Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 26

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Il governo e la religione della Persia hanno meritato qualche riguardo per la loro connessione colla decadenza e rovina dell'Impero romano. Noi faremo accidentalmente menzione delle tribù degli Sciti, e dei Sarmati, che colle loro armi, e co' loro cavalli, con i greggi e gli armenti, colle mogli e famiglie andavano errando per le immense pianure, che si stendono dal mar Caspio alla Vistola, dai confini della Persia a quelli della Germania. Ma i guerrieri Germani, che dopo avere resistito all'occidental monarchia dei Romani, ne divennero gl'invasori, e poi i distruttori, occuperanno un luogo più importante in questa Storia, ed hanno un diritto maggiore, e (se dir si può) più domestico per richiamare la nostra attenzione. Le più civili nazioni della moderna Europa uscirono dalle foreste della Germania, e nelle rozze istituzioni di quei Barbari si possono rintracciar tuttavia gli originali principj delle nostre leggi, e dei nostri costumi presenti. Tacito, il primo tra gli storici che applicasse la filosofia allo studio dei fatti, ha con occhio perspicace considerato i Germani nel loro primo stato di semplicità e d'indipendenza, e gli ha delineati coi soliti tratti del suo eccellente pennello. L'espressiva concisione delle sue descrizioni ha meritato di esercitare la diligenza d'innumerabili antiquarj, e di eccitare l'ingegno e l'acume degli storici filosofici de' nostri giorni. Questo soggetto, benchè vario e importante, è già stato discusso così spesso, così dottamente, e con tanto successo, che è divenuto ormai famigliare al lettore e difficile per lo scrittore. Ci contenteremo pertanto di osservare, o (per meglio dire) di ripetere alcune delle più importanti circostanze del clima, dei costumi, e delle istituzioni, per le quali i rozzi Barbari della Germania divennero nemici tanto formidabili alla potenza romana.

L'antica Germania, escludendo da' suoi indipendenti confini l'occidentale provincia del Reno, che già era soggetta al giogo romano, comprendeva una terza parte dell'Europa. Quasi tutta la moderna Germania, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Livonia, la Prussia, e la maggior parte della Polonia erano popolate dalle diverse tribù di una numerosa nazione, le quali nel colore, nei costumi, e nel linguaggio indicavano una comune origine, e conservavano una forte rassomiglianza. All'occidente il Reno separava l'antica Germania dalle galliche province dell'Impero, e al mezzogiorno il Danubio la dividea dalle illiriche. La catena dei monti Carpazj, che cominciavano dal Danubio, copriva la Germania dalla parte della Dacia, o dell'Ungheria. La frontiera orientale era debolmente segnata dai timori scambievoli dei Germani e dei Sarmati, e spesso confusa per lo mescuglio delle due confinanti nazioni, ora nemiche ed ora confederate. Nella remota oscurità del Settentrione gli antichi descrivevano imperfettamente un gelato Oceano che giace di là del Baltico, e dalla penisola, ovvero dall'isole[635] della Scandinavia.

