Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01

Part 12

Chapter 123,375 wordsPublic domain

Ma le parole dell'assassino restarono profondamente impresse nella mente di Commodo, il quale sempre impaurito concepì uno sdegno implacabile contro l'intero corpo del Senato. Quelli ch'esso avea temuti come importuni ministri gli sembrarono allora segreti nemici. I delatori, che sotto i regni precedenti erano avviliti e quasi dissipati affatto, divennero nuovamente formidabili, appena scoprirono che l'Imperatore desiderava di trovare nel senato e malcontenti e traditori. Questa assemblea, considerata sotto Marco Aurelio come il gran Consiglio della nazione, era composta dei più cospicui Romani; e lo splendore di ogni sorta ben presto divenne delitto. Le ricche ricompense stimolavan lo zelo dei delatori; una rigida virtù era tenuta per una tacita censura della irregolare condotta del principe; gli importanti servigi per una pericolosa superiorità di merito; e l'amicizia del padre faceva sempre incorrere lo sdegno del figlio. Il sospetto teneva luogo di prova, l'accusa di condanna. Il supplizio di un illustre Senatore portava seco la perdita di tutti coloro, che potevano o piangere o vendicare il fato di lui; e quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano, divenne incapace di pietà o di rimorso.

Tra tante innocenti vittime della tirannide, i più compianti furono i due fratelli Massimo e Condiano, della famiglia Quintilia. Il loro amore fraterno ha tolto i loro nomi all'obblio, e gli ha renduti cari alla posterità. Gli studi, le occupazioni, la carriera e fino i piaceri loro furono i medesimi. Godendo di un ricco patrimonio non mai ebber l'idea di separar gl'interessi: esistono ancora alcuni frammenti di un trattato che essi fecero insieme; e fu osservato in ogni azione della lor vita, che i loro corpi erano animati da una sol'anima. Gli Antonini, i quali stimavano le loro virtù, e si compiacevano della loro unione, gl'innalzarono nello stesso anno al consolato; e dipoi Marco Aurelio affidò alle loro unite cure il Governo civile della Grecia, ed il comando di un grande esercito, col quale riportarono una segnalata vittoria contro i Germani. Il barbaro Commodo con una crudele generosità gli unì nella morte[292].

Dopo di avere sparso il sangue più nobile del Senato, il tiranno rivolse finalmente il suo furore contro il principal ministro delle sue crudeltà. Mentre Commodo nuotava nel sangue e nelle dissolutezze, confidava l'amministrazione dell'Impero a Perenne, ministro vile ed ambizioso, che aveva ottenuto quel posto coll'uccisione del suo predecessore, ma che possedeva grande abilità e fermezza. Per via di estorsioni, e sequestrando i beni dei nobili sacrificati alla sua avarizia, aveva costui ammassate immense ricchezze. I Pretoriani gli obbedivano come all'immediato lor Capo; ed il suo figlio, che già mostrava un genio militare, era comandante supremo delle legioni illiriche. Perenne aspirava all'Impero, o, quel che agli occhi di Commodo valeva lo stesso, era capace di aspirarvi, se non fosse stato prevenuto, sorpreso e messo a morte. La caduta di un Ministro è un avvenimento poco importante nella storia generale dell'Impero; ma questa fu accelerata da una circostanza straordinaria, la quale mostrò quanto la disciplina fosse già rilassata. Le legioni della Britannia, malcontente dell'amministrazione di Perenne, deputarono mille cinquecento uomini scelti, con ordine di andare a Roma, e presentare all'Imperatore lo loro lagnanze. Questi deputati militari, colla risoluta loro condotta, col fomentare le divisioni tra i Pretoriani, coll'esagerare le forze dell'armata britannica, e con risvegliare i timori di Commodo, esigettero ed ottennero la morte del Ministro, come il solo riparo alle loro offese[293]. Questo coraggio di un esercito lontano, e la scoperta che fecero della debolezza del Governo, eran sicuri presagi delle più terribili convulsioni.

