Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 26

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Antica era la chiesa di quel Santo, avvegnachè narri la tradizione che Eufemiano, a’ tempi di Onorio imperatore, cedesse per la sua edificazione i palazzi che in quel luogo possedeva. Figlio di quel Senatore, era stato Alessio eroe di una fra le più belle leggende che mettano in pregio l’abnegazione cristiana. Il giovinetto illustre disertava le sale splendenti di luce dei doppieri e affollate di ospiti convitati alle sue nozze: invece di stringere fra le braccia la sposa, le rivolgeva un umile predicozzo, in cui dimostrava la vanità di tutte le umane cose; indi, coperto di un manto modesto, pellegrinava ai più remoti deserti della terra. Dopo molti anni tornava, pari ad Ulisse, accattando; senza esser conosciuto per chi era si accovacciava sotto la scala delle sue case paterne, dalla quale saliva e scendeva la caterva dei famigli beffeggiatori. Ivi accovacciato viveva sedici anni, trattato e cibato come un cane, e alla fine vi moriva sempre tacendo, da vero eroe; ma una scrittura, in cui narrava i casi della sua vita, e che teneva serrata nella mano irrigidita dalla morte, svelava chi fosse, e un coro di voci angeliche facevano manifesta la grandezza sua e la sua origine. Il morto figliuolo del Senatore fu tratto fuori dal suo coviglio di sotto alla scala, e coll’accorrenza di tutta Roma fu sepolto splendidamente in san Pietro per opera del Papa e dell’Imperatore[496]. Più tardi lo si associò, come santo, a Bonifacio; ma soltanto dopo la fine del secolo decimo i due nomi andarono uniti, avvegnaddio, in epitaffî del tempo di Benedetto VII, non si trovi che il solo titolo di Bonifacio. Probabile è che un convento già esistesse presso alla chiesa antica (era una diaconia); ambidue però decaddero, finchè quel Papa, nell’anno 977, ne li cedette a Sergio metropolita greco. Fuggente dagli Arabi, questi era venuto dal suo vescovato di Damasco a Roma; fondava adesso il convento di san Bonifacio e ne diventava primo abate. Quantunque il monastero serbasse la regola di Benedetto, tuttavia vivevano in esso anche dei frati basiliani in unione ai latini; e può darsi che Sergio preferisse questa chiesa ad ogni altra, poichè era stata fondazione greca: infatti quel luogo appellavasi _Blachernae_; oltracciò san Bonifacio stesso aveva trovato morte in Tarso e, come dicono i loro nomi, greci erano stati Eufemiano e la moglie sua Aglae e il figliuol loro Alessio. Qui visse dunque Sergio di Damasco fino all’anno 981; indi, abate del convento diventò Leone, e tosto il nuovo chiostro fu ricetto di alcuni illustri uomini, dei quali avremo ancora opportunità di discorrere[497].

Tuttavolta, Benedetto VII non potè sempre in buona pace attendere a cure di chiostri e ad ornamento di chiese. Se possedessimo notizie chiare di quel tempo, lo vedremmo cimentarsi a lotta contro il partito ostile, e forse lo vedremmo costretto a fuggire. Ai motivi che obligavano Ottone II a muovere con una spedizione su Roma ben si associavano anche querimonie ferventi del Papa, che lo pregava di liberarlo dalla mano dei suoi oppressori[498]. Ottone veniva in Italia per mandare a compimento i disegni del suo gran padre; caduto Berengario, caduti i figli di lui, distribuiti i maggiori Vescovati e le maggiori Contee dell’Italia superiore fra gli aderenti della casa di Sassonia, la sola Italia meridionale offeriva un campo d’imprese al genio che ne accoglieva l’animo giovanile dell’Imperatore. Infatti, Roma e Italia tremavano pur sempre di paura dei Saraceni; quantunque Guglielmo di Provenza avesse distrutto, nell’anno 972, il covo di quei ladroni a Frassineto, tuttavolta i loro correligionarî continuavano le loro scorrerie brigantesche venendo di Sicilia, e disertavano le Calabrie, dandovi il sacco. Oltracciò, trattavasi di combattere i Greci che aspiravano a restituire sotto il proprio dominio Capua e Benevento perdute; volevansi ridurre le Puglie e le Calabrie sotto allo scettro tedesco; volevasi finalmente conquistare la Sicilia. Agitato dal fervido desiderio di condurre a compimento tai degni propositi Ottone II scendeva nell’autunno dell’anno 980; celebrava le feste natalizie a Ravenna, dove forse s’incontrava col Papa; e, non prima della Pasqua del 981, giungeva a Roma. Con lui erano Adelaide sua madre, la sua sposa Teofania, Matilde abbadessa di Quedlinburg sorella sua, Ugo Capeto duca di Francia, re Corrado di Borgogna, e molti altri Principi e signori[499].

