Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 16

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In quest’uomo straordinario, che già sotto di Ezio aveva raccolto i suoi primi allori, si riunivano tutti quei pregi che lo rendevano bene amato al popolo, all’esercito, al Senato, e persino a Leone I imperatore di Oriente[184]. Illustre per peregrine doti e per virtù rara, fece rivivere le ricordanze dei migliori Imperatori di Roma, nei tempi dei quali egli sarebbe stato ben meritevole di tenere lo scettro; ed è con sensi d’ammirazione che la posterità contempla in Majoriano il profilo dell’ultimo virtuoso Imperatore di Roma. Nel Rescritto del novello Augusto, dato da Ravenna subito dopo la sua elezione, sembra di udire la dolce voce di un Trajano in quel passo ove prega i Padri di prestare il loro favore al Principe ch’eglino stessi elessero. Le idee manifestate dall’Imperatore, per le quali si proponeva di reggere lo Stato seguendo le leggi e le tradizioni antiche, empirono Roma di gioia; e tutti gli Editti promulgati dipoi da Majoriano commuovevano il popolo ad ammirazione per la saggezza che gli ispirava, nel tempo stesso che ne comandavano gratitudine i sensi d’umanità.

Fra queste nuove leggi noi dobbiamo volgere la nostra attenzione ad una che riguarda la città di Roma. Il grande Imperatore nel tempo stesso che dava opera a rimettere in fiore lo Stato d’ogni lato crollante, a restituire le finanze decadute, a inspirare energia di novella vita nelle curie delle città divenute tristamente servili, volgeva sollecita cura alla città di Roma. La tristezza che ispirava lo squallore di lei, il decadimento sempre crescente dei suoi monumenti, alla conservazione dei quali nessuna sollecitudine più si volgeva, e finalmente il rovinio che ad antichi edificî recava l’avidità e la negligenza dei Romani stessi, accendevano il suo grande animo romano del desiderio di porre rimedio a quei mali. Laonde egli promulgava il seguente Editto:

«Noi reggitori dello Impero vogliamo porre un termine a quei disordini, i quali già da lungo tempo eccitano il malcontento nostro, perocchè bruttino la faccia veneranda della Città. Noi sappiamo che qua e colà si demoliscono edificî publici che sono ornamento alla Città, e che i magistrati cittadini con negligenza degna di punizione non reprimono questi turpi fatti. Si adduce a motivo che v’ha necessità di materiali per la costruzione di opere publiche, e perciò si deturpa la splendida architettura di antichi edificî; e opere grandiose in un luogo si demoliscono per compiere altrove qualche sconciatura pigmea. Di qui deriva l’abuso che colui il quale vuole innalzare una casa privata, per favore degli officiali cittadini preposti, tragge i materiali occorrentigli da publici monumenti, laddove invece alla conservazione di quegli edificî che sono di tanto lustro alla città, dovrebbe l’amore patrio dei cittadini provvidamente attendere. Per la qual cosa colle presenti leggi universali ordiniamo, che a tutti quei monumenti che gli avi nostri a publica utilità o ad ornamento innalzarono, sieno templi oppure edificî di altro genere, niuno sia ardito di portare demolizione o di recarvi guasto per ricavarne vantaggio. Ogni magistrato che ne desse licenza sarà punito della multa di cinquanta libbre d’oro; ogni officiale subalterno ed ogni _Numerario_ che gli prestasse obbedienza in opere di demolizione e non gli si opponesse, dopo di esser stato sottoposto alla fustigazione avrà mozze le mani, perchè, invece di vegliare alla conservazione dei monumenti degli Antichi, ajutò a profanarli. Quanto ai fabbricati publici, dei quali alcuni invalidamente si arrogarono proprietà, nulla potrà esser alienato di quanto contengono; ma comandiamo invece che tutto allo Stato sia restituito, vogliamo che sia restaurato nella condizione primitiva quanto venne distrutto, e aboliamo per lo avvenire la _licentia competendi_. Tuttavia, se talvolta sarà resa necessaria la costruzione di qualche novello edificio publico, e se sarà impossibile la ristorazione di un antico, di tali casi dovrà darsi contezza allo illustre e venerabile Senato, affinchè questo, se dopo diligente studio ne comprenda la necessità, li sottoponga alla sovrana nostra deliberazione. Imperocchè ogni monumento, che non possa essere restituito alla condizione antica, sia utile almeno a fornire materiali che servano adornare qualche altro edificio publico»[185].

