Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01
Part 22
Ma nel tempo che con ardore sì grande era la causa dei Gordiani abbracciata, più non vivevano i Gordiani. La debole Corte di Cartagine fu spaventata dal celere arrivo di Capeliano, Governatore della Mauritania, che con una piccola truppa di veterani, ed una armata di Barbari feroci assalì quella fedele ma imbelle provincia. Il giovane Gordiano usci per incontrare il nemico alla testa di poche guardie e di una indisciplinata moltitudine, allevata nel pacifico lusso di Cartagine. Il suo inutil valore servì soltanto a procurargli una morte onorevole sul campo di battaglia. Il vecchio suo padre, dopo avere regnato soli trentasei giorni, si tolse la vita alla prima nuova della disfatta. Cartagine, priva di difesa, aprì le porte al vincitore, e l'Affrica fu esposta alla rapace crudeltà di uno schiavo, obbligato a soddisfare il suo implacabile padrone con una immensa quantità di sangue e di tesori[544].
Il fato dei Gordiani riempì Roma di un giusto ma inaspettato terrore. Il Senato, convocato nel Tempio della Concordia, affettava di trattare gli affari ordinarj di quel giorno, e parea che tremante ed inquieto evitasse di considerare il proprio ed il pubblico pericolo. Una tacita costernazione avea sorpreso ognuno, finchè un Senatore, del nome e della famiglia di Traiano, riscosse i compagni dal lor funesto letargo. Rappresentò egli che la scelta di caute dilatorie misure non era da gran tempo più in lor potere; che Massimino, implacabile per natura, ed inasprito dalle offese, si avanzava verso l'Italia conducendo le forze dell'Impero; e che ad essi rimaneva la sola alternativa o d'incontrarlo coraggiosamente in campo, o di aspettar vilmente i tormenti e la morte ignominiosa, riservata ai ribelli infelici. «Abbiamo perduto» prosegui egli «due eccellenti Principi; ma se noi non abbandoniamo noi stessi, le speranze della Repubblica non sono perite con i Gordiani. Vi restano molti Senatori degni del trono per le loro virtù, e capaci di sostenere co' propri talenti la dignità imperiale. Eleggiamo due Imperatori, uno dei quali possa dirigere la guerra contro il pubblico nemico, mentre il suo collega rimarrà in Roma a regolare il governo civile. Io di buona voglia mi espongo al pericolo ed all'odiosità della scelta, e dò il mio voto in favore di Massimo e di Balbino. Ratificatelo, Padri coscritti, o proponete in loro vece altri più meritevoli dell'Impero.» Il timore generale fe' tacere le voci della gelosia; il merito dei candidati fu generalmente riconosciuto; ed il Tempio risuonò con sincere acclamazioni di «lunga vita e vittoria agl'Imperatori Massimo e Balbino. Voi siete felici per sentenza del Senato; e possa la Repubblica essere felice sotto il vostro governo[545]».
Le virtù e la riputazione dei nuovi Imperatori giustificavano le più ardenti speranze dei Romani. Dalla varia natura dei loro talenti parea fatto ciascuno pel suo particolare dipartimento di pace o di guerra, senza dar luogo ad una gelosa emulazione. Balbino era un oratore stimato, un poeta illustre, ed un saggio magistrato, che aveva esercitata con integrità e con applauso la civile giurisdizione in quasi tutte le interne province dell'Impero. La sua nascita era nobile[546], ricco il suo patrimonio, liberali ed affabili le sue maniere. L'amor del piacere veniva in lui corretto da un sentimento di dignità; e gli agi non l'avean privato della capacità necessaria per gli affari. L'animo di Massimo era alquanto più rozzo. Dal più basso stato si era, con il valore ed il senno, innalzato alle prime cariche dello Stato e dell'esercito. Le sue vittorie contro i Sarmati ed i Germani, l'austerità della sua vita, e la rigida imparzialità della sua giustizia, quando fu Prefetto della città, gli acquistarono la stima di un popolo, il cui affetto era impegnato in favore delle più amabili qualità di Balbino. I due colleghi erano ambidue stati Consoli (ma Balbino due volte); ambidue erano stati nominati tra i venti Luogotenenti del Senato, ed avendo uno sessanta, l'altro settantaquattro anni[547], erano giunti ambidue alla piena maturità degli anni e dell'esperienza.
