Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 9
E veramente il re di Gerusalemme abbandonò l’impresa. Ma quel di Sicilia tirò innanzi ed apprestò sì grande armamento, che tenne in sospetto il califo almohade, e l’imperatore bizantino. I reggitori soli d’Alessandria non ci badarono, nè seppero il pericolo pria che il nemico s’affacciasse al porto, il ventisette dsu-l-higgia[354] del cinquecensessantanove (28 luglio 1174). Erano dugento sessanta galee, montate da cencinquanta uomini ciascuna, trentasei teride pei cavalli, sei grosse navi per gli ordegni da guerra e quaranta legni da carico per le vittuaglie: e recavano cinquantamila uomini, dei quali trentamila combattenti, tra fanti e marinai, mille uomini d’arme, cinquecento cavalleggieri Turcopoli[355] ch’erano, com’io penso, musulmani di Sicilia; e il resto gente di servigio, mozzi di stalla, carpentieri navali e manifattori d’artiglierie.[356] Tra queste notarono gli Alessandrini tre mangani di mole non più vista, che lanciavano con gran forza di tiro immani massi di pietra negra recati a bella posta dalla Sicilia, e tre torri mobili, piene d’armati e munite in piè d’un ariete, come si chiamava la ponderosa testa di ferro messa al capo d’una trave.[357] Delle macchine minori, si ricorda il _gerkh_, da trar grossi dardi.[358] Capitanava l’oste, dice Ibn-el-Athîr, un cugino del re: forse quel Tancredi conte di Lecce, che salì sul trono alla morte di Guglielmo.
Approdate le prime navi poco appresso mezzodì, cominciarono a sbarcare le genti presso il faro;[359] e nelle ultime ore del giorno i Siciliani caricavano gli Alessandrini, usciti a impedire lo sbarco, contro il divieto del wâli della città che ammonivali a combattere dalle mura. E veramente e’ furono respinti, con perdita, a’ ripari. L’armata intanto sforzò l’entrata del porto, ch’era pieno di navi mercantesche e da guerra e appiccovvi il fuoco; se non che i Musulmani, accorgendosi della mossa, corsero per terra e arrivati a tempo, affondarono la più parte dei legni loro. Fatto buio tra coteste scaramucce, i Siciliani rimasero sul terreno occupato, dove rizzarono trecento tende.
Al nuovo giorno avean già piantati i mangani; messe su le torri, appressatole alle forti mura della città,[360] le quali furono fortemente difese dal popolo e da’ pochissimi soldati del presidio. Respinti anco gli assalitori il martedì trenta luglio, ricominciavano il mercoledì la tempesta di lor tiri co’ mangani, riconduceano le torri verso il muro; ed erano arrivati a una gittata d’arco, quando si videro piombare addosso i Musulmani, rinforzati dalle milizie de’ contorni le quali, il secondo giorno, erano accorse in città da lor terre di beneficio militare e ne vennero anco dal Cairo. Chetamente aveano gli Alessandrini disserrate le porte più vicine alle macchine nemiche, lasciando chiuse le imposte di fuori;[361] gli emiri delle milizie aveano ordinati lor cavalli dentro dalle porte e il popolo armato s’affollava a tergo. Spalancate d’un subito le imposte, si gettarono disperatamente d’ogni lato cavalli e fanti, sopra i Siciliani; irruppero infino alle macchine; vi poser fuoco e sostennero il combattimento tanto che le videro consumate. Lieti rientravano in città a far la preghiera del vespro, quando trovarono tal nunzio che li risospinse immediatamente alle armi.[362]
Fin dallo sbarco de’ Siciliani, il wâli d’Alessandria avea mandato a Saladino uno spaccio per colombi. Era egli attendato con l’esercito a Fâkûs, su i confini orientali del Basso Egitto; dove ricapitato lo spaccio il martedì, ei mandava immantinenti una schiera a rinforzare il presidio di Damiata, temendo anco per questa; partiva ei medesimo col grosso delle genti alla volta d’Alessandria e spacciava innanzi, a dar l’avviso, un fido schiavo con tre cavalli menati a guinzaglio, da ricambiarsi via via. Il quale giunse il mercoledì a vespro, percorsi in men di ventiquattr’ore, a un di presso dugento chilometri.[363] Assembrato il popolo, si bandisce il prossimo arrivo di Saladino: ed ecco, scrive Ibn-el-Athîr, che dimenticandosi la fatica e le ferite, parendo ad ognuno di avere allato, testimone del proprio valore, il gran capitano, riaprono le porte e tornano addosso a’ Cristiani.