Alcuni ingegnosi Scrittori[636] hanno sospettato che l'Europa fosse prima molto più fredda di quel che sia di presente, e le più antiche descrizioni del clima della Germania tendono moltissimo a confermare la loro teoria. Poco forse meritano di essere considerate le generali lagnanze d'intenso gelo, e di perpetuo inverno, giacchè non abbiamo un metodo di ridurre all'esatta misura del termometro i sensi o le espressioni di un oratore nato nelle più fortunate regioni della Grecia o dell'Asia. Ma io sceglierò due notevoli e meno equivoche prove. I. I due grandi fiumi, che coprivano le province romane, il Reno ed il Danubio, erano spesso gelati, e capaci di sostenere i pesi più enormi. I Barbari, scegliendo sovente quella rigida stagione per le loro incursioni, passavano senza timore o pericolo, con le loro numerose armate, con la cavalleria e con i pesanti carri sopra un vasto e stabile ponte di ghiaccio[637]. I secoli moderni non ci hanno dato alcun esempio di somigliante fenomeno. II. I Rangiferi, quegli animali sì utili, da cui ricava il Selvaggio del Settentrione i migliori sollievi della sua orrida vita, sono di un temperamento che soffre, anzi richiede il freddo più intenso. Si trovano sugli scogli di Spitzberg, dentro dieci gradi dal polo; sembrano dilettarsi delle nevi della Lapponia e della Siberia; ma adesso non possono vivere, e molto meno moltiplicare, in alcun paese al mezzogiorno del Baltico[638]. Ai tempi di Cesare i Rangiferi, come pure la Gran Bestia ed il toro salvatico, erano naturali della selva Ercinia, che allora occupava una gran parte della Germania e della Polonia[639]. I moderni miglioramenti spiegano abbastanza le cagioni della diminuzione del freddo. A poco a poco si sono abbattuti quei boschi immensi, che toglievano al suolo i raggi solari[640]. Si sono seccate le paludi, ed a proporzione che il terreno è stato coltivato, l'aria è divenuta più temperata. Il Canadà ai giorni nostri è l'esatto quadro dell'antica Germania. Benchè situato sotto il medesimo parallelo colle più belle province della Francia e dell'Inghilterra, soffre quel paese il freddo più rigoroso. Vi sono in gran numero i Rangiferi; la terra è coperta di neve alta e durevole; ed il gran fiume di S. Lorenzo è regolarmente gelato in una stagione, nella quale le acque della Senna e del Tamigi sono ordinariamente sciolte dal ghiaccio[641].

È difficile il determinare, e facile l'ingrandire l'influenza del clima dell'antica Germania sopra gli animi e sopra i corpi dei nazionali. Molti Scrittori hanno supposto, e moltissimi hanno affermato (benchè, per quanto sembra, senza alcuna adeguata prova) che il freddo rigoroso del settentrione fosse favorevole alla lunga vita, ed alla forza generatrice; che le donne vi fossero più feconde, e la specie umana più prolifica, che nei climi più caldi o più temperati[642]. Noi possiamo asserire con maggior confidanza che l'aria pungente della Germania formasse le grandi e maschie membra dei nazionali, i quali erano in generale di una più alla statura, che i popoli del mezzogiorno[643]; e desse loro una specie di forza meglio adatta ai violenti esercizj che alla paziente fatica; ed inspirasse un valor macchinale, che è l'effetto dei nervi e degli spiriti. L'asprezza di una campagna d'inverno, che agghiacciava il coraggio dello truppe romane, veniva appena sentita da quei robusti figli del Settentrione[644], i quali erano a lor volta incapaci di resistere ai calori estivi, e cadevano in languidezza ed infermità sotto i raggi d'un sole d'Italia[645].

Non v'è in tutto il globo un largo tratto di paese, che sia stato scoperto privo d'abitatori, o la cui prima popolazione possa fissarsi con qualche grado di storica certezza. E ciò non ostante, siccome le menti le più filosofiche possono raramente trattenersi dall'investigare l'infanzia delle grandi nazioni, la nostra curiosità si consuma in faticosi ed inutili sforzi. Quando Tacito considerò la purità del sangue germano, e il ributtante aspetto del paese, si determinò a dichiarare Indigeni, ovvero nativi del suolo quei barbari. Possiamo asserire con sicurezza e forse con verità, che l'antica Germania non fu originariamente popolata da alcuna colonia straniera, già unita in società politica[646], ma che il nome e la nazione riceverono l'esistenza dalla lenta unione dei vagabondi selvaggi delle Ercinie foreste. Il sostenere che quei Selvaggi erano una naturale produzione della terra da loro abitata, sarebbe una temeraria dottrina, condannata dalla religione, e non sostenuta dalla ragione.

