Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 14
La morte di questa donna illustre precorse la caduta di Roma imperiale, come già alla morte di Cleopatra era succeduta la caduta della Republica romana. Egli è un fenomeno meraviglioso nella Storia, che nei tempi di decadimento s’elevino alcune figure di donne, la cui influenza sulla loro epoca è grande, e la cui vita è lo specchio in cui si riflette l’imagine dei costumi del loro tempo. Durante il periodo del decadimento di Roma, furono in Occidente ed in Oriente Placidia, Pulcheria, Eudocia, Eudossia ed Onoria figlia di Placidia, donne le quali colla storia dei loro affetti recano qualche lume nella deserta oscurità di quel tempo e ne scemano l’orrore. E tra le storie della vita di tutte quelle donne illustri, poche sono che abbiano maggiore importanza storica, nessuna forse che risvegli tanta meraviglia per gli avvenimenti sì vari e sì fortunosi, per l’attrattiva delle avventure e dei luoghi ove si compirono, quanto la vita di Placidia, della quale in poche parole tracceremo il profilo. Figlia a Teodosio il grande e sorella ad Onorio, giovinetta di ventun anno, cadeva in mano di Alarico che la traeva seco in Calabria. In Narbona diveniva sposa di Ataulfo re dei Goti. Un figlio avuto di quel maritaggio le moriva in Barcellona, e tosto dopo perdeva il marito trucidato in una congiura. Strappata vilmente dal suo palazzo dall’assassino Singerico, caricata di catene, era condannata a camminare lungo tratto dinanzi al cavallo dell’usurpatore. Rimandata a Ravenna presso il fratello, era costretta, ella, la vedova di Ataulfo, a dare contro sua voglia la mano di sposa al generale Costanzio del quale aveva due figli, Valentiniano ed Onoria. Costanzio moriva d’improvviso; e l’imperatore Onorio, il quale poco tempo prima era accusato dalla fama di una passione colpevole per la sorella, cacciava la sciagurata donna che coi suoi due figli ricoverava a Bisanzio. E di qui ella faceva ritorno poco tempo dopo con un’armata, e dopo molte traversie sofferte in viaggio, approdava in Italia, collocava il figlio sul trono d’Occidente, e per lo spazio di venticinque lunghi anni come tutrice o piuttosto come vera signora, teneva sotto il suo potere l’Impero romano.
Tosto dopo la morte di Placidia e di Teodosio, s’eleva la figura di Onoria figlia di lei, che sì triste influenza aver doveva sul destino di Roma. La vita quasi claustrale cui era condannata alla corte di Ravenna, era in abborrimento alla giovinetta sedicenne, la quale, trascinata dal tumulto delle passioni ardenti nel primo periodo della vita, faceva lieto di secreti abbracciamenti il suo maggiordomo Eugenio. Ma ben presto gl’indicî della gravidanza tradivano il secreto agli occhi di Placidia, la quale mandava la traviata donzella alla corte di Costantinopoli, dove la spietata severità della vergine Pulcheria la rinchiudeva in un carcere ad espiazione involontaria del fallo. Colà sin dall’anno 434 nel languore della prigionia, la bella desolata scontava i piaceri vietati dello amore, e sulle ali della fantasia accesa dallo spiro ardente del cielo di Bisanzio, s’abbandonava a pensieri romanzeschi, e balenavale alla mente l’idea avventurosa d’invocare in suo ajuto il terribile guerriero del suo tempo, l’unno Attila, e di chiamarlo di Pannonia, promettendogli in premio la sua destra e i suoi diritti ad una parte dell’Impero. La ricordanza delle avventure di Eudocia moglie di Teodosio, e della bella greca Atenaide, l’esempio della vita errabonda della propria madre che non aveva avuto a schivo di calcare il letto di un Re barbaro, del conquistatore di Roma, valse a dissipare le sue dubbiezze se pure ne accolse. Ella potè trovare opportunità di spedire ad Attila un eunuco che gli recasse una sua lettera e l’anello di fidanzata. Ciò era succeduto prima ancora della morte di Teodosio; ed appena il senatore Marciano, che Pulcheria aveva scelto a sposo, era salito al trono d’Oriente, Attila, sollevando a pretesto i suoi sponsali con Onoria, a Marciano domandava tributi ed a Valentiniano chiedeva che gli fosse data la sua sposa[153]. Ma l’una cosa e l’altra gli fu negata. La corte di Costantinopoli s’affrettava a rimandare la sciagurata principessa a Ravenna, affine di distogliere da sè l’ira di Attila. Appena arrivata in Italia, Onoria era costretta a dare la sua mano ad un offiziale della corte, imperocchè quel maritaggio dovesse togliere qualunque titolo alle pretese del Re degli Unni. Appena compiuta la ceremonia, la figlia di Placidia era cacciata in un carcere in cui era condannata a languire per lungo tempo.