Stracchi dalla prima battaglia, colti quando men se l’aspettavano, in sull’imbrunire del giorno, sentendo quel frastuono d’un popolo impazzato e gridare il nome di Saladino, i Siciliani mal difesero il campo. Entrovvi il nemico; fe’ macello dei fanti; fece bottino d’ogni maniera d’armi e ricche suppellettili: mentre nobili e vassalli, capitani e soldati correano confusamente al mare; accostavano a terra le galee; montavano come ciascun potea: chi trattasi l’armatura gittasi a nuoto, chi arrampicandosi casca in mare. E i Musulmani a’ fianchi loro, inseguonli entro le stesse galee, o tuffan sotto con ferri a sfondarle, o v’appiccano il fuoco; sì che più d’una perì. Il navilio, riordinato alla meglio la notte, salpava la dimane, primo agosto, recando in Sicilia i miseri avanzi dell’esercito. Trecento cavalieri che nella rotta si erano ritratti in un’altura, pugnaron tutta la notte e la mattina appresso, contro le turbe musulmane crescenti di numero e di furore; ma infine la moltitudine sgomenò quel nodo di prodi: tutti li uccise o fe’ prigionieri, che non ne campò un solo. Così dalle sorgenti musulmane. Le pisane che qui son tronche, riferiscono con poco divario il numero delle navi, senza dir l’esito dell’impresa. Vi accenna un po’ Guglielmo di Tiro, cronista delle crociate. Il Falcando e Romualdo Salernitano avean tronco il racconto pria di quell’anno. Un anonimo contemporaneo suppone sbarcato Guglielmo in persona ad Alessandria e dopo sette dì tornato addietro con vergogna. E la magra cronica di Monte Cassino dice che il 1174 l’armata del re andava in Alessandria e nulla più.[364] Ciò nondimeno alcuni moderni, volendo dare al buon re anco gli onori del trionfo, han fatta espugnare Alessandria e riportarne in Sicilia preda ricchissima.[365]
Abbandonati da’ proprii testimonii, cotesti scrittori trovano insperato soccorso ne’ musulmani. Dai quali sappiamo che un anno appresso la sconfitta, ossia il cinquecensettantuno (22 luglio 1175 a 9 luglio 1176), quaranta galee di Sicilia assediavano Tinnis per due giorni e andavan via. Del settantatrè (30 giugno 1177 a 18 giugno 1178) l’armata siciliana combattè più gloriosa fazione. Una quarantina di navi riassalirono Tinnis e dopo due giorni di combattimenti se ne insignorirono. L’ammiraglio musulmano, Mohammed-ibn-Ishak, al quale il nemico avea tagliata la via di ritornare al navilio, si ritrasse allora chetamente con una sua schiera al _mosalla_, o vogliam dire pianura aperta dove si fa la preghiera; e al cader della notte piombò in città sopra i Siciliani, che non s’aspettavano assalti; prese centoventi uomini e lor mozzò il capo. Ricacciato al mosalla e combattuto aspramente, lasciò sul terreno settanta de’ suoi: col rimanente ei si rifuggì a Damiata. I Siciliani rientrati in città, la saccheggiavano, ardeanla e cariche le navi di preda, zeppe di prigioni, ripartiano alla volta d’Alessandria. Durò quattro giorni cotesta fazione di Tinnis.[366] Che facesse l’armata ad Alessandria non sappiam punto.
