Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 34

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La città di Roma non può vantare che sieno parti suoi quei versi, nè gli scritti matematici, teologici e filosofici di Gerberto; però, il secolo decimo non è affatto sprovveduto di componimenti. Valore letterario essi non hanno, ma, come documenti di quest’epoca oscura, sono preziosi, e di molte notizie lo Storico va a loro debitore. La storiografia italiana, anche nel secolo decimo, dava vita ad alcune opere; nell’Italia settentrionale Liudprando scriveva i suoi libri coloriti di tinte poetiche; Venezia componeva la sua storia antichissima, opera pregevole del diacono Giovanni, ministro di Pier Orseolo II; nella Campania si compilava quella Continuazione della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, che va conosciuta sotto nome di Cronica dell’Anonimo Salernitano. Anche in Roma, e nelle sue vicinanze, avevano origine alcuni scritti storici. Una Cronica vera, nei tempi ottoniani, dettava Benedetto dal suo convento di santo Andrea sul monte Soratte. Il frate ignorante era sedotto a farlo dall’esempio di quei Cronisti nella cui lettura s’era immerso, e tanto più fortemente lo era, dacchè vedeva agitarsi innanzi a’ suoi proprî occhi tanto bollore di avvenimenti: perciò intese a comporre una Cronica universale, di cui compilò la prima parte raccogliendone le notizie da altre scritture parecchie, sia che la biblioteca del suo convento gli offerisse opportunità di consultare Anastasio, Beda, Paolo Diacono, Eginardo ed alcuni Cronisti di Alemagna e d’Italia, sia che altrimenti egli ne leggesse i libri a Farfa ed a Roma. Pei tempi vicini a lui egli si giovò non soltanto della continuazione di Anastasio, ma eziandio di tutte quelle narrazioni che erano giunte al suo orecchio, avvegnaddio di pochi fatti egli fosse stato testimonio di veduta. Anche là dove scrive da contemporaneo i suoi racconti hanno un valore dubbioso, e per certo sono spesso attinti a fonti non pure; tuttavolta deploriamo che egli non abbia descritto i casi della caduta di Crescenzio. Se mancanza assoluta di conseguenza logica di pensiero e bruttezza orrenda di lingua possano a buona ragione essere tenuti a indici della barbarie più profonda, la Cronica di Benedetto fa prova dell’estremo decadimento, cui era potuto giungere l’idioma di Cesare e di Cicerone. Per somiglianza di stile, assai presso gli vengono soltanto la Cronica del prete Andrea da Bergamo, compilazione del secolo nono, e carte molte di questa età; però delle centinaja di documenti che noi abbiamo letto pochi giungono a quell’eccesso di barbarismi che in Benedetto si trova. La lingua volgare d’Italia sorse essenzialmente da ciò, che si abbandonarono le desinenze latine dei verbi e dei casi, onde ebbe nascimento l’articolo, non già per imitazione della lingua germanica, ma per necessità intrinseca; chè, senza di esso, i casi non avrebbero potuto distinguersi più. Se Benedetto avesse scritto italianamente sì come avrà egli parlato, il suo libro sarebbe diventato un monumento preziosissimo della lingua volgare di quell’età; ma egli volle invece scriver latino, e perciò compose un’assurda sconciatura. Pertanto, al filologo che investiga le origini della lingua italiana la sua Cronica presta minor servigio di quello che facciano altre scritture, massime documenti di quel tempo; ad ogni modo, essa saprà dargli ammaestramento, che le leggi della lingua si associano nel modo più intimo con quelle del pensiero, e che la ruina delle une partorisce quella delle altre. La lingua latina, divenuta sforzo di arte (sì come esser doveva in Benedetto), ricadeva quasi in forme puerili; somiglia a quei busti conservati in Campidoglio, che sono opere dell’ultimo tempo imperiale di Roma, quando la statuaria non era dappiù che arte di vasajo; o somiglia a quelle sculture ornamentali di chiese cristiane, che sono opere del secolo decimo e dell’undecimo, nelle quali ogni foglia ed ogni figura ha perduto il suo contorno naturale, parimente come la parola latina aveva perduto la sua flessione.