§ 5.
Invasione di Attila. — Battaglia data nei campi Catalaunici. — Attila nel suo cammino devasta l’Italia superiore. — Valentiniano in Roma. — Ambasceria dei Romani ad Attila. — Leone si presenta al Re unno. — Leggenda celebre. — Ritirata e morte di Attila. — Festività in Roma. — Statue di Giove capitolino e di san Pietro in Vaticano.
Sono questi gli avvenimenti che precedettero la terribile catastrofe che ora minacciava la città di Roma della sua totale rovina. Molte ragioni politiche consigliavano al Re degli Unni di spingere i suoi popoli contro Occidente e contro le province di Gallia, anzichè sopra Costantinopoli. Non seguiamo il cammino di quei Barbari che, seminando sui loro passi strage e distruzione, desolano il centro d’Europa, ma osserviamo con compiacimento quegli stessi Visigoti dinanzi ai quali Roma un tempo aveva tremato, farsi ora difensori della civiltà romana e congiungersi alle soldatesche di Ezio, e vediamo Romani e Germani, quasi fossero conscî dei futuri legami che dovevano più tardi stringere le due schiatte, combattere insieme da valorosi le orde sarmatiche condotte da Attila. Una delle più grandi battaglie combattuta fra popoli di cui serbi ricordanza la Storia d’Europa, fu l’ultimo fatto eroico dell’Impero: e se essa orna di glorioso splendore la fine di Roma, illustra anche il nome dei Goti; e, mondandolo della macchia del saccheggio ch’eglino un tempo vi avevano dato, impone silenzio all’odio che quell’avvenimento eccita contro di loro[154].
Il Re degli Unni sconfitto, raccozzati gli avanzi dispersi delle sue soldatesche, tornava nella remota Pannonia, ma soltanto per isvernarvi e per raccogliere nuove truppe. Nella primavera dell’anno 452, valicava le Alpi Giulie e scendeva in Italia a liberare la sua fidanzata, a conquistare il retaggio del padre e della madre di lei, e a prendervi il titolo che gli apparteneva quale suo sposo. Traversava il Friuli e distruggeva le città infelici delle Venezie, d’Insubria e dell’Emilia che incontrava nel suo cammino; quando tutt’a un tratto, quasi rattenuto da incerto animo, faceva sosta là dove il Mincio sbocca in Po. Tra lui e Roma non una fortezza s’alzava, nessun esercito s’accampava che lo tenesse in rispetto, imperocchè Ezio si trovasse ben lungi nelle Gallie dove a stento levava soldatesche, e le città sguernite, che impedire non potevano ad Attila la prosecuzione del suo cammino, non promettessero neppure di sostenere un assedio di tre mesi, come aveva resistito l’infelice ed eroica Aquileja. L’imbelle Valentiniano, non ardiva di chiudersi in Ravenna, ma fuggendone a precipizio, riparava in Roma, dov’era esposto a maggiore pericolo che non fosse stato Onorio ai tempi di Alarico, imperocchè lui non difendessero mura bene munite, o rocca da natura fatta difficile ad espugnarsi, o esercito agguerrito. La Città vedeva sè stessa esposta alla balìa d’un inimico inumano; ed i Romani, ridotti alla disperazione e incapaci persino del pensiero di armarsi e di difendere le proprie mura, esclamavano atterriti che da Attila, le cui mani grondavano del sangue sparso di fresco in Aquileja, e dalle orde barbariche di lui, non poteva aspettarsi neppure quella mercè che il grande animo di Alarico aveva loro concesso.
