Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 17

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Teodora, bellissima della persona e ardita di spiriti, nata di una famiglia onde l’origine ci è ignota, s’eleva tutto a un tratto, Semiramide misteriosa, in mezzo all’oscurità di quel tempo, e, come dice Liudprando, domina la Città con autorità di monarca, non senza valore virile: ella ci costringe a studiare le ragioni onde una femmina, aprendosi una via quasi fuor delle ombre della notte, potesse giungere a tanta altezza di potere. Sposo di lei era Teofilatto, console e duce, che apparteneva ad una delle più egregie stirpi di Roma; e nell’anno 901 ci fu dato d’incontrarlo, per la prima volta, annoverato tra i giudici romani di Lodovico III[335].

Il nome di lui, al paro di quello di Teodora moglie sua, si trova frequente in ogni luogo d’Italia dove i Greci dominavano o dominato avevano; ma non per questo deve indurci a credere che i suoi avi venissero di Grecia. Nomi bizantini, omai da secoli, s’erano fatti di gran costumanza in Roma, per modo che in Diplomi dei secolo decimo si rinvengono assai di sovente; i nomi di Dorotea, di Stefania, di Anastasia, di Teodora, compaiono spesso sì, come quelli di Teodoro, di Anastasio, di Demetrio, parimenti che gli altri di Sergio, di Stefano e di Costantino. Queste nominazioni non erano soltanto vibrazione dell’eco dei tempi bizantini, ma, nel secolo decimo, erano conseguenza di una specie di risorgimento legittimista, una forma di moda che i ragguardevoli di Roma avevano adottata; fors’è che con esse la nobiltà cercava di opporre una protesta politica contro all’Impero germanico. In pari tempo, quei nomi danno una prova notevole che le idee di nazione erano ancora fra i Romani assai fiacche, avvegnachè non venga mai a galla, in mezzo a loro, il nome di uno Scipione, di un Cesare, di un Mario, nè quello di un Trajano o di un Ottaviano; e là dove trovi nomi di suono latino, sono tratti da quelli di Santi, segnatamente di Benedetto, di Leone e di Gregorio. Appena però che la Città verrà in balìa di un principe della nobiltà, tosto farà sua mostra anche il nome del primo Imperatore di Roma, di Ottaviano, come quello che si spetta al suo erede. Per la qual cosa noi reputiamo, che gli antenati del romano Teofilatto fossero di origine ravennati, e che venissero nella Città durante l’età bizantina di Roma[336].

Sull’incominciamento del secolo decimo, Teofilatto conseguiva un grandissimo potere. Sebbene nell’anno 901 egli fosse numerato a mazzo cogli altri nobili, secondo nella loro serie, tuttavolta, negli ultimi tempi di Sergio III o dei fiacchi succeditori di questo Papa, egli doveva portare omai, a preferenza d’altri, il titolo di «Console o Senatore dei Romani.» Accanto a lui Teodora, sua donna, esercitava influenza onnipossente sopra il Papato e sulla città di Roma[337]. Nell’anno 915 il figliuolo di Teofilatto non era già appellato figlio di un console denotato per suo special nome, ma addirittura era detto «figlio del Console,» e, accosto al fratello del Papa, andava, sopra tutti gli altri Romani, distinto[338]. Ei ci è duopo tuttavia confessare che lo studio, pur laborioso, dei documenti, non ci concedette di giungere ad una conchiusione ben sicura e determinata sull’assetto in cui trovavasi il reggimento temporale di Roma a quell’età. Noi ripudiamo l’opinione che i Romani allora eleggessero dei consoli annualmente, e li ponessero a capo del loro governo municipale, ma crediamo con buon fondamento, che, caduto l’Impero dei Carolingi, Roma subisse un mutamento nell’ordine interiore. Poco a poco il reggimento della Città era venuto in mano de’ laici (dei _Judices de militia_), ed i prelati (i _Judices de clero_) erano messi da banda. Scosso il giogo imperiale, e liberata dalla soggezione dei _Missi_, l’aristocrazia strappava al Pontefice franchigie ancor maggiori, in quello che essa sorgeva a prender parte al governo della Città e di tutte le cose prettamente politiche: sembrava che il Senato antico risorgesse adesso in questo baronato cittadino; il Patriziato, quell’idea tradizionale e importantissima di Roma temporale, sembrava tornare, dopo la caduta dell’Impero, in mano ai così detti «Consoli» di Roma divenuti potenti; e famiglie ambiziose s’adoperavano a conquistarsi podestà di _Patricius_, e a renderla ereditaria nelle loro case. Un «_Consul Romanorum_» era eletto dal gremio della nobiltà, siccome _Princeps_ dell’aristocrazia, ed era confermato dal Papa; simile ad un _Patricius_, era posto a capo della giurisdizione e della amministrazione cittadina; ed oltre che del titolo di «Console dei Romani» sembra che questo capo della nobiltà si fregiasse fin d’allora anche di quello di _Senator Romanorum_[339]. Teofilatto ci si presenta rivestito di tal qualità, e questa sua condizione ne spiega di per sè sola la potenza di Teodora, della _Senatrix_, com’ella si chiamava. La bella e valorosa donna del Senatore de’ Romani, era in pari tempo l’anima di quella grande famiglia di nobili e della sua clientela, e da ultimo trasfondeva nelle sue figliuole la propria potenza. Infatti, non molto andava che queste, Marozia e Teodora, più ancora di lei, coi loro vezzi avvincevano Romani e non Romani. Già di Sergio III s’era mormorato che lo allietasse l’amore di Marozia e che con lei procreasse quello che più tardi fu Giovanni XI; in progresso di tempo la bella romana introduceva nella famiglia di Teofilatto un audace uomo che sorse in quell’età a nuove fortune, e da cui le nacque un figliuolo, che fu primo principe secolare di Roma[340].