Benedetto fece suo pro del trattato di un suo contemporaneo, partigiano dell’Impero, che è intitolato: «Della podestà imperatoria nella città di Roma». Questo scritto mirabile di piccola mole, celebra con gran fervore l’_Imperium_ dei Carolingi, mostra qual fosse la loro podestà imperatoria su di Roma, e lamenta il suo decadimento avvenuto colla coronazione di Carlo il Calvo. L’Autore cade in parecchi errori là dove parla delle condizioni di Roma a’ tempi prima di Carlo magno, ed anche altrove desta dubbiezze parecchie. Barbarica è la composizione scucita dei concetti, però, come lingua, può leggersi: difficile cosa è che l’autor suo fosse uomo romano; piuttosto era longobardo, e forse scriveva dal convento imperiale di Farfa o dal monte Soratte, ancor prima che l’Impero fosse rinnovato da Ottone I[640]. Se mai abbia avuto origine in Farfa, ben è la sola opera di cui questo chiostro, ridotto a così grave disordine, possa far mostra in tutto il secolo decimo; soltanto dopo che l’ordine vi sarà restaurato nell’undecimo, noi ne loderemo le cure date da Ugo abate alle lettere, e la grande operosità di frate Gregorio di Catina.

In Roma la storiografia s’era fatta muta. Alla fine del secolo nono vedemmo che Giovanni scriveva della vita di Gregorio I, e trovammo che Anastasio traduceva scrittori greci e raccoglieva le _Vitae Paparum_, che da lui hanno nome. A que’ due lavori corrispondono, nel secolo decimo, alcune scritture più fiacche di simil genere. Il prezioso «Libro Pontificale», il quale, nella forma che ci è nota, termina colla Biografia di Stefano V, ebbe chi vi diede in Roma continuazione. Nel modo istesso con cui quella grande collezione aveva avuto origine da notizie raccolte in calendarî e in annali, parimente formavansi brevi Tavole dei Papi di quell’arida età, e vanno sotto nome di Cataloghi. Si conservarono in manoscritti parecchi; la lingua ne è barbarica, e la loro compilazione non contiene vestigia di senso storico. Poichè non v’era più a dire cosa alcuna di edificî e di doni votivi, quelle compilazioni non facevano che registrare brevemente i nomi, la stirpe e il tempo di governo dei Papi, aggiungendovi scarsissimi appunti di singoli avvenimenti. Nulla dimostra sì chiaramente la barbarie in cui era caduta Roma nel secolo decimo più di quello che lo faccia questa Continuazione del celebre «Libro Pontificale», il quale ora ritorna alla scarsità dei suoi primi incominciamenti[641].

Alla Biografia di Gregorio fa riscontro adesso quella di santo Adalberto. Tosto dopo la morte di lui un monaco del convento di san Bonifacio scriveva, per desiderio di Ottone, la vita del Martire: si crede che autore di quel libricciuolo sia stato l’abate Giovanni Cannapario; e di tal maniera l’opera letteraria più importante che si componesse in Roma nel secolo decimo è la Biografia di un Santo slavo. La scrittura non ha fiore di mente storica, ma è opportuna a dar contezza di quell’età, avvegnaddio al suo compilatore fossero conosciuti gli uomini che allora andavano per la maggiore. Anch’egli si mostra compreso delle idee che Ottone III accoglieva sulla grandezza di Roma, e nel fervore del suo còmpito, s’eleva talvolta a voli arditi, come aveva fatto Giovanni Diacono, nella Vita di Gregorio. Di Giovanni, lo scrittore per fermo non eguaglia il sapere; tuttavolta la sua lingua non è cattiva, e sebbene spesso si travolga in ampollosità bibliche, essa la vince di gran lunga sulla prolissità fraseggiante di santo Brunone di Querfurt, il quale, nell’anno 1004, ampliò quella medesima Biografia di Adalberto[642].

§ 3.

Descrizioni della Città. — L’Anonimo di Einsiedeln. — Fecondità della tradizione e della leggenda in Roma. — Le statue sonanti del Campidoglio. — Tradizione dell’edificazione del Panteon. — La _Graphia aureae urbis Romae_. — La _Memoria Julii Caesaris_.