Nelle note frettolose con che si chiude la prima parte del _Baiân-el-Moghrib_, leggiamo che il medesimo anno cinquecensettantatrè (1177-8) Mehdia era afflitta da un’irruzione di Cristiani, la quale fu detta il caso del venerdì: sì come i cittadini aveano designati con altri giorni della settimana gli assalti del milleottantasette, del cenquarantotto e del censessantatrè.[367] Questo del settantotto è da apporre a Genovesi o Pisani, non essendo verosimile che l’armata di Sicilia tentasse a un tempo una grossa fazione nel golfo di Kâbes ed una alle bocche del Nilo.[368] Pare al contrario che la corte di Palermo bramasse la pace con gli Almohadi, a fin di ristorare il commercio dell’Affrica propria, decaduto o spento dopo i fatti del cinquantasei. Nè poteva la Sicilia aspettar altro che male da’ novelli turbamenti nati in que’ paesi: nella parte orientale, dico, le imprese de’ masnadieri turchi venuti d’Egitto a tentar la sorte a nome di Saladino;[369] e qua e là capi berberi e tribù arabiche immansuete che disdiceano la signoria almohade, vedendo il nuovo califo Abu-Iakûb troppo avviluppato nelle guerre di Spagna. Pure, quando la rivolta messe radice in Kafsa, Abu Iakûb mosse di Marocco con l’esercito; sostò a Bugia, sede del suo luogotenente nell’Affrica propria; andò poi a Kafsa e se ne insignorì, il primo giorno del cinquecensettantasei (28 maggio 1180) dopo tre mesi di assedio.[370] Nel ritorno, soffermatosi a Mehdia, ei vi trovò ambasciatori di Guglielmo II.
Se meritasse piena fede Roberto abate del Monte a San Michele, si direbbe che Abu Iakûb fu vinto dalla cortesia del re Guglielmo, il quale gli avea rimandata libera una sua figliuola, presa dall’armata siciliana sopra un legno almohade che la conducea sposa a certo re saraceno. Ma il fine del racconto scema autorità al cominciamento, portando che l’Almohade alla sua volta restituisse al re di Sicilia le due città di Affrica e Zawila; il che non fu, nè poteva essere.[371] Secondo il Marrekosci, Guglielmo chiese la pace ad Abu-Iakûb per la gran paura ch’avea di lui e si obbligò a pagargli tributo, oltre i doni ricchissimi che gli fece e, tra gli altri, un rubino detto l’unghia di cavallo, per la forma e la grandezza; il quale gioiello, trascendente ogni prezzo, si vedea fino alla prima metà del decimoterzo secolo spiccare sopra tante altre gemme incastonate nella rilegatura d’un corano, di que’ che il califo Othman mandò nelle province quand’ei promulgò il testo ortodosso.[372] Ed anco in questo racconto è manifesto errore, poichè i Normanni di Sicilia non si abbassarono di certo a comprar la pace; si può supporre anzi che alcuna città dell’Affrica propria abbia pagato tributo a loro, sì come sarà detto a suo luogo.
Il fatto certo è che una tregua per dieci anni fu fermata tra Abu-Iakûb e Guglielmo II, il millecentottanta, stipulata a Mehdia dagli ambasciatori di Sicilia nel giugno o luglio, e ratificata da Guglielmo in Palermo, nell’agosto.[373] Della quale tregua fa menzione Ibn-Giobair, quattro anni appresso, nel diario del suo viaggio.[374] Gli interessi commerciali de’ due paesi danno il motivo del trattato, senza che s’abbia ricorso alle vaghe voci raccolte dall’abate Roberto in Francia, e dal Marrekosci nel Maghreb. Tanto più che in quella state l’Affrica propria avea mestieri più che mai de’ frumenti di Sicilia; sapendosi che mancassero le vittuaglie e lo strame perfino nell’esercito almohade, onde Abu-Iakûb, come prima e’ fermò l’accordo, ritornò frettoloso in Marocco.[375]