Non molto dopo, un nuovo disordine, prodotto da piccolissimi principi, mostrò più chiara la trascuratezza nelle cose di pubblica amministrazione. Cominciò a regnar nelle truppe lo spirito di diserzione, e invece di fuggire o celarsi per porsi in sicuro, i disertori infestarono le strade maestre. Materno, semplice soldato, ma intraprendente e di un coraggio maggiore della sua condizione, raccolse queste bande di ladri in una piccola armata. Aprì le prigioni, invitò gli schiavi a rompere le loro catene, e devastò impunemente le opulente e non difese città della Gallia e della Spagna. I governatori delle province furono per lungo tempo tranquilli spettatori, o forse anche partecipi delle sue rapine. Gli ordini minaccianti dell'Imperatore li riscossero alfine da quella supina indolenza. Materno, trovandosi circondato da tutte le parti, e prevedendo di dover succumbere, prese per ultimo espediente una disperata risoluzione. Ordinò a' suoi compagni, che si disperdessero, e passate le Alpi in piccoli distaccamenti, e travestiti variamente, si trovassero tutti in Roma per le tumultuose feste di Cibele[294]. Il suo ambizioso disegno di assassinar Commodo, e impadronirsi del trono vacante, non era da ladro volgare. Aveva egli preso tanto bene le sue misure, che già le strade di Roma erano tutte piene delle sue truppe nascoste. L'invidia di uno dei complici scoprì questa singolare impresa, e la sconcertò nel momento che[295] era matura per l'esecuzione.

I Principi sospettosi innalzano spesso ai primi posti gli ultimi tra gli uomini, per la vana persuasione che questi non avranno affetto per altri che pei loro benefattori, dal cui favore soltanto dipendono. Cleandro, successor di Perenne, era nato in Frigia, e di una nazione, il cui carattere ostinato, ma servile, non si piegava che a trattamenti i più duri[296]. Mandato a Roma, come schiavo, servì nel palazzo imperiale, si rendè necessario alle passioni del suo signore, e montò rapidamente al grado più eccelso, di cui un suddito potesse godere. Il suo ascendente sopra l'animo di Commodo fu ancora più grande di quello del suo predecessore: di fatto, Cleandro non avea nè abilità nè virtù, che potessero destar nel seno dell'Imperatore l'invidia o la diffidenza.

L'avarizia era la sua passion dominante, ed il primo mobile della sua condotta. Si mettevan pubblicamente all'incanto le dignità di Console, di Patrizio, e di Senatore; e veniva posto nel numero dei malcontenti chi ricusava di sacrificare una gran parte delle proprie sostanze[297] per ottenere quelle cariche vane e disonorate. Nei ricchi impieghi delle province, il Ministro divideva con i governatori le spoglie dei popoli. L'amministrazione della giustizia era venale ed arbitraria: ed un ricco colpevole poteva non solo ottenere la rivocazione della sua giusta condanna, ma far soffrire ancora qual castigo volesse all'accusatore, ai testimonj ed al giudice.

Nello spazio di tre anni, con questi mezzi, Cleandro accumulò tesori maggiori di quelli che mai avesse posseduti alcun altro liberto[298]. Commodo era contentissimo dei magnifici doni che l'accorto cortigiano sapeva a proposito portare a' di lui piedi. Per addolcire l'odio pubblico, Cleandro fece sotto nome dell'Imperatore costruire bagni, portici e piazze destinate agli esercizj del popolo[299]. Si lusingava che i Romani abbagliati e distolti da quest'apparente liberalità, sarebber meno sensibili alle scene sanguinose, che loro esibiva ogni giorno; sperava che si scorderebbero la morte di Birro, Senatore di un merito illustre e genero dell'ultimo Imperatore, e che gli perdonerebbero il supplizio di Ario Antonino, ultimo rappresentante del nome e della virtù degli Antonini. Il primo, più ingenuo che prudente, avea procurato di scoprire, al suo cognato, il vero carattere di Cleandro. All'altro divenne fatale una giusta condanna, che egli, essendo Proconsole in Asia, avea pronunziata contro una indegna creatura del Favorito[300]. Dopo la caduta di Perenne, Commodo, spaventato, sembrò, ma per poco, risoluto di voler ritornare alla virtù. Esso annullò gli atti i più odiosi di quel Ministro, ne aggravò la memoria con la pubblica esecrazione, ed ai consigli perniciosi di quello scellerato attribuì gli errori della inesperta sua giovinezza. Ma il suo pentimento durò trenta giorni soltanto; e la tirannide di Cleandro fece spesso desiderare l'amministrazion di Perenne.