Fu quegli Alberico, uomo nuovo in Roma del paro che nella storia, avvegnachè, prima di lui, ivi non fosse visto mai alcuno che portasse un nome prettamente germanico come il suo[341]. Nulla sappiamo de’ suoi padri che furono indubbiamente di gente longobarda, e di cui è possibile cosa che avessero loro case nelle terre di Spoleto, oppure nella Tuscia romana, e forse in Orta; però, nell’anno 889, Alberico fa sua comparsa sotto le bandiere di Guido, e se ne mostra prode vassallo, indi lo abbandona per cercar sua fortuna sotto il sole di Berengario che va sorgendo sull’orizzonte: la sua vita somiglia a quella degli arditi capitani di ventura dei tempi posteriori d’Italia, sì come fu a Milano dell’antenato degli Sforza. Alberico divenne margravio, forse di Camerino, e già nell’anno 897 teneva titolo di _Marchio_: se poi egli giungesse altresì al possedimento del ducato di Spoleto, dopochè s’avesse sgombrato dalla sua via l’ultimo erede della casa Spoletina, è incerta cosa[342]. Ad un uomo ardito che tendeva a sollevarsi in alto luogo, niun’altra epoca poteva dare maggiori speranze di quelle che concedeva quest’età, in cui le fazioni italiche avevano origine, per eternare indi la loro peste in tutto il paese. Alberico, tutt’a un tratto, diventava il più potente vicino di Roma, e tosto si maneggiava negli affari della Città. Duranti i tumulti sanguinosi che portarono Sergio III alla cattedra di san Pietro, non si fa ancor cenno di lui, ma il pericoloso uomo di nuova potenza presto fu avvinto agli interessi della fazione di Teofilatto. Amore lo strinse alla bella Marozia, la sposò[343], e dobbiamo accogliere per vero che ciò avvenisse prima dell’anno 915: può darsi che Sergio III, o Giovanni X, combinasse quest’alleanza di famiglia, affinchè la dubbia fede del forte vicino si tramutasse in amicizia zelante[344].