E’ fu di certo a protezione dei naviganti siciliani, che Guglielmo, nell’inverno dal millecentottanta al centottantuno, mandò l’armata alle Baleari; le quali per mutar signori non ismettevano la pirateria. Dopo i discendenti di Mugeto e l’effimera dominazione messa su dai Pisani (1115), aveano occupate quelle isole gli Almoravidi; e cadendo tal dinastia, se n’erano insignoriti i Beni-Ghania, della tribù berbera di Mussufa. Un valente scellerato di quella famiglia, per nome Ishak-ibn Mohammed, usurpato lo Stato (1151), seppe ordinar sì bene il corso contro Cristiani, ch’egli arricchissi e divenne potente come un re, scrive il Marrekosci.[376] L’armamento siciliano, fortissimo di galee e di uscieri per la cavalleria che doveva occupare Majorca, andato prima a Genova con Gualtiero di Modica grande ammiraglio del reame, passò tutto l’inverno a Vado: così gli Annali genovesi e più non ne dicono; ma aggiungono che la città in quella stagione fu afflitta fieramente da una morìa.[377] Forse fu questa che distolse i Genovesi dal mandare lor navi insieme con le siciliane, come par fosse già fermato tra le due parti, poichè l’armata siciliana entrò nel porto di Genova e svernò nel dominio. Sembra che il morbo stesso abbia sforzato Gualtiero a ritrarsi in Vado. Ma non andò guari che l’arcivescovo e i Consoli di Genova, seguendo l’esempio dei Pisani,[378] nel mese di sefer del cinquecensettantasette (17 giugno a 15 luglio 1181) stipulavano tregua per dieci anni col signore di Majorca.[379] Guglielmo, l’anno appresso, reiterò la spedizione con tanto strepito che mentre la s’apparecchiava, Saladino, temendo nuovo insulto in Egitto, vi sopraccorse dalle parti orientali di Siria, non ostante la brama ch’egli avea di soggiogar tutti que’ regoli. Le navi siciliane non arrivarono poi alle Baleari; disperse da una tempesta; affondate, quali a Savona, quali ad Albenga, quali a Ventimiglia, alcune forse su la costiera di Spagna: e fu scritto che ne perì quaranta all’incirca.[380] Ritraggiamo che pochi anni appresso, quando Alì-Ibn-Ghania assalì l’Affrica settentrionale con una mano di Almoravidi, avendo saputo in Tripoli che i partigiani degli Almohadi gli avessero ritolte le Baleari, ei mandò in Sicilia il fratello Abd-allah; il quale imbarcatosi per Majorca, ripigliò lo Stato.[381] Non dicono i cronisti, nè mi par verosimile, che la corte di Palermo abbialo aiutato in questa seconda impresa. Forse niun seppe che costui fosse venuto tra’ molti Musulmani che dall’Affrica riparavano continuamente in Sicilia, fuggendo la fame rincrudita e la rapacità dei ladroni arabi, turchi e berberi, messi insieme da’ Beni Ghania.[382]
Ferveano allora in Sicilia preparamenti di gran guerra, dei quali fu testimone Ibn-Giobair e da lui sappiamo le voci che corsero in Trapani nel gennaio millecentottantacinque, quando si riteneano nei porti tutte le navi mercantesche, per adoperarle al servigio dello Stato: chè cento onerarie volea re Guglielmo aggiugnere alle trecento galee e teride dell’armata. La quale, altri dicea dovesse osteggiare Alessandria, altri Majorca ed altri l’Affrica propria, dond’era testè giunta la nuova dello sbarco di Alì-ibn-Ghania a Bugia. Ma pensava Ibn-Giobair che il re volesse mantenere la tregua con gli Almohadi e ch’ei piuttosto disegnasse di rimettere sul trono di Costantinopoli Alessio II, campato, come si favoleggiò, da’ sicarii di Andronico.[383] E veramente piombava, non guari dopo, su la Grecia questo sforzo di guerra, condotto in apparenza dal principe Tancredi. Cinquemila cavalli, dugento legni di corso, ottantamila uomini, scrivea con esagerazione un testimonio oculare, salparono l’undici giugno millecentottantacinque; occuparono Durazzo (24 giugno); presero per assedio Tessalonica (24 agosto); se non che i capitani indugiarono a muover sopra la capitale dell’impero; e rotti a Monopoli, poi traditi (7 novembre), si ritrassero in Italia, scemati di diecimila morti e quattromila prigioni. I Musulmani di Sicilia militarono in questa infelice impresa come diremo più innanzi.[384]
Saladino intanto stendea l’impero su tutti i paesi musulmani dal Nilo al Tigri, dove signore immediato, dove protettore o sovrano feudale; lasciando pure al misero califo di Bagdad i vani onori di pontefice e imperatore. Così accentrate le forze, ei prese a compier l’opera di Norandino contro i Cristiani. Occupata Gerusalemme (23 ottobre 1187) e tutta la Palestina, fuorchè quattro castella; provatosi indarno contro le fortezze di Tiro e il valore italiano che difendeale, Saladino ripigliò la guerra in primavera del millecentottantotto; e trovò, tra i primi, su la costiera, il navilio siciliano.
