Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 19

Chapter 193,649 wordsPublic domain

In una sola occasione le truppe rientrarono nel loro dovere e nell'obbedienza: è questo un fatto particolare che merita di essere rammentato, e serve a ben conoscere l'indole di quei soldati. Mentre l'Imperatore stava in Antiochia nel tempo della guerra persiana, di cui parleremo tra poco più estesamente, il castigo di alcuni soldati, che erano stati sorpresi nel bagno delle donne, eccitò un tumulto nella loro legione. Alessandro montò sul suo tribunale, e con una modesta fermezza rappresentò a quella moltitudine armata l'assoluta necessità, e l'inflessibile sua risoluzione di correggere i vizj introdotti dal suo impuro predecessore, e di mantenere la disciplina, senza la quale il nome e l'Impero romano doveano necessariamente perire. Furono dai loro clamori interrotte queste moderate rappresentanze. «Tenete in serbo le vostre grida» disse il coraggioso Imperatore «finchè non siate in campo contro i Persiani, i Germani ed i Sarmati: tacete al cospetto del vostro Sovrano benefattore, che vi concede il grano, le vesti e il denaro delle province: tacete, o più non vi chiamerò _soldati_, ma _cittadini_[480], se pure quelli che calpestano le leggi di Roma meritano d'essere annoverati anche tra i più vili del popolo». Le sue minacce irritarono il furore della legione, e le loro armi impugnate già minacciavano la sua persona. «Il vostro coraggio» riprese l'intrepido Alessandro «si mostrerebbe più nobilmente in un campo di battaglia; potete togliermi la vita, ma non già intimorirmi, e la severa giustizia della Repubblica punirebbe il vostro delitto, e vendicherebbe la mia morte.» La legione continuava i suoi clamori, quando l'Imperatore pronunziò ad alta voce: «_Cittadini_, deponete le armi, e ritiratevi in pace alle vostre rispettive abitazioni.» Fu la tempesta immediatamente calmata: i soldati, pieni di dolore e di vergogna, confessarono tacitamente giustizia del loro castigo, ed il potere della disciplina: deposero le armi e le insegne militari, e senza tornare al campo, confusamente si ritirarono ne' diversi alberghi della città. Alessandro per trenta giorni godè l'edificante spettacolo del loro pentimento, nè li ristabilì nel loro grado primiero, finchè non ebbe puniti colla morte quei Tribuni, la connivenza dei quali avea cagionato il tumulto. La riconoscente legione si mantenne fedele all'Imperatore finchè egli visse; e morto lo vendicò[481].

Le risoluzioni della moltitudine generalmente dipendono da un momento; e il capriccio della passione poteva egualmente determinare la legione sediziosa a gettare le armi ai piedi dell'Imperatore, o ad immergergliele nel seno. Forse scopriremmo le cagioni secrete della intrepidezza del Principe, e dell'obbedienza delle truppe in quel fatto singolare, se questo fosse stato sottoposto all'esame da un filosofo; e forse anco, se lo avesse riferito uno storico giudizioso, quest'azione, degna di Cesare, perderebbe tutto il tuo merito, riducendosi al comun livello delle altre azioni convenienti al carattere di Alessandro Severo. Sembra che i talenti di questo Principe amabile non sieno stati proporzionati alla sua critica situazione; e che la fermezza della sua condotta non fosse eguale alla purità delle sue intenzioni. Le sue virtù aveano, come i vizj di Elagabalo, contratta una tintura di debolezza nell'effeminato clima della Siria, dov'egli era nato; arrossiva per altro d'essere d'origine straniera, e con una vana compiacenza ascoltava gli adulatori genealogisti, che lo facevano discendere dalla più antica nobiltà di Roma[482]. La superbia e l'avarizia della madre oscurarono alquanto la gloria del suo regno; e Mammea espose alla pubblica derisione il proprio carattere, e quello del figlio[483], con esigere da esso negli anni più maturi la medesima rispettosa obbedienza, ch'ella avea giustamente pretesa dall'inesperta di lui giovanezza. Le fatiche della guerra persiana irritarono i malcontenti soldati; e l'esito sfortunato avvilì la reputazione dell'Imperatore, come generale e come soldato. Ogni cagione preparava, ed ogni circostanza affrettava una rivoluzione, che lacerò poi l'Impero romano con una lunga serie d'intestine calamità.

