Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 18

Chapter 183,591 wordsPublic domain

Il Sole era in Emesa adorato sotto il nome di Elagabalo[455], e sotto la forma di una pietra nera fatta a cono, che secondo l'universale credenza era caduta dal cielo in quel sacro luogo. A questo Nume suo tutelare attribuiva Antonino, non senza qualche ragione, il suo innalzamento al trono; e in tutto il suo regno l'unica sua seria occupazione fu di far mostra della superstiziosa sua gratitudine. Il grande oggetto del suo zelo e della sua vanità fu di far trionfare il Dio di Emesa sopra tutte le religioni della terra; e il nome di Elagabalo (giacchè pretese come Pontefice, e favorito di prender quel sacro nome) gli fu più caro, che tutti i titoli della grandezza imperiale. In una solenne processione per le contrade di Roma il suolo era coperto di polvere d'oro, e la pietra nera, adornata di preziose gemme, era posta sopra un carro tirato da sei bianchissimi cavalli, riccamente guarniti. Il devoto Imperatore tenea le redini, e sostenuto dai suoi Ministri, si movea lentamente all'indietro, per avere la sorte di goder sempre la vista di quella divinità. Furono celebrati, con ogni accompagnamento di lusso o di solennità, i sacrifizj del Dio Elagabalo in un tempio magnifico, innalzato sul monte Palatino. I vini più squisiti, le vittime più rare, ed i più preziosi aromati si consumavano con profusione sull'ara. Intorno ad essa un coro di sirie donzelle intrecciava danze lascive al suono di barbari strumenti, mentre i più gravi personaggi dello Stato e dell'esercito, vestiti di lunghe toghe fenicie, vi esercitavano le più vili funzioni con uno zelo affettato, ed una indignazione secreta[456]. Il fanatico Imperatore volle deporre in quel tempio, come nel centro comune della religione, gli Ancili, il Palladio[457], e tutti i sacri pegni del culto di Numa. Una moltitudine di divinità inferiori, diversamente situate, corteggiava la maestà del Dio di Emesa; ma la sua Corte era ancora imperfetta, finchè una compagna di un ordine superiore non fosse ammessa entro il suo letto. Pallade era stata da principio eletta per sua consorte; ma temendosi che il guerriero aspetto di lei non atterrisse la molle delicatezza di un Nume della Siria, fu la Luna, che gli Affricani adoravano sotto il nome di Astarte, creduta più conveniente per essere consorte del Sole. La immagine di questa, con le ricche offerte del suo tempio, come per dote, fu trasportata con solenne pompa da Cartagine a Roma, e il giorno di queste mistiche nozze fu generalmente celebrato nella Capitale e per tutto l'Impero[458].

Un voluttuoso, che non abbia rinunziato alla ragione, segue con invariabil rispetto i moderati dettami della natura, ed accresce i diletti del senso col sociale commercio, coi dolci legami, e con i delicati colori del gusto e dell'immaginazione. Ma Elagabalo, (parlo dell'Imperatore di questo nome) corrotto dalle passioni della gioventù, dai costumi della sua patria, e dalla propria prosperità, si abbandonò ai piaceri più grossolani con isfrenato furore, e trovò presto la sazietà e la nausea nei mezzo dei suoi godimenti. Si chiamarono in soccorso tutti gl'irritanti rimedj dell'arte: una moltitudine confusa di donne, di vini e di cibi, e la ricercata varietà d'atteggiamenti lascivi e di salse servivano a ravvivare i suoi languenti appetiti. Nuovi termini, e nuove invenzioni in queste scienze, le sole che il Sovrano coltivasse e proteggesse[459], segnalarono il suo regno, e ne trasmisero l'obbrobrio alla posterità. Una capricciosa prodigalità suppliva alla mancanza del buon gusto e dell'eleganza, e mentre Elagabalo dissipava i tesori dello Stato nelle maggiori stravaganze, egli stesso e i suoi adulatori facevano applauso ad un genio e ad una magnificenza incognita alla bassezza de' suoi predecessori. Sue delizie erano il confondere gli ordini delle stagioni, e dei climi[460], il farsi beffe delle passioni e dei pregiudizj dei sudditi, e sovvertire tutte le leggi della natura e della decenza. Un numeroso seguito di concubine, ed una rapida successione di mogli (tra le quali vi fu una Vestale rapita a forza dal sacro asilo[461],) non servivano a soddisfare l'impotenza delle sue passioni. Il padrone del Mondo romano, affettando d'imitare le femmine nel vestito o nelle maniere, preferì la conocchia allo scettro, disonorò le prime cariche dell'Impero, distribuendole a' suoi numerosi amanti; uno de' quali ricevè pubblicamente il titolo e l'autorità di marito[462] dell'Imperatore, o dell'Imperatrice, come ei da se stesso più propriamente si nominava.