Nessun Cronista contemporaneo narra che Ottone punisse i ribelli dell’anno 974; soltanto in alcune notizie di tempi posteriori si favoleggia che, a modo di un Caracalla, traditorescamente raccogliesse a convito i Romani sulla scalea del san Pietro, e facesse, duranti le mense, mozzar la testa ad alcuni, ordinando agli altri che continuassero a banchettare: è una leggenda che, oggidì ancora, trova luogo qua e colà presso alcuni Storiografi italiani, i quali, secondo a quella, tessono il loro racconto[500]. Il giovine Imperatore, alla cui collera, giusto allora, Crescenzio scampava nascondendosi sotto il saio monastico, lasciava Roma, nel mese di Giugno o in quello di Luglio, per volgere i suoi passi all’Italia meridionale: ivi i Greci (Basilio II e Costantino IX, fratelli di Teofania, dominavano allora sopra Bisanzio) andavano apprestandosi in arme per respingerlo, e così parimenti facevano i Saraceni governati da Abul-Kasem di Palermo. Infausto esito ebbero le battaglie combattute da Ottone in quelle province, nelle quali l’Impero orientale, quello occidentale e l’Islamismo, già da tempo sì lungo, andavano fra loro pugnando. Guadagnata e riperduta, addì 13 del Luglio 982, la giornata di Stilo, in cui il fiore della nobiltà di Germania e d’Italia cadde mietuto sotto la scimitarra dei Saraceni, salvatosi dalla nave greca, che fuggitivo lo aveva portato a Rossano, Ottone se ne tornò a Capua[501]. I suoi disegni si sciolsero in fumo, Bisanzio trionfò; e, se avessero saputo far loro vantaggio della grande vittoria riportata dall’Islamismo, fors’è che i Greci avrebbero potuto restaurare i loro Esarchi a Ravenna e riporre i loro Papi a Roma. I maggiorenti dell’Impero, con grande mestizia, attorniarono Ottone, nel Giugno dell’anno 983, a Verona, dove s’era bandita una adunanza universale. Colà il fanciulletto Ottone (III) fu eletto re di Alemagna e d’Italia; indi l’Imperatore mosse nuovamente in gran fretta verso l’Italia meridionale, per provvedere a una nuova campagna; e venne a Roma, dove la morte di Benedetto VII (che trapassato era nel Settembre o nell’Ottobre del 983) reclamava la sua presenza[502].

A succeditore del Pontefice Ottone elevò Pietro di Pavia, cancelliere dell’Impero, che prese nome di Giovanni XIV; ma l’aveva fatto appena, che egli stesso infermò e venne in fin di vita. Le angustie degli ultimi tempi avevano roso il suo animo; la sua fibra non era costruita di saldo acciaio come quella del padre suo; la sua anima giovanile s’alzava a volo sull’ale della fantasia, non su quelle della volontà robusta e calma. Ottone II parve e sparì, rapidamente come una meteora; e la breve esistenza di lui e del figliuol suo forma un contrasto strano nel fondo del quadro in cui si disegna la vita lunga e gagliarda di Ottone I, che sorpassa quei due giovani di tutta la sua maschia statura di eroe. Il giovane Imperatore raccolse in Roma, attorno al suo letto di morte, gli amici e i compagni; dispensò i suoi tesori alle chiese, ai poveri, a sua madre, a Matilde sua unica sorella, e ai suoi guerrieri, che per amore di lui avevano abbandonato le terre natìe; in presenza dei Vescovi e dei Cardinali si confessò al Papa addolorato, ricevette l’assoluzione delle sue peccata, e morì nel palazzo imperiale presso al san Pietro, addì 7 di Dicembre del 983, nell’anno vigesimo ottavo di sua età[503].