La tirannica dissolutezza di Commodo, le guerre civili cagionate dalla morte di lui, e le nuove massime di politica, introdotte dalla famiglia di Severo, aveano insieme contribuito ad accrescere il pericoloso poter dei soldati, ed a cancellare dalla mente dei Romani la rimastavi languida immagine delle leggi e della libertà. Noi abbiamo già procurato di spiegare con ordine e chiarezza questo interno cambiamento, che indebolì i fondamenti dell'Impero. I caratteri personali degl'Imperatori, le loro vittorie, leggi, follìe e fortune non ci possono interessare, se non in quanto sono connesse colla storia generale della decadenza e rovina della Monarchia. La nostra costante attenzione a questo grande oggetto non ci permetterà di esaminare un editto molto importante di Antonino Caracalla, che comunicò a tutti i liberi abitanti dell'Impero il nome ed i privilegi di cittadini romani. Questa eccessiva liberalità non derivava per altro dai sentimenti di un animo generoso; era l'effetto di una sordida avarizia. Alcune osservazioni sulle finanze dei Romani, dai secoli vittoriosi della Repubblica fino al regno di Alessandro Severo, proveranno la verità di questa riflessione.

L'assedio di Veia in Toscana (prima considerabile impresa dei Romani) durò dieci anni, più per l'inabilità degli assedianti, che per la forza della città. Le insolite fatiche di tante campagne d'inverno, in distanza di quasi venti miglia da casa[484], esigevano incoraggiamenti più che comuni; ed il Senato saggiamente prevenne i clamori del popolo, instituendo pei soldati una paga regolare, alla quale si supplì con un generale tributo, imposto con giusta proporzione sopra i beni dei cittadini[485]. Per più di 200 anni dopo la conquista di quella città, le vittorie della Repubblica aumentarono più la potenza, che la ricchezza di Roma. Gli Stati dell'Italia pagavano il loro tributo col solo servizio militare, e le immense forze terrestri e marittime, impiegate nelle guerre Puniche, furono tutte mantenute a spese dei Romani medesimi. Questo popolo generoso (sì grande è talvolta il nobile entusiasmo della libertà) si sottometteva con piacere alle più eccessive e volontarie gravezze, nella giusta fiducia di presto godere la ricca ricompensa delle sue fatiche. Non andarono deluse le sue speranze. In pochi anni le ricchezze di Siracusa, di Cartagine, della Macedonia e dell'Asia furono portate a Roma in trionfo. I soli tesori di Perseo ascendevano a quattro milioni di zecchini, ed il popolo romano, sovrano di tante nazioni, fu per sempre liberato dal peso delle tasse[486]. La rendita delle province, che sempre andava aumentando, servì per supplire alle spese ordinarie della guerra e del Governo, e la superflua massa dell'oro e dell'argento fu depositata nel tempio di Saturno, e riserbata per qualunque improvvisa necessità dello Stato[487].

La storia non ha forse mai sofferta una perdita più grande, o più irreparabile, che nello smarrimento di quel curioso registro lasciato da Augusto al Senato, nel quale questo Principe sperimentato avea fatto un così esatto bilancio dell'entrate e delle spese dell'Impero romano[488]. Privi di questo chiaro ed esteso ragguaglio, siamo ridotti a raccogliere pochi imperfetti indizj da quegli antichi, che accidentalmente hanno interrotta la parte più splendida della loro narrazione per dar luogo a più utili considerazioni. Sappiamo che le conquiste di Pompeo fecero ascendere i tributi dell'Asia da 50 a 135 milioni di dramme, ossia 9 milioni di zecchini incirca[489]. Sotto l'ultimo ed il più indolente dei Tolomei, l'Egitto rendeva 12500 talenti, che equivalgono a più di 15 milioni di zecchini; ma fu questa rendita di poi considerabilmente aumentata dalla più esatta economia dei Romani, e dal cresciuto commercio dell'Etiopia e dell'India[490].