Un dubbio così ragionevole mal si combina collo spirito della vanità popolare. Le nazioni, che adottarono la storia Mosaica del Mondo, han fatto dell'Arca di Noè quell'uso medesimo che fecero una volta i Greci e i Romani dell'assedio di Troia. Sulla angusta base di quella riconosciuta verità, è stato innalzato un vasto ma uniforme edifizio di favole; ed il rozzo Irlandese[647] non meno che il Tartaro selvaggio[648] potrebbero indicare qual fu tra i figli di Jafet quegli, da' cui lombi direttamente discesero i lor maggiori. L'ultimo secolo fu fertile in dottissimi e creduli antiquarj, i quali colla dubbia scorta delle leggende e delle tradizioni, delle congetture e delle etimologie, condussero i discendenti di Noè dalla torre di Babel fino alle estremità del Globo. Tra que' critici giudiziosi, Olao Rudbeck, professore dell'Università di Upsal[649], è il più dilettevole. Questo zelante cittadino riferisce alla sua patria tutto ciò, che vi ha di celebre nella favola o nella storia. Dalla Svezia (ch'era una parte considerabile della Germania) riceverono i Greci il loro alfabeto, la religione e l'astronomia. Quella amena regione, (che tal pareva agli occhi di un nazionale), avea dato luogo alle deboli ed imperfette copie dell'Atlantide di Platone, del paese degli Iperborei, degli orti Esperidi, delle Isole Fortunate, e dei campi Elisi. Un clima, sì prodigamente favorito dalla natura, non potea rimanere lungo tempo disabitato dopo il diluvio. Il dotto Rudbeck concede alla famiglia di Noè pochi anni per moltiplicare da otto sole persone a ventimila. Li disperde quindi in diverse piccole colonie per popolar la terra e propagare la specie umana. Il distaccamento germano o svezzese (che, se non m'inganno, marciò sotto il comando di Askenaz, figlio di Gomer, figlio di Jafet) si distinse con una straordinaria diligenza nel proseguimento di questa grand'opera. Il settentrionale alveare mandò i suoi sciami nella maggior parte della Europa, dell'Affrica e dell'Asia, e (per servirsi della metafora dell'autore) il sangue tornò indietro dalle estremità al cuore.

Ma tutto questo ingegnoso sistema delle germane antichità è distrutto da un semplice fatto, troppo bene attestato per metterlo in dubbio, e troppo decisivo per dar luogo ad alcuna replica. I Germani ai tempi di Tacito non conoscevano l'uso delle lettere[650]; e l'uso delle lettere è la principale circostanza che distingue una culta nazione da un gregge di Selvaggi, incapaci di scienza o riflessione. Senza questo aiuto artificiale, l'umana memoria perde presto o corrompe le idee affidatele; e le facoltà più nobili della mente, non più aiutate dagli esempj o dai materiali, perdono a poco a poco la loro attività: l'intendimento divien debole ed assopito, l'immaginazione languida o irregolare. Per meglio comprendere una verità sì importante, procuriamo di calcolare, in una società incivilita, l'immensa distanza, che passa tra l'uomo scienziato, ed il contadino ignorante. Il primo, con la lettura e con la riflessione, moltiplica la sua propria esperienza, e vive in secoli ed in paesi remoti; mentre il secondo, attaccato ad un sol pezzo di terra, è confinato a pochi anni di esistenza, e supera, ma molto poco, nell'esercizio delle facoltà della mente, il bove compagno di sue fatiche. Si troverà la medesima differenza, e forse ancora più grande, fra le nazioni che fra gl'individui; e si può con sicurezza asserire, che senza qualche genere di scrittura niun popolo ha mai conservato i fedeli annali della sua storia, nè fatti progressi considerabili nelle scienze astratte, nè mai posseduto in un grado tollerabile di perfezione le arti utili, o dilettevoli per la vita.

