Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 23

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Misiteo avea passata la vita nella profession delle lettere, e non delle armi; ma sì pieghevole era l'ingegno di quel grand'uomo, che quando fu creato Prefetto del Pretorio, soddisfece ai suoi doveri militari con pari vigore ed abilità. Aveano i Persiani invasa la Mesopotamia, e minacciavano Antiochia. Alle persuasive del suocero, il giovane Imperatore lasciò le delizie di Roma, aprì (per l'ultima volta di cui faccia menzione la storia) il Tempio di Giano, e marciò in persona verso l'Oriente. Al suo arrivo con numeroso esercito, levarono i Persiani le loro guarnigioni dalle città che aveano già prese, e si ritirarono dall'Eufrate fino al Tigri. Ebbe Gordiano il piacere di annunziare al Senato il primo successo delle sue armi, che egli con dovuta modestia e gratitudine attribuiva alla prudenza del suo padre e Prefetto. Vegliò Misiteo, durante quell'impresa, alla salvezza e disciplina dei soldati, e prevenne le loro pericolose lagnanze, conservando una continua abbondanza nel campo, e mantenendo in ogni città della frontiera ampj magazzini provveduti di aceto, di carni salate, di paglia, di orzo e di grano[567]. Ma la prosperità di Gordiano spirò con Misiteo, che morì di una dissenteria non senza grave sospetto di veleno. Filippo, suo successore nella Prefettura, era Arabo di nascita, ed era stato per conseguenza ne' suoi primi anni ladro di professione. Il suo innalzamento da uno stato sì oscuro alle prime cariche dell'Impero prova quanto quegli fosse ardito ed abile condottiero. Ma l'ardir suo lo fece aspirare al trono, e la sua abilità fu impiegata a rovinare, non a servire il suo indulgente Signore. Irritò gli animi dei soldati introducendo artificiosamente nel campo la carestia; e l'angustia delle truppe fu attribuita all'incapacità del giovane Principe. Non è possibile di rintracciare i successivi passi della secreta Congiura, e dell'aperta sedizione, che divenne finalmente funesta a Gordiano. Fu innalzato un monumento sepolcrale alla memoria di lui, sul luogo[568] ov'egli rimase ucciso, vicino al confluente dell'Eufrate, e del piccolo fiume Abora[569]. Il fortunato Filippo, innalzato all'Impero dai voti dei soldati, fu prontamente riconosciuto dal Senato e dalle province[570].

Non posso trattenermi di trascrivere l'ingegnosa, benchè alquanto immaginaria descrizione, che un celebre Autore moderno ha fatta del militar governo dell'Impero romano. «Quella potenza (egli dice) a cui si dava in quel secolo il nome di Romano Impero, non era che una Repubblica irregolare, quasi simile alla aristocrazia[571] di Algeri,[572] dove le milizie hanno la sovranità, creano e depongono un magistrato, che ha il nome di _Deì_. Si può forse con verità stabilire per massima generale, che un governo militare, è per alcuni riguardi più repubblicano che monarchico. Nè si può dire che i soldati abbiano parte al governo solamente per la loro disubbidienza e per le ribellioni loro. Le parlate che ad essi faceano gl'Imperatori non eran elle finalmente della stessa natura che quelle fatte una volta al popolo dai Consoli, e dai Tribuni? E benchè le armate non avessero nè luogo certo, nè forma regolare per adunarsi, benchè brevi fossero le loro dispute, improvvisi i lor moti, e le loro risoluzioni raramente dettate da una placida riflessione, non disponevano esse con arbitrio assoluto della pubblica sorte? E che altro era l'Imperatore, se non il ministro di un Governo violento, eletto per la privata utilità de' soldati?

«Quando l'esercito ebbe eletto Filippo ch'era Prefetto del Pretorio del terzo Gordiano, questi richiese di esser egli il solo Imperatore, nè lo potè ottenere. Richiese che fosse il potere ugualmente fra loro diviso; l'armata non diede orecchio alle sue parole: si contentò di essere abbassato al grado di Cesare; gli fu ricusato questo favore: pregò di essere almeno fatto Prefetto del Pretorio; furono rigettate le sue preghiere. Dimandò finalmente la vita. L'esercito in questi diversi giudizj esercitava la suprema Magistratura.» Secondo lo Storico, il cui dubbio racconto è adottato dal Presidente di Montesquieu, Filippo che in tutto quel negoziato avea tenuto un ostinato silenzio, inclinò a risparmiare l'innocente vita del suo benefattore; finchè ricordandosi, che la di lui innocenza poteva risvegliare una pericolosa compassione nel Mondo romano, comandò, senza riguardo a' di lui supplichevoli gridi, che fosse preso, spogliato, e condotto immantinente alla morte. Dopo un momento di pausa fu eseguita l'inumana sentenza[573].

