Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 20

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[412] Bassiano era il suo primo nome, come lo era stato del suo avo materno. Durante il regno egli prese il nome di Antonino, che è usato dai giureconsulti e dagli storici. Dopo la sua morte, la pubblica indegnazione gli pose i soprannomi di Taranto, e di Caracalla. Il primo era quello di un celebre gladiatore, il secondo gli fu dato per una lunga veste alla foggia dei Galli ch'egli distribuì al popolo romano.

[413] L'elevazione di Caracalla è fissata dall'esatto Tillemont all'anno 198; l'associazione di Geta all'anno 208.

[414] Erodiano l. III p. 130. Vedi le vite di Caracalla e di Geta nella Stor. Aug.

[415] Dione l. LXXVI. p. 1280 ec. Erodiano l. III p. 132 ec.

[416] I poemi di Ossian vol. I p. 175.

[417] Che il Caracul di Ossian sia il Caracalla della Storia romana, è forse il solo articolo di antichità britanniche, nel quale i Signori Macpherson e Whitaker sono della stessa opinione; e pure l'opinione non è senza difficoltà. Nella guerra dei Caledonj il figlio di Severo era conosciuto soltanto col nome di Antonino; e può parere strano, che un poeta scozzese lo abbia indicato con un soprannome, inventato quattro anni dipoi, appena usato dai Romani dopo la morte di quell'Imperatore, e raramente adoprato dai più antichi Storici. Vedi Dione l. LXXVII p. 1317 Stor Aug. 89 Aurelio Vittore. Euseb. nella Cronol. _ad ann._ 214.

[418] Dione l. LXXVI p. 1282 Stor. Aug., p. 71. Aurel. Victor.

[419] Dione l. LXXVI p. 1283 Stor. Aug. 89.

[420] Dione l. LXXV. p. 1284 Erodiano l. III. p. 135.

[421] Il Sig. Hume si stupisce con ragione di un passaggio di Erodiano (l. IV p. 139.) che in questa occasione rappresenta il palazzo degl'Imperatori come uguale in estensione al resto di Roma. Il monte Palatino, sul quale era fabbricato, aveva al più undici o dodici miglia di circonferenza (Vedi _Vittore, Roma antica_ del Nardini). Ma convien rammentarsi, che i palazzi suburbani e gl'immensi giardini dei Senatori opulenti circondavano quasi tutta la città, e che gl'Imperatori ne avevano a poco a poco confiscata quasi la maggior parte. Se Geta dimorava sul Gianicolo nei giardini che portarono il suo nome, e se Caracalla abitava i giardini di Mecenate sul monte Esquilino, i fratelli rivali erano separati l'un dall'altro per il tratto di parecchie miglia. Lo spazio intermedio era occupato dai giardini imperiali di Sallustio, di Lucullo, d'Agrippa, di Domiziano, di Caio ec. Questi giardini formavano un circolo intorno alla capitale, e comunicavan fra loro e col palazzo ancora per mezzo di varj ponti gettati sul Tevere che traversavano le strade di Roma. Se questo passaggio di Erodiano meritasse di essere spiegato, esigerebbe una dissertazione particolare, illustrata da una carta dell'antica Roma.

[422] Erodiano l. IV p. 139.

[423] Erodiano l. IV p. 144.

[424] Caracalla consacrò, nel tempio di Serapide, la spada, con la quale si vantava di avere ucciso il suo fratello Geta. Dione l. LXXVII p. 1307.

[425] Erod. l. IV p. 147. In tutti i campi degli eserciti romani s'innalzava a canto al quartier generale una piccola cappella, nella quale si custodivano ed adoravano le divinità Tutelari. Le Aquile e le altre insegne militari tenevano tra queste il primo luogo. Questa eccellente istituzione avvalorava la disciplina con la sanzione della religione. Vedi Giusto Lipsio _de militia Romana_, IV 5. V 2.

[426] Erodiano l. IV p. 148: Dione Cassio l. LXXVII. p. 1289.

[427] Geta fu collocato tra gli Dei. _Sit divus_, disse il fratello, _dum non sit vivus_. Stor. Aug. p. 91. Si trovano tuttavia sulle medaglie alcuni indizj della consacrazione di Geta.

[428] Dione l. LXXVII p. 1307.