Di queste arti erano miseramente privi gli antichi Germani. Passavano la vita nello stato d'ignoranza e di povertà, che alcuni declamatori si sono compiaciuti di decorare col nome di virtuosa semplicità. La moderna Germania si dice contenere quasi duemila trecento città cinte di mura[651]. In una più vasta estensione di paese, il geografo Tolomeo non potè discoprire più di novanta luoghi, ch'ei decorò col nome di città[652]; quantunque (secondo le nostre idee) mal meritassero quello splendido titolo. Si può soltanto supporre che fossero informi fortezze, costruite nel centro dei boschi, e destinate a porre in sicuro le donne, i ragazzi, ed il bestiame, nel tempo che i guerrieri delle tribù uscivano fuori a respingere un'improvvisa invasione[653]. Ma Tacito asserisce, come fatto ben noto, che i Germani dell'età sua non aveano città[654]; ed affettavano di sprezzare le opere dell'industria romana, come luoghi piuttosto di prigionia che di sicurezza[655]. Le loro case non erano nè contigue, nè distribuite in regolari villaggi[656]; ogni Barbaro fissava la sua indipendente abitazione nel sito, al quale una pianura, un bosco, o una sorgente di acqua dolce lo aveva indotto a dare la preferenza. In quei deboli abituri non s'impiegavano pietre, nè mattoni, nè tegole[657]. Non erano di fatto più che basse capanne di circolare figura, fabbricate di rozzo legno, coperte di strame, e aperte in cima per lasciare un passo libero al fumo. Nel più rigido inverno il duro Germano si contentava d'uno scarso vestito, fatto della pelle di qualche animale. Le nazioni che abitavano verso il Settentrione si coprivano di pellicce; e le donne si facevano per loro uso le vesti di un lino assai rozzo[658]. La cacciagione di varie sorte, di cui eran piene le foreste della Germania, serviva a nutrire ed esercitare i suoi abitatori[659]. I loro numerosi bestiami, più utili in vero che belli[660], formavano la loro ricchezza principale. Una piccola quantità di grano era il solo prodotto di quelle contrade. L'uso dei prati e degli orti era sconosciuto ai Germani; nè si poteva sperare alcun progresso nell'agricoltura da un popolo, le cui possessioni soffrivano ogni anno una generale mutazione per la nuova divisione delle terre arative; e che in quella strana operazione evitava le dispute, lasciando una gran parte de' terreni nuda ed inculta[661].

L'oro, l'argento, ed il ferro erano rarissimi nella Germania. I suoi barbari abitatori non avevano nè abilità, nè pazienza per investigare quelle ricche vene di argento, che hanno ricompensata sì generosamente l'attenzione dei Principi di Brunswich e della Sassonia. La Svezia, che ora dispensa il ferro all'Europa, non conosceva neppur essa le proprie ricchezze; e l'aspetto dell'armi dei Germani era una prova bastante della piccola quantità di ferro, ch'essi poteano impiegare nell'uso da loro creduto il più nobile di questo metallo. I varj trattati di pace e di guerra aveano introdotto alcune monete romane (specialmente d'argento) tra gli abitanti delle rive del Danubio e del Reno; ma le tribù più remote ignoravano affatto l'uso della moneta, faceano il lor piccolo traffico con il cambio delle merci, e tanto stimavano i rozzi lor vasi di terra, quanto quelli di argento, che i loro Principi, ed Ambasciatori riceveano in dono da Roma[662]. Uno spirito riflessivo ricaverà maggiore istruzione da quegli fatti principali, che da una tediosa serie di minuti racconti. Il valore della moneta è stato istituito dal generale consenso per rappresentare i nostri bisogni ed i nostri beni, come le lettere furono inventate per esprimere le nostre idee; ed ambedue queste istruzioni dando alle potenze e alle passioni degli uomini una più attiva energia, hanno contribuito a moltiplicare gli oggetti cui furono destinate a rappresentare. L'uso dell'oro e dell'argento è in gran parte fattizio; ma sarebbe impossibile di enumerare i diversi ed importanti vantaggi che l'agricoltura e tutte le arti hanno ricevuti dal ferro temperato e manipolato dal fuoco e dalla industriosa mano dell'uomo. La moneta, in una parola, è l'incitamento più universale; ed il ferro è il più potente strumento dell'industria umana; ed è molto difficile di concepire come un popolo non animato dal primo, nè secondato dall'altro, sorger potesse fuori dalla più rozza barbarie[663].