La Gallia sì arricchiva colle rapine, come l'Egitto con il commercio, ed i tributi di queste due grandi province pare che a un di presso fossero di egual valore[491]. I dieci mila talenti Euboici o Fenicj (quasi 8 milioni di zecchini[492]) che la vinta Cartagine fu condannata a pagare nel termine di cinquant'anni, erano un leggiero tributo in segno della superiorità di Roma[493], il quale non può in modo alcuno paragonarsi colle tasse, che furono imposte di poi sulle terre e sulle persone di quegli abitanti, quando la fertile costa dell'Affrica fu ridotta in provincia[494].

La Spagna, per un destino singolare, era il Messico ed il Perù dell'antico Mondo. La scoperta del ricco occidental continente fatta dai Fenicj, e l'oppressione di quei popoli innocenti, forzati a faticare nelle loro proprie miniere pel vantaggio degli stranieri, formano un esatto quadro della più recente storia dell'America spagnuola[495]. I Fenicj non conoscevano, che la costa marittima della Spagna; ma l'avarizia insieme e l'ambizione portarono le armi di Roma e di Cartagine nel cuore di quella provincia, e vi furono quasi in ogni parte trovate miniere di rame, d'argento e d'oro. Vien fatta menzione di una miniera vicina a Cartagine, che rendea venticinque mila dramme d'argento al giorno, ovvero quasi seicentomila zecchini l'anno[496]. Le province dell'Asturia, della Galizia e della Lusitania rendevano annualmente ventimila libbre di peso d'oro[497].

Non abbiamo nè tempo nè materiali per continuare questa curiosa ricerca riguardo a tutti quei potenti Stati, che assorbiti rimasero nel romano Impero. Possiamo per altro formarci qualche idea della rendita di quelle province, nelle quali v'erano ricchezze considerabili, o depositatevi dalla natura, o ammassate dagli uomini, se osserviamo la severa attenzione, che si aveva alle sterili e solitarie contrade. Augusto ricevè una supplica dagli abitanti di Giera, i quali umilmente lo pregavano d'essere sollevati di un terzo delle loro eccessive imposizioni. L'intera loro tassa non era, per vero dire, maggiore di cento cinquanta dramme, intorno a dieci zecchini. Ma Giera era un'isoletta, o piuttosto uno scoglio del mare Egeo, mancante d'acqua dolce, e di ogni cosa necessaria alla vita, ed abitata da pochi miserabili pescatori[498].

Da questi deboli ed incerti lumi saremmo portati a credere, I. che (avuto ogni riguardo alla differenza dei tempi e delle circostanze) la rendita generale delle province romane raramente fosse minore di 30 ovvero 40 milioni di zecchini[499]; II. che una entrata così considerabile dovesse pienamente servire a tutte le spese del moderato Governo istituito da Augusto, la Corte del quale non eccedeva il treno modesto di un Senatore privato, ed il cui militare stabilimento era calcolato per la sola difesa delle frontiere, senza alcuna mira ambiziosa di far conquiste, od alcun serio timore d'una invasione straniera.

Non ostante l'apparente probabilità di queste due conclusioni, la seconda almeno è positivamente contraria al linguaggio ed alla condotta di Augusto. Non è facile di decidere, se allora egli operò da padre comune del Mondo romano, o da oppressore della libertà; se volle sollevar le province o impoverire il Senato e l'ordine equestre. Che che ne sia, non sì tosto ebbe egli prese le redini del Governo, che cominciò a fare spesse rappresentanze sulla scarsezza dei tributi, e sulla necessità di far sopportare a Roma ed all'Italia una giusta porzione delle pubbliche gravezze. Prese per altro caute e salde misure per l'esecuzione di questo impopolare disegno. L'introduzione delle gabelle fu seguitata dallo stabilimento di una tassa sulle vendite; ed il piano dell'imposizione generale con accortezza fu esteso su i beni e le persone dei cittadini romani, che per un secolo e mezzo erano andati esenti da qualunque contribuzione.