Ritornato dall'Oriente in Roma, Filippo, desideroso di cancellare la memoria de' suoi delitti, ed acquistarsi l'amore del popolo, celebrò i giuochi secolari con infinita pompa e magnificenza. Da che gli aveva Augusto o istituiti o ristabiliti[574], erano stati celebrati da Claudio, da Domiziano, e da Severo, e furono allora rinovati por la quinta volta, terminando l'intero periodo di mille anni dalla fondazione di Roma. Ogni particolarità dei giuochi secolari era mirabilmente acconcia a destare una venerazione solenne e profonda negli animi superstiziosi. Il lungo loro intervallo[575] eccedeva il termine della vita umana; e come niuno degli spettatori gli avea veduti, così niuno si potea lusingare di rivederli di nuovo. Si celebravano per tre notti i mistici sacrifizj sulle rive del Tevere; ed il campo Marzio, in fra le danze risuonava di concenti, illuminato da una quantità innumerabile di torce e di lampadi. Gli schiavi e gli stranieri non poteano in verun modo essere a parte di quelle nazionali cerimonie. Un coro di ventisette nobili giovanetti, e di altrettante nobili vergini, che non avessero perduto il padre o la madre, imploravano dai Numi propizj il loro favore per la presente e per la futura generazione, supplicandoli con inni devoti a conservare (secondo la fede degli antichi oracoli) la virtù, la felicità, e l'Impero del Popolo romano[576]. La magnificenza degli spettacoli di Filippo abbagliò gli occhi della moltitudine. I devoti erano interamente occupati nelle religiose cerimonie, mentre i pochi pensatori rivolgevano nelle loro ansiose menti la storia passata ed il futuro destino dell'Impero.

Erano già scorsi mille anni da che Romolo, con una picciola truppa di pastori e di banditi, venne a stabilirsi sulle colline vicino al Tevere[577]. Nei quattro primi secoli, i Romani avevano acquistate le virtù militari e civili nella laboriosa scuola della povertà. Vigorosamente usando di quelle virtù, ed assistiti dalla fortuna, ottennero nel corso dei tre susseguenti secoli l'impero assoluto sopra molte regioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica. Gli ultimi trecento anni erano passati in un'apparente prosperità ed in una decadenza interna. Questa nazione di soldati, di magistrati, e di legislatori, che componeva le trentacinque tribù del Popolo romano, si disciolse nella massa generale degli uomini, e rimase confusa tra tanti milioni di vili provinciali, che avean ricevuto il nome di Romani, senza adottarne lo spirito. Un esercito mercenario, levato tra i sudditi e tra i Barbari delle frontiere, fu l'unica classe d'uomini, che conservasse la sua indipendenza, e ne abusasse ad un tempo. Con tumultuarie elezioni furono da loro innalzati al trono di Roma un Siro, un Goto, ed un Arabo, e rivestiti di un potere dispotico sopra le conquiste e la patria degli Scipioni.

L'Impero romano si stendeva tuttavia dall'Oceano occidentale fino al Tigri, e dal monte Atlante fino al Reno e al Danubio. Filippo sembrava all'occhio poco penetrante del volgo un Monarca non meno potente di Adriano e di Augusto. La forma era tuttora la stessa, ma la robustezza e la forza animatrice mancavano. L'industria del popolo era scoraggiata ed infiacchita da una lunga serie di oppressioni. La disciplina delle legioni, che sola, dopo l'estinzione di ogni altra virtù, avea sostenuta la grandezza dello Stato, era corrotta dall'ambizione, o rilassata dalla debolezza degl'Imperatori. La forza delle frontiere, che prima consisteva nelle armi, più che nelle fortificazioni, si era indebolita insensibilmente; e le più belle province giacevano esposte alla rapacità o all'ambizione dei Barbari, che presto si accorsero della decadenza dell'Impero di Roma.

