Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 15

Chapter 153,688 wordsPublic domain

I rari talenti e la fortuna di Severo hanno indotto un elegante Storico a paragonarlo al primo e al più grande dei Cesari[372]. Il parallelo è imperfetto almeno. Come trovare nel carattere di Severo quella imponente superiorità d'animo, quella generosa clemenza, e quel vasto genio, che sapeva unire e conciliare l'amor del piacere, la sete delle cognizioni, ed il fuoco dell'ambizione[373]? Possono al più questi due Principi paragonarsi con qualche ragione nella celerità de' loro moti e delle loro civili vittorie. In men di quattr'anni[374] Severo soggiogò i ricchi Orientali ed i valorosi abitatori dell'Occidente. Vinse due competitori abili e rinomati, e disfece numerosi eserciti, per armi e disciplina uguali al suo. In quel secolo l'arte della fortificazione, ed i principj della tattica erano famigliari ai Generali romani; e la costante superiorità di Severo era quella di un artefice, che si serve dei medesimi strumenti con più abilità ed industria dei suoi rivali. Non entrerò per altro in minuto racconto delle sue militari operazioni; ma siccome le due guerre civili contro Negro ed Albino furon quasi simili per la condotta, per l'esito, e per le conseguenze, così raccoglierò in un sol punto di vista le circostanze più forti, e più atte a mostrare il carattere del vincitore e lo stato dell'Impero.

La dissimulazione e la perfidia, benchè sembrino incompatibili con la dignità del Governo, pure ci paiono meno vili negli affari di Stato che nell'ordinario commercio della privata società. Qua mostrano una mancanza di coraggio, là solamente una mancanza di forza; e siccome è impossibile agli Statisti più abili di soggiogare con la forza lor personale milioni d'uomini e di nemici, il Mondo perciò, sotto il nome di politica, pare che lor permetta una dose abbondante di astuzia e di dissimulazione. Ciò non ostante i più gran privilegi della ragione di Stato non possono giustificare gli artifizj di Severo. Egli prometteva solamente per tradire, lusingava per rovinare, e sebbene, secondo le circostanze, si vincolasse con giuramenti e trattati, la sua coscienza serva del suo interesse, sempre lo scioglieva da un'incomoda obbligazione[375].

Se i suoi due rivali, riconciliati dal loro comune pericolo, si fossero avanzati contro di lui senza indugio, forse Severo sarebbe stato oppresso dalle lor forze riunite. Se almeno lo avessero attaccato nel tempo medesimo con fini diversi, e con armate diverse, la contesa forse sarebbe stata lunga e dubbiosa. Ma essi caddero, un dopo l'altro, facili vittime degli artifizj e delle armi del loro accorto nemico, addormentati nella sicurezza della moderazione delle sue proteste, e sconcertati dalla rapidità delle sue azioni. Egli prima marciò contro Negro, la cui reputazione e potenza egli più temeva: ma evitò ogni dichiarazione di guerra, e sopprimendo il nome del suo antagonista, espose solamente al Senato ed al popolo la sua intenzione di ordinare le province orientali. In privato parlava di Negro col più affettuoso riguardo, chiamandolo suo vecchio amico e suo successore[376] ed altamente applaudiva il suo generoso disegno di vendicare la morte di Pertinace. Era dovere di ogni Generale romano di punire il vile usurpatore del trono; ma il perseverare nelle armi, e resistere ad un legittimo Imperatore, riconosciuto dal Senato, bastava per farlo reo[377]. I figli di Negro erano caduti nelle sue mani insieme con quelli degli altri governatori provinciali, ritenuti a Roma come ostaggi per la fedeltà dei loro genitori[378]. Finchè la potenza di Negro fu da temersi, o almeno da rispettarsi, Severo li fece educare colla più tenera cura in compagnia dei proprj figli; ma presto furono avvolti nella rovina del padre, e sottratti prima coll'esilio, poi colla morte allo sguardo della pubblica compassione[379].

