Vedi Germ. c. 18. Tacito è alquanto pomposo su questo soggetto.

[694] La mutazione di _exigere_ in _exugere_ è una correzione eccellente.

[695] Tacit. Germ. c. 7. Plutarco in Mario. Prima che le vedove dei Teutoni si distruggessero da se stesse con i loro figli, si erano offerte a rendersi, con il patto di esser ricevute come schiave delle Vestali.

[696] Tacito ha impiegato poche righe, e Cluverio cento ventiquattro pagine su questo oscuro soggetto. Il primo ritrova nella Germania gli Dei della Grecia e di Roma. L'ultimo decide che, sotto gli emblemi del sole, della luna e del fuoco, i suoi devoti antenati adoravano la Trinità nell'Unità.

[697] Il sacro bosco, descritto con sublime orrore da Lucano, era nella vicinanza di Marsiglia. Ma ve n'erano molti della stessa specie nella Germania.

[698] Tacit. German. c. 7.

[699] Tac. c. 4.

[700] Vedi Robertson vita di Carlo V. Vol. I nota 10.

[701] Tacit. Germ. c. 6. Questi stendardi altro non erano che teste di animali feroci.

[702] Vedi un esempio di questo costume in Tacito, Annal. XIII. 57.

[703] Cesare, Diodoro e Lucano sembrano attribuire questa dottrina ai Galli, ma il Sig. Pelloutier (Stor. dei Celti l. XIII c. 18) si sforza d'interpretare le loro espressioni in un senso più ortodosso.

[704] Riguardo a questa grossolana, ma seducente dottrina dell'Edda, vedi la favola XX nella curiosa traduzione di quel libro, pubblicata dal sig. Mallet nella sua introduzione alla storia di Danimarca.

[705] Vedi Tacito Germ. c. 3, Diod. Sicul. l. V, Strab. l. IV p. 197. Il dotto lettore può rammentarsi il grado di Demodoco nella Corte feacia, e l'ardore infuso da Tirteo negli avviliti Spartani. Vi è per altro poca probabilità, che i Greci ed i Germani fossero una stessa nazione. Quante erudite fole si risparmierebbero, se volessero i nostri antiquarj riflettere, che situazioni simili produrranno naturalmente simili costumi.

[706] _Missilia spargunt._ Tacit. German. c. 6. O questo Storico si è servito di una indeterminata espressione, o ha voluto dire che erano gettati a caso.

[707] Era questa la loro principale distinzione dai Sarmati, i quali generalmente combattevano a cavallo.

[708] La relazione di questa impresa occupa una gran parte dei libri quarto e quinto della Storia di Tacito, ed è più pregevole per l'eloquenza, che per la chiarezza. Enrico Saville vi ha osservate molte negligenze.

[709] Tacito Stor. IV 13. Avea come essi perduto un occhio.

[710] Erano comprese tra i due rami dell'antico Reno, come sussistevano prima che l'arte e la natura cambiassero l'aspetto del paese. Vedi Cluver. German. Antiq. l. II c. 30, 57.

[711] Caesar De Bell. Gall. l. VI 23.

[712] Sono essi però rammentati nel IV e V secolo da Nazzario, Ammiano, Claudiano ec. come una Tribù di Franchi. Vedi Cluver. Germ. Antiq. l. III c. 13.

[713] _Urgentibus_ è la comun lezione; ma il buon senso, Lipsio ed alcuni Mss. si dichiararono per _vergentibus_.

[714] Tacit. German. c. 33. Il devoto abate de la Bleterie è molto sdegnato con Tacito; parla del diavolo, che fu un assassino fin da principio ec. ec.

[715] Possono rinvenirsi molte tracce di questa politica in Tacito ed in Dione; e molte più si possono dedurre dai principj della natura umana.

[716] Stor. Aug. p. 31. Ammian. Marcell. lib. XXXI c. 5. Aurel. Vittor. L'Imperatore Marco Aurelio fu ridotto a vendere i ricchi addobbi del palazzo, ed arruolare gli schiavi ed i ladri.

[717] I Marcomanni (colonia, che dalle rive del Reno occupò la Boemia e la Moravia) avevano una volta eretta una grande e formidabile Monarchia sotto il loro Re Marobodno. Vedi Strabone l. VII, Vell. Paterc, II. 105, Tacit. Annal. II 63.

[718] Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 166) estende la proibizione ad una distanza dieci volte maggiore. Il suo ragionamento è specioso, ma non concludente. Cinque miglia erano sufficienti per una fortificata barriera.

[719] Dione l. LXXI e LXXII.

[720] Vedi un'eccellente dissertazione su l'origine e l'emigrazione delle nazioni nelle Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni tom. XVIII p. 48, 71. È raro, che l'antiquario e il filosofo si trovino sì felicemente uniti in una sola persona.

CAPITOLO X.

_Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni._

[A.D. 248-268]

I vent'anni, che scorsero dai grandiosi giuochi secolari di Filippo alla morte di Gallieno, furono una serie di obbrobrj e di calamità. In ogni momento di quel calamitoso periodo, si videro barbarici invasori, e militari tiranni opprimere ogni provincia del romano Impero, il quale pareva ormai giunto all'ultimo funesto termine del suo disfacimento. La confusione dei tempi, e la scarsezza di memorie autentiche, oppongono uguali difficoltà allo Storico, che procura di conservar chiaro e non interrotto il filo della sua narrazione. Circondato da imperfetti frammenti sempre concisi, spesso oscuri, e talvolta contradditorj, egli è ridotto a raccogliere, paragonare, e far congetture; e sebbene non dovrebbe mai fondarle sulla schiera dei fatti, pure la cognizione della natura umana, e della sicura operazione delle vive e sfrenate passioni della medesima, potrebbe in qualche occasione supplire alla mancanza di molti materiali storici.

Non v'è, per esempio, alcuna difficoltà nel concepire, che le successive uccisioni di tanti Imperatori avessero sciolti tutti i vincoli di fedeltà tra il Principe ed il Popolo; che tutti i Generali di Filippo fossero pronti ad imitare l'esempio del loro Sovrano, e che il capriccio degli eserciti, da gran tempo avvezzi alle spesse e violente rivoluzioni, potesse ogni giorno innalzare al trono il più vile dei soldati. La Storia può solamente aggiungere, che, la ribellione contro l'Imperatore Filippo scoppiò nella state dell'anno dugentoquarantanove tra le legioni della Mesia; e che Marino, uffiziale subalterno[722], fu l'oggetto della loro sediziosa scelta. Filippo si spaventò. Temeva che il tradimento di quell'esercito non divenisse la prima favilla di un generale incendio. Agitato dalla coscienza della sua reità, e dal suo pericolo, comunicò la nuova al senato. Restarono tutti in un profondo silenzio, effetto del timore, e forse della malevolenza: ma Decio finalmente, uno dell'assemblea, con animo degno della nobil sua nascita[723] osò mostrarsi più intrepido del medesimo Imperatore. Trattò tutto quell'affare con disprezzo, come un precipitoso o sconsiderato tumulto, ed il rivale di Filippo, come un fantasma di sovranità, che sarebbe in pochi giorni distrutto dalla stessa incostanza che creato l'avea. Il pronto adempimento della profezia inspirò a Filippo una giusta stima verso un consigliere sì abile; e Decio gli parve il solo capace di ristabilire la quiete e la disciplina in un esercito, il cui spirito tumultuoso non era interamente calmato dopo l'assassinio di Marino. Sembra che Decio, resistendo lungamente alla scelta fatta di se, volesse mostrare il pericolo che vi era nel presentare un condottiero di merito agl'inaspriti e paventanti soldati; e la sua predizione fu di nuovo confermata dall'evento. Le legioni della Mesia costrinsero il loro giudice a divenire lor complice, presentandogli l'alternativa della morte o della porpora. La sua susseguente condotta, dopo un passo così decisivo, era già inevitabile. Condusse egli, o piuttosto seguì la sua armata ai confini dell'Italia, dove Filippo, adunando tutte le sue forze per respingere il formidabile competitore da lui stesso innalzato, si avanzò ad incontrarlo. Le truppe imperiali erano più numerose[724]; ma l'esercito dei ribelli era tutto composto di veterani, e comandato da un Capo abile e sperimentato. Filippo o fu ucciso nella battaglia, o messo a morte pochi giorni dopo in Verona. Il suo figlio e collega nell'Impero fu trucidato in Roma dai Pretoriani; e Decio vittorioso con le più favorevoli circostanze, che potessero in quel secolo servir di pretesto all'ambizione, fu universalmente riconosciuto dal Senato e dalle province. Vien riferito che immediatamente dopo d'avere contro sua voglia accettato il titolo di Augusto, avea con un secreto messaggio informato Filippo della sua innocenza e della sua fedeltà, solennemente protestando che al suo arrivo nell'Italia deporrebbe gli ornamenti imperiali, e rientrerebbe nella condizione di suddito obbediente. Poteano essere sincere le sue proteste. Ma nella situazione, in cui l'avea posto la sorte, era quasi impossibile ch'egli potesse o perdonare, od ottenere il perdono.

[A. D. 250]

L'Imperatore Decio aveva impiegati pochi mesi nella opera della pace, e nell'amministrazione della giustizia, quando l'invasione dei Goti lo chiamò sul Danubio. È questa la prima importante occasione, nella quale la Storia faccia menzione di quel gran popolo, che atterrò di poi la romana potenza, saccheggiò il Campidoglio, e regnò nella Gallia, nella Spagna, e nell'Italia. Essi contribuirono cotanto alla sovversione dell'Impero occidentale, che il nome de' Goti viene spesso, ma impropriamente, usato come una generale denominazione di Barbari bellicosi e feroci.