I. In un Impero vasto, come il romano, la naturale bilancia della moneta dovea stabilirsi a poco a poco da se medesima. È già stato osservato, che siccome le ricchezze delle province erano tirate alla Capitale dalla forza della conquista e della potenza, così le province industriose insensibilmente ne ricuperavano gran parte per la gentile influenza del commercio e delle arti. Sotto il regno di Augusto e de' suoi successori, furono imposti diritti sopra ogni specie di mercanzie, che per mille varj canali scorrevano verso il gran centro della ricchezza e del lusso; e in qualunque modo fosse espressa la legge, ora il compratore romano, non il mercante provinciale, che pagava la tassa[500]. La tariffa dei dazj variava dall'ottava alla quarantesima parte del valore delle merci; e possiamo con ragione supporre che la diversità fosse regolata dalle massime inalterabili della politica; che gli oggetti di lusso pagassero un dazio maggiore che quelli di necessità; e che per li prodotti e le manifatture dell'Impero si avesse una maggiore indulgenza, che non pel nocivo o almeno infruttuoso commercio dell'Arabia o dell'India[501]. Esiste ancora un lungo, ma imperfetto catalogo delle mercanzie orientali, che verso il tempo di Alessandro Severo soggiacevano alle imposizioni, ed erano la cannella, la mirra, il pepe, lo zenzero e tutti gli aromati; una gran varietà di pietre preziose, tra le quali il diamante era la più riguardevole pel suo valore, e lo smeraldo per la sua bellezza[502]; le pelli che venivano dalla Partia e da Babilonia, i cotoni, le sete gregge o lavorate, l'ebano, l'avorio e gli eunuchi[503]. È da notarsi che l'uso ed il prezzo di questi schiavi effeminati andò crescendo in proporzione della decadenza dell'Impero.

II. L'imposizione sulle vendite, introdotta da Augusto dopo le guerre civili, era tenue ma generale. Passò raramente l'uno per 100, ma comprendeva tutto ciò che si vendea nei mercati o all'asta pubblica, dagli acquisti più considerabili di terreni o di case, fino a quei minuti oggetti, il cui prodotto non può divenire importante che pel loro infinito numero, e giornaliero consumo. Una simile tassa, che aggrava tutta la nazione, ha sempre cagionato lagnanze e disgusti. Un Imperatore, che conosceva perfettamente i bisogni dello Stato e i mezzi per supplire ai medesimi, fu costretto a dichiarare con un pubblico editto, che il mantenimento dell'armata si ricavava in gran parte dall'imposizione sulle vendite[504].

III. Quando Augusto deliberò di stabilire una milizia permanente per difendere il suo Governo contro i nemici esterni e domestici, istituì un tesoro particolare per la paga dei soldati, per le ricompense de' veterani, e per le spese straordinarie della guerra. L'ampia rendita della imposizione sulle vendite, benchè tutta si applicasse a quegli usi, pure non fu sufficiente; e per supplire alla mancanza l'Imperatore suggerì una nuova tassa di _cinque per cento_ sopra tutti i legati e tutte l'eredità. Ma i nobili romani si mostrarono più gelosi dei loro beni, che della loro libertà. Augusto ne udì le lagnanze con la sua solita moderazione. Rimise egli di buona fede l'affare al Senato, esortandolo a rintracciare qualche altro meno odioso espediente per provvedere alla pubblica utilità. Erano i Senatori divisi e perplessi, ma avendo egli detto, che la loro ostinazione l'obbligherebbe a _proporre_ una tassa generale sopra i terreni e sopra le teste, consentirono, senza far più parole, al primo progetto[505]. La nuova imposizione sopra i legati e le eredità fu per altro mitigata da alcune restrizioni. Essa non avea luogo, se l'oggetto non aveva un determinato valore, probabilmente di cinquanta o cento pezzi d'oro[506]: nè si poteva esigere dal parente più prossimo per parte di padre[507]. Assicurati così i diritti della natura e della povertà, parve cosa assai ragionevole che uno straniero o un parente lontano, il quale acquistava un aumento inaspettato di beni, potesse con piacere consacrarne la ventesima parte al vantaggio dello Stato[508].