Solo Imperatore di stirpe germanica che morisse in Roma e che vi fosse tumulato, ebbe sepoltura dal lato orientale del «paradiso» del san Pietro, a sinistra di chi v’entra: il suo cadavere fu chiuso in un sarcofago antico, adorno di figure che rappresentavano un console e la sua donna. Similmente alle belle colonne dei templi anche le vecchie urne dei Romani avevano la sorte di andar per Roma peregrinando; e, parimenti come esso, imperatore di nazione germanica, s’era ornato in vita dei titoli e delle forme dell’antichità, così entro al sarcofago dell’antichità nascondeva sè stesso in morte. Infisso nella parete, fu collocato sopra la tomba di Ottone un musaico; raffigurava il Redentore in atto di benedire, nel mezzo di san Pietro e di san Paolo. Questo quadro mirabile, che oggidì vedesi nelle grotte del Vaticano, fitto nel muro, è monumento dell’arte di allora; la sua fattura, quantunque cattiva, è tuttavia migliore di quella del tempo di Giovanni VII; l’espressione della testa del Cristo, adorna di capelli lunghi e neri, è piena di dignità; difettosi sono il disegno e i lumeggiamenti, massime nei due Apostoli, uno dei quali, Pietro, reca in mano un gruppo di tre chiavi. Fu senza dubbio Teofania che fece comporre il musaico, e allogarlo sopra l’arca pagana che chiudeva la salma dello sposo suo. Per un periodo di sette secoli i pellegrini alemanni poterono sostare, commossi a pietà, innanzi a quel sepolcro imperiale, monumento della grandiosa storia della nazione tedesca; ma, finalmente, la nuova edificazione della basilica, avvenuta a’ tempi di Paolo V, distrusse la tomba veneranda. Si estrasse il cadavere dell’Imperatore, presente un notaio, il quale coi suoi proprî occhi riscontrò esser provato che corrispondeva alla corporatura minuta di Ottone II. A lui non fu pur concesso il sarcofago antico, chè questo, con turpe profanazione, fu abbandonato ai cuochi del Quirinale perchè lo adoperassero a funzioni vili di serbatoio d’acqua; e le ceneri dell’Imperatore si deposero in un’altra arca di marmo, che bruttamente si coprì di stucco. In questo stato, il suo sepolcro mirasi ancora oggidì nelle grotte del Vaticano, dove Ottone II dorme il sonno della morte in vicinanza di Gregorio V congiunto suo, nella tragica assemblea di Papi riposanti, simili a mummie, nei loro avelli; colà ei dorme in mezzo all’ombra fantastica e oscura di quella catacomba massima del mondo, cui l’uomo di cuore non traversa senza sentirsi alitare in fronte il fiato della storia[504].

§ 4.

Ferruccio torna a Roma. — Fine orribile di Giovanni XIV. — Bonifacio VII regge col terrore. — Caduta di lui. — Giovanni XV, papa nell’anno 985. — Crescenzio s’impadronisce della podestà di patrizio. — Teofania viene a Roma come reggente dell’Impero. — Suo atteggiamento imperatorio. — Rimette la Città a quiete. — Santo Adalberto in Roma.

Accosto alla tomba di Ottone Giovanni XIV poteva trarre il pronostico della prossima fine anche di sè. Infatti, i Romani si sentivano adesso liberi del freno di un Imperatore temuto; erede di questo era un coronato bambino di tre anni, sotto la tutela di una femmina, ed esposto al pericolo delle armi di un ambizioso parente, che in Germania si prendeva titolo di re; perciò anzi Teofania aveva lasciato in gran fretta Roma. Si faceva allora sentir viva la richiesta di avere a papa un uomo romano; e il pretendente del papato (viveva egli tuttavia) capitava a Roma in tempo massimamente propizio.

Da più che nove anni il figlio di Ferruccio era vissuto nel suo esilio di Bisanzio, e sempre, come Sergio III in antico, aveva inteso i suoi cupidi sguardi al trono di san Pietro. Aveva contribuito la sua parte a far conchiudere la lega fra’ Greci e Saraceni, aveva udito con compiacimento la disfatta dell’Imperatore, ne aveva sentito con gioia la morte. Ora veniva egli a Roma; trovava bensì la cattedra di Pietro occupata dal Vescovo di Pavia, ma i suoi aderenti gli si schieravano tutti all’intorno; e i suoi tesori, ossia l’oro bizantino, gli procacciavano amici nuovi. Bonifacio, nella sua partenza di Bisanzio, ne era stato accompagnato coi migliori desiderî; Greci gli avevano fatto corteo, e può supporsi che un patto si fosse conchiuso fra lui e la corte di Bisanzio: soltanto, che la mancanza dei documenti ci lascia anche qui all’oscuro, e la storia di Roma ci compare più confusa che mai.