NOTE:

[520] Non vi era ancora stato esempio di tre generazioni successive sul trono: si erano soltanto veduti tre figli governare l'Impero dopo la morte dei loro padri. Non ostante la permissione e la frequente pratica del divorzio, i matrimonj dei Cesari generalmente furono infruttuosi.

[521] Storia Aug. p. 138.

[522] Stor. Aug. p. 140. Erod. l. VI p. 223, Aurel. Vittore. Paragonando questi autori, sembra che Massimino avesse il comando particolare della cavalleria Triballiana, e la commissione di disciplinare le reclute di tutto l'esercito. Il suo biografo avrebbe dovuto più accuratamente indicare le sue imprese, ed i diversi gradi, pei quali egli passò.

[523] Vedi la lettera originale di Alessandro Severo. Storia Aug. p. 149.

[524] Stor. Aug. p. 135. Ho moderate alcune delle più improbabili circostanze riferite nella sua vita, per quanto se ne può giudicare dalla narrazione di questo sciaurato biografo, secondo il quale parrebbe che il buffone di Alessandro entrasse a caso nella sua tenda, mentre ei dormiva, e lo svegliasse, e che il timor del castigo l'inducesse a persuadere ai malcontenti soldati di commettere quell'assassinio.

[525] Erod. l. VI. p. 223. 227.

[526] Caligola, il maggiore dei quattro, non aveva che 25 anni quando ascese al trono; Caracalla ne avea 23; Commodo 19, e Nerone 17 soltanto.

[527] Sembra ch'egli ignorasse interamente il greco, linguaggio d'uso universale allora nello scrivere e nel conversare, lo studio che faceva parte essenziale d'ogni culta educazione.

[528] Stor. Aug. p. 141. Erod. l. VII p. 237. Ingiustamente si accusa quest'ultimo Storico di aver nascosti i vizj di Massimino.

[529] Veniva paragonato a Spartaco, e ad Atenione: Stor. Aug. p. 141. Alcune volte la moglie di Massimino sapeva con i suoi savj e dolci consigli rimettere il tiranno sulla via della verità e dell'umanità. Ved. Am. Marcellino l. XVII. c. 1, dove fa allusione a quella circostanza, ch'egli ha più estesamente riferita sotto il regno di Gallieno. Si può vedere dalle medaglie, che quella benefica Imperatrice si nominava Paulina: il titolo di _Diva_ indica ch'essa morì avanti Massimino. (Valois, _ad loc. cit._ Amm.) Spanheim _de U. Et P. N._ tom. II. p. 300.

[530] Erod. l. VII p. 238; Zosimo l. I p. 15.

[531] Nel fertile territorio di Bizacena a cento cinquanta miglia da Cartagine verso mezzogiorno. Fu probabilmente Gordiano, che dette il nome di Colonia a quella città, e vi fece fabbricare un anfiteatro, che il tempo ha rispettato. Vedi _Itineraria_ Wesseling p. 59, ed i viaggi di Shaw pag. 117.

[532] Erod. l. VII p. 239, Stor. Aug. p. 153.

[533] Stor. Aug. p. 152. Marco Antonio s'impadronì della bella casa di Pompeo, _in carinis_. Dopo la morte del Triumviro essa fece parte del dominio imperiale. Traiano permise ai Senatori opulenti di comprare questi magnifici palazzi già divenuti inutili al Principe (Plinio Panegir. c. 50.) Allora probabilmente il bisavolo di Gordiano acquistò la casa di Pompeo.

[534] Queste quattro specie di marmo erano il claudiano, il numidico, il caristio, ed il sinnadio: non sono stati molto ben descritti i loro colori per poterli esattamente riconoscere. Sembra però che il caristio fosse un verdemare, e che il sinnadio fosse un bianco mischiato di macchie di porpora ovali. Vedi Salmasio, ad _Hist. Aug._ p. 164.

[535] Stor. Aug. p. 151 152. Faceva talvolta comparir sull'arena cinquecento coppie di gladiatori, e non mai meno di centocinquanta: dette egli una volta per l'uso del Circo cento cavalli Siciliani ed altrettanti della Cappadocia. Gli animali per le cacce erano orsi, cignali, tori, corvi, alci, asini selvaggi ec. Pare che i leoni e gli elefanti fossero riservati per l'imperiale magnificenza.