La peste e la fame misero il colmo alle calamità di Roma[301]. Il primo di questi mali poteva solamente imputarsi al giusto sdegno degli Dei; ma il secondo fu considerato come l'effetto immediato di un monipolio di grano, sostenuto dalle ricchezze e dall'autorità del Ministro. Il maltalento popolare, dopo essersi lungamente sfogato in segreto, scoppiò finalmente in una adunanza del Circo. Il popolo, lasciando i suoi favoriti divertimenti pel più grato piacere di vendicarsi corse a torme fino ad un palazzo de' sobborghi, dove stava ritirato l'Imperatore, e richiese con sediziosi clamori la testa del pubblico nemico. Cleandro, che comandava i Pretoriani[302], fece sortire un corpo di cavalleria per dissipare i sediziosi. Questi si ritirarono precipitosamente verso la città, e molti ne furono uccisi, e molti più calpestati a morte; ma quando la cavalleria s'inoltrò nelle contrade, il suo impeto fu arrestato da una grandine di pietre e di dardi scagliati dai tetti e dalle finestre delle case. Le guardie[303] a piedi, gelose da gran tempo dei privilegi e della insolenza della cavalleria pretoriana, presero il partito del popolo. Il tumulto divenne una zuffa regolare, e fece temere di una generale strage. I Pretoriani, al fine, cederono oppressi dal numero, ed i flutti di quella furia popolare ritornarono con raddoppiata violenza contro le porte del palazzo, dove Commodo, immerso nella dissolutezza, solo tra tanti ignorava la guerra civile. L'annunziargli l'infausta nuova era un esporsi alla morte. Egli sarebbe perito in questa supina sua sicurezza, se due donne, Fadilla sua maggior sorella, e Marcia la più cara delle sue concubine, non avessero osato di presentarsegli innanzi. Esse, con i capelli scarmigliati e bagnate di pianto, se gli gettarono a' piedi, e con tutta l'eloquenza, che inspira un timore presente, scoprirono all'Imperatore atterrito i delitti del Ministro, la rabbia del popolo, e l'imminente tempesta che sarebbe scoppiata in breve sopra il palazzo e la sua persona. Commodo si riscosse dal letargo del piacere, e fe' gettare al popolo la testa di Cleandro. Il desiderato spettacolo acchetò subito il tumulto, e il figlio di Marco Aurelio avrebbe ancora potuto ricuperare l'amore e la confidenza dei sudditi[304].

Ma ogni sentimento di virtù e di umanità era spento nell'animo di Commodo. Mentre che lasciava le redini dell'Impero agl'indegni suoi Favoriti, esso non valutava il sommo potere che per la illimitata licenza di appagare i suoi sensuali appetiti. Passava i giorni in un serraglio di trecento bellissime donne, e di altrettanti ragazzi di ogni grado e di ogni provincia; e quando la seduzione riusciva inutile, quell'amante brutale ricorreva alla violenza. Gli Storici antichi[305] si sono estesi in descrivere quelle dissolute scene della prostituzione, che facevan fremere egualmente la natura e la modestia; ma sarebbe difficile il tradurre le loro troppo fedeli descrizioni nella decenza del moderno linguaggio. I trattenimenti più vili riempivano gl'intervalli della libidine. L'influenza di un secolo illuminato, e le cure d'un'attenta educazione, non avean potuto inspirare a quell'anima rozza e brutale il minimo amor del sapere; ed egli fu il primo de' romani Imperatori affatto privo di gusto pei piaceri dell'intelletto. Nerone stesso era musico e poeta eccellente, o affettava di esserlo, e noi non condanneremmo il suo genio, se quegli studj, che non dovean servirgli che di dolce sollievo, non fossero divenuti l'affare più serio per lui, e l'oggetto più vivo della sua ambizione. Ma Commodo, sin da' suoi prim'anni, mostrò avversione a tutte le scienze ed arti liberali, ed eccessivo amore ai divertimenti della plebaglia, ai giuochi del circo e dell'anfiteatro, ai combattimenti dei gladiatori, ed alla caccia delle fiere. I maestri di ogni scienza, che Marco Aurelio procacciò al suo figlio, erano ascoltati con disattenzione e con noja; mentre che i Mori ed i Parti, che lo addestravano a lanciare il dardo, ed a tirar l'arco, trovavano in lui un attento scolare, il quale uguagliò ben presto i suoi più abili maestri nella giustezza della mira e nella destrezza della mano.

I vili cortigiani, la cui fortuna dipendeva dai vizj dei loro Sovrani, applaudivano a questi ignobili esercizj. La perfida voce dell'adulazione gli rammentava che con simili imprese, con l'uccisione del leone Nemeo e del cignal d'Erimanto, l'Ercole dei Greci avea meritato un posto tra gli Dei ed una immortal memoria tra gli uomini. Si scordavano solamente di fargli osservare, che ne' primi tempi delle società, quando i più fieri animali contrastano spesso all'uomo il possesso di un inculto paese, una guerra terminata felicemente contro questi nemici è la più innocente è la più utile impresa dell'eroismo. Quando il romano Impero fu ridotto a civiltà, da gran tempo s'erano già le fiere allontanate dall'aspetto degli uomini, e dai contorni delle popolate città. Il sorprenderle nei loro solitarj covili, e trasportarle a Roma, acciocchè fossero uccise solennemente dalla mano d'un Imperatore, era impresa ugualmente ridicola pel Sovrano[306], che gravosa pel popolo. Ignaro Commodo di tai differenze, abbracciò avidamente la gloriosa rassomiglianza, e prese da se stesso, come leggiamo ancora nelle medaglie, il nome d'Ercole Romano[307]. Si videro accanto al trono la clava e la pelle del leone tra l'altre insegne della sovranità; e si alzarono statue, nelle quali Commodo era rappresentato nel carattere, e cogli attributi di quel Nume, il valore e la destrezza del quale egli si sforzava d'imitare nel giornaliero corso de' suoi feroci trattenimenti[308].