In tale difficoltà, il Senato deliberava di spedire al Re unno un’ambasceria che lo pregasse di pace e di desistere dall’impresa. Avieno presidente del Senato, uomo consolare e dei più ragguardevoli di Roma, Trigezio, che altra volta era stato prefetto pretorio d’Italia, e il vescovo Leone furono eletti a quel difficile messaggio. Leone era aggiunto a quei due senatori, affinchè l’aureola della sua dignità sacerdotale rendesse più onorata e più sacra la loro missione, e perchè fosse di giovamento colla forza di sua eloquenza straordinaria, e acciocchè finalmente si acchetasse l’animo del popolo di Roma, che probabilmente ad alte grida lui avrà designato ad ambasciadore[155]. Rade volte un uomo della Chiesa fu eletto ad opera più gloriosa. La figura di un pontefice, che, calmo e venerando, si presenta dinanzi ad uno dei più terribili mostri dell’umanità, il quale è in procinto di dare alla distruzione la capitale del mondo civile, torreggia sublime nella Storia. E la missione di Leone gli assicurò l’immortalità, e deve valergli la gratitudine dell’uman genere, imperocchè azioni simili sieno rare come i grandi avvenimenti della Storia, e meritino una gloria che mai non morrà a coloro che le compierono, anche se vi sieno stati appellati dal caso.
I legati si recarono al campo che gli Unni avevano posto presso il Mincio; e, introdotti nella tenda del Re, trovarono quel flagello di Dio che nell’anima truce era combattuto da dubbiezze, le quali lo rendevano meno inflessibile di quello che avrebbero potuto credere. Egli sembra che la ricordanza della morte subitanea onde Alarico era stato colto poco tempo dopo la presa di Roma, avesse scosso di terrore profondo l’animo rozzo dell’Unno, sul quale erano potenti i presagi della religione naturale. Si dice che i suoi amici, proponendogli l’esempio del grande Re dei Goti, lo sconsigliassero di muovere contro la Città santa[156]. Ma una leggenda, formatasi in tempi molto posteriori, narra che re Attila, accanto al vescovo Leone che lo ammoniva, vedesse elevarsi la figura sopranaturale di un estranio vecchio dal venerabile aspetto, che, involto nell’ammanto sacerdotale, ruotando una spada ignuda, gli minacciasse morte se non obbedisse alle esortazioni del santo Vescovo. Questa celebre leggenda è bella e poetica, ed onora il genio cristiano, e cattiva la nostra compassione per Roma infelice, cui difende un’apparizione celeste or che venne meno il valore tra suoi cittadini. L’arte tentò d’impadronirsi di questo subbietto; tuttavolta nè il pennello di Raffaello in una stanza del palazzo Vaticano, nè lo scalpello dello Algardi in una cappella del san Pietro riuscirono ad esprimere la semplice bellezza della poesia. Eglino rappresentarono Attila atterrito all’apparizione degli apostoli Pietro e Paolo, che colle spade sguainate si librano minacciosi sulla sua testa[157].
La pieghevolezza del Re unno è del resto un enigma come lo è la pronta ritirata di Alarico. Quantunque gli Storici non facciano cenno che forse la fame cominciasse a molestare l’esercito di Attila, e quantunque non parlino che incertamente dei movimenti che Ezio operava alle spalle di lui, non possiamo tuttavia affermare con sicurezza che gli Unni si ritirassero disarmati dalla forza di quella magia che il nome venerando di Roma esercitava pur sempre sulla fantasia del genere umano. Imperocchè un uomo come Attila, in cui era potente il genio della violenza e della dominazione, avrebbe preso la Città, se gli fosse riescito. Che se anche vogliamo credere che egli non la avrebbe condannata alla distruzione, tuttavia il furore sfrenato di genti veramente barbare, quali erano gli Unni suoi, avrebbela facilmente ridotta un cumulo di fumanti macerie. Ma quella rovina orribile fu risparmiata al mondo, e per felice sorte i popoli d’Europa poterono ancora mirare a Roma come ad un sacro monumento creato dai secoli, alla sede della civiltà e delle idee politiche e religiose.