[536] Vedi nella Stor. Aug. p. 152 la lettera originale, che mostra il rispetto di Alessandro pel Senato, e la sua stima pel Proconsole designato da quell'Assemblea.

[537] Il giovane Gordiano ebbe tre o quattro figli da ogni concubina; le sue produzioni letterarie, avvegnachè in minor numero, non sono da disprezzarsi.

[538] Erod. l. VII p. 243; Stor. Aug. p. 144.

[539] _Quod tamen patres dum periculosum existimant, inermes armato resistere approbaverunt._ Aurel. Vittor.

[540] Gli Uffiziali e gli stessi famigli del Senato erano esclusi, ed i Senatori esercitavano essi medesimi le funzioni di Cancelliere ec. Siam debitori alla Stor. Aug. p. 159 di questo curioso esempio dell'antico uso osservato nel tempo della Repubblica.

[541] Questo discorso, degno di un zelante cittadino, pare che sia stato estratto dai registri del Senato, e trovasi inserito nella Storia Aug. p. 156.

[542] Erod. l. VII p. 244.

[543] Erod. l. VII p. 147; l. VIII p. 277; Stor. Aug. p. 156 158.

[544] Erod. l. VII. p. 254; Stor. Aug. p. 150 160. In vece di un anno e sei mesi pel regno di Gordiano, il che è assurdo, bisogna leggere nel Casaubono e nel Panvinio un mese e sei giorni. Ved. Comment. p. 193; Zosimo riferisce con una strana ignoranza della Storia, o per uno strano abuso della metafora (l. I p. 17.), che i due Gordiani perirono in una tempesta in mezzo alla loro navigazione.

[545] Vedi Stor. Aug. p. 166 sull'autorità dei registri del Senato. La data è sicuramente falsa: ma è facile di correggere questo sbaglio, riflettendo che si celebravano allora i giuochi Apollinari.

[546] Discendeva da Cornelio Balbo, nobile spagnuolo, e figlio adottivo di Teofane, Storico greco. Balbo ottenne il diritto di cittadinanza pel favor di Pompeo, e lo conservò per l'eloquenza di Cicerone (Vedi _orat. pro Corn. Balbo_). L'amicizia di Cesare, al quale egli rendè in secreto importanti servigi nella guerra civile, gli procurò le dignità di Console e di Pontefice, onori dei quali niun forestiero era stato peranco rivestito. Il nipote di questo Balbo trionfò dei Garamanti. Vedi il Dizionario del Baile alla parola _Balbo_. Questo giudizioso scrittore distingue varj personaggi di tale nome, e rileva con la sua ordinaria esattezza, gli abbagli di coloro che hanno trattato lo stesso soggetto.

[547] Zonara l. XII. p. 622; ma come possiamo fidarci della autorità di un Greco sì poco istrutto della Storia del terzo secolo, che crea diversi immaginarj Imperatori, e confonde i Principi che hanno realmente esistito?

[548] Erod. l. VII p. 256, suppone che il Senato fosse prima convocato nel Campidoglio, e lo fa parlare con molta eloquenza. La Stor. Aug. p. 116 sembra molto più autentica.

[549] In Erod. l. VII p. 249, e nella Storia Aug. abbiamo tre diverse arringhe di Massimino alla sua armata per la ribellione dell'Affrica e di Roma. Tillemont ha osservato che non sono coerenti tra loro, nè s'accordano con la verità. Stor. degl'Imperatori tom. III p. 799.

[550] L'inesattezza degli Scrittori di quel secolo ci pone in un grande imbarazzo: I. Sappiamo che Massimo e Balbino furono uccisi nel tempo dei giuochi Capitolini (Erodiano l. VIII p. 285). L'autorità di Censoriano (_de die natali_ c. 18.) c'insegna che questi giuochi furono celebrati nell'anno 238, ma noi non sappiamo nè il mese nè il giorno. II. Non si può dubitare che Gordiano non sia stato eletto dal Senato il 27 di Maggio; ma è difficile di sapere se ciò fu nello stesso anno o nel precedente. Tillemont e Muratori, che sostengono le due opposte opinioni, si fondano sopra molte autorità, congetture, e probabilità. L'uno ristringe la serie dei fatti tra queste due epoche, l'altro l'estende al di là, e sembra che ambidue si allontanino ugualmente dalla ragione e dalla Storia. È per altro necessario seguire uno dei due.