Perchè il caso di Gerusalemme avea commossa l’Europa: mentre la Germania, la Francia e l’Inghilterra apparecchiavano eserciti, l’Italia, avendo pronte le armate e aperto il mare, die’ principio alla terza Crociata. A secondare l’audace proposito di Corrado di Monferrato, correano gli Italiani sobrii, disciplinati, liberi e forti, scrisse allora l’abate di Ursperg.[385] Nella epistola indirizzata pochi anni innanzi al califo di Bagdad in nome di Saladino, si legge che i Veneziani, i Genovesi e i Pisani soleano bazzicare assidui in Levante; ove or accendeano un fuoco da non si spegnere di leggieri, or offrivano presenti, recavano le merci più elette de’ loro paesi e vendeano perfino le armi ed ogni altra cosa necessaria alla guerra; stringeano amistà, dice l’epistola, del tutto a comodo nostro e danno di cristianità.[386]
Parteciparono i popoli meridionali in quello sforzo comune dell’Italia. Guglielmo, disposto pur troppo a così fatte imprese, fu sollecitato a viva voce dall’arcivescovo di Tiro, e rampognato del danno ch’egli avea recato ai Latini di Terrasanta, trattenendo per la sua sciagurata impresa di Grecia i pellegrini e le navi che facean sosta in Sicilia. Per ammenda, egli ora fornì a Corrado di Monferrato copia di vittuaglie, con cinquanta galee, dicono i cronisti occidentali, e cinquecento uomini d’arme, capitanati da due conti; le quali forze rincoravano Antiochia, difendeano Tripoli, mantenean Tiro. Giovò, sopra ogni altro, all’eroico presidio di questa città, l’armata che fece sgomberare i corsari musulmani e assicurò la via a’ soccorsi spicciolati d’uomini e di vivanda. L’ammiraglio di Sicilia, per nome Margarito da Brindisi, impadronitosi di alcune isole, tenne sì ostinatamente le acque di Siria, ad onta delle tempeste e de’ nemici, che maraviglionne la Cristianità tutta e chi chiamollo Nettuno, chi re o lione del Mare. Corrado di Monferrato lo mandò con gente da Tiro a Tripoli; dove i Cristiani, credendolo nemico, s’apprestavano alla difesa, ma poi distinsero le insegne della croce e l’armamento europeo; e la città ne fu talmente rinforzata che Saladino non osò assalirla.[387]
Gli scrittori musulmani giudicano altrimenti questo “tiranno Margarit, preposto al navilio del tiranno di Sicilia:[388] sessanta galee, ciascuna delle quali pareva una rôcca o una roccia[389], montate da diecimila uomini avvezzi a scorazzare e desolare i paesi. Ma questo famigeratissimo tra i più fieri oppressori e i più brutti demonii, entrato con gran fracasso nel porto di Tripoli, non seppe di miele nè di fiele, non giovò nè nocque, e com’egli aprì bottega di sue vittuaglie, così rinacque in Tripoli la carestia. Tirò verso Tiro e tornò a Tripoli; guazzò per quelle acque, avanti e dietro, a dritta e a manca per parecchi mesi, senza saper che si facesse; finchè il suo navilio si sparpagliò, il suo valore tramutossi in codardia, la sua gente fuggì alla sfilata ed ei se ne tornò a casa, con poca gente e molte miserie.” Così un contemporaneo, prendendo a celebrare i fatti di Saladino, straziava la rettorica ed anco un po’ la storia, narrando dell’ammiraglio siciliano le imprese fallite, non quelle compiute e tacendo sopratutto la cacciata de’ corsari musulmani.[390] Del rimanente, l’autore attesta la fama di Margarito; il nome di tiranno ch’ei gli dà, s’accorda con quel di potente principe che leggiamo in Marino Sanudo;[391] e il predicato di pessimo demonio non differisce tanto da’ titoli di pirata, archipirata e principe de’ pirati, con che lo chiamano gli scrittori bizantini, gli italiani e’ tedeschi.[392] Par che la corte di Palermo, dopo le sventure dell’impresa di Grecia, abbia affidata l’armata a questo valente uomo di mare, il quale prese in Cipro settanta galee bizantine andate a soggiogar quell’isola.[393] Sappiamo da scrittori inglesi contemporanei ch’egli possedea le isole di Scarpanto, Cefalonia e Zante;[394] nè sembra inverosimile ch’egli abbia lasciato col mestiere anco un soprannome datogli dapprima e che Margarito, conte di Malta, sia lo stesso Sifanto, corsaro ausiliare del re di Sicilia, entrato innanzi ogni altro per la breccia di Tessalonica (24 agosto 1185), ricordato con gratitudine dall’arcivescovo Eustazio che fu suo prigione.[395]