Attila si ritirava in Pannonia, nè sappiamo se i Romani gli pagassero un riscatto e quale mai fosse. Gli Storici hanno conservato soltanto ricordanza, che partendo egli minacciasse lo sterminio a Roma e ad Italia, se non gli fosse stata data la sposa Onoria con una dote conveniente. Ma per buona sorte gli mancò il tempo di porre ad effetto quella sua minaccia, imperocchè nell’anno seguente, così come Alarico dopo la presa di Roma, subita morte lo cogliesse tra le braccia di una sua bella.
La liberazione di Roma dall’invasione di Attila diè origine più tardi ad un’altra leggenda ch’è pur degna di ricordanza. Narrasi che Leone reduce della sua gloriosa ambasceria, lieto dell’esito della sua missione e grato all’ajuto ricevuto dal Principe degli Apostoli, facesse fondere la statua di Giove Capitolino, e che con quel bronzo facesse gettare quella figura di san Pietro, che, sedente sul trono, oggidì mirasi nella basilica. Il celebre Giove del Campidoglio che nella distruzione generale delle statue degli Dei avrà trovato una fine inosservata, comparisce per l’ultima volta nella fola di questa leggenda: ma questo è tuttavia un bel simbolo della trasformazione che operavasi in Roma[158].
Egli si pare che la Città per un certo periodo di anni rendesse grazie solenni per la sua liberazione; e ciò ricavasi da una predica di Leone. Il grande Vescovo tenendo un sermone ai Romani nel giorno anniversario di quell’avvenimento, rampogna il popolo che invece di offrire preci di grazie sulla tomba degli Apostoli corresse in folla ai giuochi del circo. «La festa religiosa», sclama egli, «o diletti fratelli, nella quale la moltitudine dei fedeli, celebrando il giorno della nostra afflizione e della liberazione nostra, rendeva a Dio azioni di grazie, fu lasciata cadere quasi da tutti in obblio, come dimostra lo scarso numero dei buoni qui raccolti: e di ciò il mio cuore si conturba e geme. Ho rossore di dirlo, eppure tacere nol posso: hanno più seguaci gli spiriti del male che gli Apostoli, e maggiore moltitudine tragge agli osceni spettacoli che alle tombe dei Martiri santi. Eppure chi ha salvata questa Città? Chi la liberò dalla schiavitù? Chi la sottrasse alla strage? I giuochi del circo oppure il patrocinio dei Santi?»[159].
Quell’appassionato desiderio di giuochi circensi e di pantomine, che ancora degenerava in una vera frenesia tra i Romani di quel tempo, eccita la meraviglia nostra. Avevano ereditato dai loro padri il genio dei piaceri; e nell’istesso tempo in cui un’indifferenza letale estingueva nel popolo il sentimento di amore per la grandezza di Roma e di sollecitudine per l’Impero cadente, era ancora un furibondo fervore per le lotte ardenti tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri. Un Vescovo di Gallia, contemporaneo a Leone, atterrito di quella mania di piaceri ch’egli considerava condizione morbosa della società, prorompeva in belle e terribili parole che ci dipingono la figura di Roma sulla cui faccia è impressa la contrazione spaventosa della morte: «Chi mai in prossimità della schiavitù può pensare al circo? Chi può accorrere allo spettacolo di un’esecuzione e mostrare col riso che vi prende diletto? Noi ci sollazziamo fra la paura della servitù, noi ridiamo fra il terrore della morte. Potremmo credere che tutto il popolo romano si sia cibato a sazietà di erbe sardoniche: muore e ride»[160].
CAPITOLO SESTO.
§ 1.
Ezio cade in disgrazia e muore in Roma. — Episodî da romanzo. — Valentiniano III cade assassinato nell’anno 455. — Massimo è eletto imperatore. — Eudossia chiama Genserico re dei Vandali.
Gli avvenimenti che seguono a quelli che abbiamo narrato finora e che or dobbiamo descrivere, ci mostrano l’Impero occidentale giunto a sua ultima sera innanzi la fine estrema. Gravi avvenimenti la precedettero: la disgrazia e l’uccisione di Ezio, la morte di due Imperatori, e finalmente un nuovo e più terribile saccheggio della Città, il quale, simile al saccheggio primo, per una strana accordanza di tragici avvenimenti, seguir tosto doveva alla morte fatale di un eroe.