Presta e orribile fu la fine di Giovanni XIV. Caduto in potere di Ferruccio, lottò quattro mesi colla fame nelle segrete del castel Sant’Angelo, finchè morì di quella tortura, oppure di veleno[505]. La rivoluzione dev’essere accaduta intorno alla Pasqua dell’anno 984; per conseguenza, la morte di Giovanni avveniva nell’estate di quello stesso anno. Bonifacio, il quale certo lo aveva fatto deporre per opera di un Sinodo, non aveva mai cessato di tenere sè in conto di pontefice legittimo; ed invero, dopo il suo ritorno, egli contò la sua êra sempre dall’anno 974[506]. Per un periodo di undici mesi dev’egli aver seduto sulla sedia di san Pietro, ma di quel tempo nulla ci è noto. La narrazione, per cui di passaggio vien detto, che egli aveva fatto svellere gli occhi a Giovanni cardinale, ci dà a sospettare che altri eccessi ancora di crudeltà commettesse la sua ira, coltivata con sì lunghi anni di esilio. Però, anch’egli era diventato uomo straniero fra i Romani, e la sua presta caduta ci ammaestra che s’era fatto molesto eziandio al suo partito. Questa fazione non s’inspirava così tanto a devozione bizantina, quanto a sensi di nazione romana; era quella che in addietro aveva obbedito a Crescenzio, e adesso era capitaneggiata dal figliuolo di lui: laonde sbalzò del trono il tiranno Pontefice, poichè voleva essa, a tutto profitto di sè, impadronirsi del reggimento cittadino, or che ne le si offrivano circostanze tanto fauste di cose. Bonifacio VII morì, non v’ha dubbio, di violenta morte. Il suo cadavere fu dato in balìa alle più feroci turpezze, fu trascinato per le vie, e finalmente gettato innanzi alla statua equestre di Marco Aurelio: così il monumento di uno fra i più generosi Imperatori di Roma, servì ripetute volte da patibolo in tempi di rivolta. Sul mattino successivo alcuni preti o famigliari del Papa ne raccolsero il corpo, e gli diedero sepoltura cristiana. Questa fine sortì, nell’estate dell’anno 985, l’ambizione di Bonifacio VII, dopochè egli in undici anni di tempo aveva sbalzato di seggio due Papi e fattili morire nel castello di Sant’Angelo[507].