[551] Velleio Patercolo l. II c. 24. Il presidente di Montesquieu, nel suo dialogo tra Silla ed Eucrate, esprime il sentimento del Dittatore in una maniera sublime ed ingegnosa.

[552] Il Muratori (Ann. d'Italia tom. II. p. 294) crede che lo scioglimento delle nevi indichi piuttosto il mese di Giugno o di Luglio, che quel di Febbraio. L'opinione di uno che passava la vita tra le Alpi e gli Appennini, è senza dubbio di gran peso: conviene per altro osservare; I. che il lungo inverno, sul quale si fonda il Muratori, non si trova che nella versione latina, e che il testo greco di Erodiano non ne fa menzione. II. che le piogge ed il sole, al quale furono i soldati di Massimino esposti successivamente (Erod. l. VIII p. 277), indicano piuttosto la primavera che la state. Sono queste le diverse correnti che insieme unite formano il Timavo, di cui Virgilio ci ha data una descrizione tanto poetica, prendendo questa parola in tutta la sua estensione. Le loro acque scorrono a dodici miglia in circa a levante di Aquileia. Vedi Cluverio _Italia Antiq._ tom. I p. 189.

[553] Erodiano l. VIII p. 272. La divinità Celtica fu supposta essere Apollo, e sotto questo nome gli rendè grazie il Senato. Si fabbricò ancora un tempio a Venere Calva per eternare la gloria delle donne di Aquileia, le quali aveano in quell'assedio generosamente sacrificati i loro capelli, per farne corde ad uso delle macchine di guerra.

[554] Erodiano l. VIII p. 279. Stor. Aug. p. 145. Eutropio fa regnare Massimino tre anni ed alcuni giorni (l. IX I.) Possiamo credere che il testo di questo autore non è corrotto, poichè l'originale latino confronta colla versione greca di Peanio.

[555] Otto piedi romani e un terzo. Vedi il trattato di Graves sul piede romano. Massimino potea bere in un giorno un'_anfora_ di vino, o mangiare trenta o quaranta libbre di carne. Poteva strascinare una carretta carica, rompere con un pugno la gamba ad un cavallo, stritolare con le mani le pietre, e svellere piccoli alberi. Vedi la sua vita nella Storia Augusta.

[556] Vedi nella Stor. Aug. la lettera di congratulazione scritta dal Console Claudio Giuliano ai due Imperatori.

[557] Stor Aug. p. 171.

[558] Erod. l. VIII p. 258.

[559] Erod. l. VIII p. 213.

[560] Il Senato aveva imprudentemente fatta questa osservazione; e lo notarono i soldati come un insulto. Stor. Aug. p. 270.

[561] _Discordiae tacitae, et quae intelligerentur potius quam viderentur._ Stor. Aug. p. 170. Questa felice espressione è probabilmente presa da qualche migliore Scrittore.

[562] Erodiano l. VIII p. 287 288.

[563] _Quia non alius erat in praesenti._ Stor. Aug.

[564] Quinto Curzio (l. X c. 9) elegantemente si rallegra coll'Imperatore del giorno, perchè colla felice sua assunzione al trono ha spente tante fiamme, fatti rientrare tanti brandi nella guaina, e posto fine ai mali di un diviso Governo. Dopo avere attentamente pesate tutte le parole di questo passo, non vedo in tutta la Storia romana altr'epoca, alla quale possa meglio convenire che all'innalzamento di Gordiano. In questo caso si potrebbe determinare il tempo in cui ha scritto Quinto Curzio. Quei che lo pongono sotto i primi Cesari, si fondano sulla purità e sull'eleganza del suo stile; ma non possono spiegare il silenzio di Quintiliano, che ci ha data una lista esattissima degli Storici romani senza far menzione dell'autore della vita di Alessandro.

[565] Storia Aug. p. 161. Da alcune particolarità contenute in queste due lettere, io penso che gli eunuchi fossero scacciati dal palazzo con qualche violenza, e che il giovane Gordiano si contentò di approvare la loro disgrazia senza acconsentirvi.

[566] _Duxit uxorem filiam Misithei, quem causa eloquentiae dignum parentela sua putavit, et praefectum statim fecit; post quod, non puerile jam et contemptibile videbatur imperium._

[567] Stor. Aug. 162, Aurel. Vittore, Porfirio _in vita Plotini ap. Fabricium_, _Biblioth. graeca_ l. IV c. 36. Il filosofo Plotino accompagnò l'esercito, mosso dal desiderio d'istruirsi e di penetrare nell'India.