Dopo che il Senato ebbe conferito a Massimo ed a Balbino una egual porzione della potestà consolare e tribunizia, il titolo di Padri della patria, ed il congiunto uffizio di supremo Pontefice, salirono essi al Campidoglio per rendere grazie agli Dei protettori di Roma[548]. I riti solenni del sacrifizio furono disturbati da una sedizione del popolo. La sfrenata moltitudine non amava il rigido Massimo, e poco temeva il mite ed umano Balbino. Crescendo in numero, essa circondò il Tempio di Giove, sostenne con ostinati clamori il suo naturale diritto di consentire all'elezione del proprio Sovrano, e richiese con una moderazione apparente, che ai due Imperatori scelti dal Senato si aggiungesse un terzo della famiglia dei Gordiani, come giusta ricompensa di gratitudine per quei Principi, che aveano sacrificate le loro vite per la Repubblica. Massimo e Balbino, alla testa dei Pretoriani e dei giovani cavalieri, tentarono di farsi strada a traverso la sediziosa moltitudine. Ma questa, armata di bastoni e di pietre, li rispinse nel Campidoglio. È prudenza il cedere, quando la contesa (qualunque essere ne possa l'esito) dee tornar fatale ad ambe le parti. Un ragazzo di soli tredici anni, pronipote del vecchio Gordiano e nipote del giovane, fu presentato al popolo, vestito degli ornamenti e del titolo di Cesare. Questa facile condiscendenza acchetò il tumulto; e i due Imperatori, pacificamente riconosciuti in Roma, si apparecchiarono a difendere l'Italia contro il comune inimico.
Mentre in Roma e nell'Affrica le rivoluzioni si succedevano con sì maravigliosa rapidità, l'animo di Massimino era agitato dalle più furiose passioni. Dicono che ricevè la nuova della ribellione dei Gordiani e del decreto del Senato contro di lui, non collo sdegno proprio di un uomo, ma con la rabbia di una bestia feroce; e non potendo sfogarla contro il Senato lontano, minacciò la vita del proprio figlio, degli amici, e di chiunque osava accostarsegli. La grata notizia della morte dei Gordiani fu presto seguitata dalla certezza che il Senato, disperando affatto del perdono o di accomodamento, avea creati in lor vece due Imperatori, il cui merito non gli era ignoto. La vendetta era l'unica consolazione rimasta a Massimino, e la vendetta potea solo ottenersi con le armi. Alessandro avea raccolta da tutte le parti dell'Impero la forza delle legioni. Tre campagne felici contro i Sarmati ed i Germani, aveano aumentata la loro riputazione, invigorita la disciplina, ed accresciuto ancora il lor numero, che si era compito col fiore della barbara gioventù. Massimino avea passata la vita alla guerra, e la severa sincerità della storia non può negargli il valor di un soldato, ed anche l'abilità di un esperto Generale[549]. È naturale il credere che un Principe di questo carattere, in cambio di lasciar coll'indugio prender vigore alla ribellione, marciasse immediatamente dalle rive del Danubio a quelle del Tevere, e che le sue vittoriose truppe, animate dal disprezzo verso il Senato, e desiderose di saccheggiar l'Italia, ardessero d'impazienza di terminare questa facile e ricca conquista. Ma per quanto ci possiamo fidare all'oscura cronologia di quel secolo[550], pare che le operazioni di qualche guerra straniera facessero differire la spedizione in Italia sino alla primavera seguente. Dalla prudente condotta di Massimino possiamo comprendere che i rozzi tratti del suo carattere sono stati esagerati dal pennello del partito; che le sue passioni, benchè impetuose, erano frenate dalla ragione; e che quel barbaro avea qualche parte del generoso spirito di Silla, il quale soggiogò i nemici di Roma, prima di pensare a vendicarsi delle sue private offese[551].