Trasportato da queste lodi, che a poco a poco estinguevano il sentimento innato della vergogna, risolvè di fare dinanzi al popolo quegli esercizj, che fin allora aveva per proprio decoro eseguiti dentro le mura del suo palazzo, e alla presenza di pochi suoi Favoriti. Nel giorno prefisso, l'adulazione, il timore e la curiosità attirarono all'anfiteatro una moltitudine innumerabile di popolo, e fu giustamente fatto qualche applauso alla non ordinaria perizia del Principe. Mirasse egli al cuore o alla testa della fiera, il colpo era ugualmente certo e mortale. Armato di dardi la cui punta era fatta a foggia di mezzaluna, arrestava sovente il rapido corso dello struzzo, tagliandogli il lungo ossuto collo[309]. Scioglievasi una pantera, e nel momento che si lanciava sopra un malfattore tremante, volava lo strale, che l'uccideva senza alcun danno dell'uomo. Le cave dell'anfiteatro mandavan fuori ad un tratto cento leoni, e cento dardi lanciati dalla mano sicura di Commodo gli uccidevano, mentre correvan furiosi intorno l'arena. Nè la massa enorme dell'elefante, nè la squammosa pelle del rinoceronte potevan salvarli dal colpo fatale. L'India e l'Etiopia somministravano i loro più straordinarj prodotti; e diversi animali furono uccisi nell'anfiteatro, non prima veduti che nelle opere dell'arte o forse dell'immaginazione[310]. In tutti questi giuochi si prendevan tutte le più sicure precauzioni per non esporre la persona dell'Ercole romano al disperato salto di qualche fiera, che non avesse riguardo alla dignità dell'Imperatore ed alla santità del Nume[311].

Ma la stessa plebaglia più vile fu presa da vergogna ed indignazione allorquando vide il suo Sovrano entrare in lizza da gladiatore, e gloriarsi di una professione dichiarata così giustamente infame dalle leggi e dai costumi romani[312]. Commodo scelse l'abito e le armi del _Secutore_, la cui pugna con il _Reziario_ formava una delle scene più animate nei giuochi sanguinosi dell'anfiteatro. Il _Secutore_ avea per armi un elmo, una spada e lo scudo. Il nudo suo avversario aveva soltanto una larga rete e un tridente; con quella cercava d'avviluppare il nemico, e con questo d'ucciderlo. Se gli falliva il primo colpo, era costretto ad evitar fuggendo il _Secutore_, finchè egli avesse preparata la rete per un secondo tiro[313]. L'Imperatore combattè settecento trentacinque volte da Secutore. Grande era la cura di registrare queste eroiche azioni negli annali dell'Impero; e Commodo, per colmo d'infamia, riscosse dai fondi destinati ai gladiatori uno stipendio sì esorbitante, che divenne una nuova e vergognosissima tassa pei Romani[314]. Facilmente si supporrà, che il padrone del Mondo era sempre vincitore in quelle pugne. Nell'anfiteatro le sue vittorie non sempre erano sanguinose, ma quando esercitava la sua destrezza nella scuola dei gladiatori, o nel palazzo, i suoi infelici avversarj erano spesso onorati di una mortal ferita dalla mano di Commodo, e costretti a sigillare col proprio sangue la loro adulazione[315].

Commodo sprezzò ben presto il nome di Ercole; e quello di _Paulo_, celebre Secutore, divenne il solo di cui egli si compiacesse. Fu scolpito nelle statue colossali, e ripetuto con frequenti acclamazioni[316] dal Senato, che con interno cordoglio applaudivagli[317]. Claudio Pompeiano, il virtuoso marito di Lucilla, fu il solo tra i Senatori che sostenesse la dignità del suo ordine. Come padre permise a' suoi figli di provvedere alla loro salvezza, andando all'anfiteatro; come Romano, dichiarò che la sua vita era nelle mani di Commodo; ma che non mai egli vedrebbe il figlio di Marco Aurelio prostituire in tal guisa la sua persona e la sua dignità. Non ostante la sua virile risoluzione, Pompeiano scampò dallo sdegno del tiranno, ed ebbe la buona sorte di conservar la sua vita, e con essa il suo onore[318].