Furono pertanto questi uomini, Teofilatto prima, Alberico poi, che addussero un’epoca nuova nella storia di Roma, o furono piuttosto le donne di loro, destre di raggiri, le quali, per buon tratto di tempo, seppero ravvolgere Roma entro una cerchia fatata, disegnata dalla loro mano. Nella storia dei Papi, entro cui dovrebbero avere accoglimento soltanto femmine di pia santità, similmente come nel recinto di un convento o di un tempio, formano invece un contrasto alquanto strano le persone di donne maestre d’inganni e di lascivie. Perciò, questo arido e oscuro periodo di Roma fu significato con una frase appellativa assai aspra, che parecchi Scrittori, indotti da idea di frivola malignità, andarono massimamente aggravando; sennonchè la Chiesa romana di quella età parve vero «bordello» anche agli occhi dei Cattolici mossi a indignazione di cotali casi[345]. Il fatto incontestabile che, per una pezza di tempo, alcune femmine fossero dispensiere della corona pontificia e dominatrici di Roma, è cosa in verità inonorevole per i Romani di quel tempo; però, anzichè rilevare questo fenomeno coll’occhio munito di un microscopio morale, meglio si conviene allo Storico di rintracciarne le ragioni in una condizione di ordine sociale. Da sei secoli a questa parte la storia della Città non ci mise in aperto donna alcuna che colla sua persona si levasse sopra dell’altezza comune; dopo di Placidia e di Eudossia, una sola figura di donna vedemmo risplendere, e questa fu di nazione gota, Amalasunta, e neppur visse in Roma: qui mirammo primeggiare soltanto qualche santa monacella; tali furono le amiche di Girolamo, o Scolastica, sorella di Benedetto. Nei secoli settimo, ottavo e nono veruna femmina sovrasta in Roma alle altre, oppur tien luogo meritevole di nota, per fuggevole che sia; nè ciò desta meraviglia di sorte, perocchè Roma fosse fatta città prettamente di Chiesa. Poichè adesso, sul principio del secolo decimo, emergono tutt’a un tratto donne illustri per bellezza, per potenza e per fortune di vita, se ne rivela uno stato di cose che fra’ Romani era tutto mutato da quello d’un dì; e propriamente si discopre essersi affraliti gli elementi ecclesiastici, preponderare la società laicale. Non occorre di ricordare quanto luogo avessero avuto le donne nella bigotta e licenziosa corte dei Carolingi, chè ci stanno ancor vivi innanzi agli occhi i casi della vita di Gualdrada. In questo periodo di dissolvimento universale degli ordini politici ed ecclesiastici, il feudalismo, mentre creava una duplice aristocrazia possidente, diffondeva la più brutale licenza in ogni cerchia della vita sociale. Tutte le passioni si sguinzagliavano, perocchè lo spirito morale della Chiesa non le frenasse più: alla splendida vittoria che Nicolò I, in nome della legge morale e cristiana, aveva conseguito combattendo le voglie sfacciate di un Re, il mondo rispondeva con una emancipazione della carne che non voleva saperne di briglia; e vi si associavano i preti e financo i frati, senza che pudore li rattenesse[346]. L’istesso stato di decadimento si manifestava a Roma e nei patrimonî, dappertutto ov’erano ricchi ottimati, laici o cherici, in balìa dei quali era caduto il Papato. Da siffatte condizioni di cose, in un’età di frivolo ribollimento dei sensi, e di parteggiari che non conoscevano legge o coscienza, quelle donne romane si elevavano a grande possanza, poichè voleva così la natura degli avvenimenti; nè sole erano, chè in pari tempo altre leggiadre femmine vedremo dominare in Italia a capo di fazioni. Una Teodora o una Marozia del secolo decimo non s’aggentiliva colla splendidezza esteriore della cultura classica, quale fu quella onde si ornò Lucrezia Borgia, figliuola di un Papa venuto più tardi; egli è probabile che quelle donne non sapessero di leggere o di scrivere[347]; e poichè vivevano in una età di barbarie profondissima di costume, gli è da questa che dobbiamo torre misura dell’essere loro. Tuttavolta, è difficile cosa che l’indole di esse fosse più immorale di quella ch’ebbero le donne venute al tempo raffinato di una Lucrezia, di una Caterina di Russia o di una Pompadour. Nella cerchia rimpicciolita del mondo romano non dobbiamo in Teodora e in Marozia andare a cerca di una novella Messalina o di una nuova Agrippina; in esse dobbiamo mirare donne ambiziose, fornite di grande intelletto e di coraggio, avide di piaceri e di potenza di comando, destre di astuzie. La figura di loro persone, che induce a meraviglia, ci dà sentore che nella società laicale di Roma spira omai una vita che si estende a più larghi confini, sebbene rozza ancor sia; elleno, in modo mirabile, interrompono la monotonia claustrale che poc’anzi pesava sulla storia di Roma.