Forse l'immaginazione, il pregiudizio e la calunnia hanno ingranditi i vizj e le pazzie di Elagabalo[463]. Ma ristringendoci ancora alle pubbliche scene rappresentate avanti il romano popolo, ed attestate da gravi e contemporanei scrittori, la loro indicibile infamia vince quella d'ogni altro secolo o paese. Le dissolutezze di un Sultano restano nascoste agli occhi dei curiosi dalle inaccessibili mura del suo serraglio. I sentimenti di onore e le maniere galanti hanno introdotto nelle moderne Corti d'Europa il raffinamento nel piacere, il rispetto per la decenza, ed il riguardo per la publica opinione; ma i doviziosi e corrotti nobili di Roma adottavano tutti i vizj, che v'introduceva il concorso delle nazioni e dei costumi stranieri. Sicuri della impunità, e non curanti della censura, vivevano senza alcun freno nell'umile e sommessa società dei loro schiavi o dei loro parassiti. L'Imperatore, dal canto suo, riguardando tutti i suoi sudditi con egual disprezzo ed indifferenza, sosteneva senza ritegno veruno il sovrano suo privilegio delle dissolutezze e del lusso.

I più indegni tra gli uomini non temono di condannare negli altri quei vizj medesimi, nei quali essi pure s'ingolfano. Per giustificare questa parzialità sono sempre pronti a trovare qualche leggiera differenza nell'età, nel carattere, o nelle circostanze. I licenziosi soldati, che avevano innalzato al trono l'indegno figlio di Caracalla, arrossirono dell'infame loro scelta, e fremendo alla vista di quel mostro, si rivolgevano con piacere a contemplare le nascenti virtù del suo cugino Alessandro, figliuol di Mammea. L'accorta Mesa prevedendo che il suo nipote Elagabalo con i suoi proprj vizj correva ad inevitabil rovina, volle dare alla sua famiglia un altro più sicuro sostegno. Profittando di un momento favorevole di tenerezza e di devozione, avea indotto il giovane Imperatore ad adottare Alessandro, e dargli il nome di Cesare, affinchè le sue divine occupazioni non fossero più lungamente interrotte dalle cure terrene. Questo Principe amabile, posto nel secondo seggio, presto si acquistò l'amore del pubblico, ed eccitò la gelosia del tiranno, che risolse di por fine ad un pericoloso paragone, corrompendo i costumi del suo rivale, o togliendogli la vita. Furono inutili i suoi tentativi, ed i suoi vani disegni vennero sempre scoperti dalla sua folle loquacità, o sconcertati da quei domestici virtuosi e fedeli che la prudente Mammea aveva dati al suo figlio. In un precipitoso trasporto di collera risolse Elagabalo di far con la forza quel che non avea potuto eseguir con la frode, e con una sentenza dispotica degradò il suo cugino dalla dignità e dagli onori di Cesare. Fu ricevuto quest'ordine dal Senato con silenzio, e dalle truppe con furore. I soldati Pretoriani giurarono di difendere Alessandro, e vendicar la maestà di un trono disonorato. I pianti e le promesse del tremante Elagabalo, che solamente pregavali a lasciargli la vita ed il suo amato Jeroele, sospesero il lor giusto sdegno; e si contentarono d'incaricare i loro Prefetti di vegliare sulla salvezza d'Alessandro, e sulla condotta dell'Imperatore[464].