Quando le truppe di Massimino, avanzando in buon ordine, furono giunte ai piedi delle Alpi Giulie, rimasero atterrite dal silenzio e dalla desolazione che regnavano nelle frontiere dell'Italia. Al loro arrivo i villaggi e le aperte città erano state abbandonate dagli abitanti, gli armenti condotti via, le provvisioni trasportate o distrutte, rotti i ponti, nulla fu insomma lasciato, che dar potesse asilo o sussistenza ad un invasore. Questi erano stati gli ordini prudenti dei Generali del Senato, il cui disegno era di mandare in lungo la guerra per rovinare l'esercito di Massimino con i lenti progressi della fame, e consumar la di lui forza negli assedj delle città principali dell'Italia, ch'essi aveano pienamente munite d'uomini e di provvisioni, disertandone le campagne. Aquileia ricevè ed arrestò il primo impeto dell'invasione. I fiumi, che sgorgano dalla cima del golfo Adriatico, gonfj dalle disciolte nevi del verno[552] opposero un ostacolo inaspettato alle armi di Massimino. Finalmente sopra un ponte di larghe botti, singolarmente costruito con arte e difficoltà, trasportò la sua armata all'altra riva, svelse tutte le belle vigne delle vicinanze di Aquileia, demolì i sobborghi, e si servì di quei materiali per le macchine e per le torri, con le quali assalì la città da ogni parte. Le mura, quasi rovinate nella sicurezza di una lunga pace, erano state in fretta ristaurate in quel subito frangente; ma la più salda difesa di Aquileia stava nella costanza de' suoi cittadini, i quali tutti erano animati, anzichè atterriti, dall'estremo pericolo e dalla cognizione dell'inesorabile indole del tiranno. Il loro coraggio era sostenuto e regolato da Crispino e da Menofilo, due dei venti Luogotenenti del Senato, i quali con un piccolo corpo di truppe regolari si erano gettati nella piazza assediata. L'esercito di Massimino fu rispinto in diversi attacchi, le sue macchine distrutte dai fuochi di artifizio, ed il generoso entusiasmo degli abitanti si cambiò in confidenza di buon successo per l'opinione che Beleno, loro nume tutelare, combattesse personalmente in difesa de' suoi miseri adoratori angustiati[553].
L'Imperatore Massimo, che si era avanzato fino a Ravenna per fortificare quella piazza importante, ed affrettare i preparativi militari, vide l'esito della guerra nel fedelissimo specchio della ragione e della politica. Sapea troppo bene, che una sola città non poteva resistere ai continui sforzi di una numerosa armata, e temea che il nemico, stanco per l'ostinata resistenza di Aquileia, lasciando ad un tratto quell'inutile assedio, non marciasse direttamente verso Roma. Conveniva allora commmettere al caso di una battaglia il destino dell'Impero e la causa della libertà: e quali armi poteva egli mai opporre alle veterane legioni del Danubio e del Reno? Poche truppe recentemente levate tra la nobile, ma snervata gioventù dell'Italia, ed un corpo di Germani ausiliarj, sulla fermezza dei quali era pericoloso fidarsi nell'ora del conflitto. In mezzo a questi giusti terrori, il colpo di una congiura domestica punì i delitti di Massimino, e liberò Roma ed il Senato dalle calamità, che avrebbero sicuramente accompagnata la vittoria di un Barbaro furibondo.