Una simile tassa, il cui prodotto deve essere immenso in ogni Stato opulento, era per buona sorte adattata alla situazione dei Romani, che poteano nei loro arbitrarj testamenti seguitare la ragione o il capriccio, non essendo vincolati dai moderni legami di sostituzioni e di convenzioni matrimoniali. Per varie cagioni la parzialità dell'affetto paterno spesso perdeva la sua influenza sopra i feroci repubblicani, e sopra i dissoluti nobili dell'Impero; e se il padre lasciava al figlio la quarta parte del suo patrimonio, non v'era luogo a legittime querele[509]. Ma un ricco vecchio senza figliuoli era un tiranno domestico, ed il suo potere cresceva con gli anni e con le malattie. Una folla servile, tra la quale sovente si trovavano e Pretori e Consoli, lo corteggiava per ottenerne il favore, lusingava la sua avarizia, applaudiva alle sue follìe, serviva le sue passioni, e con impazienza ne attendeva la morte. L'arte della compiacenza e dell'adulazione divenne una scienza lucrosa; quelli, che la professavano, furono conosciuti sotto un nome particolare; e tutta la città, secondo le vivaci descrizioni della satira, era divisa in due parti, i _cacciatori_[510], e la _cacciagione_. Mentre dunque ogni giorno tanti strani, ed ingiusti testamenti venivano dettati dall'accortezza, e sottoscritti dalla follìa, alcuni pochi erano suggeriti da una sensata stima o virtuosa gratitudine. Cicerone, che tanto spesso avea difeso le vite ed i beni dei suoi concittadini, fu ricompensato con legati, la cui somma ascese quasi a trecento quarantamila zecchini[511]; nè pare che gli amici di Plinio il Giovane fosser men generosi verso questo amabile oratore[512]. Qualunque fosse il motivo del testatore, il Tesoro reclamava, senza distinzione, la ventesima parte dell'eredità, e nel corso di due o tre generazioni l'intero patrimonio del suddito doveva a poco a poco passare nella cassa dello Stato.

Nei primi anni felici del regno di Nerone, questo Principe, per desiderio di rendersi popolare, o forse per un cieco impulso di benificenza, ebbe l'idea di abolire tutti i gravami delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite. Applaudirono i Senatori più prudenti alla sua magnanimità, ma lo distolsero dall'esecuzione di un disegno, che avrebbe distrutta la forza e le sorgenti delle ricchezze della Repubblica[513]. Se fosse stato possibile di condurre ad effetto questo sogno chimerico, Traiano e gli Antonini avrebbero certamente con ardore abbracciata la gloriosa occasione di rendere un servizio così segnalato al genere umano. Contenti pertanto di alleggerire le pubbliche gravezze, non tentarono di abolirle. La dolcezza e la precisione delle loro leggi determinò la regola e la misura delle imposizioni, e protesse il suddito d'ogni condizione contro le arbitrarie interpretazioni, le antiquate pretensioni, e le insolenti vessazioni degli appaltatori[514]. È per altro cosa singolare, che, in ogni secolo, i migliori e più savj Imperatori romani seguissero il pericoloso metodo di dare in appalto i rami, principali almeno, delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite[515].

La situazione ed i sentimenti di Caracalla erano, per vero dire, ben diversi da quelli degli Antonini. Disattento, anzi nemico del pubblico bene, si trovò nella necessità di soddisfare all'avarizia insaziabile, ch'egli medesimo destata avea nelle truppe. Di tutte le diverse imposizioni introdotte da Augusto, il _ventesimo_ sulle eredità, e su i legati era la più fruttifera e la più estesa. Siccome non era ristretta ai soli abitanti di Roma o dell'Italia, se ne aumentava continuamente il prodotto, a proporzione che si dilatava la _cittadinanza romana_. I nuovi cittadini, benchè egualmente sottoposti alle nuove tasse[516], dalle quali erano stati esenti come sudditi, si credevano ampiamente compensati dal grado che ottenevano, dai privilegi che acquistavano e dal bello aspetto di onori e di ricchezze, che si presentava alla loro ambizione. Ma questi vantaggi svanirono quando Caracalla, togliendo ogni distinzione costrinse tutti i provinciali a prendere, lor malgrado, il vano titolo e le obbligazioni reali di cittadini romani. Nè il rapace figlio di Severo si contentò della tassa, della quale si erano contentati i moderati suoi predecessori. In vece del _ventesimo_ egli esigè il _decimo_ di tutte le eredità e di tutti i legati, e durante il suo regno (perocchè dopo la sua morte fu l'imposizione rimessa sull'antico metodo) tutte le parti dell'Impero furono egualmente oppresse dal peso del suo scettro di ferro[517].