Dal tenore severo di questo Editto ci è dato di conoscere di quale origine fossero i barbari che ardivano di porre loro mani sui bei monumenti di Roma. I nepoti di Trajano caduti nell’estremo della miseria miravano con senso d’indifferenza i monumenti deserti; e quantunque alcuni cittadini animati da generosa carità del natio loco usassero grande zelo a conservare le opere dell’arte antica, le necessità materiali erano tuttavia più stringenti; e gli officiali preposti, molti dei quali dovevano adoperare fatica a cercare i propri avi tra gli abitatori del Don e del Danubio, restavano indifferenti a tutto fuorchè a ciò onde potessero cavare denaro. Splendidi archi, basiliche, templi e forse anche qua e colà un teatro ed un circo eccitavano desiderio a usare di materiali di bellissimo lavoro in essi contenuti; imperocchè sembrasse più ragionevole che gli splendidi marmi, sui quali serpeggiavano le lucerte a godere del calore del sole, fossero adoperati ad uso dei privati cittadini, piuttosto che fossero esposti al mal governo degli elementi. Non si osava di porre mano sugli edificî maggiori, ma si depredavano i marmi dei minori situati in luoghi remoti: e parecchie persone private s’erano impadronite persino dei ruderi e della superficie di templi deserti. Il primo mal esempio di depredare gli edificî antichi era stato dato fin dai tempi di Costantino nell’edificazione di chiese cristiane, e così era venuto tempo in cui ai monumenti di Roma attingevasi come a grandi bacini di calce ed a grandi miniere di marmi: e ciò durava nella Città per ben mille anni, durante i quali sè stessa distruggendo, da quell’ammasso di ruderi costruiva novellamente sè stessa.

Quantunque Majoriano promulgasse quelle leggi sagge, tuttavolta egli non poteva impedire la rovina della Città e dello Impero; chè anzi la grave soma schiacciò lui stesso che a reggerla s’era sobbarcato. Gli armamenti che con grande ardore egli apparecchiava contro Genserico, sul quale egli s’era proposto di trarre vendetta del saccheggio di Roma, riconquistando le province d’Africa, non ebbero prospero successo; e breve tempo dopo che una parte della sua flotta era perita nel porto di Cartagena, egli stesso di repente cadeva. Il patrizio Ricimero in Tortona di Liguria costrinse il generoso ed energico Imperatore a deporre la porpora. Impossente a sostenersi di fronte ad una cospirazione irrefrenabile, Majoriano fè quanto gli era stato chiesto: discese del trono, e tosto dopo, addì 7 di Agosto dell’anno 461, perdette la vita, nè il modo si conosce. Se stiamo a Procopio sarebbe morto di dissenteria, ma il Muratori invece accoglie opinione ch’egli perisse di una morte più spedita. Fu uomo, dice lo Storico greco, giusto ai soggetti, ai nemici terribile; fu di tutti i principi che regnarono prima di lui sui Romani ottimo, e, per eccellenza dell’animo e per ogni virtù, superiore[186].

§ 2.

Papa Leone I muore nel 461. — Sua indole. — Sue fondazioni in Roma. — Primo monastero eretto presso al san Pietro. — Basilica di santo Stefano in Via Latina e suo discoprimento verso la fine del 1857. — Ilario papa, Severo imperatore. — Antemio imperatore. — Suo ingresso in Roma. — Doni offerti da Ilario alle chiese.

