Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 8

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L’odio di religione sopito per due o tre generazioni, ridesto dalle guerre civili, operava poi, come cieco e furibondo ch’egli è, senza distinguer parte, nè interessi. Militando nell’esercito di Guglielmo Cristiani e Musulmani, surse tra loro sanguinosissima zuffa, mentre insieme distruggeano la città di Piazza, nè valse a raffrenarli la voce de’ capitani, nè il comando del re, pria che cadessero uccise centinaia di Musulmani.[324] Tornati su intanto gli eunuchi, incominciò la reazione musulmana. Un gaito Martino, rimaso al governo della reggia e della capitale mentre il re osteggiava i ribelli, si messe a vendicare sopra i veri o supposti rei di maestà, un fratello suo ucciso dai congiurati: faceva accusar questo e quello; facea sostener l’accusa da accoltellatori ne’ giudizii di Dio e da testimonii infami ne’ giudizii secondo legge romana; e i condannati erano impiccati per la gola, straziati di battiture, al cospetto dei Saraceni che se ne facean beffe, scrive il Falcando.[325] Il gaito Pietro, quello stesso eunuco, traditore dell’armata a Mehdia,[326] ritornato a galla dopo la ristorazione di Guglielmo, facea sue vendette per man di un carceriere o boja cristiano, reo di mille turpitudini, cagnotto e mezzano dei Musulmani. S’egli è da credere senza limite all’onesta ira del Falcando, tutti i magistrati dello Stato, giustizieri, camerarii, stratigoti, catapani, creati dalla fazione de’ paggi di corte, servivano a quella ed alle proprie passioni, taglieggiavano ed opprimevano a man salva.[327]

La morte intanto di Abd-el-Mumen, (26 maggio 1163), la quale sciolse da gran timore i Cristiani di Spagna,[328] par abbia desta a speranze la corte di Palermo, o datole animo ad una dimostrazione contro gli Almohadi: con che i prelati della corte pare abbian voluto ostentare zelo per la religione e la patria; nè gli eunuchi, Pietro sopra tutti, poteano senza scortesia ricusar loro questo bel giuoco. Perchè leggiamo negli annali musulmani d’Occidente, che il cinquecencinquattotto (10 dic. 1162, 29 nov. 1163) i Rûm sbarcati a Mehdia, o credo io a Zawila, recarono spavento e danno; che quindi il navilio improvvisamente piombò sopra Susa, tenuta allora a nome degli Almohadi da un Abd-el-Hakk-ibn-Alennas; che i Cristiani fecero di molti prigioni, ammazzarono gente, distrussero il paese e portarono via in Sicilia il governatore co’ suoi figliuoli, i quali poi furono riscattati; ma Susa non era per anco ripopolata nel decimo quarto secolo.[329]

Guglielmo, stanco di quel secondo suo sforzo contro i ribelli, aveva abbandonato il governo alle mani dei ministri, non volea più sentir parlare di guai. Rivaleggiando col padre ne’ passatempi soli, ei si messe a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero. Fu murato in brevissimo tempo, con grande spesa, il nuovo palagio e postogli il nome di _El-’Aziz_, che in bocche italiane diventò “La Zisa” e così diciamo fin oggi.[330] Il qual nome suona “il Glorioso,” sottintendendo palagio o castello; ed è arabico, come le iscrizioni di che rimangono deboli vestigie nella cornice e lunghi squarci nella sala terrena, come i rabeschi, le colonnine, gli ornamenti; anzi come la struttura stessa e com’era forse la più parte degli artefici e quasi tutta la corte, con quella mistura, sì, d’incivilimento cristiano che abbiam notata altrove; la quale mescolanza con l’andar del tempo, riuscì più leggiadra nell’arte che non fosse proficua nel reggimento della cosa pubblica. Circondavano il castello ridenti giardini ed orti, acque correnti e vivai.[331]

Pria che si desse l’ultima mano alla Zisa, morì Guglielmo di quarantasei anni, il quindici maggio millecensessantasei;[332] nelle esequie del quale, che duraron tre dì, trasse immensa folla di cortigiani e cittadini, vestiti di gramaglie; ma tra tutti, nota il Falcando, e ben glielo crediamo, le sole donne musulmane piangeano davvero, mentre vestite di sacco, scarmigliate le chiome, giravano per le strade dietro una brigata di ancelle, mettendo lamenti e rispondendo con flebil canto al suono dei cembali.[333]

CAPITOLO V.