§ 3.

Guasti orribili dati dai Saraceni. — Distruzione di Farfa. — Subiaco. — I Saraceni s’appiattano a ruba in castella della Campagna. — Giovanni X offre a Berengario la corona imperiale. — Berengario entra in Roma, ed è coronato sul principio del Dicembre dell’anno 915.

Giovanni X salì alla cattedra di san Pietro nella primavera dell’anno 914: il favore di Teodora e la potenza del console Teofilatto diedero a lui la dignità pontificia[348]. Però, non fu egli altrimenti un officioso favorito di femmine, ma si rivelò uomo independente, anzi grande, per guisa che ebbe superata la gloria del bellicoso predecessore suo, Giovanni VIII: tenne in pugno le cose d’Italia, siccome Giovanni IX fatto aveva, nè v’ha dubbio che in questo paese fu il primo uomo di Stato della sua età.

Giusto in quel tempo i Saraceni dal Garigliano facevano nuovamente battere il cuore a Roma per la paura. I piccoli Principi dell’Italia meridionale, Atenolfo di Benevento, Landolfo di Capua, Guaimaro di Salerno avevano fatto contro essi qualche spedizione di guerra, ma senza frutto: quei predoni terribili continuavano a devastare la Campagna, la Sabina e la Tuscia. Nessuna voce più eloquente che quella di Giovanni VIII ebbe mai descritto i mali spaventosi delle province; però, dai documenti di Sergio III raccogliemmo il lamento della devastazione ond’era afflitta la campagna di Roma. Le mura che cingevano la Città guarentivano sicurezza ai Romani, grazie alle gloriose cure di Pontefici anteriori; ma tutte le terre circostanti non erano altro che un campo di incendî saraceni, e, più d’una volta, nei Diplomi di quel tempo, ci occorre di trovare discorso di una chiesa deserta (_in desertis posita_, oppure _destructa_), perfino nelle più prossime vicinanze di Roma. Il territorio Sabinate era tribolato anch’esso orribilmente, avvegnaddio le ricche Badie di Farfa e di Subiaco allettassero l’ingordigia dei predoni, e dessero compenso alle imprese di quelle ladronaje. Il convento imperiale di Farfa era allora, insieme con quello lombardo di Nonantola, il più bello d’Italia. Situato in mezzo ad un paese vaghissimo, somigliava ad una oasi della cultura: la bella chiesa maggiore dedicata alla Vergine, tutta splendida d’oro, era ancor circondata da cinque altre basiliche; un palazzo imperiale e case molte stavano nel territorio soggetto al convento. Dentro e fuori s’elevavano corridoi sostenuti da colonne (_arcus deambulatorii_), destinati ai passeggiari dei monaci, e tutta l’Abazia, parimente come una città munita, era cinta di un muro forte di torri[349]. Allorchè nel prezioso codice a pergamena dei Regesti farfensi, che si conserva oggi nella Vaticana, si leggono le sei pagine in foglio, che, a minuti caratteri di scritto, contengono l’elenco dei beni fondi, delle castella, delle chiese e delle ville che Farfa possedeva nel Sabinate, nella marca di Fermo, nel territorio romano e financo dentro della Città, ei si crederebbe di numerare i possedimenti di un principato potente. Ed in vero le dovizie della Badia erano regalmente grandi. Per l’amministrazione dei suoi dominî avrebbe occorso un vero esercito di officiali, ma i suoi vassalli, baroni grandi e piccoli dell’Italia media che tenevano quei possedimenti in affitto, liberavano l’Abate del convento da quella cura, che troppo grave sarebbe stata[350]. Fin dalla metà del secolo nono i Saraceni avevano mosso minaccia all’Abazia; e, intorno all’anno 890, la assediavano con forze poderose. Per sette anni il coraggioso abate Pietro si difese coi suoi vassalli; ma finalmente conobbe che impossibile gli era di ottener salvamento. Spartì i tesori del suo convento, gli spedì a Roma, a Fermo e a Rieti, spezzò il prezioso ciborio del maggior altare, con lagrime ne seppellì sotterra le colonne di onice, indi abbandonò la Badia. Usciti che ne furono i frati, v’entrarono i Saraceni; però la bellezza degli edificî scosse i loro animi siffattamente, che ne risparmiarono la distruzione; tennero Farfa per loro quartieri, ma, non avendovi lasciato presidio, avvenne che briganti cristiani, i quali avevano stanza in quelle vicinanze, appiccarono il fuoco all’Abazia, e, per ben trent’anni, Farfa la bella ingombrò il suolo col cumulo delle sue ruine.