Sollecitudine maggiore che tutte quelle scritture desta in noi una specie di letteratura, la quale, dapprincipio ebbe origine locale in Roma, e proprietà sua rimase anche dopo, sebbene pur vi prendessero parte scrittori stranieri: vogliamo dire dei libri che prendono a còmpito di descrivere i monumenti, i santuarî e la grande antichità della Città. Lorquando i pellegrini venivano nell’eterna, nell’aurea Roma, eglino trovavano, nelle Scuole degli stranieri, alcuni uomini del loro paese che facevano ad essi da condottieri, attraverso quel mondo enigmatico di meraviglie, dove antico era omai diventato eziandio il Cristianesimo: oltracciò, non difettavano nemmeno di libri di notizie, che loro servivano, con brevi appunti, di guida. Alcuni pellegrini, franchi o tedeschi, appo i quali, da dopo di Alcuino, s’erano risvegliati l’amore e lo studio delle antichità romane, incominciarono a fare osservazione di Roma coll’occhio dell’antiquario e dello storico; compilarono registri delle cose della Città, degne a vedersi, e li diffusero poi nelle loro terre settentrionali. Siffatte Descrizioni furono i precursori delle odierne «Guide» di Roma, e parimenti come si vedono oggidì forestieri di tutte le nazioni andarvi all’ingiro, tenendo in mano di quei grossi volumi, così, nel medio evo, miravansi i pellegrini avvolgersi per le vie di Roma, seguendo il filo di alcune scarse notizie, che erano scritte sopra piccolissimi fogli di pergamena. Quei «Regionarî», detti anche «Grafie» o «_Mirabilia_», non erano così estesi, nè così nojosi come sono le nostre «Guide»; e di buon grado noi permuteremmo per sempre queste con quelli, se ci fosse ancora concesso di vedere i molti monumenti, che ai nostri antenati ignoranti era dato di affisare.

Il duplice carattere della Città segnava la sua impronta su quelle scritture, perocchè in esse dovesse tenersi nota così di Roma antica, che di Roma cristiana. Di quella offerivano descrizione, nel maggior fondamento, la _Notitia_ e il _Curiosum_; di questa, i Cataloghi delle «Stazioni», dei cimiteri, delle chiese, i quali del continuo erano compilati ad uso dei pellegrini. Vi si aggiungevano leggende di Santi o di chiese, tradizioni che ponevano Roma pagana in associazione col Cristianesimo, e vi si accumulavano benanco notizie della corte pontificia e di quella imperiale. Di tal guisa, poco a poco, ebbero origine le «Grafie» e i «_Mirabilia_» della città di Roma.