Singolare fortuna ebbe Guglielmo II a raccogliere della tirannide paterna i frutti buoni, scansare l’odio, e tra la saviezza de’ tutori e la giustizia e mansuetudine dell’animo suo, guadagnar l’amore de’ contemporanei e le lodi dalla storia, in casa e fuori. Sia virtù o vizio del popolo, l’affetto in lui prevale sempre alla ragione; onde i posteri hanno perdonato a Guglielmo il Buono quella debolezza e levità di consiglio che alla sua morte fe’ aprire un abisso: la corte divisa, il reame insanguinato, l’Italia in preda all’impero, nonostante la vittoria di Legnago e la pace di Venezia. Il padre, al contrario, avea fiaccato in ogni modo il baronaggio, nemico massimo dello Stato; mantenuta l’amministrazione di Ruggiero, se non che vi mancava il re, e dopo la morte di Majone anco il primo ministro; poichè fu partita l’autorità tra un vescovo, un segretario ed un gaito, i quali personificavano le sole tre classi di sudditi favoriti a corte.

A que’ medesimi Guglielmo I aveva affidata la tutela del figliuolo; preposta loro la regina Margherita, la navarrese, nè inetta donna, nè debole, amica de’ ministri operosi: onde la dissero amante di Majone, poi di Stefano, e per poco non messero in lista l’eunuco Pietro. La reggenza fece opera, la prima cosa, a rabbonire le classi più offese: creò nuovi conti; die’ in feudo terre e villaggi; condonò debiti; abolì la tassa della “redenzione” che aggravava, com’e’ pare, i ribelli perdonati o i sospetti; concesse franchige ai cittadini; liberò schiavi della corte o del demanio.[334] Guglielmo II, biondo e soave in viso, giovanetto di quattordici anni, ben avviato alle lettere, fu coronato in Palermo tra speranze ch’ei non ismentì giammai volontariamente.

Posando dunque gli umori di ribellione, e perfino di scontento, scoppiò la discordia in corte: e tra le gare delle persone venne fuori l’antagonismo degli indigeni contro gli stranieri. Abbiam noi mostrato fin dal regno di Ruggiero, come la fazione cattolica d’occidente, monastica, francese e papalina, stendesse le trame fino alla corte musulmana di Palermo.[335] La provvedea di avventurieri ecclesiastici, dei quali non solamente veggiamo i nomi tra gli arcivescovi, i vescovi, i grossi prelati e i precettori dei re, ma scopriamo anco il linguaggio ne’ segretarii o copisti; poich’essi, ne’ diplomi, trascriveano il più delle volte i vocaboli arabici conforme alla pronunzia francese.[336] Le mandava anco avventurieri di spada, i quali occorrendo chiappassero qualche feudo.

Un parente, così, della regina Margherita, divenuto conte di Gravina, congiurò insieme con Riccardo Palmer inglese, vescovo eletto di Siracusa, contro l’eunuco Pietro, ch’era primo tra i ministri e forte nel favore della regina, nel seguito de’ cortigiani e de’ pretoriani e nella pratica dell’amministrazione. La briga si riscaldò tanto, che l’eunuco, uomo di poco animo, dice il Falcando, temendo per la propria vita, fuggì dalla corte e dal reame. Munita una buona saettia di marinai, d’armi e d’ogni cosa, e fattovi portar nottetempo gran copia di danaro, Pietro, la sera appresso, montò a cavallo con pochi eunuchi suoi fidati, pretestando di andare ad un nuovo palagio ch’egli avea fatto murare nel quartier della Kemonia;[337] e voltosi al porto, entrato in legno, riparò in Affrica, appo il re de’ Masmudi. Così il Falcando e, con poco divario, l’arcivescovo di Salerno.[338]