In quello stesso anno 461 moriva, addì 4 di Novembre, papa Leone dopo un reggimento di ventun anni, di un mese e di tredici giorni, che quel grande Pontefice in mezzo a tanta tristezza di tempi sostenne mirabilmente. Fu il primo di tutti i Pontefici che ricevesse sepoltura nell’atrio del san Pietro: uomo generoso, anzi grande, la cui ricordanza è a buon diritto santa ai Romani. Salvò la Città dalla crudeltà di Attila, ne sollevò le miserie durante il saccheggio di Genserico feroce, ebbe energia di volontà, prudenza e fermezza d’animo, fu eloquente ed erudito, fu qual dev’essere un vero Vescovo. Egli combattè e vinse i Manichei, i Priscilliani ed i Pelagiani; e nel Sinodo di Calcedonia pugnò contro l’eresia di Eutichete abate bisantino. Egli costrinse i Vescovi dissidenti d’Illiria e di Gallia a riconoscere la primazia di Roma, che fu sancita da un Editto imperiale. Ed il suo senno politico gli valse, presso coloro che pregiano la preminenza del Pontificato, la lode ch’egli sia stato il primo pontefice della Chiesa che incominciasse a far valere il primato di Roma ecclesiastica. Nelle sue opere (la collezione dei Sermoni e delle Lettere è voluminosa) s’ammira ancora lo splendore dell’eloquenza onde vanno chiari Gerolamo, Agostino, Paolino, e che nelle opere dei succeditori di lui più non ravvisiamo.

Appena di un solo monumento da lui eretto si conserva ricordanza in Roma. Dopo il saccheggio dei Vandali diede opera alla reintegrazione delle chiese danneggiate e depredate; ed il Libro Pontificale narra ch’egli restituisse o adornasse le tribune della basilica lateranense, del san Pietro e del san Paolo, e che in vicinanza al san Pietro fondasse un monastero dedicato ad onore dei santi Giovanni e Paolo, e che fu il primo dei quattro conventi eretti nella Regione vaticana. Ma quantunque sembri che il pio Vescovo ampliasse in Roma il monachismo, tuttavolta egli represse il celibato, dannoso tanto alla Città quasi spopolata, con una legge che vietava alle vergini di prendere il velo se non avessero vissuti quarant’anni di casta vita. Ad onore di Cornelio vescovo, innalzò nel cimitero di Calisto in Via Appia una basilica; e Demetria, pia donna sua amica, lo donò di un bel podere situato presso la Via Latina, a tre miglia di distanza dalla porta, perchè ivi edificasse una chiesa a santo Stefano. Questa basilica, di cui si fa menzione parecchie volte negli scritti di tempi posteriori, disparve durante il medio evo; e fu soltanto ai dì nostri, in sulla fine dell’anno 1857, che facendo alcuni scavi in un podere situato a tre miglia dalla porta della Città, presso l’antica Via Latina, si rinvennero vestigi d’una basilica. Ed in quella trovossi una iscrizione in marmo col nome del protomartire Stefano, la quale ci fa certi che colà esistesse la basilica di Leone da tanto tempo scomparsa[187].

Addì 12 di Novembre del 461, Ilario, di nazione sardo, saliva la cattedra di san Pietro nel tempo stesso che al trono dei Cesari ascendeva Severo, di patria lucano, ch’era creatura di Ricimero. Il regno di quest’Imperatore, durante il quale nulla avvenne di grande che meriti nota, finiva nel dì 15 d’Agosto dell’anno 465, in cui egli passava di questa vita, non sappiamo se per forza di natura o per violenza del ministro. Quest’uomo avido d’impero, forte dell’esercito composto di uomini da lui stesso assoldati e perciò a lui ligi, potente per immense ricchezze, circondato da uno stuolo di creature a lui ossequienti, temuto ed odiato dagli altri, non osava peraltro di salire quel gradino cui l’ambizione eccitavalo, nè s’attentava a distruggere con un rivolgimento violento l’Impero romano, mutando il suo titolo di Patrizio in quello più grande di Re. In mezzo a queste ultime lotte dell’Impero morente, ci rallegra il vedere che il Senato desse ancora saggi di coraggio e di amore patrio. In esso era l’unico sostegno dello Stato; esso era pur sempre chiaro per uomini ragguardevoli per virtù e per senno quali Gennadio Avieno e Cecina Basilio, i quali «nello illustre collegio dei Senatori dopo il Principe porporato, principi ben potevano essere appellati». così dice Sinodio, ma però tosto aggiunge: «se si tolga la potenza delle armi»[188]. Ricimero combattè un’aspra lotta contro il Senato, ma non potè vincerla, anche per ciò che i Senatori avevano ritrovato un valido ajuto in Leone I imperatore d’Oriente.