Il popolo di Aquileia aveva appena provate alcune delle ordinarie calamità di un assedio; i magazzini erano abbondantemente provvisti, e diverse fontane dentro le mura l'assicuravano d'una inesauribile sorgente di acqua. I soldati di Massimino erano al contrario esposti all'inclemenza della stagione, alle malattie epidemiche, ed agli orrori della fame. Il paese aperto era rovinato; i fiumi pieni di cadaveri e tinti di sangue. Cominciò a diffondersi tra le truppe lo spirito di disperazione e di malevolenza; siccome era loro impedita ogni corrispondenza al di fuori, facilmente credettero che tutto l'Impero avesse abbracciata la causa del Senato, e ch'esse fossero abbandonate, come vittime destinate a perire sotto le inespugnabili mura di Aquileia. Il fiero carattere del tiranno era inasprito da quegli sconcerti, ch'egli attribuiva alla codardia dell'esercito; e la sua sfrenata ed intempestiva crudeltà, invece d'inspirare terrore, destava odio ed un giusto desiderio di vendetta. Un distaccamento di Pretoriani, i quali tremavano per le loro mogli e figliuoli nel campo di Alba vicino a Roma, eseguì la sentenza del Senato. Massimino, abbandonato dalle proprie guardie, fu trucidato nella sua tenda col figlio (ch'egli aveva associato agli onori della porpora), col prefetto Anulino, e con i principali ministri della sua tirannide[554]. La vista delle loro teste, portate sopra le lance, persuase i cittadini di Aquileia, che l'assedio era finito: aperte quindi le porte della città, furono largamente dispensate le provvisioni alle affamate truppe di Massimino, e tutto l'esercito si unì con solenni proteste di fedeltà al Senato ed al Popolo romano, ed a' suoi legittimi Imperatori, Massimo e Balbino. Questo fu il giusto fato di un selvaggio brutale, privo, come è stato generalmente dipinto, di ogni sentimento, che distingue da un Barbaro un uomo incivilito, e perfino un uomo da un bruto. Il suo corpo era conforme all'animo. La statura di Massimino passava la misura di otto piedi, e si raccontano esempj quasi incredibili della sua impareggiabile forza e voracità[555]. Se fosse vissuto in un secolo meno illuminato, la tradizione e la poesia l'avrebbero potuto rappresentare come uno di quei mostruosi giganti, che fecero sempre uso della forza loro soprannaturale per distruggere il genere umano.
È più facile concepire che descrivere la gioia universale del romano Impero alla caduta del tiranno, le nuove della quale si dice essere state portate in quattro giorni da Aquileia a Roma. Il ritorno di Massimo fu una processione trionfale. Il suo collega ed il giovane Gordiano uscirono ad incontrarlo, ed i tre Principi fecero il loro ingresso nella Capitale, accompagnati dagli Ambasciatori di quasi tutte le città dell'Italia, onorati con isplendide offerte di gratitudine e di superstizione, e ricevuti con sincere acclamazioni dal Senato e dal Popolo, che ad un secolo di ferro si persuadevano di vedere succedere un secolo d'oro[556]. La condotta dei due Imperatori corrispose a queste aspettative. Rendevan essi la giustizia in persona; ed il rigore dell'uno veniva temperato dalla clemenza dell'altro. Le tasse eccessive, con le quali avea Massimino aggravato i diritti delle eredità e delle successioni, furono abolite o almen moderate. Si ristabilì la disciplina, e col consiglio del Senato furono promulgate molte leggi da' suoi imperiali Ministri, i quali procuravano di ristabilire la civile costituzione sulle rovine della tirannide militare. «Qual ricompensa possiamo aspettarci per avere liberata Roma da un mostro?» dimandò Massimo in un momento di libertà e di confidenza. Balbino immediatamente rispose: «L'amor del Senato, del Popolo, e di tutto il genere umano». — «Ahimè» riprese il suo più penetrante Collega «ahimè! io pavento l'odio dei soldati, ed i funesti effetti del loro risentimento»[557]. L'evento giustificò pur troppo i suoi timori.