Tempo prima ancora era perito quel Subiaco, che i Saraceni avevano già ruinato intorno all’anno 840. Sebbene l’abate Pietro I l’avesse, tosto dopo, restaurato, il convento venne una seconda volta in loro balìa[351]. Massimamente, dai tempi di Giovanni VIII in poi, quei ladroni non cessavano di devastare la regione montuosa dell’Anio, fin dove questo fiume, uscendo della profonda gola di Jenne e di Trevi, si spinge a Tivoli, per continuare indi il suo corso lungo la Campagna romana. In tutte le terre che ivi erano, i Saraceni recavano il guasto, oppure qua e là vi si afforzavano munitamente. Oggidì tuttavia, vive la ricordanza di loro in quei luoghi solitarî, di cui si favoleggia che fossero coltivati ancor prima de’ tempi romani. Dietro a Tivoli, sul dorso roccioso di un monte, s’alza il vecchio castello saracinesco, che è notevole per la foggia delle vesti e dei costumi d’antichissima data, che ancor durano fra quegli abitatori: il suo nome deriva dagli Arabi del secolo nono, che ivi si erano trincerati[352]. Dall’altra parte di quella montagna, nella magnifica e selvaggia solitudine dei monti Sabinati, sta Ciciliano; e anche questo castello, a’ tempi di Giovanni X, era una rocca forte dei Saraceni[353]. Adesso, lorquando i pellegrini nordici, che movevano a Roma, scendevano dalle Alpi, intoppavano nei Mauri ispani, i quali, dopo l’anno 891, avevano posto sede a Frejus ossia _Fraxinetum_; trovavano da quelli impedimento alla loro via, e tosto che con tributi avevano riscattato il passo, cadevano nelle mani della ladronaia saracena che scorrazzava lungo le strade di Narni, di Rieti e di Nepi. Nessun pellegrino più giungeva a Roma recando donativi. La Sabina, la Tuscia, il Lazio erano fatti deserto dove dominava silenzio di sepolcro, e, sorte peggiore, vi si aggiungevano orde di predoni cristiani, che spesse volte facevano causa comune coi pagani: tali condizioni disastrose duravano da trent’anni; nè il Re d’Italia, nè i Margravî di Tuscia o di Spoleto si davano un pensiero al mondo di spurgare il paese da siffatta piaga. In questo periodo di tempo, di cui non si riesce a descrivere la confusione, cessato aveva di esistere ogni potere che s’affermasse in un centro: ogni città, ogni abazia, ogni castello era abbandonato a sè medesimo ed ai suoi casi[354].

Finalmente, Giovanni X sentì pietà del suo paese e salvò Italia. Gli Infedeli non avevano nemico più acerbo del Papa, per il quale si trattava nientemeno che di salvarne Roma, anzi la Chiesa. Ricordava egli quel che un tempo aveva potuto operare la podestà imperiale, rammentava l’appello universale alla riscossa, per cui mezzo Lodovico II aveva condotto gli Italiani a combattere contro i Saraceni, ed a vincerli; vedeva il decadimento ognor più profondo in cui s’andavano inabissando gli ordini politici, capiva che le ruine di questi avrebbero alla fine travolto con sè Roma, e fattala preda di qualche Principe che avesse avuto maggiore audacia o fortuna. Egli deliberò pertanto di restaurare la podestà imperiale, sì come Giovanni IX aveva fatto. Per verità, il cieco Lodovico continuava in Provenza a fregiarsi del nome d’imperatore, ma i suoi titoli non avevano più valore alcuno in Italia. Per lo contrario, le terre dell’Italia superiore erano raccolte sotto al mite scettro di Berengario, e questi, come altra fiata Lamberto, era adesso la speranza degli uomini che s’ispiravano a idea di nazione. Il Papa si unì risolutamente con questa parte, se ne pose alla testa, e, come ebbe certezza di riuscire nel suo intendimento, decise di dar la corona a Berengario, affine di fondare per mezzo suo un Impero italico independente.