La letteratura descrittiva della Città, cresciuta oggidì tanto, che se ne potrebbero empiere gli scaffali di una biblioteca, cominciò (lo abbiamo veduto) cogli indici officiali delle Regioni, dei quali ci siamo giovati per iscrivere del secolo quinto. Duranti quattro secoli interi dappoi non ci avvenimmo più in alcuna scrittura di questa specie, e, soltanto all’età di Carlo, insieme col risorgimento di Roma e della scienza classica, incominciarono ad aver vita nuova di quei registri. Un pellegrino, che forse fu discepolo di Alcuino, dettò degli appunti sui cimiteri e sulle chiese di Roma; ed un altro, sconosciuto di nome, compose quelle notizie che vanno sotto il titolo dell’Anonimo di Einsiedeln: in questo convento trovolle il Mabillon, e, per primo, le publicò[643]. La loro compilazione rimonta alla fine del secolo ottavo od al principio del nono, prima che fosse edificata la città Leonina. In un paio di fogli, scritti a due colonne, l’Anonimo vi registra, senza darne descrizione, i nomi dei monumenti, che potevano vedersi dalla destra e dalla sinistra mano di chi percorreva le vie della Città fino alle porte; e v’aggiunge ottanta epigrafi trascritte da monumenti e da chiese, anche fuori di Roma. Con ciò ha incominciamento la scienza della epigrafia; e questa prima e breve collezione di inscrizioni antiche, opera di un culto pellegrino nordico, rimane, fino ai primi anni del secolo decimoquinto, la sola di cui abbiamo contezza[644]. I «Regionarî» antichi prendevano nota soltanto di Roma pagana, ma l’Anonimo registra e gli edificî antichi e quelli cristiani, e così traccia, in un contorno topografico, i caratteri che si aveva la Città a’ tempi di Carlo magno. Da uomo erudito, attribuisce tuttavia ai monumenti i nomi usati dalla _Notitia_, e perfino disdegna di dire _Colisaeus_ a vece di _Amphiteathrum_; peraltro denota alcune ruine colla voce popolare di _Palatium_, sebbene di palazzi non fossero ruderi[645]. Parimente, nelle inscrizioni, all’arco di Tito dà nome di _VII Lucernarum_, onde il popolo lo aveva battezzato dalla figura scolpitavi del candelabro a sette braccia. L’Anonimo vide e tenne conto della massima parte delle terme, di cui erano tuttavia grandiosi gli avanzi; al foro Romano ed a quello di Trajano impone egli i loro veri nomi, ma gli altri sorpassa in silenzio. Vide ancora il circo Flaminio e quello Massimo ed il teatro di Pompeo; presso il Campidoglio registrò tuttavia la inscrizione della statua equestre di Costantino, nè gli scappò d’occhio, senza notarlo, l’_Umbilicus Romae_. Passeggiò ancora sotto i portici a colonnami della via Lata; vide l’acquedotto della Vergine e quello di Claudio, il _Nymphaeum Alexandri_, ed il _Septizonium_, e ne fece avvertenza coi loro nomi che ancor perduravano; scrisse a taccuino i nomi antichi di porte e di vie, e da un registro officiale desunse il numero di tutte le torri, dei merli, delle porte di sortita e delle feritoie, che v’avevano nelle restaurate mura di Aureliano[646]. In lui orma non v’ha di favole, e quel secco Catalogo ci palesa che il suo compilatore era uno scolastico erudito, cui la _Notitia_ era ben conosciuta. Oltre a questa, dovettero servire di base al suo lavoro altri elementi officiali, che papa Adriano, od altrimenti Leone III, aveva fatto molto probabilmente raccogliere. Forse, fin d’allora eransi compilati dei piani, ossiano delle carte topografiche della Città, sui quali può darsi che venissero tracciate le vie principali ed i monumenti maggiori; se non si fossero compiuti di simiglianti studî, non sapremmo per lo meno comprendere come si avesse potuto comporre quelle mense preziose, fregiate dei disegni di Roma e di Costantinopoli, che Carlo magno aveva ricevuto in dono, probabilmente dal Papa e da Irene imperatrice. Ove non avesse avuto soccorso di siffatti documenti officiali, un pellegrino nordico, massimamente, non avrebbe potuto conoscere e descrivere Roma; nè è difficile che, oltre a quelli, lo sovvenisse di ajuto qualche grammatico romano, di mezzana sapienza[647].

Frattanto, la tradizione, genio leggiadro che incomincia a porre sua stanza nei monumenti appena che diventano deserti, aveva già da lungo tempo tessute le sue fila attorno alle meraviglie di Roma, e divulgato fra il popolo molte istorie e molti nomi. Ogni dì più che i Romani si dilungavano dall’antichità, tanto più affaccendata era la tradizione a coprire del suo velo i monumenti pagani, in quello che la leggenda operava similmente colle chiese cristiane. Entrambi, muse del popolo, sono sorelle gemelle; e la duplice natura di Roma spesso le congiunge in meravigliosa associazione. Intorno al mille molte tradizioni locali dovevano omai essersi raffermate in Roma, laonde non stemmo dubbiosi di considerare la tradizione del «Cavallo di marmo» e quella del «_Caballus_» di Marco Aurelio, come appartenenti a questa età. Un’altra favola può dar prova, che nel secolo decimo, anzi ancor prima, s’erano composte molte di quelle tradizioni, che noi troviamo registrate nei _Mirabilia_, compilati più tardi. L’Anonimo di Salerno, che scrisse intorno al 980, narra che gli antichi Romani avevano eretto nel Campidoglio settanta statue di bronzo, in onore dei popoli tutti. A ciascuna di esse, dic’egli, si era inscritto sul petto il nome del popolo che rappresentava, ed a ciascuna s’era appeso al collo un campanello: dì e notte i sacerdoti, dandosi il cambio, ne vegliavano a guardia. Quando si ribellava una provincia dell’Impero la statua si agitava tutta, il campanello sonava e i preti ne davano avvertimento all’Imperatore. Però, il Cronista racconta che, da tempo, quelle statue erano state trasportate a Bisanzio, e che Alessandro, figlio di Basilio imperatore e fratello di Leone il Savio, le aveva fatte vestire di abiti di seta in segno di venerazione; perlochè, una notte, san Pietro gli compariva innanzi, e con gran collera gli diceva: «Principe dei Romani son io!» Al mattino dopo l’Imperatore era morto[648].