La caduta dell’illustre guerriero Ezio, come quella del suo predecessore Stilicone, è a metà involta nella oscurità di intrighi cortigianeschi; e, a produrre quella orrenda sciagura, si associa novellamente l’azione di due belle e sventurate donne. Il vincitore degli Unni, sotto la protezione della cui spada tremenda il popolo acchetava a tranquillità l’animo pauroso, era temuto e odiato dai cortigiani che la immensa ricchezza e l’alta potenza di lui invidiavano. Ammaestrato all’esempio di Stilicone, Ezio aveva creduto di evitarne la disgrazia tentando di avvincere a sè la famiglia imperiale con legami di parentela. Egli aveva due figli, Carpilione e Gaudenzio, e Valentiniano aveva due figlie Eudocia e Placidia. L’Imperatore aveva fatto giuro solenne al suo generale, che avrebbe dato una delle due principesse in isposa all’uno od all’altro dei due giovani. Ma i cortigiani, tra i quali l’eunuco Eraclio (e persino il nome di costui richiama alla mente quello dell’assassino di Stilicone), impedivano quella unione, e suscitavano sospetti nell’animo debole del Principe, al quale, rammentando l’inganno con cui Ezio aveva perduto Bonifacio, lo dipingevano come un ambizioso che lo tradiva, e gli bisbigliavano all’orecchio che secrete intelligenze egli tenesse cogli Unni, i quali, fin dal tempo del tiranno Giovanni, erano divenuti suoi amici dichiarati, e coll’ajuto dei quali egli confidava di impadronirsi dell’Impero per sè o per il figlio.
Era l’anno 454. Valentiniano trovavasi nel suo palazzo imperiale di Roma, il cui soggiorno, a differenza dei suoi antecessori, egli prediligeva, forse perchè quella città meglio che Ravenna gli offrisse piaceri più graditi e più secreti. Un giorno entrava Ezio nelle sue stanze, ed ivi, con piglio ardito, ricordandogli sua gloria, sue vittorie, sua potenza, mostrandogli quanto debole fosse la maestà imperiale senza il suo appoggio, chiedeva che desse adempimento alla promessa. Sembra che questa scena violenta fosse stata suscitata con previdente astuzia dai nemici del generale, affine di spingerlo alla sua perdita. Ezio il quale credeva l’animo imbelle di un Valentiniano di null’altro capace che di opere muliebri, vede l’Imperatore cacciare tutt’a un tratto la spada, e tosto sente il ferro entrargli nelle viscere. Cadeva il meschino sul pavimento, e una torma di eunuchi e di cortigiani vilissimi con pugnali e con spade gli si scagliavano addosso a finirlo. Strillando di gioia feroce crivellavano di ferite il cadavere dell’ultimo grande capitano di Roma, e forse nel tempo stesso Valentiniano «frenetico eunuco», per il terrore del fatto atroce, sveniva fra le braccia di uno dei suoi servitori evirati[161].
La caduta di Ezio trasse con sè anche quella di molti dei suoi amici, fra i quali Boezio prefetto del Pretorio, che discendeva dalla nobile famiglia Anicia; e poichè l’infame assassinio da molto tempo era stato deliberato, non è inverosimile la narrazione che in quello stesso giorno succedesse un massacro di quanti uomini devoti al generale in palazzo si trovavano[162].
Quest’è la semplice ed essenziale narrazione della caduta di Ezio e ben anche la più veritiera. Ed infatti ella è cosa più conforme al corso naturale degli avvenimenti che quell’uomo potente, come molti altri dei suoi pari che alla fortuna ed al favore associavano merito vero, sia caduto vittima dell’invida gelosia dei cortigiani e forse anche dei suoi smoderati desiderî, piuttosto che egli cadesse in mezzo ad avvenimenti romanzeschi onde in quel tempo fu teatro il palazzo imperiale, e che la fantasia popolare associò alla fine dell’eroe. I quali essendo però in istretta relazione colla storia della Città, non dobbiamo qui ommettere di parlarne.