Era impossibile che tale reconciliazione potesse durare, o che Elagabalo, per vile che fosse, volesse regnare a condizioni così umilianti. Procurò ben presto con una pericolosa prova di esplorare gli animi dei soldati. Il rumore della morte di Alessandro, ed il natural sospetto, ch'egli fosse stato veramente ucciso, eccitò nel campo una ribellione, che la presenza e l'autorità di quel Principe diletto poterono sole acquietare. Irritato da questa novella prova del loro affetto verso il suo cugino, e del loro disprezzo verso la sua persona, l'Imperatore si arrischiò a punire alcuni capi della sedizione. La sua intempestiva severità divenne in un momento funesta ai suoi Favoriti, alla sua madre, a lui stesso. Fu Elagabalo trucidato dagli sdegnati Pretoriani, e strascinato il suo mutilato cadavere per le strade di Roma, poi gettato nel Tevere. Il Senato dannò la memoria di lui a perpetua infamia, e la posterità ha ratificato questa giusta sentenza[465].

In luogo di Elagabalo fu da' Pretoriani innalzato al trono il cugino di lui, Alessandro. La relazione che questi avea con la famiglia di Severo, di cui prese il nome, era la stessa che quella del suo predecessore: la virtù di lui ed il pericolo, che avea corso, lo avevan renduto caro ai Romani, ed il Senato con gran liberalità gli conferì in un sol giorno tutti i titoli e tutto il potere della dignità imperiale[466]. Ma siccome Alessandro era un modesto e rispettoso giovane in età di soli diciassette anni, le redini del governo rimasero in mano della sua madre Mammea, e di Mesa sua ava. Dopo la morte di quest'ultima, che poco sopravvisse all'elevazione di Alessandro, Mammea fu la sola reggente e del figlio e dell'Impero.

In ogni secolo ed in ogni paese, il sesso più saggio, o almeno più forte, ha usurpato tutte le cariche dello Stato, e confinato l'altro nelle cure e nei piaceri della vita domestica. Nelle monarchie ereditarie per altro, e particolarmente in quelle dell'Europa moderna, il galante spirito di cavalleria, e la legge di successione ci hanno avvezzati ad una singolare eccezione; ed una donna è spesso riconosciuta per assoluta Sovrana di un vasto regno, nel quale sarebbe creduta incapace di esercitare il minimo impiego militare e civile. Ma siccome gl'Imperatori romani erano sempre considerati come Generali e Magistrati della Repubblica, così le loro consorti e le madri loro, benchè distinte col nome di _Auguste_, non furono mai associate ai loro personali onori, ed uno scettro retto da una man femminile sarebbe sembrato un portento inesplicabile agli occhi di quei primi Romani, che si maritavano senza amore, ed amavano senza delicatezza e rispetto[467]. La superba Agrippina tentò, è vero, di aver parte agli onori dell'Impero, al quale essa aveva innalzato il suo figlio; ma la sua folle ambizione, detestata da tutti i cittadini, che ancor veneravano la maestà di Roma, fu sconcertata dalle arti e dalla fermezza di Seneca e di Burro[468]. Il buon senso e l'indifferenza dei Principi successivi si trattenne dall'offendere i pregiudizj dei loro sudditi; ed era riservato all'infame Elagabalo di disonorare gli atti del Senato con il nome della sua madre Soemia, che sedeva accanto ai Consoli, e soscriveva, come gli altri Senatori, i decreti di quell'assemblea legislatrice. La sua sorella Mammea ricusò prudentemente questa inutile ed odiosa prerogativa, e fu promulgata una legge solenne, che escludeva per sempre le donne dal Senato, e consacrava agli Dei infernali il capo di chiunque violasse un tale decreto[469]. L'oggetto della virile ambizione di Mammea era la realtà, non l'apparenza del potere. Ella si conservò un impero assoluto e durevole sullo spirito del figlio, ed in ciò non potè quella madre soffrire un rivale. Alessandro, col consenso di lei, sposò la figlia di un patrizio, ma il di lui rispetto pel suocero, e l'amore per l'Imperatrice, erano incompatibili colla tenerezza, e coll'interesse di Mammea. Il Patrizio, ben presto accusato di tradimento, soffrì l'ultimo supplizio, e la moglie di Alessandro fu scacciata vergognosamente dal palazzo, e rilegata nell'Affrica[470].