Meravigliosa cosa è questo nesso che intercede fra una tradizione locale di Roma e la cronologia bizantina; tuttavolta questa favola istessa ricompare, senza riferimento a Bisanzio, in una Descrizione della città di Roma, in quello che si vuol dare chiarimento dell’edificazione del Panteon. Eccone la narrazione: A’ tempi in cui Agrippa, prefetto dell’Impero romano, aveva soggiogato Svevi, Sassoni ed altri popoli occidentali, ed era ritornato in patria, squillò il campanello che pendeva dalla statua dell’Impero persiano: era questa collocata nel tempio di Giove e della Moneta sul Campidoglio. I Senatori affidarono pertanto ad Agrippa l’incarico della guerra di Persia, ma egli chiese una dilazione di tre giorni. La terza notte, quando, dopo smaniare lungo di pensieri, aveva preso sonno, una donna gli apparve e disse: Che hai, Agrippa? tu sei in gran cure. Rispos’egli: Sì, o signora. Ed ella: Confortati, prometti di edificarmi un tempio come io ti mostrerò, ed io ti annuncierò se vincerai. Egli soggiunse: Lo farò, o signora. La donna gli mostrò in visione la forma di un tempio, ed egli le chiese: Signora, chi sei? Ed ella: Io sono Cibele, madre degli Dei; sacrifica a Nettuno dio del mare, ed egli ti ajuterà: fa consecrare ad onore di Nettuno e di me questo tempio, perocchè noi saremo con te, e vincerai. Agrippa s’alzò di letto tutto giulivo, e narrò la cosa al Senato, e partì con una grande armata e con cinque legioni, e vinse tutti i Persiani, e li ridusse nuovamente sotto il tributo dei Romani. Reduce in patria, edificò il tempio, lo fece consecrare a Cibele, madre degli Dei, a Nettuno e a tutti i demonî, e gli impose nome di Panteon. Ad onoranza di questa Cibele ei fe’ fare una statua dorata, che collocò alla sommità del tempio, sopra il forame della cupola, e lo coperse di un mirabile tetto di bronzo dorato. Sulle cime poi del tempio venivano posti due tori di bronzo dorato[649].