Mentre Severo era occupato alla guerra in Oriente, avea ragiono di temere che il governatore della Britannia non passasse il mare e le alpi, occupasse la sede vacante dell'Impero, e si opponesse al suo ritorno coll'autorità del Senato, e colle forze dell'Occidente. La dubbia condotta di Albino, non nell'assumere il titolo imperiale, lasciò campo ai trattati. Obbliando e le sue proteste di patriottismo, e la gelosia del potere sovrano, egli accettò la precaria dignità di Cesare, come ricompensa della sua fatale neutralità. Finchè la prima contesa non fu decisa, Severo trattò un uomo, di cui avea giurata la morte, con ogni segno di stima e riguardo. Nella lettera medesima, in cui gli annunzia la disfatta di Negro, chiama Albino suo fratello e collega, gl'invia gli affettuosi saluti della sua moglie Giulia e de' suoi figli; e lo prega a mantenere gli eserciti, e la Repubblica fedeli al lor comune interesse. I latori di questa lettera aveano ordine di presentarsi a quel Cesare con rispetto, chiedere un'udienza privata, ed immergergli i loro pugnali nel cuore[380]. Fu la congiura scoperta, e il troppo credulo Albino passò alla fine nel Continente, e si preparò ad una disuguale contesa contro il suo rivale, che mosse ad affrontarlo, conducendo un vittorioso esercito di veterani.

Le fatiche militari di Severo non sembrano adeguate alla grandezza delle sue conquiste. Due azioni, l'una vicina all'Ellesponto, l'altra negli angusti passi della Cilicia, decisero della sorte di Negro; e le truppe europee conservarono il solito loro ascendente sugli Asiatici effeminati[381]. La battaglia di Lione, dove combatterono 150,000 Romani[382], fu ugualmente fatale ad Albino. Il valore dell'esercito britannico resistè lungamente alla prode disciplina elle legioni illiriche, e tenne la vittoria dubbiosa. La riputazione, e la persona di Severo per pochi momenti sembrarono irreparabilmente perdute, finchè questo Principe guerriero, raccolte le sue truppe impaurite, le ricondusse a una decisiva vittoria[383]. Quel memorabil giorno vide terminata la guerra.

Le discordie civili dell'Europa moderna sono state contraddistinte non solamente dalla fiera animosità, ma ancora dalla ostinata perseveranza delle fazioni nemiche. Esse sono state generalmente giustificate per qualche principio, o almeno colorite con qualche pretesto di religione, di libertà, o di dovere. I capi erano nobili, potenti per independente proprietà e per ereditaria influenza. I soldati combattevano come uomini interessati nella decisione della lite, e siccome lo spirito militare, e lo zelo di partito erano vivamente diffusi in tutta l'intera società, un vinto Generale veniva immediatamente soccorso da nuovi aderenti, ansiosi di spargere il loro sangue nella causa medesima. Ma i Romani, dopo la caduta della Repubblica, non combattevano che per la scelta di un padrone; l'insegna di un pretendente popolare al trono era seguita da pochi per affetto, da alcuni per timore, da molti per interesse, da niuno per principio. Le legioni, non accese da amore di parte, erano tratte alla guerra civile da liberali donativi, e da ancor più liberali promesse. Una disfatta, togliendo al Generale i mezzi di soddisfare al suo impegno, scioglieva i suoi mercenarj soldati dal giuramento, e loro permetteva di provvedere alla propria salvezza con abbandonare a tempo un partito infelice. Poco premea alle province sotto nome di chi fossero oppresse o governate. Tratto dall'impulso del potere presente, appena questo cedeva ad una forza superiore, si affrettavano ad implorare la clemenza del vincitore, il quale per soddisfare al suo immenso debito, sacrificava le province più colpevoli all'avarizia de' suoi soldati. Nella vasta estensione dell'Impero romano v'erano poche città fortificate, che dar potessero asilo ad un'armata sconfitta; nè v'era persona, famiglia, o ordine d'uomini, che col solo suo credito, non sostenuto dal potere del Governo, fosse capace di ristabilire la causa di un moribondo partito[384].