Dopo la morte di Severo, il trono rimaneva vacante per lo spazio di un anno, e Ricimero era costretto a tollerare che il Senato s’accordasse con Leone sull’elezione del novello Imperatore; nè ciò soltanto, ma era costretto ad accogliere un Principe di nascita greco. Ma era alleviamento al suo corruccio l’onorifica promessa che menerebbe in moglie la figlia del novello Augusto. Il Principe eletto fu Antemio, che era uno tra i primi Senatori dell’Impero orientale e che aveva in moglie Eufemia figlia di Marciano imperadore. Con tutta la magnificenza delle pompe imperiali, seguito da una corte sì numerosa che sembrava un esercito, il favorito di Leone venne di Costantinopoli a Roma. A tre miglia fuori della Città, presso un luogo detto Brontotas, di cui ignoriamo la situazione, fu ricevuto dal Senato, dal popolo e dall’esercito festanti; e colà, addì 12 di Aprile dell’anno 467, ricevette le insegne della imperiale dignità[189]. Dopo di che, a mo’ di trionfatore, entrò in città, che accolse curiosa e superba un Principe di greca origine, già sperandone letizia di giuochi e di banchetti. Ricimero, poco tempo dopo che l’Imperatore era ingresso in città, celebrava i suoi sponsali colla principessa greca, ai quali fu presente anche il poeta Sidonio ch’era allora in Roma venuto ad orare per Gallia[190]. La Città nuotava in un mare di gioie, come direbbe un Poeta di corte dei giorni nostri; e nei teatri, nelle piazze dei mercati, nei pretorî, nei fori, nei templi, nei ginnasî declamavansi epitalamii fescenii. Non si trattava di negozî; i tribunali erano in ferie; di faccende importanti non era discorso in quella baldoria universale. Roma apparve al Poeta di Gallia nella sua grandezza di capitale del mondo; e ancora al suo secolo osò chiamarla sacrario delle leggi, ginnasio della scienza, curia degli onori, sovrana dell’orbe, patria della libertà, città mondiale, entro la quale i soli Barbari e gli schiavi sono reputati stranieri[191]. Addì 1 di Gennaro, Sidonio recitò il suo panegirico alla presenza di Antemio. Adulatore scipito, continuò malamente nelle funzioni di Claudiano, ma più fortunato di lui, a premio dei gonfi suoi versi, fu creato prefetto di Roma. Tre anni dopo era eletto vescovo di Clermont.

Fra le feste celebrate in Roma dopo l’assunzione al trono di Antemio, gli Storici ricordano le feste pagane lupercali, e ne fanno le meraviglie perocchè venissero solennizzate, sotto gli occhi stessi dell’Imperatore e del Papa, dai Cristiani di Roma nel mese di Febbraro, com’era la costumanza antica. Noi però non vogliamo parlarne, chè già vent’anni più tardi ci occorrerà di vedere altre reliquie di Paganesimo alzare in modo mirabile il loro capo e poi appiattarsi sotto vestimento cristiano. Del resto il clero romano ebbe tosto occasione di dubitare della purità della fede cattolica del novello Imperatore: chè in Antemio stesso scoperse allignare alcune tendenze al Paganesimo ed all’eresia. E nella sua corte era un Filoteo eresiarca, il quale, insegnando dottrine ingiuriose allo Spirito Santo e diffondendole in Roma, fu da papa Ilario in chiesa di san Pietro denunciato all’Imperatore affinchè volesse torre lo scandalo.