In mezzo a condizioni di cose che ci sono ignote saliva adesso alla cattedra pontificia Giovanni XV, abitatore del quartiere detto _Gallina Alba_, che la _Notitia_ osserva, essere stato situato nella sesta Regione, _Alta Semita_[508]. Suo padre era Leone prete; la famiglia ci è sconosciuta, ma dev’essere stata avversa alla casa dei Crescenzî, e aderente di Germania ossia dell’Impero: infatti, l’esaltazione di Giovanni XV non potè avvenire che in onta alla parte nazionale, e quindi per opera della fazione tedesca. Aveva fama di uomo erudito, e si dice anche aver compilato dei libri: tanto più fortemente doveva essergli ostile la zotichezza del clero romano, che egli disprezzava e da cui era odiato; ed invero Giovanni cercò di dare le cariche più importanti a’ suoi aderenti ed a’ suoi congiunti, affine di reprimere la potenza della nobiltà romana, al cui gremio appartenevano i Cardinali ed i Giudici della Città[509]. Però, dopo il ritorno o dopo la morte di Bonifacio, Giovanni Crescenzio (che bene era figliuolo di quel Crescenzio primo onde dicemmo) aveva tratto a sè il reggimento temporale. Il celebre uomo romano, che Cronisti di tempi posteriori appellano col nome di _Numentanus_ (perocchè a lui debba avere appartenuto il sabinate _Numentum_, odierna Mentana) intendeva a rinnovare la potenza di Alberico, e per alcuni anni gli arrise la sorte di essere signore di Roma. D’allora in poi lo troviamo a capo della parte nazionale, ma non, come fu Alberico, rivestito del titolo di «Principe e Senatore di tutti i Romani.» Non v’è documento alcuno che lo denoti per tale; soltanto che, nell’anno 985 dopo la morte di Bonifacio, aveva assunto titolo di _Patricius_[510]. Tanto poteva osare egli di fare, perciocchè allora non vi fosse imperatore alcuno; di quella maniera esprimeva bensì di possedere la podestà temporale in Roma, ma dimostrava di non tenere sè stesso in conto di principe independente. Italia non moveva più sforzo alcuno per far conquista della sua autonomia; nessun Re indigeno era eletto, nessuno di straniero si invocava. I Vescovati, divenuti potenti dopo di Guido e di Lamberto, più potenti ancora per privilegî dei due Ottoni, parevano quasi altrettanti Stati nello Stato; reggevano l’equilibrio di contro ai Conti, e nutrivano sentimenti favorevoli all’Impero, in quello stesso tempo che nessun animo gagliardo si trovava nemmeno fra i maggiorenti. Così, morto Ottone II, il paese italico, privo di qualsiasi forza, si condannava di nuovo al giogo straniero, poichè tranquillamente continuava a riverire i diritti di un fanciullo sassone, e a rivolgere i suoi sguardi alla nazione tedesca, che, per ragione di sua potenza politica, doveva necessariamente imperare sopra di questa contrada.

Soltanto l’atteggiamento dei Romani faceva impensierire la reggente Teofania, e perciò affrettava ella di muovere a Roma, dove la chiamava il Papa premuto d’angustie. Venne nell’anno 989 in Italia, e questa terra, altre volte sì irrequieta, obbedì a lei, donna di Grecia, in quello stesso momento che l’Impero orientale (stranezza di caso) era governato dai fratelli suoi, i quali continuavano a pretendere ai loro diritti di legittimità sopra Roma e su Italia. Il Patrizio non le chiuse in faccia le porte di Roma; non si ode che le venisse opposta contrarietà alcuna; si parla invece solamente dell’obbedienza che i Romani professavano alla donna, vedova dell’imperatore e madre del bambino che era destinato alla corona imperiale. Sennonchè, siffatta soggezione non si spiega a sufficienza, nemmanco se si accolga per vero che la parte tedesca fosse in Roma assai forte: si può chiarire soltanto per ragione di un patto che Teofania, ancor prima, dovesse aver conchiuso coi Romani e con Crescenzio, ed in cui avesse investito quest’ultimo della luogotenenza, con qualità di Patrizio. Ella reputava che l’_Imperium_ non s’era estinto colla morte del suo sposo, e teneva per fermo che il dominio su Roma era retaggio del figliuol suo: donna di elevato intelletto, dietro cui pareva che s’alzasse, sorreggendola, l’ombra del grande Ottone, dominava da imperatrice; nè Roma ardiva più di ricordare quei tempi nei quali i Papi avevano protestato, sè essere quelli che concedevano l’_Imperium_. Il reggimento imperiale di una femmina non aveva nell’Occidente riscontro di esempî, ma Teofania, da vera bizantina, si ricordò dei casi di Irene e di Teodora, e pertanto non volle essere stata in addietro coronata per mera apparenza. Arditamente si comportò da _Imperatrix_, anzi da _Imperator_; esercitò pienamente la podestà imperiale così a Ravenna che a Roma; tenne personalmente dei Placiti, e in suo proprio nome fece eseguire sentenze giudiziarie[511]. Ci è lecito tenere per fermo che ella facesse giurare i Romani di riverire la podestà del figliuol suo, e di rispettare tutti i diritti imperiali a lui riserbati, che ella in suo nome esercitava; e sotto queste condizioni crediamo che ella confermasse Crescenzio nel patriziato in qualità di luogotenente.