Quando in tal guisa furono tutti i provinciali sottomessi alle imposizioni particolari dei cittadini romani, pareva che dovessero legittimamente essere esentati da quelle, ch'erano soliti di pagare nella prima condizione di sudditi. Ma queste non erano le massime di governo prese a seguire da Caracalla, e dal preteso suo figlio. Le province si ritrovarono aggravate, ad un tempo stesso, dai nuovi e dagli antichi tributi. Era riservato al virtuoso Alessandro di sollevarle in gran parte da questa intollerabile oppressione, riducendo i tributi alla trentesima parte di quello ch'erano al suo avvenimento[518]. È impossibile di congetturare per qual motivo egli lasciasse sussistere quel piccolo residuo della pubblica calamità. Questa pianta fatale, non affatto sradicata, tornò a germogliare sempre più vigorosa, e nei secoli successivi stese la sua ombra mortifera sopra tutto il Mondo romano. Nel corso di questa storia saremo bene spesso obbligati a far menzione della tassa sopra i terreni e sopra le teste, e delle gravose contribuzioni di grano, di vino, d'olio e di carni, che si esigevano dalle province per l'uso della Corte, dell'esercito e della capitale.

Finchè Roma e l'Italia furono considerate come il centro del Governo, gli antichi cittadini conservarono uno spirito nazionale, che i nuovi insensibilmente adottarono. Le principali cariche dell'esercito erano occupate da uomini di una educazione liberale, che ben conoscevano i vantaggi delle leggi e delle lettere, e si erano avanzati con passi eguali nella regolare carriera degli onori civili e militari[519]. Alla loro influenza, al loro esempio si può in qualche parte attribuire la modesta obbedienza delle legioni nei due primi secoli dell'istoria imperiale.

Ma quando Caracalla ebbe abbattuto l'ultimo riparo della costituzione romana, alla distinzione dei gradi tenne dietro a poco a poco la diversità delle professioni. I più culti cittadini delle interne province furono i soli che si trovassero capaci ad essere o magistrati o avvocati. La più dura professione delle armi fu abbandonata ai contadini ed ai barbari delle frontiere, i quali non conoscendo altra patria che il loro campo, altra scienza che quella della guerra, disprezzavano le leggi civili, ed appena osservavano quelle della militar disciplina. Con insanguinate mani, con selvaggi costumi, e con disperate risoluzioni, essi qualche volta difesero, ma più spesso rovesciarono il trono degl'Imperatori.

NOTE:

[404] Stor. Aug. p. 71 _Omnia fui, et nihil expedit_.

[405] Dione Cassio l. LXXVI p. 1284.

[406] Verso l'anno 186. Tillemont è miseramente imbarazzato per ispiegare un passo di Dione nel quale l'Imperatrice Faustina, morta l'anno 175, viene introdotta come una che ha contribuito al matrimonio di Severo e di Giulia l. LXXIV p. 1243. Questo dotto compilatore non si rammentò, che Dione non riferisce un fatto reale, ma un sogno di Severo; ed i sogni non sono circoscritti da' confini di tempo o di luogo. Tillemont s'immaginò egli che i matrimonj si _consumassero_ nel tempio di Venere in Roma? Stor. degl'Imperatori, tom. III p. 389, Nota 6.

[407] Stor. Aug. p. 65.

[408] Stor. Aug. p. 85.

[409] Dione Cassio l. LXXVII. p. 1304. 1314.

[410] Vedi una Dissertazione di Menagio, al fine della sua edizione di Diogene Laerzio _De foeminis philosophis_.

[411] Dione l. LXXVI p. 1285. Aurelio Vittore.