[429] Dione l. LXXVII p. 1290. Erodiano l. IV p. 150. Dione Cassio dice (p. 1298) che i poeti comici non ardirono più far uso del nome di Geta nelle lor commedie, e che si confiscavano i beni di coloro, che avevano fatto qualche legato a quel Principe infelice.

[430] Caracalla aveva preso i nomi di molte vinte nazioni; ed avendo egli riportati alcuni vantaggi su i Goti o sia Geti, Pertinace osservò che il nome di _Getico_, conveniva benissimo all'Imperatore dopo quelli di Partico, Alemannico ec. Stor. Aug. p. 89.

[431] Dione l. LXXVII p. 1291. Discendeva probabilmente da Elvidio Prisco e da Peto Trasea, cittadini illustri, dei quali Tacito ha fatta immortale la intrepida, ma inutile ed inopportuna virtù.

[432] Si pretende che Papiniano fosse parente dell'Imperatrice Giulia.

[433] Tacito an. XIV 11.

[434] Stor. Aug. p. 88.

[435] Sul proposito di Papiniano, vedi _Hist. Juris Rom._ dell'Einecc. l. 330 ec.

[436] Tiberio e Domiziano non si allontanarono mai dai contorni di Roma. Nerone fece un piccolo viaggio nella Grecia. _Et laudatorum Principum usus ex aequo quamvis procul agentibus. Saevi proximis ingruunt._ Tacit. Stor. IV 75.

[437] Dione l. LXXVII. p. 1294.

[438] Dione l. LXXVII p. 1307; Erodiano l, IV p. 158. Il primo rappresenta questa strage come un atto di crudeltà; l'altro pretende che vi si usasse ancor la perfidia. Sembra che gli Alessandrini avessero irritato il tiranno con le loro Satire, e forse con i loro tumulti.

[439] Dione l. LXXVII p. 1296.

[440] Dione l. LXXVI p. 1284. Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 330) crede che questa massima fosse inventata da Caracalla, ed attribuita a suo padre.

[441] Secondo Dione (l. LXXVIII p. 1343) i donativi straordinarj, che Caracalla faceva alle sue truppe, ascendevano annualmente a settanta milioni di dramme, circa cinque milioni di zecchini. Vi ha, sul proposito delle paghe militari, un altro passo di Dione, che sarebbe assai curioso, se non fosse oscuro, imperfetto, e forse corrotto. Tutto quel vi si può ricavare, è che i soldati Pretoriani ricevevano ogni anno 1200 dramme, ottanta zecchini. (Dione l. 77). Sotto il regno di Augusto avevano per ogni giorno due dramme o sia due denari al giorno, (Tacito An. I 17.) Domiziano, che aumentò la paga delle truppe per un quarto, dovè far montare quella dei Pretoriani a 960 dramme l'anno (Gronovio _de Pecun. veter._ l. III c. 2.) Queste successive aumentazioni rovinarono l'Impero, perchè il numero dei soldati si accrebbe insieme con la paga. I soli Pretoriani, che non erano a principio che dieci mila, furono poi cinquanta mila.

[442] Dione l. LXXVIII p. 1312. Erod. l. IV p. 168.

[443] La passione di Caracalla per Alessandro comparisce tuttora sulle sue medaglie. Ved. Spanheim, _De usu numismat._ Dissert. XII. Erodiano (l. IV p. 154) aveva veduto certi ridicoli dipinti rappresentanti una figura che da una parte somigliava Alessandro, e dall'altra Caracalla.

[444] Erod. l. IV p. 169. Stor. Aug. p. 94.

[445] Elagabalo rimproverò il suo predecessore di avere ardito di sedere in trono, benchè come Prefetto del Pretorio non avesse la libertà di entrare in Senato, dopo che la voce del banditore avea fatta sgombrare la sala. Il favor personale di Plauziano e di Seiano gli aveva messi al di sopra di tutte le leggi. Erano questi, per vero dire, stati tratti dall'Ordine Equestre; ma conservarono la prefettura con il grado di Senatore, e con il Consolato ancora.

[446] Egli nacque a Cesarea nella Numidia, e fu da prima impiegato nella casa di Plauziano, e poco mancò che involto non fosse nella sua rovina. I suoi nemici hanno preteso che nato schiavo, egli avesse esercitate diverse infami professioni, e fra le altre quella di gladiatore. L'uso di avvilire l'origine e la condizione di un avversario sembra avere durato dal tempo degli oratori greci fino ai dotti grammatici dell'ultimo tempo.