Chiamato con lettere e con messaggi del Pontefice, Berengario si pose in cammino per Roma, nel mese di Novembre. L’accoglimento festoso che vi trovò dimostra che il Papa aveva guadagnato a favore di lui i voti dei Romani, e che ora la parte italica era dominatrice. Un Poeta cortigiano (ne è ignoto il nome) descrisse con diligente cura, qual si conveniva a lui testimone di veduta, le solennità che avvennero allorchè il signor suo entrò in Roma e v’ebbe la corona: i sonori esametri di lui sono la sola opera che la immiserita musa d’Italia dettasse a quel tempo; modestamente adorni dei fiori di Virgilio e di Stazio, ci ridestano la ricordanza della venuta di Onorio, onde un tempo aveva cantato Claudiano[355]. Parimente come i suoi predecessori, anche Berengario venne per Monte Mario, attraversando il campo di Nerone: la nobiltà, ossia senato, e le milizie della Città lo salutarono colle consuete laudi; e il Poeta nota che le loro alabarde erano adorne di simulacri di fiere, cioè di teste di aquile, di leoni, di lupi e di dragoni[356]. Nè mancavano le Scuole della Città: fra esse il Poeta, ispirandosi alla venerazione della classica antichità, metteva al di sopra di tutte quella dei Greci, ricordandone gli «inni dedalici di lode,» laddove le altre comitive di esse salutavano Berengario, ciascuna parlando l’idioma della propria nazione. Non perdette il Poeta di vista gli omaggi che due illustri giovani, bianco-vestiti, venivano prestando all’Imperatore: erano Pietro fratello del Pontefice, e il figliuolo di Teofilatto console. Poichè il Papa e il Console dei Romani erano qui accoppiati l’uno allato dell’altro, poichè l’uno mandava incontro a Berengario il fratel suo, l’altro il figliuolo, eglino compajono quasi in sembianza di due podestà, per guisa che, accosto al Papato, s’erige l’aristocrazia come ordine di potenza cittadina.

Dall’alto della scalea del san Pietro il Papa stavasene attendendo il Principe, che veniva cavalcando un palafreno delle stalle pontificie: Giovanni sedeva sopra un _cliothedrum_ ossia _faldestorium_, che era una scranna d’appoggiatoio ripieghevole. L’affollamento della gente che gli faceva ressa intorno, era così grande che soltanto a stento Berengario giungeva fino a lui. Come egli ebbe prestato giuramento di dare ajuto e di far giustizia alla Chiesa, si aprirono le porte della basilica: orarono innanzi alla Confessione, come era costume, indi il Re fu condotto nel palazzo Lateranense. Nei giorni primi del Dicembre dell’anno 915 avvenne la coronazione colle solite ceremonie; nè il Poeta dimentica di descrivere il suo diletto Imperatore tutto raggiante nella porpora del suo manto, e ne dipinge lo splendore della corona e dei coturni d’oro. Dopo che Berengario fu unto col crisma e coronato, e dopo che il popolo a lui ebbe acclamato, fu ordinato silenzio, ed un _Lector_ pontificio diede, ad alta voce, lettura del Diploma con cui il novello Imperatore confermava i possedimenti della Chiesa romana. La solennità ebbe termine coi donativi che l’Imperatore fece alla basilica di san Pietro, al clero, alla nobiltà ed al popolo di Roma[357].

In tal guisa, disconosciuti i diritti del cieco Lodovico III, la corona imperiale per la terza volta cinse le tempie ad un Principe che, sebbene disceso di origine germanica, era tuttavia italiano. Ed ora il paese sperava di conseguire independenza, unità e ordine interiore, in quello che il Pontefice aveva fede nella gagliarda operosità del novello Imperatore.

§ 4.

S’imprende guerra contro a’ Saraceni. — Si combatte nella Sabina e nella Campagna. — Trattato di Giovanni X coi Principi dell’Italia inferiore. — I Saraceni sono disfatti sul Garigliano, nell’Agosto dell’anno 916. — Il Pontefice e Alberico tornano a Roma. — Cosa divenisse Alberico. — Berengario cade. — Conseguenze che ne avvengono in Roma. — Fine incerta di Alberico.