Nel tempo stesso in cui Roma esauriva sue ricchezze negli approntamenti di guerra contro i Vandali, papa Ilario (il quale moriva già nel Febbraro dell’anno 468) spendeva grossa moneta ad abbellire le chiese della Città; e, se dovessimo prestare piena fede a quanto ne narra il Libro Pontificale, la Chiesa arricchita dei doni degl’Imperatori e dei privati sarebbe ben presto ritornata al possedimento d’immensi tesori. Imperocchè, se stiamo a quel racconto, il Pontefice avrebbe adornato la basilica Lateranense e le chiese di san Pietro, di san Paolo e di san Lorenzo con isquisite opere d’arte, le quali avrebbero fatto ben dimenticare il disastro delle depredazioni vandaliche. E la nostra fantasia commossa a meraviglia alla descrizione di quei lavori splendidissimi, ammira il valore degli artisti di Roma cadente. Coll’estinzione del culto dei numi antichi era venuto anche il decadimento dell’arte scultoria, la quale nel secolo quinto aveva trovato rifugio nelle officine degli orefici, dei cesellatori e dei lavoratori di musaici. Gettavansi in metallo massiccio e con ricchezza di gusto barbarico vasi di parecchie fogge, lampade e doppieri, colombe d’oro e croci seminate di gemme scintillanti; e negli altari profondevansi gli ornamenti d’oro e d’argento; e i battisterî ornavansi con figure di cervi d’argento; e sopra le Confessioni alzavansi archi dorati, i quali, poggiando sopra colonne di onice, portavano sul vertice la figura di un agnello in oro.

Nel tempo stesso dunque in cui la città di Roma impoveriva e decadeva, nelle sue chiese s’ammassavano tesori; ed il popolo, impotente ad armare un esercito ed una flotta per muovere guerra contro i Vandali, offriva ricchi donativi alle basiliche degli Apostoli. E per fermo spunta sulle nostre labbra un sorriso di compassione allorchè leggiamo quelle descrizioni di arredi d’oro e di giojelli preziosi che porgevansi in dono alle chiese di Roma; ed in tempo di decadimento sì profondo della Città dobbiamo tenere quelle narrazioni in conto di splendide novelle di fate.

§ 3.

Condanna di Arvando. — Spedizioni contro Africa riuscite a vuoto. — Ricimero si rivolta contro Antemio. — Assedio di Roma. — Terzo saccheggio nell’anno 472.

Il reggimento di Antemio non fu illustre per isplendore di fortunate imprese o per energia d’impero, ma sotto di esso la Città fu spettatrice di un avvenimento che risveglia l’attenzione nostra, ed è la condanna di Arvando prefetto delle Gallie. Quest’uomo arrogante avendo con angherie oppressa nel suo governo quella grande provincia, n’ebbe accusa dai patrizî d’indomiti spiriti di quella contrada. Chiamato a Roma dal Senato, questo si costituì tosto in tribunale supremo, ed all’accusato indisse il Campidoglio a confino. L’ultimo giudizio di Stato tenuto in Roma secondo la processura della Republica romana eccita in alto grado la nostra curiosità: e di esso ci fu lasciata descrizione da Sidonio, il quale all’accusato prefetto ebbe amicizia sincera che nella disgrazia non venne manco. Arvando, affidato alla custodia di Flavio Asello conte del tesoro, e tenuto con quegli onorevoli modi che l’illustre condizione di lui richiedeva[192], aveva libertà di muovere nel Campidoglio. Vestita la bianca toga di candidato, stringeva la mano ai patrizî che lo visitavano, e volgendo amari sarcasmi contro il governo non rifuggiva dal biasimare il Senato e l’Imperatore. Occultando le gravi cure del suo animo sotto una maschera di fredda alterezza, passeggiava nella piazza del Campidoglio ed entrava nelle botteghe a mirare le manifatture di seta e gli arredi e le gemme che i mercatanti ivi esponevano a mostra[193]. Allorchè il procedimento fu condotto al suo fine, comparvero quattro Galli a sostenere l’imputazione. Vestiti degli umili abiti di chi implora giustizia, si alzarono con nobile calma ad accusare il superbo patrizio, il quale con baldanza sprezzatrice riconobbe per sua una lettera in cui erano posti in aperto i suoi disegni di tradire l’Imperatore ed era svelata l’intenzione di lui di aprire le Gallie ai Visigoti ed ai Burgundi. Tornavano i tempi di Verre e di Catilina, ed i Senatori si elevavano ancora una volta nella dignitosa maestà di un tempo e concordi dichiaravano Arvando reo di alto tradimento. Il Prefetto di Gallia, espulso dal ceto patrizio fu ricacciato tra i plebei e condannato a morire per mano del carnefice. Egli stava attendendone l’esecuzione, durante i trenta giorni stabiliti dalla legge, in un carcere dell’Isola tiberina d’Esculapio[194], quando all’amico di lui Sidonio e ad altri uomini che godevano grande autorità, riuscì di far tramutare la pena di morte in quella dell’esilio. Il giudizio reso in questo argomento fu decoro agli ultimi giorni del decrepito Senato, ma alla Gallia non fu fecondo di utilità quantunque alto rumore se ne levasse; imperocchè i governatori di quella contrada continuassero nelle vessazioni che l’avidità loro suggeriva, e nei loro disegni di aprirla ai Visigoti. E già l’immediato succeditore di Arvando, Seronato, cui Sidonio dà nome di Catilina novello, accusato di gravi delitti dagli oppressi abitatori della provincia, fu condannato dal Senato, e ne perdette la testa sul palco[195].