[447] Dione ed Erodiano parlano delle virtù e dei vizj di Macrino con imparziale sincerità. Ma l'autore della sua vita nella Stor. Aug. sembra che abbia ciecamente copiato alcuni di quegli scrittori, la cui penna, venduta all'Imperatore Elagabalo, aggravò la memoria del suo predecessore.

[448] Dione l. LXXXIII p. 1336. Il senso dell'autore è chiaro come l'intenzione del Principe; ma il Sig. Wotton non ha inteso nè l'uno nè l'altra, applicando la distinzione non ai veterani ed alle reclute, ma alle antiche e nuove legioni (Stor. di Roma p. 347).

[449] Dione l. LXXVIII p. 1330. Il compendio di Xifilino, benchè men ripieno di particolarità, è qui più chiaro dell'originale.

[450] Secondo Lampridio (Stor. Aug. p. 135) Alessandro Severo visse ventinove anni, tre mesi, e sette giorni. Siccome fu ucciso il 19 Marzo 235, conviene porre la sua nascita addì 12 dicembre 205. Egli aveva allora tredici anni, ed il tuo cugino quasi diciassette. Questo computo si confa meglio alla Storia di questi due Principi, che quello di Erodiano, il quale li fa più giovani di tre anni (l. V p. 181.). Dall'altro canto, questo autore untore prolunga di due anni il regno di Elagabalo. Si possono vedere le particolarità della congiura di Dione l. LXXVIII. p. 1339, ed in Erodian. l. V. p. 184.

[451] In virtù di un fatale proclama del preteso Antonino, ogni soldato, che recava la testa del suo uffiziale, ne succedeva ai beni ed al grado.

[452] Dione l. LXXXIII p. 1345; Erodiano l. V pag. 186. La battaglia fu data vicino al villaggio d'Imma a sette leghe incirca da Antiochia.

[453] Dione l. LXXIX p. 1350.

[454] Dione l. LXXIX p. 1363. Erod. l. V. p. 189.

[455] Questo nome viene da due parole siriache, _Ela_, Dio, e _gabal_, formare il Dio formatore o sia plastico, nominazione giusta ed adattata al Sole. Wotton Stor. di Roma pag. 378.

[456] Erodiano l. V p. 190.

[457] Egli violò il Santuario di Vesta, e ne involò una statua da lui creduta il _Palladio_; ma le Vestali si vantavano di avere con pia frode ingannato il sacrilego, presentandogli un falso simulacro della Dea: Stor. Aug. p. 103.

[458] Dione l. LXXIX. p. 1360 Erodiano l. V p. 193. I sudditi dell'Impero furono obbligati a fare ricchi regali ai nuovi sposi. Mammea dipoi esigè dai Romani tutto quel ch'essi avevan promesso, vivente Elagabalo.

[459] La scoperta di un nuovo intingolo era magnificamente ricompensata; ma se questo non piaceva, l'inventore era condannato a non mangiare altro che di quel piatto, finchè non ne avesse immaginato un altro che più piacesse al palato dell'Imperatore. Stor. Aug. p. 111.

[460] Non mangiava mai pesce, se non quando era lontanissimo dal mare; allora ne distribuiva ai paesani dell'interno una immensa quantità delle specie più rare, ed il trasporto costava spese enormi.

[461] Dione l. LXXIX p. 1358; Erod. l. V p. 192.

[462] Jerocle ebbe questo onore; ma sarebbe stato supplantato da un certo Zotico, se trovato non avesse il modo d'indebolire il suo rivale con una bevanda. Fu questi vergognosamente scacciato dal palazzo, quando si trovò che la sua forza non corrispondeva alla sua riputazione. (Dione l. LXXIX. 1363 1364.) Un ballerino fu fatto prefetto della città; un cocchiere, prefetto della guardia; un barbiere, prefetto delle provvisioni. Vedi la Stor. Aug. p. 105 ove parlasi delle qualità che rendevano stimabili questi tre ministri e molti altri inferiori, (_enormitate membrorum_.)

[463] Il credulo compilatore della sua vita è inclinato ancor esso a credere che i suoi vizj possano essere stati esagerati. Stor. Aug. p. 111.

[464] Dione l. LXXIX. p, 105. Erodiano l. V p. 195, 201. Stor. Aug. p. 1365. L'ultimo di questi Storici pare che abbia seguito i migliori autori nel racconto della rivoluzione.