Non ostante quest'atto di gelosa crudeltà, e l'avarizia di cui viene tacciata Mammea, il generale tenore del suo governo fu ugualmente utile al figlio, ed all'Impero. Coll'approvazione del Senato scelse sedici dei più saggi e virtuosi Senatori, che formassero un perpetuo Consiglio di Stato, ove si agitassero, e si decidessero tutti gli affari pubblici d'importanza. Questo Consiglio aveva per capo il celebre Ulpiano, illustre egualmente per la sua scienza, e pel rispetto alle leggi romane. La fermezza e la prudenza di questa aristocrazia ristabilì l'ordine, e l'autorità del Governo. Dopo avere purgato la città da ogni culto e lusso straniero, residui della capricciosa tirannide di Elagabalo, si applicarono ad allontanare le indegne di lui creature da ogni dipartimento della pubblica amministrazione, ed a sostituire in loro vece persone abili e virtuose. La dottrina e l'amore della giustizia divennero le sole raccomandazioni per gli uffizj civili, ed il valore e l'amore della disciplina, i soli requisiti per gli impieghi militari[471].

Ma la cura più importante di Mammea e dei saggi suoi consiglieri fu l'educazione del giovane Imperatore, le cui qualità personali doveano fare la felicità, e la miseria del Mondo romano. La fertilità del suolo secondava, e quasi preveniva la mano coltivatrice. L'eccellente intendimento di Alessandro lo persuase ben presto dei vantaggi della virtù, del piacere d'istruirsi, e della necessità del lavoro. Una dolcezza ed una moderazione naturale lo preservarono dagli assalti della passione, e dalle attrattive del vizio. Il suo inviolabile rispetto per la madre, e la sua stima pel saggio Ulpiano difesero l'inesperta sua giovanezza dal veleno dell'adulazione.

La semplice descrizione delle giornaliere sue occupazioni presenta il bel quadro di un perfetto Monarca[472], e col dovuto riguardo alla differenza dei costumi, meriterebbe l'imitazione dei Principi moderni. All'alba si levava Alessandro: i primi momenti della sua giornata erano consacrati alla privata devozione, e la sua cappella domestica era ripiena delle immagini di quegli Eroi, che perfezionando e riformando l'umana vita, aveano meritata la grata venerazione della posterità. Ma essendo egli persuaso, che il servire agli uomini era il culto più grato agli Dei, impiegava la maggior parte della mattina nel suo Consiglio, dove discuteva i pubblici affari, e decideva le cause private con una pazienza, ed una saviezza superiori alla sua età. L'amenità della letteratura lo ricreava dalla noia degli affari; ed una parte del tempo era sempre riservata ai favoriti suoi studj della poesia, della storia e della filosofia. Le opere di Virgilio e di Orazio, le Repubbliche di Platone e di Cicerone formavano il suo gusto, ne dilatavano l'intendimento, e gli fornivano le più nobili idee dell'uomo e del Governo. Agli esercizj dello spirito succedevano quelli del corpo; ed Alessandro, ch'era di alta statura, attivo e robusto, superava quasi tutti i suoi eguali nelle arti ginnastiche. Dopo il bagno, ed un piccolo pranzo, si applicava con nuovo vigore agli affari del giorno, e fino all'ora di cena (ch'era il pasto principale dei Romani) stava in compagnia dei suoi segretarj, leggendo o rispondendo alla moltitudine delle lettere, dei memoriali, o delle suppliche, che naturalmente dovevan indirizzarsi al Signore della maggior parte del Mondo. La sua tavola era semplice e frugale, ed ogni volta che potea seguire liberamente la sua propria inclinazione, invitava pochi scelti amici, uomini dotti e virtuosi, ed era Ulpiano sempre di questo numero. I loro discorsi erano familiari ed istruttivi, e gl'intervalli venivano opportunamente ravvivati dalla lettura di qualche piacevole composizione, invece dei ballerini, dei commedianti, e fino dei gladiatori, così spesso chiamati alle tavole dei ricchi e lussuriosi Romani[473]. Il vestire di Alessandro era semplice e modesto; il suo contegno cortese ed affabile. In certe ore il suo palazzo era aperto a tutti i sudditi; ma s'udiva la voce di un banditore, che, come nei misteri Eleusini, pronunziava la medesima salutevole ammonizione «Niuno entri in queste sacre mura, se non ha l'animo puro ed innocente[474]».