Scrive Ibn-Khaldûn che un Ahmed detto il Siciliano, nato nelle Gerbe della famiglia di Sadghiân ch’era ramo della tribù berbera di Seduikisc, preso dall’armata siciliana sulle costiere di quell’isola, educato in Sicilia, entrato al servigio particolare del re e fatto suo intimo, cadde in disgrazia appo il successore per suggestioni de’ suoi rivali; ond’egli, sentendosi in pericolo, fuggiva in Tunis, governata allora da un figliuolo di Abd-el-Mumen e passava indi in Marocco, appo il califo Jûsuf. Dal quale ei fu accolto con grande onoranza, arricchito di doni e preposto all’ordinamento dell’armata. E Ahmed la rese grande e possente, qual non era mai stata, nè fu poi; e con quella segnalossi contro i Cristiani per splendide fazioni e famose vittorie.[339] Ora Jusuf regnò dal millecensessantatrè al centottantaquattro. Al par che il tempo, coincidono le condizioni riferite al gaito Pietro e all’Ahmed Sikilli: l’uno ammiraglio siciliano dinanzi Mehdia e primo ministro alla corte di Palermo, accusato di pratiche con gli Almohadi; l’altro rifuggitosi appo quelli con gran tesoro, accolto a braccia aperte a Tunis e Marocco e immediatamente adoperato nelle cose navali; entrambi schiavi, saliti ad alto grado nella corte di Palermo e cacciati per nimistà di parte. E notisi che a Pietro apponeasi piuttosto tradimento che viltà pel fatto di Mehdia.[340]

Perduto appena il gaito Pietro o Ahmed Sikilli ch’ei fosse, la combriccola degli indigeni fortuneggiò gravemente, per novella irruzione di avventurieri che la fazione cattolica di Francia e d’Inghilterra mandava al conquisto della corte di Palermo: una trentina d’uomini, capitanati da un bel giovane congiunto della regina, Stefano Des Rotrous,[341] dei conti di Perche (1167). Premeva ai tutori oltramontani del papato che il governo di Sicilia fosse in mani sicure, mentre si decidea la gran lite d’Italia; nella quale il reame di Sicilia, co’ suoi tesori e le sue armi, avrebbe fatta piegare la bilancia, s’e’ si fosse gittato risolutamente alla parte d’Alessandro III, invece di baloccarsi, come fece la corte di Palermo per opera de’ consiglieri indigeni, sospettosi al par dell’imperatore e del papa. Con questa occasione si tentava anco un bel colpo di rimbalzo a pro del Becket, il celebre arcivescovo di Canterbury, il quale avendo attaccata briga col suo signore ed aspettandosene la decisione da Roma, la corte e il clero francese voleano che la corona di Sicilia proteggesse il turbolento arcivescovo appo il papa e i cardinali. Provan ciò le epistole di Pietro da Blois, Giovanni da Salisbury, Luigi VII re di Francia e del Becket stesso; il quale una volta scrisse alla regina Margherita, mandarle a nome suo proprio e del monastero di Cluny, un tale che le avrebbe palesata a voce “la mente di tutta la Chiesa occidentale.”[342] E bastin tai parole a svelare la sètta.

Il nobil giovane, audace e amante della giustizia, venne in Sicilia in compagnia d’uomini dotti, di satelliti valorosi ed anco di faccendieri affamati: accolto dalla regina come parente e campione e dicono più di questo; creato immantinente gran cancelliere del regno e non guari dopo arcivescovo di Palermo, con grande allegrezza del papa. Stefano si messe incontanente a ripulire i tribunali e gli ufizii pubblici, dove lo esercitato comando avea lasciate di molte sozzure. La giustizia allora diede occasioni e pretesti di vendetta contro i paggi e lor fautori, tanto più che, con le leggi giuste, si adoperaron anco le inique, condannando per apostasia, a sollecitazione de’ Cristiani di Palermo, parecchi Musulmani accusati di mentir la fede.[343] L’esempio di quegli sventurati incoraggiò la cittadinanza a domandare il supplizio d’uno scellerato protetto a corte, Roberto di Calatabiano, incolpato di brutti eccessi e, tra quelli, d’avere ristorata una moschea nel Castello a mare e di tener bettole, dove fanciulle e giovanetti cristiani erano prostituiti a’ Musulmani. Poco mancò che per cagion di costui non si sfasciasse tutta la macchina del Becket; poichè i paggi s’eran gittati a’ pie’ della regina, scongiurandola non abbandonasse il fedel servidore ed ella avea resistito per la prima volta a Stefano e vietatogli di procedere. Il giovane di buona scuola, smesse allora le accuse capitali appartenenti alla giurisdizione laica; indossò i panni arcivescovili e tirò innanzi per le materie che la Chiesa avocava a sè nella confusione del medio evo. Adunata pubblicamente, con gran rumore, la curia ecclesiastica, Roberto fu convinto di spergiuro, incesto, adulterio e condannato alle verghe, al carcere ed alla confiscazione de’ beni; ond’ei morì negli stessi ergastoli dove solea tormentare altrui. Esempii di giustizia non meno strepitosi die’ Stefano a Messina: per ogni luogo ei soddisfece a’ clamori del popolo e ne cattò il favore. Benedivanlo i Lombardi di Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci e d’altre castella di montagna; e poco appresso, quando fu uopo, gli offriano ventimila uomini in arme, per combattere le città e i baroni sollevati contro di lui.