Nella guerra, per altro, tra Negro e Severo, una sola città merita distinzione onorevole. Bisanzio, uno dei passaggi più importanti dall'Europa nell'Asia, era stato munito con forte guarnigione; e una flotta di cinquecento vascelli vi si ricettava nel porto[385]. L'impetuosità di Severo rendè vano questo prudente apparato di difesa; lasciati i suoi Generali all'assedio di Bisanzio, egli forzò il men difeso passo dell'Ellesponto, ed impaziente di combattere un nemico men forte, si affrettò ad incontrare il rivale. Bisanzio, assalito da una numerosa e crescente armata, e poscia da tutte le forze navali dell'Impero, sostenne un assedio di tre anni, e si mantenne fedele al nome ed alla memoria di Negro. I cittadini ed i soldati (non si sa per qual cagione) erano animati da egual furore; parecchi dei principali uffiziali di Negro, che sdegnavano il perdono, o ne disperavano, si erano gettati in quell'ultimo asilo; le fortificazioni venivano riputate inespugnabili, ed un celebre ingegnere adoperò, nella difesa di quella piazza, tutte le forze della meccanica conosciuta agli antichi[386]. Bisanzio alla fine si rendè alla fame. I magistrati ed i soldati furono passati a fil di spada, le mura abbattute, i privilegi soppressi, e quella città, che dovea poi esser capitale dell'Oriente, divenne un piccolo villaggio aperto, e soggetto alla insultante giurisdizione di Perinto. Dione lo Storico, che aveva ammirato il florido stato di Bisanzio, ne deplorò la calamità, accusando la vendetta di Severo di aver tolto al popolo romano il baluardo più forte contro i Barbari del Ponto e dell'Asia[387]. La verità di questa osservazione non fu che troppo giustificata nel secolo susseguente, quando le flotte dei Goti coprirono l'Eusino, e penetrarono per l'indifeso Bosforo nel centro del Mediterraneo.

Negro ed Albino furono scoperti ed uccisi ambedue, mentre fuggivano dal campo di battaglia. Il fato loro non eccitò sorpresa nè compassione. Avean giocato la vita per un Impero, e soggiacquero alla sorte stessa, che vincitori avrebbero fatta sopportare al vinto, nè Severo avea quell'arrogante superiorità, che permette a un rivale di vivere in condizione privata. Ma l'inesorabile suo carattere, stimolato dall'avarizia, lo portò alla vendetta, quando nulla gli rimaneva più da temere. I più considerabili tra i provinciali, che senza avversione alcuna al fortunato pretendente, avevano ubbidito al governatore, sotto l'autorità del quale si erano casualmente trovati, furono puniti con la morte, con l'esilio, e specialmente con la confiscazione de' loro beni. Molte città dell'Oriente furono private dei loro antichi onori, ed obbligate a pagare al tesoro di Severo il quadruplo delle somme che avevano somministrato in servizio di Negro[388].

Fino all'ultima decisione della guerra, la crudeltà di Severo fu in qualche modo raffrenata dall'incertezza dell'evento, e dal suo simulato rispetto verso il Senato. Ma la testa di Albino, accompagnata da una lettera minacciante, annunziò ai Romani, ch'egli era risoluto di esterminare tutti gli aderenti dei suoi sventurati competitori. Era irritato dal giusto sospetto, che in se portava, di non esser mai stato caro al Senato, e mascherò la sua antica animosità con il pretesto di nuovi tradimenti scoperti. Perdonò per altro francamente a trentacinque Senatori, accusati di aver favorito il partito di Albino, e si sforzò poi con la sua condotta di convincerli, ch'egli avea perdonate ed obbliate le loro supposte offese. Ma nel tempo stesso condannò altri quarantuno[389] Senatori, dei quali la Storia ci ha trasmesso i nomi: le vedove, i figli ed anche i clienti loro soggiacquero allo stesso supplizio, ed i più nobili provinciali della Spagna e della Gallia caddero involti nella stessa rovina. Una così rigida giustizia, (giacchè così la chiamava) era nell'opinione di Severo la sola condotta valevole ad assicurare la pace al popolo, o al Principe la stabilità; e leggermente si piegava a lamentarsi che per poter essere clemente, gli convenisse prima esser crudele[390].