Tale è la narrazione contenuta nel notevole libro intitolato _Graphia aureae urbis Romae_, ossia Descrizione dell’aurea città di Roma, che, nella serie di questa letteratura, succede per noi alle notizie di Einsiedeln. Può darsi che all’età degli Ottoni, e forse omai dal tempo di Alberico, avesse origine una nuova Descrizione della Città, e che, in corrispondenza alla restaurazione del dominio secolare di Roma, vi si tenesse nota soltanto dei monumenti pagani, nel tempo medesimo che, ad uso dei pellegrini, v’avevano libri che raccoglievano le notizie delle «Stazioni» delle chiese e dei cimiteri. Un qualche Scolastico, che aveva conoscenza degli antichi, componeva un registro dei monumenti di Roma, e vi aggiungeva il racconto di tradizioni popolari. Egli non seguiva più la divisione regionale osservata dalla _Notitia_; e laddove l’Anonimo di Einsiedeln aveva conservato i vecchi nomi, quegli invece, tratto tratto, adoperava le appellazioni popolari, secondo la loro origine volgare. I significati di _Palatium_, di _Templum_, di _Theatrum_, di _Circus_, perdevano presso di lui la loro severa distinzione, chè allora il popolo chiamava con nome di _Palatium_ tutte le grandi ruine dei templi ed i _Fora_, e di regola appellava _Theatrum_ le ruine di terme e del Circo. Cotale Descrizione della Città, che or subentrava in vece della _Notitia_ antica e del _Curiosum_, oppure che ampliava quelle due scritture, forse veniva compilata ancor prima del secolo decimo. A Benedetto di Soratte fu precisamente nota, avvegnachè egli abbia tratta la enumerazione delle torri e delle castella di Roma da una Descrizione della Città, che dev’essere stata la forma prima della _Graphia_[650]. Però, sotto questo titolo, nel secolo decimoterzo una ne andò celebre, che è citata come libro «assai autentico» dal milanese Galvano Fiamma. Fu lungo tempo conosciuta nella biblioteca Laurenziana come codice del secolo decimoterzo o del decimoquarto, ma non se ne trasse profitto alcuno, e soltanto nell’anno 1850 venne data alle stampe[651]. Ebbe essa subìto, nel corso degli anni, parecchie revisioni, finchè ottenne la forma che si vede nel codice fiorentino. I due limiti estremi di tempo riconoscibili della sua compilazione sono l’età degli Ottoni e la prima metà del secolo duodecimo, perocchè vi sia fatta menzione del sepolcro di Anastasio IV, morto nell’anno 1154. Al tempo di Ottone II o a quello di Ottone III si fanno rimontare quei paragrafi aggiuntivi, che trattano delle ceremonie di corte, della nomina del Patrizio e del Giudice, e dell’accoglimento delle persone nella cittadinanza romana; e il titolo del libro corrisponde alla leggenda _Aurea Roma_, che di già al tempo di Ottone III era impressa sopra suggelli imperiali. Altresì, le nominazioni date ai monumenti la fanno risalire al tempo anteriore del grande incendio, che scoppiava durante la presa di Roma fatta da Roberto Guiscardo.

Sta nella natura di cotali libri che essi diano occasione di continue aggiunte; pertanto la _Graphia_ contiene parti diverse che derivano da tempi varî. Essa incomincia narrando, secondo la tradizione, che Noè fondava, non lungi da Roma, una città appellata dal suo nome, e che Giano, figliuolo di lui, Japeto e Camese edificavano sul monte Palatino la città di Gianicolo, e nel Transtevere il palazzo Gianicolo[652]. Giano dimorava sul Palatino, e dappoi, con Nemrod ossia Saturno (evirato da Giove suo figlio), erigeva la città di Saturnia sul Campidoglio[653]. Indi, re Italo, coi Siracusani, costrusse, presso al fiume Albula o _Tibris_, la città di pari nome; ed altri Re, _Hemiles, Tiberis_, Evandro, Coriba, Glauco Enea, Aventino, altre città innalzarono, finchè, quattrocento trentatre anni dopo la caduta di Troja, nel giorno 17 di Aprile, Romolo le cinse tutte quante di muro, e vi diè nome di Roma: allora, non soltanto tutti gli Itali, ma quasi tutti i nobili uomini di tutto il mondo, vennero con loro donne e con loro fanciulli ad abitarvi[654]. Il nesso in cui si pone il Noè dell’antico Testamento colla fondazione di Roma, dà prova della maestria di combinazioni che possiede la tradizione; del resto, non potremmo fare che inutili tentativi, se volessimo determinare il tempo in cui quella tradizione sia sorta. Più tardi, nei secoli decimoterzo e decimoquarto, libri parecchi andarono tessendo le favole della origine prima di Roma; ed ebbero vita il _Liber Imperialis_, il _Rumuleon_, la _Fiorita d’Italia_, la _Historia Trojana et Romana_. Queste tradizioni vennero massimamente in fiore allorchè le città italiche incominciarono a ottenere le loro libertà, chè ognuna bramò ornarsi del pregio di antiche genealogie[655].