[568] A diciotto miglia incirca dalla piccola città di Circesio su i confini dei due Imperi.

[569] L'iscrizione, che conteneva un curioso equivoco, fu cancellata per ordine di Licinio, il quale vantava qualche grado di parentela con Filippo (Stor. Aug. pag. 165); ma il _tumulus_ o monticello di terra, che formava il sepolcro, sussisteva nel tempo di Giuliano. Vedi Amm. Marcellino XXIII 5.

[570] Aurelio Vittore, Eutrop, IX 2; Orosio VII 20 Ammian, Marcell. XXIII. Zosimo l. I p. 10. Filippo era nato a Bostra e non aveva allora che verso quarant'anni.

[571] Il termine di aristocrazia può egli essere giustamente applicato al governo d'Algeri? Ogni governo militare ondeggia fra gli estremi di un'assoluta monarchia e di una feroce, rozza democrazia.

[572] La Repubblica militare dei Mammalucchi nell'Egitto avrebbe somministrato al Signore di Montesquieu (v. _Considerations sur la grandeur et la décadence des Romains_ cap. 16.) un parallelo più giusto e più nobile.

[573] La Storia Augusta (p. 163 164.) non può in questo passo conciliarsi con se medesima, nè con la probabilità. Come potea Filippo condannare il suo predecessore, e ciò non ostante consacrarne la memoria? Come potea egli mai far pubblicamente morire il giovane Gordiano, e scrivendo poi al Senato discolparsi della taccia della di lui morte? Filippo, benchè usurpatore ambizioso, non era però un furioso tiranno. Gli acuti occhi di Tillemont e del Muratori hanno anch'essi scoperte alcune cronologiche difficoltà in questa pretesa associazione di Filippo all'Impero.

[574] Sarebbe difficile determinar l'epoca nella quale furono celebrati per l'ultima volta que' giuochi. Allorquando Bonifacio VIII stabilì i giubbilei pontificj, che sono una copia dei giuochi secolari, l'avveduto Papa pretese di non aver fatto altro che richiamare a vita un'antica istituzione. Vedi _Le Chais, Let. sur les Jubil._

[575] Questo intervallo era di cento, o centodieci anni. Varrone e Livio adottarono la prima opinione, ma l'ultima fu consacrata dalla infallibile autorità delle Sibille (Censorino. _De die Natali_ c. 17.) Gl'Imperatori Claudio e Filippo non si conformarono agli ordini dell'oracolo.

[576] L'idea dei giuochi secolari si ricava meglio dall'ode di Orazio e dalla descrizione di Zosimo l. II p. 167 ec.

[577] L'adottato calcolo di Varrone, assegna alla fondazione di Roma un'Era che corrisponde all'anno 754 avanti G. C. Ma così poco conto può farsi della cronologia romana nei primi secoli, che il Cav. Isacco Newton ha trasportata la medesima epoca all'anno 627.

CAPITOLO VIII.

_Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per opera di Artaserse._

Qualunque volta Tacito si compiace in quei belli episodj, nei quali rapporta qualche domestico interesse dei Germani o dei Parti, il suo oggetto principale è di sollevare l'attenzione del lettore da una scena uniforme di vizj e di sciagure. Dal regno di Augusto al tempo di Alessandro Severo, i nemici di Roma erano nel suo seno, i tiranni cioè ed i soldati, e la prosperità della medesima aveva un interesse ben debole e remoto in rivoluzioni, che accadessero al di là dell'Eufrate e del Reno. Ma quando le milizie ebbero ridotto in una strana anarchia il potere del Principe, le leggi del Senato, e la disciplina istessa del campo, i Barbari del Settentrione e dell'Oriente, che fin allora avevano fatte scorrerie su i confini, assalirono arditamente le province di un Impero cadente. Le loro inquiete incursioni divennero irruzioni formidabili, e dopo una lunga vicenda di scambievoli calamità, molte tribù di quei vittoriosi invasori si stabilirono nelle province dell'Imperio romano. Per avere una più chiara notizia di questi grandi avvenimenti, procureremo di dar prima una idea del carattere, delle forze, e dei disegni di quelle nazioni, che vendicarono il fato di Annibale e di Mitridate.