Il vero interesse di un Monarca assoluto in generale coincide con quel de' suoi sudditi. Il loro numero, l'opulenza, l'ordine e la sicurezza loro sono i soli, e i più saldi fondamenti della sua vera grandezza; e quando ei fosse totalmente privo di virtù, potrebbe, anzi dovrebbe la prudenza, invece di lei, dettargli le stesse regole di condotta. Severo considerava l'Impero romano come suo patrimonio, e quando se n'ebbe assicurato il possesso, rivolse ogni sua cura a coltivare e migliorare un acquisto così prezioso. Leggi salutevoli, inviolabilmente eseguite, corressero ben presto la maggior parte degli abusi, che dalla morte di Marco Aurelio in poi si erano introdotti in ogni parte del Governo. Nell'amministrazione della giustizia l'attenzione, il discernimento e l'imparzialità dettavano all'Imperatore le sentenze; e qualora deviò dal rigoroso sentiero della giustizia, fu generalmente per favorire i miseri e gli oppressi; non tanto, a dir vero, per sentimento di umanità, quanto per la naturale inclinazione di un despota ad umiliare la superbia dei grandi, ed a ridurre tutti i sudditi allo stesso comun livello di dipendenza assoluta. Il suo dispendioso gusto per le fabbriche, pei pomposi spettacoli, e soprattutto una distribuzione liberale e costante di grano e di provvisioni, furono i mezzi più sicuri di cattivarsi l'amore del popolo romano[391]. Si dimenticarono le sventure della guerra civile. Le province goderono un'altra Volta una tranquilla e prospera calma, e molte città, ristabilite dalla munificenza di Severo, presero il titolo di sue colonie, ed attestarono con pubblici monumenti la loro gratitudine e felicità[392]. Questo guerriero e fortunato Imperatore[393] rendè alle armi romane la loro riputazione, e con giusto orgoglio si vantò di avere ricevuto l'Impero oppresso da guerre straniere e domestiche, e di lasciarlo tranquillo in una pace profonda, universale, gloriosa[394].

Benchè le ferite della guerra civile sembrassero perfettamente saldate, il suo mortal veleno corrompeva però sempre gli umori vitali della costituzione. Severo aveva vigore, e talento in buon dato; ma l'anima ardita del primo dei Cesari, o la profonda politica di Augusto appena avrebbero potuto abbassare l'insolenza delle vittoriose legioni. Severo per gratitudine, per una falsa politica, e per un'apparente necessità fu costretto ad allentare il freno della militar disciplina[395]. Lusingò la vanità dei soldati coll'onore di portare l'anello d'oro, e permise loro di vivere nell'ozio de' quartieri colle proprie mogli. Aumentò la loro paga oltre ogni esempio passato, e gli avvezzò ad aspettarsi, e ben presto ad esigere donativi straordinari in ogni occasione di pubblico pericolo, o di pubbliche feste. Gonfiati dalle prosperità, snervati dal lusso, e posti al di sopra degli altri sudditi con i loro pericolosi privilegi[396], divenner ben presto incapaci di sostenere le fatiche militari, gravosi alla patria, ed impazienti di una giusta subordinazione. I loro uffiziali sostentavano la superiorità del loro grado con un lusso più ricercato e profuso. Esiste ancora una lettera di Severo, nella quale si lamenta della licenza dell'esercito, ed esorta uno dei suoi Generali a cominciare dai Tribuni medesimi la necessaria riforma; giacchè (come giustamente riflette) l'uffiziale che ha perduta la stima de' suoi soldati, non può mai farsi ubbidire[397]. Se avesse l'Imperatore seguitato il corso di queste riflessioni, avrebbe veduto, che la primaria cagione di questa generale corruttela doveva ascriversi non certamente all'esempio, ma alla perniciosa indulgenza del comandante supremo.

I Pretoriani, che uccisero il loro Imperatore, e venderono l'Impero, aveano ricevuto il giusto castigo del lor tradimento; ma quel necessario, benchè pericoloso corpo di soldati fu ben presto ristabilito da Severo sopra un nuovo sistema, e quattro volte accresciuto sopra l'antico numero[398]. Da principio queste truppe si reclutavano nell'Italia; ma quando le province adiacenti ebbero a poco a poco adottati gli ammolliti costumi di Roma, la Macedonia, il Norico e la Spagna furono ancor esse comprese in tali leve. Invece di quelle truppe magnifiche, più acconce alla pompa della Corte che agli usi della guerra, Severo stabilì che si scegliessero da tutte le legioni delle frontiere i soldati più forti, più valorosi e fedeli, e fossero, come per ricompensa onorevole, promossi al più segnalato servizio delle guardie[399]. Con questa nuova istituzione la gioventù italiana fu allontanata dall'esercizio delle armi, e la capitale fu atterrita dall'aspetto, e dai costumi feroci di una moltitudine di Barbari. Ma Severo si lusingò che le legioni avrebbero considerati quei Pretoriani scelti tra loro, come rappresentanti tutto l'ordine militare; e che il pronto ajuto di 50,000 uomini, superiori per l'armi e per le istituzioni a qualunque esercito che potesse condursi in campo contro di loro, farebbe svanire per sempre le speranze di ribellione, ed assicurerebbe l'Impero a lui, ed alla sua posterità.