Nel tempo che Massimo si preparava a difendere l'Italia contro il comune nemico, Balbino, rimasto in Roma, si era trovato impegnato in qualche scena di sangue e d'intestina discordia. La diffidenza e la gelosia regnavano nel Senato; e nei templi stessi dove si adunava, ciaschedun Senatore portava armi palesi o nascoste. In mezzo alle loro deliberazioni, due veterani delle guardie, mossi dalla curiosità o da qualche reo disegno, entrarono audacemente nel tempio, e si avanzarono verso l'altare della Vittoria. Gallicano, Senator consolare, e Mecenate, Senator pretoriano, videro con isdegno la loro insolente intrusione, onde snudati i loro pugnali uccisero quegli spioni (che tali li riputavano) a piedi dell'altare; ed avanzandosi poi alla porta del Senato esortarono imprudentemente la moltitudine a trucidare i Pretoriani, come secreti aderenti del tiranno. Quelli, che sfuggirono al primo furor del tumulto, si ricovrarono nel campo, e lo difesero con un vantaggio superiore contro i reiterati assalti del popolo, assistito dalle numerose turme dei gladiatori appartenenti ai ricchi nobili. La guerra civile durò molti giorni, con perdita o confusione infinita d'ambe le parti. Ma rotti i canali, che portavano l'acqua al campo, i Pretoriani furono ridotti ad intollerabili angustie; dal canto loro per altro avventurarono disperatamente varie sortite nella città, incendiarono un gran numero di case, e fecero per le strade correre il sangue degli abitanti. L'Imperatore Balbino tentò con vani editti e tregue precarie di reconciliare le fazioni in Roma. Ma la loro animosità, benchè mitigata per un poco, arse poi con raddoppiata violenza. I soldati, detestando il Senato ed il popolo, disprezzavano la debolezza di un Principe, che non avea nè coraggio, nè forza da farsi ubbidir dai suoi sudditi[558].
Dopo la morte del tiranno il suo formidabile esercito avea più per necessità che per elezione riconosciuta l'autorità di Massimo, che si trasportò senza indugio al campo di Aquileia. Appena ebbe egli ricevuto il giuramento di fedeltà, parlò con termini pieni di dolcezza e moderazione; deplorò, anzichè rimproverare, i fieri presenti disordini; ed assicurò i soldati che il Senato obbliava tutta la loro passata condotta, non ricordandosi di altro che della loro generosa diserzione dal tiranno, e del loro volontario ritorno al proprio dovere. Massimo avvalorò queste esortazioni con un generoso donativo, e purificò il campo con solenne sacrifizio espiatorio, rimandando poi nelle loro diverse province lo legioni, penetrate, com'ei sperava, da un vivo sentimento di gratitudine u di ubbidienza[559]. Ma niente potè rappacificare gli animi orgogliosi dei Pretoriani. Essi accompagnarono gl'Imperatori in quel giorno memorabile del loro pubblico ingresso in Roma; ma in mezzo alle universali acclamazioni, il truce e cupo contegno dei medesimi Pretoriani mostrava bastantemente che si consideravano piuttosto come gli oggetti, che come i compagni del trionfo. Quando l'intero corpo di quelli che avean seguitato Massimino, e di quelli ch'erano rimasti in Roma, fu riunito nel loro campo, si comunicarono insensibilmente i loro lamenti e timori. Gl'Imperatori, scelti dall'armata, erano ignominiosamente periti; e quegli eletti dal Senato sedevano in trono[560]. La lunga discordia tra la potenza civile e la militare era stata decisa con una guerra, nella quale la prima aveva ottenuta una piena vittoria. I soldati dovean dunque adottare nuove massime di ubbidienza al Senato; e qualunque clemenza affettasse quella politica assemblea, essi temevano una lenta vendetta, colorita col nome di disciplina, e giustificata col bel pretesto del pubblico bene. Ma stava sempre nelle lor mani la sorte loro, e se avevano il coraggio di sprezzare i vani terrori di una impotente Repubblica, potean facilmente convincere il Mondo, che i padroni delle armi eran padroni del Governo ancora e dello Stato.