Questo uniforme tenor di vita, che non lasciava un momento al vizio od alla follìa, dimostra più di tutte le frivole particolarità compilate da Lampridio, la saviezza e la giustizia del governo di Alessandro. Dall'avvenimento di Commodo in poi, l'Impero romano avea sofferto per quarant'anni i successivi e diversi vizj di quattro tiranni. Dopo la morte di Elagabalo, godè per tredici anni una fortunata calma. Le province, sollevate dalle gravose tasse inventate da Caracalla e dal suo preteso figlio, fiorivano nella pace e nella prosperità sotto l'amministrazione di magistrati, i quali erano persuasi dall'esperienza, che il migliore ed unico modo di ottenere il favor del Sovrano consisteva nel conciliarsi l'amore dei sudditi. Mentre che si mettevano alcune moderate restrizioni all'eccessivo lusso dei Romani, diminuì il prezzo delle grascie, e l'interesse dal denaro, per le paterne cure di Alessandro, che con prudente liberalità sapeva, senza nuocere all'industria, sovvenire ai bisogni ed ai divertimenti del popolo. Fu ristabilita la maestà, la libertà, e l'autorità del Senato, ed ogni virtuoso Senatore potea accostarsi all'Imperatore senza timore e senza rossore.

Il nome di Antonino, nobilitato dalle virtù di Pio e di Marco, era stato comunicato per adozione al dissoluto Vero, e per discendenza al barbaro Commodo. Dopo essere stato il più onorevole distintivo dei figli di Severo, fu conferito al giovane Diadumeniano, e finalmente prostituito all'infame gran Sacerdote di Emesa. Alessandro, malgrado delle studiate e forse sincere istanze del Senato, nobilmente ricusò l'imprestato lustro d'un nome, mentre con tutta la sua condotta procurava di ristabilire la gloria e la felicità del secolo[475] dei veri Antonini.

Nel governo civile di Alessandro, la prudenza era rinvigorita dall'autorità; ed il popolo, persuaso della pubblica felicità, ricompensava il suo benefattore con l'amore e con la gratitudine. Restava a compirsi l'impresa più grande, più necessaria, e più pericolosa, la riforma cioè delle milizie, l'interesse ed il carattere delle quali, confermato da lunga impunità, le rendeva incapaci di freno, ed insensibili alla felicità dello Stato. Nell'esecuzione del suo disegno, l'imperatore fece sembiante d'amar l'esercito senza temerlo. La più rigida economia in ogni altro dipartimento del Governo, gli somministrava un fondo d'oro e d'argento per la paga ordinaria delle truppe e per le ricompense straordinarie. Rallentò ad esse il severo obbligo di portare sulle spalle, marciando, le provvisioni per diciassette giorni. Furono lungo le pubbliche strade eretti ampi magazzini, ed appena entravano i soldati in paese nemico, che un numeroso seguito di muli e di cammelli accompagnava la loro orgogliosa mollezza. Siccome Alessandro disperava di potere reprimere il lusso dei soldati, procurò almeno di dirigerlo verso oggetti di pompa, e di ornamento marziale, bei cavalli, armi lucenti, e scudi adorni di argento e d'oro. Prendeva parte a tutte le fatiche, ch'era costretto d'imporre, visitava in persona i malati ed i feriti, teneva un esatto registro dei loro servizj e della sua propria gratitudine, e mostrava in ogni occasione il più gran riguardo per un corpo, la cui conservazione era (com'egli stesso affettava di esprimersi) così intimamente connessa con quella dello Stato[476]. Colle vie le più dolci procurò d'inspirare a quella fiera moltitudine il sentimento del suo dovere, e di ristabilire almeno una debole immagine di quella disciplina, alla quale i Romani dovevano i loro successi contro tante altre nazioni, guerriere al pari di loro e più di loro potenti. Ma fu vana la sua prudenza, e funesto il suo coraggio; poichè i tentativi di una riforma non servirono che ad irritare quei mali, ch'egli intendeva di guarire.