[465] L'epoca della morte di Elagabalo, e dell'avvenimento di Alessandro, ha esercitata l'erudizione e la sagacità di Pagi, di Tillemont, di Valsecchi, di Vignoli, e di Torre Vescovo di Adria. Questo punto di Storia è per vero dire oscurissimo; ma io mi attengo all'autorità di Dione, il cui calcolo è evidente, ed il testo non può essere corrotto, giacchè Xifilino, Zonara, e Cedreno si accordano tutti con lui. Elagabalo regnò tre anni, nove mesi e quattro giorni dopo la sua vittoria contro Macrino, e fu ucciso il 10 Marzo 222. Ma che direm noi leggendo sopra autentiche medaglie il quinto anno della sua potestà tribunizia? Replicheremo con il dotto Valsecchi, che non si ebbe riguardo alcuno all'usurpazione di Macrino, e che il figlio di Caracalla datò il suo regno dalla morte del padre. Dopo avere risoluto questa grande difficoltà è facile sciogliere e recidere gli altri nodi della questione.

[466] Stor. Aug. p. 114. Con una precipitazione tanto straordinaria il Senato aveva idea di distruggere le speranze dei pretendenti e di prevenire le fazioni degli eserciti.

[467] «Se la natura fosse stata liberale fino a darci l'esistenza senza il soccorso delle donne, noi saremmo liberi da una compagnia molto importuna». Così si espresse Metello Numidico il censore dinanzi al popolo romano; ed aggiunse che il matrimonio dovea considerarsi come il sacrifizio di un piacere particolare ad un pubblico dovere. Aulo Gellio I 6.

[468] Tacito Ann. XIII 5.

[469] Stor. Aug. p. 102, 107.

[470] Dione l. LXXX p. 1369; Erodiano l. VI p. 206 Stor. Aug. p. 131. Secondo Erodiano, il patrizio era innocente. La Stor. Aug., sull'autorità di Dexippo, lo condanna come colpevole di una congiura contro la vita di Alessandro. È impossibile di decidere. Ma Dione è un inrecusabile testimonio della gelosia e della crudeltà di Mammea verso la giovane Imperatrice, di cui Alessandro deplorò l'infelice sorte senza avere il coraggio di opporvisi.

[471] Erodiano l. VI p. 203. Stor. Aug. p. 119. Secondo questo ultimo Storico, quando si trattava di fare una legge, si ammettevano nel consiglio alcuni abili giureconsulti, ed alcuni Senatori esperti, i quali davano separatamente il loro parere, ch'era poi messo in iscritto.

[472] Vedi la sua Vita nella Stor. Aug. Il compilatore senza alcun discernimento ha sepolto questi interessanti aneddoti sotto un ammasso di circostanze frivole e triviali.

[473] Ved. Gioven. Sat. XIII.

[474] Stor. Aug. p. 119.

[475] Il racconto della disputa che nacque su questo articolo tra il Senato ed Alessandro, è estratto dai registri di quella adunanza (Stor. Aug. p. 116 117). Cominciò il 6 Marzo, probabilmente l'anno 223, quando già i Romani avevano gustate per quasi dodici mesi le dolcezze di nuovo regno. Avanti che fosse offerto al Principe il nome di Antonino come un titolo d'onore, il Senato gli propose di prenderlo come un nome di famiglia.

[476] L'Imperatore era solito dire: _se milites magis servare quam se ipsum; quod salus publica in his esset._ Stor. Aug. p. 130.

[477] Benchè l'autore della vita di Alessandro (Stor. Aug. p. 132.) parli della sedizione dei soldati contro Ulpiano, passa però sotto silenzio la catastrofe, che poteva nel suo eroe essere un segno di debolezza nell'amministrazione. Da una simile omissione si può giudicare della fedeltà di questo Autore e della credenza che merita.

[478] Si può vedere nel fine tronco della Storia di Dione (l. LXXX p. 1371.) qual fosse il fato di Ulpiano ed a quai pericoli fosse esposto Dione.

[479] Reymat, Note a Dione. l. LXXX p. 1369.

[480] Giulio Cesare avea sedata una ribellione con la stessa parola _quirites_ che opposta a quella di _milites_ era un termine di disprezzo, e riduceva i colpevoli alla meno onorifica condizione di cittadini. Tacito Ann. I 43.

[481] Storia Aug. p. 132.

[482] Dai _Metelli_, Stor. Aug. p. 119. La scelta era felice. In dodici anni i Metelli ebbero sette consolati e cinque trionfi. Ved. Velleio Patercolo II 11, ed i Fasti.