Se contempliamo una nazione selvaggia in qualunque parte del Globo, vedremo che il suo carattere generale è una supina indolenza e non curanza dell'avvenire. In uno Stato civile l'uomo esercita ed estende ogni sua facoltà; e la gran catena dei bisogni scambievoli lega ed unisce i diversi membri della società. La maggior parte di essa è impiegata in lavori perseveranti ed utili. Quei pochi che la fortuna ha messi al di sopra della necessità, possono per altro occuparsi nel cercar l'interesse o la gloria, nel migliorare il loro patrimonio o il loro intelletto, nei doveri, nei piaceri, e nelle follìe ancora della vita sociale. Non aveano i Germani tanti compensi. I vecchi e i malati, le donne e gli schiavi tenevano il governo della casa e della famiglia, e la cura delle terre e degli armenti. Gli oziosi guerrieri, privi d'ogn'arte che potesse impiegare le ore loro disoccupate, passavano i giorni e le notti negli animaleschi piaceri del sonno e del cibo. E ciò nonostante, per una maravigliosa contrarietà di natura (secondo l'osservazione di uno Scrittore che è penetrato ne' più oscuri di lei recessi) i Barbari stessi sono a vicenda i più indolenti, e più attivi degli uomini. Amano la pigrizia, detestano la tranquillità[664]. L'anima illanguidita ed oppressa dal suo proprio peso, ansiosamente ricercava qualche nuova e forte sensazione; e la guerra e pericoli erano i soli trattenimenti adeguati al loro fiero temperamento. La tromba che invitava il Germano alle armi, era grata alle orecchie di lui. Lo scuoteva dal suo tristo letargo, gli dava un attivo vigore, e col forte esercizio del corpo, e colle scosse violente dell'animo, ravvivava in esso il sentimento della propria esistenza. Negli oziosi intervalli di pace, quei Barbari s'abbandonavano con eccesso al giuoco ed al bere: e queste due occupazioni, la prima infiammando le loro passioni, l'altra estinguendo la loro ragione, egualmente li liberavano dalla pena di pensare. Si vantavano di passare gl'interi giorni e le notti alla mensa; ed il sangue degli amici e dei parenti spesso macchiava le numerose loro e intemperanti assemblee[665]. Pagavano i loro debiti di onore (giacchè in questo aspetto ci hanno trasmesso l'uso di soddisfare quelli del giuoco) con la più romanzesca esattezza[666]. Il disperato giuocatore, che aveva arrischiato la sua vita e la sua libertà ad un ultimo tiro di dado, ubbidiva con pazienza alla decisione della fortuna, e soffriva di essere legato, castigato, e venduto schiavo in luoghi remoti dal suo più debole, ma più fortunato avversario.

La birra gagliarda, liquore estratto con pochissimo artifizio dal grano, o dall'orzo, e corrotto (secondo la forte espressione di Tacito) ad una certa somiglianza col vino, bastava alle grossolane dissolutezze dei Germani. Ma quelli che avevano gustati i preziosi vini dell'Italia, e poi delle Gallie, sospiravano per quella più deliziosa sorgente di ubbriachezza. Non tentarono per altro (come dopo è stato eseguito con tanto successo) di far germogliare le viti sulle rive del Danubio e del Reno; nè procurarono di acquistare con l'industria i materiali di un vantaggioso commercio. Il procacciarsi con la fatica ciò che rapir si poteva con le armi, si riputava cosa indegna di uno spirito Germano[667]. L'inestinguibile sete di liquori forti spesso costrinse quei Barbari ad invadere quelle province, alle quali la natura o l'arte aveva accordati quei tanto invidiati doni. Il Toscano, che abbandonò la sua patria alle celtiche nazioni, le attrasse in Italia col bell'aspetto dei preziosi frutti, o dei deliziosi vini, produzioni di un clima più fortunato[668]. E nella stessa maniera i Germani ausiliarj, chiamati in Francia nelle guerre civili del sedicesimo secolo, furono allettati dalla promessa di avere abbondanti quartieri nelle province della Sciampagna e della Borgogna[669]. L'ubbriachezza, il più vile, ma non il più pericoloso dei nostri vizj, fu qualche volta capace di eccitare una battaglia, una guerra, o una rivoluzione tra gli uomini in uno Stato inferiore di civiltà.