Nei due episodii nei quali Margarito si trovò a fronte di Saladino, meritano fede ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, i quali militavano entrambi nell’esercito musulmano. Il sultano, ragunato l’esercito presso Emesa, andò con una gualdana a far la scoperta a Tripoli, guastò il contado, differì l’assedio e tornando addietro, si volse al principato di Antiochia. Occupata Tortosa il sei giumadi primo (3 luglio 1188), indi Marakia, movea alla volta di Gebala, costretto a passare a randa a randa del mare, per iscansar la montagna e il fortissimo castello di Markab, ch’era tenuto dagli Spedalieri. Angustissima con ciò e malagevole la via; talch’era forza valicarla ad uno ad uno. L’armata siciliana allora salpando da Tripoli, attelossi lungo la spiaggia: con catapulte e balestre[396] facea grandinare dardi e saette sulla strada. Saladino a questo, fatti recare i mantelletti e altri ordegni d’assedio,[397] dispose dietro quelli le catapulte e gli arcieri; sì che a lor volta le navi siciliane furono costrette ad allontanarsi e tutto lo esercito passò. Presa Gebala senza contrasto a’ diciotto del mese (15 luglio), egli entrò a capo di due settimane in Laodicea; dove trovò abbandonate le case, rifuggiti i Franchi in due castella, e surto di faccia al porto il navilio siciliano.
Il quale, venuto ad ajutare e trovato perduta ogni cosa, cominciava a prender chiunque fuggisse per mare. Erano i Siciliani adirati contro i cittadini per la viltà di sgomberare sì presto la terra, non aspettando gli amici, nè i nemici. Ma l’effetto dei mali trattamenti fu che que’ di Laodicea si affrettarono a scendere dalle castella e ritornare a lor case, stipulando di pagare la _gezîa_. Saladino, ordinato il reggimento della terra, era già in su le mosse con tutto l’esercito, quando l’ammiraglio siciliano, volendo abboccarsi con lui, mandò a chiedergli salvocondotto ed ei lo diè. Sopraffatto, dice un testimone oculare, dall’aspetto del principe, s’inchinò Margarito, all’uso orientale, in atto di baciar la terra; raccolse gli spiriti, pensò, e alfin prese a parlare per mezzo del turcimanno. Fatto un esordio di lodi, egli ammonì Saladino a dar piena sicurtà a’ Cristiani, tanto gli indigeni, com’e’ parmi, quanto gli europei, mostrandogli che, se il principe li ascrivesse al suo _giund_, lo aiuterebbero a conquistare i paesi vicini e i lontani. E finì con la minaccia che se, al contrario, fossero maltrattati i Cristiani di Siria, verrebbero di là dal mare le migliaia di guerrieri congregati d’ogni terra di cristianità, con tanto sforzo di guerra, che niuno lor potrebbe far testa. Saladino rispondeagli, avere Iddio comandato ai Musulmani di ridurre tutto l’orbe alla vera fede; ch’egli combattea per osservare questo precetto; che Iddio l’aveva aiutato e l’aiuterebbe: onde se tutto il resto del genere umano, dagli estremi gradi di longitudine e di latitudine, si adunasse contro i Musulmani, ei non conterebbe i nemici, sì li combatterebbe; e forse che lor farebbe provar di nuovo le sciabole e le catene de’ Musulmani. Vedendo accolti in tal modo i suoi consigli, Margarito si fe’ il segno della croce e andò via. Così, con parole poco diverse, ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, testimoni oculari forse entrambi, il primo di certo.[398] Nè parrà inverosimile la somma del dialogo, quando si consideri che Margarito non poteva ignorare le ambizioni di Saladino contro varii principi musulmani, nè le disposizioni d’animo che i Crociati attribuivano al formidabile nemico loro; onde i cronisti affermarono ch’egli, del millecentonovantadue, avesse proposta ai re di Francia e d’Inghilterra una lega contro gli eredi di Norandino.[399]