[483] La vita di Alessandro nella Stor. Aug. presenta il modello di un Principe perfetto: è questa una debole copia della Ciropedia di Senofonte. La descrizione del suo regno, tal quale ce l'ha data Erodiano, è sensata, e combina con la Storia generale del secolo. Alcuni dei tratti più odiosi, ch'essa contiene, sono ugualmente riportati nei decisivi frammenti di Dione. Ma la maggior parte de' nostri scrittori moderni, acciecati dal pregiudizio, sfigurano Erodiano e copiano servilmente la Stor. Aug. Vedi Tillemont e Wotton. L'Imperator Giuliano al contrario (_in Caesaribus_ p. 31.) si compiace nel descriver la debolezza effemminata del _Siro_, e la ridicola avarizia di sua madre.

[484] Secondo l'esatto Dionigi di Alicarnasso, la città stessa non era lontana da Roma che cento stadi (circa quattro leghe), benchè alcuni posti avanzati potessero estendersi più in là verso l'Etruria. Nardini ha confutato in un trattato particolare e, l'opinione ricevuta e l'autorità di due Papi, che ponevano Veia ove è ora Civita Castellana; questo erudito crede che quell'antica città fosse situata in un piccolo luogo chiamato Isola, a mezza strada da Roma al lago Bracciano.

[485] Vedi Tito Livio l. IV e V. Nel censo dei Romani si proporzionavano esattamente i beni e la facoltà, e la tassa.

[486] Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 3. Cicerone _De officiis_ II 22. Plutarco vita di Paolo Emilio p. 275.

[487] Vedi una bella descrizione di questi tesori accumulati nella Farsaglia di Lucano l. III v. 155 ec.

[488] Tacito Ann. I 2. Sembra che questo registro esistesse al tempo di Appiano.

[489] Plutarco, vita di Pompeo p. 642.

[490] Strabone l. XVII p. 798.

[491] Velleio Patercolo l. II c. 39. Questo autore pare che dia la preferenza alla rendita della Gallia.

[492] I talenti Euboici, Fenicj, ed Alessandrini pesavano il doppio dei talenti Attici. Vedi Hooper intorno i pesi e le misure degli antichi p. IV. c. 5. È probabile che il medesimo talento fosse portato da Tiro a Cartagine.

[493] Polibio l. XV c. 2.

[494] Appiano _in Punicis_ p. 84.

[495] Diodoro di Sicilia l. V. Cadice fu fabbricata dai Fenicj, un poco più di mille anni avanti la nascita di Gesù Cristo. Vedi Velleio Patercolo l. 2.

[496] Strabone l. III p. 148.

[497] Plinio Stor. Nat. l. XXXIII c. 4. Parla egli ancora di una miniera d'argento nella Dalmazia, che rendeva allo Stato cinquanta libbre il giorno.

[498] Strabone l. X p. 485. Tacito. Ann. III 69. IV 30. Vedi in Tournefort (viaggio del Levante l. VIII) una eloquente descrizione dell'attuale miseria di Giera.

[499] Giusto Lipsio (_De Magnitudine romana_ l. 2 c. 3) fa montare l'entrata a cento cinquanta milioni di scudi d'oro, ma tutta la sua opera, benchè ingegnosa e piena di erudizione, è il frutto di una fantasia riscaldata.

[500] Tacito Ann. XIII 31.

[501] Ved. Plinio (Stor. Nat. l. VI c. 23, l. XII, c. 18.) Osserva egli che le merci dell'Indie si vendevano a Roma cento volte più del loro _primitivo valore_: dal che si può formare una idea del prodotto delle dogane, poichè questo _valore primitivo_ a detta del medesimo Plinio montava per lo meno a più di 1,600,000 zecchini.

[502] Gli antichi ignoravano l'arte di faccettare il diamante.

[503] Il Sig. Bouchaud nel suo trattato delle imposizioni dei Romani ha trascritta questa lista che si trova nel Digesto, ed ha voluto illustrarla con un prolisso commentario.

[504] Tacito Ann. I. 78. Due anni dopo l'Imperatore Tiberio avendo soggiogato il povero regno di Cappadocia, ne trasse un pretesto per diminuire di metà l'imposizione sulle vendite; ma questa diminuzione fu di poca durata.

[505] Dione l. LV 794 l. LVI p. 825.