Il lavoro di dieci secoli, dal tempo di Carlo Magno in poi, ha raddolcito il clima dell'antica Germania, e fertilizzato il terreno. La medesima estensione di paese che adesso mantiene nell'agio e nell'abbondanza un milione di agricoltori e di artefici, non era prima capace di fornire a centomila oziosi guerrieri le sole cose necessario alla vita[670]. I Germani lasciavano le loro immense foreste per l'esercizio della caccia, impiegavano nei pascoli la maggior parte de' loro terreni, davano una rozza e indolente cultura al piccolo resto, ed accusavano poi la scarsezza e la sterilità di un paese, che non bastava a mantenere la moltitudine dei suoi abitatori. Quando il ritorno della carestia severamente gli avvertiva della necessità delle arti, la nazionale miseria s'alleggeriva talvolta con l'emigrazione di una terza, e forse di una quarta parte della sua gioventù[671]. Il possesso ed il godimento di un patrimonio sono i vincoli che ritengono un popolo incivilito in un paese culto. Ma i Germani, che seco loro portavano ciò che più stimavano, le armi, il bestiame, e le donne, abbandonarono con piacere il vasto silenzio dei loro boschi per le illimitate speranze di preda e di conquista. Gl'innumerabili sciami, che uscirono, o parvero uscire dal grande alveare delle nazioni, furono moltiplicati dal timore dei vinti, e dalla credulità dei secoli successivi. E sopra fatti così esagerati, a poco a poco si stabilì l'opinione sostenuta da varj scrittori di riputazione distinta, che nel secolo di Cesare e Tacito gli abitanti del Settentrione erano molto più numerosi che non lo sono a' dì nostri[672]. Un più serio esame sulle cause della popolazione pare che abbia convinto i moderni filosofi della falsità, anzi dell'impossibilità di questa supposizione. Ai nomi di Mariana e di Macchiavello[673], possiamo opporre i non meno illustri nomi di Robertson e di Hume[674].

Una nazione bellicosa come i Germani, senza città, lettere, arti, o moneta, trovava qualche compenso a questo stato selvaggio nel godimento della libertà. La loro povertà ne assicurava la indipendenza, giacchè i nostri desiderj e i nostri possessi sono le più forti catene del dispotismo. «Tra i Suioni,» dice Tacito, «i ricchi vengono onorati: Sono però soggetti ad un assoluto monarca, che invece di permettere al suo popolo il libero uso delle armi, come si pratica nel resto della Germania, le confida alla sicura custodia non di un cittadino, o di un liberto, ma di uno schiavo. I Sitoni, vicini dei Suioni, oppressi dalla servitù, obbediscono ad una donna[675]». Nel riferire queste eccezioni, quel grande Storico riconosce bastantemente la generale teoria del Governo. Quello che non possiamo concepire, è come le ricchezze e il dispotismo penetrassero in una remota contrada del Settentrione, ed estinguessero la generosa fiamma che ardeva con tanto vigore sulla frontiera delle province romane; o come gli antenati di quei Danesi e Norvegi, così illustri nei secoli successivi pel loro indomabile spirito, potessero abbandonare così tranquillamente il gran carattere della germana libertà[676]. Alcune tribù per altro, sulle coste del Baltico, riconoscevano l'autorità dei Re, ma senza rinunziare ai diritti degli uomini[677]; nella maggior parte della Germania però il Governo era una democrazia moderata, e frenata non tanto dalle leggi generali e positive, quanto dall'accidentale ascendente della nascita o del valore, dell'eloquenza o della superstizione[678].