Gl’Imperi di Oriente e di Occidente con loro forze riunite s’accingevano alla guerra contro i Vandali, i quali, con loro piraterie infestando audacemente tutte le coste del Mediterraneo, minacciavano rovina alla contrada. Fu uno dei più potenti apparati d’armi che mai levasse l’Impero, ed esaurì le forze di Roma e di Bisanzio; eppure la guerra condotta in Africa da Basilisco e da Marcellino nell’anno 468 ebbe esito infausto alle armi imperiali. Roma aveva accolta speranza che Antemio, possedendo l’amicizia dell’Imperatore bisantino, la libererebbe da Genserico e riporrebbe Africa sotto la sua signoria. Laonde quei rovesci recarono una grave scossa all’autorità di Antemio, e nella stessa misura che la potenza dell’Imperatore s’indeboliva, cresceva l’oltracotanza di Ricimero. L’Imperatore d’Oriente aveva saputo liberarsi di Aspare, che era uomo potente nel regno alla stessa guisa di Ricimero, ma Antemio nol seppe imitare a scuotere il giogo del ministro onnipossente e genero suo. La dissensione sommessa scoppiò finalmente in aperta lotta, e Ricimero, abbandonata Roma, pose sede in Milano. Alla notizia che egli avesse stretto accordo coi Barbari che abitavano al di là delle Alpi, di alto spavento fu commossa Roma. Il vescovo Epifanio di Ticinum, ossia di Pavia, si fè mediatore di pace tra lui e l’Imperatore. Ma la conciliazione fu soltanto apparente[196]; chè Ricimero coi suoi Barbari partì di Milano, giunse celeremente a Roma, e cinsela d’assedio, ponendo il suo campo presso il ponte dell’Anio innanzi a porta Salara[197]. Era l’anno 472.

Spingeva Ricimero con grande alacrità l’assedio, allorchè di Bisanzio venne al suo campo Olibrio con cui aveva già da lungo tempo stretto accordi. Questo Senatore che aveva condotta in isposa Placidia, figlia di Eudossia, e al quale perciò scendevano in retaggio i diritti della stirpe di Teodosio il grande, a lui sembrava essere uomo opportuno ad abbattere il greco Antemio e a destare la simpatia dei Romani. Egli si pare che Antemio durasse una lunga e animosa resistenza, quantunque deboli fossero sue forze e la Città minacciassero all’interno molti partigiani di Ricimero ed i molti Ariani che vi avevano dimora. Impedita di procacciarsi vettovaglie, stremata dalla fame, flagellata dalla peste, Roma fu ridotta alla estrema miseria[198]. Tuttavia uno straniero la trattenne ancora dallo abbassarsi alla resa: Bilimero, Goto o Vandalo di nascita, che comandava un esercito nelle Gallie, tostochè ebbe contezza degli avvenimenti d’Italia scese con rapida mossa e si gettò in Roma. Ma i quartieri della Regione transteverina della Città erano già caduti in potere di Ricimero, e già questi, avanzando dalla Regione vaticana e oltrepassando il sepolcro di Adriano, il quale sembra che non fosse ancora tramutato in fortezza, tentava di impadronirsi del ponte e della porta Aureliana per cui s’entrava in città. Dopo una battaglia sanguinosa, nella quale il prode Bilimero perdette la vita, Ricimero conquistò la porta entro la quale le sue soldatesche, inasprite dalla lunga resistenza e composte di Germani d’ogni schiatta e ariani di religione, si scagliarono nell’infelice Città anelanti strage e ruba. Era l’undici di Luglio dell’anno 472 e Roma cadeva per la terza volta.