Valentiniano aveva condotta in moglie Eudossia, ch’era figlia di Teodosio il giovane e della greca Atenaide. Venutigli a noja i vezzi della sua sposa, nell’ozio molle di Roma aveva vôlto lo sguardo desioso sulla moglie di Petronio Massimo, senatore ragguardevole, la quale, accoppiando beltà splendida a onestà purissima, era destinata ad essere l’ultima Lucrezia di Roma. I suoi omaggi aveva rigettati la nobile donna, per la qual cosa gli osceni paraninfi degli amori di lui ricorsero ad inganno. Massimo un dì, giocando coll’Imperatore, perdeva grossa somma di denaro e gliene dava in pegno il suo anello. Un eunuco andava con quello alla casa del Senatore, e, mostrando alla donna il giojello, dicevale essere spedito con una lettiga dal consorte di lei, che le imponeva di gire al palazzo a prestare omaggio all’Imperatrice. Andava la sciagurata senza conoscere il destino che l’aspettava; e, condotta in un quartiere remoto del palazzo, soggiaceva alla violenza brutale di Valentiniano.
Ritornava Massimo alle sue case, e trovava la moglie la quale scioglievasi in lagrime di vergogna e di rabbia che ella reprimeva di tratto in tratto per iscagliare imprecazioni contro di lui, ch’ella accusava d’infame mercato della propria onestà. L’innocente marito indovinava quanto era accaduto, e, chiudendo il furore entro l’animo, volgeva la mente a disegni di vendetta. Egli deliberava di lavare la macchia fatta all’onor suo col sangue del miserabile; ed è qui dove Procopio, da cui togliamo il racconto, confondendo i tempi, narra che Massimo, affine di giungere alla meta propostasi, con intrighi spazzasse del suo sentiero Ezio ch’egli considerava essere impedimento massimo al compimento di sua vendetta[163].
Egli è indizio meraviglioso dell’acciecamento d’un animo affievolito dal despotismo il fatto, che Valentiniano dopo la uccisione di Ezio prendesse ai suoi stipendî molti dei servitori della sua vittima. Dopo di essersi reso odioso ad essi, amantissimi del loro signore antico, egli gli aveva inacerbiti con questa sua opera, la quale dimostrava che non sarebbe mai per fidare in loro, oppure ch’egli non credesse che quegli uomini d’origine barbarica fossero capaci di accogliere sentimenti di umano affetto. Senza dubbio egli presentò loro opportunità di trarre vendetta di sangue; e fu forse Massimo stesso il quale introdusse nella famiglia di Valentiniano i clienti di Ezio per giovarsi dei loro pugnali e per nascondere sotto il loro manto la propria mano. E così avvenne che l’Imperatore cadde ucciso nel dì 27 di Marzo dell’anno 455. Assisteva egli agli armeggiamenti dei suoi soldati nel campo di Marte, allorquando d’un tratto i congiurati, tra i quali erano Optila e Traustila, Unni di nazione o Goti, gli furono sopra e lo pugnalarono. Neppure una spada uscì della vagina in sua difesa[164].
Con Valentiniano III si spense la stirpe di Teodosio il grande, e fu novella sciagura per Roma.
Massimo si fece tosto gridare imperatore; e, dopo di aver dato sepoltura al suo antecessore presso la basilica di san Pietro, poichè eragli già morta di dolore sua donna sventurata, tentò d’indurre la moglie di Valentiniano a dimenticare tra le sue braccia la morte di uno sposo indegno di lei. Ma l’orgoglio della figlia di Teodosio il Giovane non ebbe ceduto che all’impero della violenza, e però essa ignorava che Massimo fosse l’occulto assassino del suo sposo. Poichè il novello Imperatore ebbe costretta la vedova dell’offensore di sua moglie, pochi dì dopo l’uccisione di lui, a salire il suo talamo, egli non credette averne cavata vendetta pari al suo odio; chè, per averla piena e atroce, quel dì stesso narrò ad Eudossia quanto aveva fatto. La protesta ch’egli aggiunse di esservi stato spinto da amore onde ardeva per lei, era un sarcasmo amaro che ferì nel profondo dell’animo la donna, la quale da canto suo nascose nell’intimo suo pensiero il disegno di pigliare vendetta tremenda di colui che aveva usurpato il trono del suo sposo e che a lei aveva rapito l’onore.