[506] Una tal somma si stabilisce per congettura.

[507] Per molti secoli, nei quali sussistè il diritto romano, i _cognati_ o parenti dal canto di madre non erano chiamati alla successione. Questa legge crudele fu insensibilmente affievolita dall'umanità, e finalmente abolita da Giustiniano.

[508] Plinio, Paneg. c. 37.

[509] Ved. Einecio. _Antiq. juris Rom._ l. II.

[510] Orazio l. II Sat. V. Petronio c. 116 ec. Plinio l. II let. 20.

[511] Cicerone Filipp. II c. 16.

[512] Ved. le sue Lettere. Tutti questi testamenti gli davano occasione di mostrare il suo rispetto pei morti, e la sua giustizia pei vivi. E questo e quella egli conciliò insieme nella condotta ch'ei tenne con un figlio diseredato dalla madre (V. 1).

[513] Tacito Ann. XIII 50 _Esprit des loix_ l. XII c. 19.

[514] Ved. Il Paneg. di Plinio; la Stor. Aug., e Burmanno _De vectigalibus_.

[515] I tributi, propriamente detti, non erano dati in appalto, giacchè i buoni Principi condonarono spesso molti milioni di rate decorse.

[516] La condizione dei nuovi cittadini viene esattissimamente descritta da Plinio (Panegir. c. 37 38 39). Traiano pubblicò una legge molto a loro favorevole.

[517] Dione l. LXXVII p. 1295.

[518] Chi era tassato a dieci _aurei_, ordinario tributo, non pagò più che il terzo di un _aureo_; ed Alessandro fece in conseguenza battere nuove monete d'oro. Stor. Aug. p. 128 con i commentarj di Salmasio.

[519] Ved. la Stor. di Agricola, di Vespasiano, di Trajano, di Severo, de' suoi tre competitori, e generalmente di tutti gli uomini illustri dell'Impero.

CAPITOLO VII.

_Innalzamento al trono, e tirannia di Massimino. Ribellione nell'Affrica e nell'Italia autorizzata dal Senato. Guerre civili, e sedizioni. Morti violente di Massimino e del suo figlio, di Massimo, di Balbino, e dei tre Gordiani. Usurpazione, e giuochi secolari di Filippo._

Tra le varie forme di Governo che hanno prevaluto nel Mondo, quella di una monarchia ereditaria pare che più di ogni altra presenti un bersaglio al ridicolo. Può egli dirsi senza un riso sdegnoso, che alla morte del padre la proprietà di una nazione, simile a quella di un vile armento, ricada all'infante suo figlio, ignoto al genere umano, ugualmente che a se medesimo, e che i più coraggiosi guerrieri, ed i più saggi ministri, rinunziando al loro naturale diritto all'Impero, si accostino alla culla reale colle ginocchia piegate, e con proteste di fedeltà inviolabile? La satira e la declamazione possono dipingere questi quadri frequenti con i colori più vivi; ma noi con mente più seria rispetteremo un utile pregiudizio, che stabilisce una regola di successione indipendente dalle passioni degli uomini, e con piacere accetteremo questo espediente (qualunque egli sia) che toglie alla moltitudine il pericoloso, e veramente ideale potere di eleggersi da sè stessa un padrone.

All'ombra e nel silenzio del ritiro si possono facilmente inventare diversi sistemi di governo, nei quali lo scettro debba costantemente essere conceduto al membro più degno dal libero ed incorrotto suffragio della intera nazione. L'esperienza rovina questi aerei edifizj, e mostra che in una grande società l'elezione di un Monarca non può mai dipendere dalla più saggia o dalla più numerosa parte del popolo. La milizia è il solo ordine d'uomini sufficientemente uniti per accordarsi in un medesimo sentimento, e potente assai per farlo adottare al resto dei loro concittadini. Ma il carattere dei soldati, avvezzi alla violenza insieme ed alla schiavitù, li rende affatto incapaci di essere i custodi d'una legale o anche civile costituzione. La giustizia, l'umanità, o la prudenza politica sono qualità troppo ignote ad essi, perchè le rispettino negli altri. Il coraggio soltanto acquisterà la stima loro, e la liberalità comprerà i loro voti; ma il primo di questi meriti spesso si trova nei petti più feroci, e il secondo non si può dimostrare, che a spese del Pubblico, e l'ambizione di un intraprendente rivale può rivoltarli ambidue contro il possessore del trono.