Commodo era giunto al sommo grado del vizio e dell'infamia. Tra le acclamazioni di una corte adulatrice, non potea per altro dissimulare a se stesso che avea meritato e il disprezzo e l'odio d'ogni suddito saggio e virtuoso. La certezza dell'abborrimento altrui, l'invidia che portava ad ogni sorta di merito, il giusto timore del pericolo, l'uso alle stragi contratto nei suoi giornalieri piaceri, irritavano il suo feroce carattere. La storia ci ha lasciata una lunga lista di Senatori consolari sacrificati al suo vano sospetto, il quale perseguitava con ispeciale ansietà tutti coloro, che per isventura aveano relazioni, benchè lontane, con la famiglia degli Antonini, non risparmiando neppure i ministri de' suoi delitti, o de' suoi piaceri[319]. Finalmente la sua crudeltà gli divenne funesta. Egli che avea versato impunemente il più nobil sangue di Roma, perì, subito che si rendè formidabile a' suoi proprj domestici. Marzia, la favorita sua concubina, Ecletto suo cameriere, e Leto Prefetto del Pretorio, spaventati dal fato dei loro compagni e predecessori, risolverono di prevenire il colpo, che pendeva ad ogn'ora su i loro capi, o pel furioso capriccio del tiranno, o pel subitaneo sdegno del popolo. Marzia colse l'occasione di presentare al suo amante una tazza di vino, dopo che si era straccato nella caccia delle fiere. Commodo si pose a dormire, ma mentre egli era travagliato dagli effetti del veleno e dell'ubbriachezza, un giovane robusto, e lottatore di professione, entrò nella camera di lui, e senza resistenza lo strangolò. Il corpo fu portato segretamente fuori del palazzo, avanti che in città o alla Corte si avesse il minimo sospetto della morte dell'Imperatore.

Tal fu il destino del figlio di Marco Aurelio, e tanto facile fu il distruggere un tiranno aborrito, il quale abusando indegnamente del suo potere, avea per tredici anni oppressi tanti milioni d'uomini, ognuno dei quali e per valore e per talenti era eguale al Sovrano[320].

I congiurati provvidero olle cose loro con quel sangue freddo e con quella celerità, che richiedeva la grandezza dell'impresa. Risoluti di metter sul trono vacante un Imperatore, il cui carattere giustificasse o sostenesse l'azione da loro fatta, elessero Pertinace, allora Prefetto della città, vecchio Senatore consolare, il cui illustre merito avea fatto obbliare l'oscurità della sua nascita, innalzandolo alle prime dignità dello Stato. Aveva questi successivamente governato la maggior parte delle province dell'Impero; e con la sua fermezza, prudenza, ed integrità si era ugualmente segnalato in tutti i suoi grand'impieghi e militari e civili[321]. Era egli rimasto allora quasi il solo degli amici o dei ministri di Marco Aurelio; e quando lo svegliarono sull'ultima ora della notte, per dirgli che il cameriere ed il prefetto del Pretorio l'aspettavano alla porta, li ricevè con una intrepida rassegnazione, e li pregò di eseguire gli ordini del loro padrone. Invece della morte gli offrirono il trono del Mondo romano. Egli per qualche tempo diffidò delle loro intenzioni e delle loro parole: ma poi convinto che il tiranno più non viveva, accettò la porpora con la sincera e natural ripugnanza di uno, che conosce i doveri ed i pericoli del potere supremo[322].

Leto immantinente condusse il suo nuovo Imperatore al campo dei Pretoriani, spargendo nel tempo medesimo per la città l'opportuna nuova che Commodo era morto subitamente d'apoplessia, e che già il virtuoso Pertinace era salito sul trono. I soldati riceverono con più sorpresa che piacere la nuova della sospetta morte di un Principe, il quale solamente per loro erasi dimostrato indulgente e liberale; ma la necessità delle circostanze, l'autorità del loro Prefetto, la riputazione di Pertinace, ed i clamori del popolo, gli obbligarono a soffocare il loro segreto rammarico, ad accettare il donativo promesso dal nuovo Imperatore, a giurargli fedeltà, ed a condurlo con allegre acclamazioni e con rami di lauro in mano al Senato, perchè il consenso delle truppe fosse ratificato dalla civile autorità.