Il comando di queste favorite e formidabili truppe divenne subito la prima carica dell'Impero. Siccome il Governo era degenerato in un militar dispotismo, il Prefetto del Pretorio, che in origine era stato un semplice capitano delle guardie, fu posto non solamente alla testa dell'esercito, ma ancora delle finanze e delle leggi medesime. In ogni dipartimento del Governo egli rappresentava la persona dell'Imperatore, e ne esercitava l'autorità. Il primo Prefetto, che godesse e abusasse di questo immenso potere, fu Plauziano, ministro favorito di Severo. Egli regnò, per così dire, dieci anni, finchè il matrimonio della sua figlia con il primogenito dell'Imperatore, che parea dovesse assicurare la sua fortuna, diventò l'occasione della sua perdita[400]. I maneggi della Corte irritando l'ambizione, ed eccitando il timore di Plauziano, minacciarono di produrre una rivoluzione, ed obbligarono l'Imperatore, che ancor l'amava, ad acconsentire, suo malgrado, alla di lui morte[401]. Dopo la caduta di Plauziano, il celebre Papiniano, illustre giureconsulto, fu destinato ad occupare la mista carica di Prefetto del Pretorio.

Fino al regno di Severo, gl'Imperatori virtuosi, o almeno prudenti, si erano segnalati col loro zelo, o affettato rispetto verso il Senato, e con un tenero riguardo al delicato sistema della civil politica istituito da Augusto; ma Severo aveva passata la gioventù nella cieca obbedienza del campo, e l'età più matura nel dispotismo del comando militare. Il suo carattere altiero e inflessibile, non seppe, o non volle vedere il vantaggio, che v'era nel mantenere una potenza intermedia (benchè immaginaria) tra l'Imperatore e l'esercito. Sdegnava egli di professarsi servo di un'assemblea, che detestava la sua persona, e tremava al suo aspetto. Comandava, quando il pregare sarebbe stato egualmente efficace; prese la condotta e lo stile di un sovrano e di un conquistatore, ed esercitò senza riserva insieme tutta la potestà legislatrice e l'esecutrice.

Questa vittoria sopra il Senato era facile, e senza gloria. Tutti gli occhi e tutte le passioni erano rivolte verso il supremo Magistrato, padrone dell'armi, e delle ricchezze dello Stato; mentre il Senato, non eletto dal popolo, non difeso dalle milizie, nè animato dallo spirito patriottico, appoggiava la sua cadente autorità sulla debole e vacillante base dell'antica opinione. Il bel sistema d'una Repubblica svanì insensibilmente, e dette luogo ai più naturali e sostanziali sentimenti della monarchia. Siccome la libertà e gli onori di Roma furono successivamente comunicati alle province, alle quali il vecchio Governo era stato o sconosciuto, o in odio, a poco a poco si dileguò la tradizione delle massime repubblicane. Gl'Istorici greci del secolo degli Antonini[402] osservarono con un maligno piacere, che sebbene il Sovrano di Roma, per rispetto ad un antico pregiudizio, si fosse astenuto dal prendere il nome di Re, ne possedeva per altro il potere in tutta quanta l'ampiezza. Sotto il regno di Severo, il Senato fu ripieno di culti ed eloquenti schiavi, venuti dalle province orientali, che giustificavano l'adulazione personale, riducendo la servitù a principj speculativi. Questi nuovi avvocati del dispotismo erano con piacere ascoltati dalla Corte, e con pazienza dal popolo quando inculcavano i doveri dell'obbedienza passiva, e deploravano le calamità inevitabili, che accompagnano la libertà. I giureconsulti, e gl'istorici si accordavano ad insegnare, che l'autorità imperiale non si appoggiava ad una commissione delegata, ma alla irrevocabil renunzia del Senato, e che l'Imperatore, libero dal vincolo delle leggi civili, avea un pieno arbitrio sulla vita, e su i beni dei sudditi, e potea disporre dell'Impero come del suo privato patrimonio[403]. I più illustri giureconsulti, e specialmente Papiniano, Paulo ed Ulpiano fiorirono sotto i Principi della famiglia di Severo, e la romana giurisprudenza, strettamente unita col sistema della monarchia, parve essere giunta all'ultimo grado di maturità e di perfezione.