Quando il Senato elesse due Principi, è probabile che, oltre l'esposta ragione di provvedere alle diverse emergenze della pace e della guerra, avesse pure il secreto desiderio d'indebolire con la divisione il dispotismo della suprema Magistratura. Fu efficace la loro politica, ma divenne fatale agli Imperatori e a loro medesimi. La gelosia dell'autorità fu presto inasprita dalla diversità dei caratteri. Massimo disprezzava Balbino come un nobile dissoluto, ed era a vicenda sprezzato dal suo collega come un oscuro soldato. Benchè non si vedesse la loro tacita discordia, pure ognun l'intendea[561]; ma la consapevolezza de' loro scambievoli sentimenti li distolse dall'unirsi per prendere vigorose providenze di difesa contro i Pretoriani, loro comuni nemici. Tutta la città era occupata nei giuochi Capitolini, e gl'Imperatori erano rimasti soli nel loro palazzo. Furono ad un tratto atterriti all'arrivo di una truppa di disperati assassini. Ignari dei disegni e delle situazioni scambievoli (giacchè sempre occupavano appartamenti lontani), temendo di dare o di ricevere aiuto, perdettero quei momenti importanti in vane dispute ed in rimproveri inutili. L'arrivo delle guardie terminò la vana contesa. Esse presero gl'_Imperatori del Senato_ (che così li chiamavano con maligno disprezzo), li spogliarono dei loro ornamenti, e li strascinarono insolentemente in trionfo per le contrade di Roma, risoluti di far soffrire a questi Principi sventurati una morte lenta e crudele. Il timore che i fedeli Germani della guardia imperiale non corressero a liberarli, ne abbreviò i tormenti; ed i loro corpi, lacerati da mille ferite, furono abbandonati agl'insulti o alla compassione della plebe[562].
Nello spazio di pochi mesi, sei Principi erano stati assassinati. Gordiano, che avea già ricevuto il titolo di Cesare, fu il solo che i soldati credessero degno di occupare il trono vacante[563]. Lo condussero al campo ed unanimemente lo salutarono Imperatore ed Augusto. Il suo nome era caro al Senato ed al Popolo; la sua tenera età prometteva una lunga impunità alla militare licenza; e la sommissione di Roma e delle province alla scelta fatta dai Pretoriani, salvò la Repubblica (con danno per altro della sua libertà e della sua autorità) dagli orrori di una nuova guerra civile nel cuore della Capitale[564].
Siccome il terzo Gordiano morì in età di diciannove anni, la storia della sua vita, quand'anche ci fosse stata descritta con maggiore esattezza, conterrebbe poco più che il ragguaglio della sua educazione e della condotta dei ministri, che a vicenda regolarono la semplice ed inesperta di lui gioventù, o che ne abusarono. Subito dopo il suo avvenimento, cadde nelle mani degli eunuchi di sua madre, perniciosa peste orientale, che dal regno di Elagabalo in poi aveva sempre infestata la Corte romana. Questi scellerati, con artificiosa congiura, avean tirato un impenetrabile velo tra l'innocente Principe e gli oppressi suoi sudditi. Fu tradita la virtuosa disposizione di Gordiano, e senza di lui saputa, benchè pubblicamente, si venderono le cariche dell'Impero ai più indegni tra gli uomini. Non ci è noto per qual fortunato accidente l'Imperatore si liberasse da quella vergognosa schiavitù, e desse poi la sua confidenza ad un Ministro i cui prudenti consigli non avevano altro oggetto che la gloria del Sovrano e la felicità del popolo. È probabile che l'amore ed il sapere procurassero a Misiteo il favor di Gordiano.
Il giovanetto Principe sposò la figlia del suo maestro di rettorica, e promosse il suocero alle prime cariche dell'Impero. Esistono ancora due ammirabili lettere che tra loro si scrissero. Il Ministro con quel nobile coraggio che viene inspirato dalla coscienza della propria virtù, si congratula con Gordiano, perchè si è liberato dalla tirannia degli eunuchi[565], ed ancor più perchè sente e conosce la propria sua libertà. L'Imperatore confessa, con un'amabile confusione, gli errori della sua passata condotta; e con eloquenti espressioni deplora la sventura di un Monarca, a cui vien sempre nascosta la verità dalla venal turba dei cortigiani[566].