Celebrò ella le feste di Natale in Roma, ancor prima di lasciar la Città, nella primavera dell’anno 990. Onorò la memoria dello sposo suo con elemosine e con messe mortuarie; e i conforti che un Santo le dava fecero scorrere con più calma dolcezza le lacrime di lei[512]. In quel tempo infatti trovavasi in Roma Adalberto, vescovo di Praga, l’uomo che dappoi esercitò influenza grandissima sul figlio di Teofania. In Adalberto, che più tardi diventò martire celebre, l’indole vagabonda dell’uomo slavo si associava al fervore dei Santi romani de’ tempi passati. Il Cristianesimo, giusto allora, s’era insinuato fra gli Slavi, e Adalberto fu secondo vescovo di Praga: costretto a vivere fra i Boemi, sentiva repugnanza della loro rozzezza di costume, e, invece di dar opera a diffondere fra loro la civiltà, si struggeva del desiderio delle terre del mezzogiorno e del sole che le scalda. Contravveniva alla legge, abbandonando il suo Vescovato che gli riusciva di peso molesto, e volle peregrinare a Roma, risoluto di muovere indi anche a Gerusalemme. Venuto a Roma, Teofania lo regalava di una moneta perchè gli servisse di viatico; egli la prendeva, la dispensava fra i poverelli, e moveva a monte Cassino: un’interna irrequietezza dell’animo e una vocazione che gli parlava al cuore con molteplici impulsi lo spingevano ad andare presso il Santo greco, che era allora il più insigne delle Calabrie. Questo meraviglioso eremita era appellato con nome Nilo, il più acconcio che potesse portare un uomo dedito al misticismo; patriarca delle solitudini selvagge, ei viveva coi suoi pii discepoli nell’Italia meridionale, le cui province andava percorrendo da apostolo. È soltanto a stento, che gli uomini dei dì nostri giungono a comprendere la tempra di nature pari a quella di santo Nilo, e l’ordine del mondo che li circonda, li trae facilmente a porle in derisione come altrettante sconciature: solamente chi studia con calma riflessione l’indole dei tempi e i varî bisogni di loro riverisce in quei monaci e in que’ Santi singolari i veri ed efficaci benefattori di una stirpe barbarica. Nilo andava coperto di una nera pelle di capra, ispida la barba, a piè e a capo ignudi, e si nutriva ad ogni due o tre giorni di un tozzo di pane: da quest’uomo il fuggente Slavo fu accolto con gioia ed ospitato. Nilo però lo sconsigliava dall’idea di peregrinare a Gerusalemme, e lo rimandava a Roma presso a Leone abate di san Bonifacio. In questo convento Adalberto vestì l’abito monastico intorno alla Pasqua dell’anno 990, e visse alcuni anni. Erane abate Leone il Semplice, e accanto a lui splendevano per virtù di eloquenza o di silenzio Giovanni il Savio, Teodosio il Tacito, Giovanni l’Innocente. Chi intendeva di greco vi trovava consorzio anche di frati basiliani, Gregorio abate, Giovanni il Buono, Strato il Semplice. Nel tempo stesso dunque che Roma risonava dello strepito delle fazioni quei santi uomini sedevano sui ruderi dell’Aventino, in vista della piramide di Cestio e di monte Testaccio, e coltivavano disegni entusiasti di andare a convertire remoti paesi pagani, o di spargere il loro sangue in servigio di Cristo. L’ambizione di Crescenzio mirava forse a eguagliare la gloria degli antichi eroi romani; l’ambizione di Adalberto si accontentava di raggiungere l’esemplare degli antichi Martiri romani. Però egli era costretto di abbandonare i silenzî del chiostro. L’Arcivescovo di Magonza reclamava ch’ei tornasse, e un Sinodo romano gli comandava di partire per Praga. Adalberto lasciò Roma, soffocando i sospiri; tuttavia, appena s’era egli restituito alla sua selvaggia terra natia, che non vi potè far nulla; per la seconda volta fuggì di Praga, e nell’anno 995 ricomparve nel convento di san Bonifacio.

CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Decadimento massimo del Papato. — Invettiva dei Vescovi di Gallia contro a Roma. — Atteggiamento ostile dei Sinodi provinciali. — Oscurità delle condizioni di Roma. — Crescenzio si prende la podestà temporale. — Giovanni XV fugge. — I Romani lo accolgono nuovamente. — Muore nell’anno 996. — Ottone III eleva Gregorio V al pontificato. — Il primo Pontefice tedesco. — Il Papato è soggetto all’Impero germanico. — Ottone III è coronato imperatore addì 21 di Maggio del 996.