I contemporanei di Severo alla tranquillità ed alla gloria del suo Regno perdonarono le crudeltà, che lo condussero al trono. Ma i posteri, che provarono gli effetti funesti delle massime, e dell'esempio di lui, giustamente lo considerano come il principale autore della decadenza dell'Impero romano.

NOTE:

[333] Il loro numero era originariamente di 9, o 10 mila uomini (giacchè Tacito, e Dione qui non concordano) divisi in altrettante coorti. Vitellio lo portò fino a 16 mila, e, per quanto si può ricavare dalle iscrizioni, questo numero in appresso non fu giammai molto minore. Ved. Giusto Lipsio _De magnitudine romana_ I. 4.

[334] Sveton. in August. cap. 49.

[335] Tacito Ann. IV 2. Sveton. in Tib. cap. 37. Dione Cassio lib. LVII p. 867.

[336] Nella guerra civile tra Vitellio e Vespasiano il campo dei Pretoriani fu assalito, e difeso con tutte le macchine solite a usarsi nell'assedio delle città meglio fortificate. Tacito Stor. III 4.

[337] Vicino alle mura della città su i monti Quirinale e Viminale. Vedi Nardini, Roma antica p. 174. Donato _De Roma antiqua_ p. 46.

[338] Claudio, che i soldati aveano innalzato all'Impero, fu il primo, che lor facesse un donativo. Dette a ciascuno _quina dena_ H. S. 240 zecchini, Svet. vita di Claudio cap. 10. Quando Marco Aurelio montò pacificamente sul trono col suo collega Lucio Vero dette ad ogni Pretoriano _vicena_ H. S. 320 zecchini Stor. Aug. p. 25. Dione l. XXIII p. 1231. Possiamo formarci qualche idea del totale di queste somme dal lamento di Adriano, a cui la promozione di un Cesare era costata _ter millies_ H. S. quasi cinque milioni di zecchini.

[339] Cicerone _De legibus_ 3. Il primo libro di Livio, ed il secondo di Dionigi d'Alicarnasso mostrano l'autorità del popolo anche nell'elezione dei Re.

[340] Le leve si facevano originariamente nel Lazio, nell'Etruria, e nelle antiche Colonie. Tacito Annal. IV 5. L'Imperatore loro Ottone lusinga la vanità delle guardie chiamandole _Italiae alumni, Romana vere juventus_. Tacito Stor. I 84.

[341] Nell'assedio di Roma fatto dai Galli. Vedi Tito Livio V 48. Plutarco vita di Cammillo p. 143.

[342] Dione lib. LXXIII p. 1234. Erodiano lib. II p. 63. Stor. Aug. p. 60. Benchè tutti questi Storici Si accordino a dire che fu una vendita pubblica, Erodiano solo afferma che fu proclamata come tale dai soldati.

[343] Sparziano addolcisce quel che v'era di più odioso nel carattere, e nell'elevazione di Giuliano.

[344] Dione Cassio, allora Pretore, era stato nemico personale di Giuliano. Lib. I LXXIII p. 1235.

[345] Stor. Aug. p. 61. Si raccoglie da questo luogo una circostanza curiosa: un Imperatore di qualsiasi nascita era immediatamente dopo la sua elezione ascritto al numero dei Patrizj.

[346] Dione lib. LXXIII p. 1235. Stor. Aug, p. 61. Ho procurato di conciliare le apparenti contraddizioni di questi Storici.

[347] Dione lib. LXXIII p. 1235

[348] Postumiano, e Caioniano, il primo dei quali fu innalzato al Consolato cinque anni dopo la sua istituzione.