I Pretoriani erano sinceramente affezionati al giovane Alessandro, lo amavano come un tenero pupillo, ch'essi avevano salvato dal furore di un tiranno, e collocato sul trono imperiale. Questo amabile Principe non aveva obbliato i loro servizj. Ma siccome la ragione e la giustizia mettevano limiti alla sua gratitudine, i Pretoriani furono presto più malcontenti delle virtù di Alessandro, di quello che lo fossero stati dei vizj di Elagabalo. Il savio Ulpiano, loro Prefetto, era amico delle leggi e del popolo, ma veniva considerato come nemico dei soldati, e s'imputava ai perniciosi di lui consigli ogni disegno di riforma. Un leggiero accidente cangiò in una fiera sedizione il loro disgusto; e mentre il popolo riconoscente difendeva la vita di quell'eccellente ministro, Roma fu per tre giorni esposta a tutti gli orrori della guerra civile. Atterrito finalmente il popolo dalla vista d'alcune case incendiate, e dalle minacce d'un incendio generale, cedè sospirando, e rilasciò il virtuoso Ulpiano al suo sfortunato destino. Fu egli inseguito sin dentro il palazzo imperiale, e trucidato ai piedi del suo Signore, che invano si sforzava di coprirlo col suo manto, e di ottenerne il perdono da quegl'inesorabili soldati. Tale era la deplorabile debolezza del Governo, che l'Imperatore non potè vendicare il suo trucidato amico o la sua insultata maestà, senza ricorrere alle arti della pazienza e della dissimulazione. Epagalo, il principale condottiero dei sollevati, fu mandato lungi da Roma nell'onorevole impiego di Prefetto dell'Egitto: da quell'alto posto a poco a poco fu degradato al governo di Creta; e quando il tempo e la lontananza lo fecero dimenticare ai soldati, Alessandro, preso animo, gl'inflisse il tardo, ma giusto castigo de' suoi delitti[477]. Sotto il regno di un Principe giusto e virtuoso, la tirannia dell'esercito minacciava di pronta morte i più fedeli di lui Ministri, quando si sospettava ch'essi volessero riformare i loro eccessivi disordini. Dione Cassio, lo Storico, aveva comandate lo legioni della Pannonia con i principi dell'antica disciplina: i loro compagni, che stavano a Roma, abbracciando la causa comune della licenza militare, domandarono la testa del riformatore. Alessandro, per altro, in cambio di cedere ai loro sediziosi clamori, mostrò quanto stimava i servizj ed il merito di Dione, facendolo suo collega nel Consolato, e pagando col suo proprio danaro la spesa di questa vana dignità; ma siccome giustamente si temeva, che se i soldati lo vedevano con le insegne della carica, non vendicassero nel suo sangue un tale insulto, il primo apparente magistrato della Repubblica, per consiglio dell'imperatore, si allontanò da Roma, e passò la maggior parte del suo consolato nelle proprie ville della Campania[478].

La dolcezza dell'Imperatore aumentò l'insolenza delle truppe: le legioni imitarono l'esempio delle guardie, e difesero la loro prerogativa della licenza con lo stesso ostinato furore. Il Governo di Alessandro fu un inefficace sforzo contro la corruttela del secolo. Nell'Illirico, nella Mauritania, nell'Armenia, nella Mesopotamia e nella Germania scoppiavano sempre nuove congiure; furono trucidati gli uffiziali, insultata la maestà, e finalmente sacrificata la vita di questo Principe al furore de malcontenti soldati[479].