Perchè i cortigiani, acquattatisi ai primi romori di giustizia, aveano cominciato pian piano a malignare, calunniare, mormorare contro l’insolenza straniera, contro la rapacità dei famigliari, contro gli aggravii de’ cavalieri francesi, ai quali Stefano concedea qualche feudo per attirarli in Sicilia e ingrossar le schiere sue fidate, necessarie ogni dì più che l’altro a mantenergli il comando. Sospettavasi che il vicecancelliere Matteo d’Ajello, l’eunuco Riccardo e Gentile, vescovo di Girgenti, praticassero di farlo uccidere da sicarii; e più certo è che parecchi baroni di Terraferma, mettendo su un Arrigo fratello della regina, concertarono contro Stefano drammi parlamentarii, prepararono armi feudali, suscitarono sedizioni di plebe in Messina. Già, tra gli errori de’ Francesi e le arti degli indigeni, l’aura popolare per ogni luogo avea girato contro il Cancelliere. Ond’egli, ritornato in Palermo (marzo 1168), s’apprestava alla guerra civile, quando fu messo giù con un colpo di mano.

Al quale ajutarono i Musulmani. Scrive il Falcando[344] ch’essi, ne’ primi tempi, amarono il Cancelliere; nei primissimi forse, quando non s’era incominciato a lavorare co’ giudizii d’apostasia. Ed Abu-l-Kâsim, nobilissimo e potentissimo uomo, del quale or ora diremo più largamente, fattosi amico del Cancelliere, continua il Falcando, e presentatolo di molti doni, s’era poi dato a suscitare i Musulmani contr’esso, tenendosi ingiuriato perchè Stefano usava familiarmente con un gaito Sedicto (Siddîk?) musulmano ricchissimo, privato nemico d’Abu-l-Kâsim. Il Falcando ripete qui, come ognun vede, le parole di Stefano o de’ suoi satelliti e scorda le principali cagioni, dico le persecuzioni religiose e le usurpazioni de’ feudatarii francesi sopra i vassalli.[345]

Tra queste disposizioni de’ Siciliani d’ogni origine e religione, Matteo e il gaito Riccardo, l’un prigione, l’altro confinato in palagio, tentarono di rapire o uccidere il primo ministro, proprio sotto gli occhi della regina e del re. Adoperarono i servi e gli arcieri stanziali della reggia, i quali, non potendo cogliere il Cancelliere entro lor mura, corrono a cercarlo fuori; si tiran dietro, con promessa di bottino, i facinorosi abitatori di via Coperta e della parte superiore di via Marmorea;[346] assalgono il palagio arcivescovile; e mentre i Francesi difendeansi col solito valore, i trombetti e i tamburini del re suonavano la chiamata contro il capo del governo. Trasse in arme tutto il popolo; Cristiani e Musulmani irruppero nel palagio. Rifuggito nel campanile, Stefano pattuì d’uscire di Sicilia con tutti i suoi seguaci (1168) e andò a Gerusalemme, dove non guari dopo morì.[347]

La regina senza partigiani, il re sempre fanciullo, non potean far che gli autori dell’attentato e i loro amici venuti di Messina con forze militari, non si appropriassero i frutti della vittoria. A nome di Guglielmo II, un decemvirato, se tal può dirsi, prese il reggimento della cosa pubblica; e furono: l’inglese Riccardo vescovo eletto di Siracusa, Gentile vescovo di Girgenti, Romualdo arcivescovo di Salerno, Giovanni vescovo di Malta, Ruggiero conte di Geraci, Riccardo conte di Molise, Arrigo conte di Montescaglioso fratello della Regina, Matteo d’Ajello salernitano, il gaito Riccardo e l’inglese Gualtiero Offamilio, decano di Girgenti e precettore del re. Ma poco appresso, avendo Guglielmo compiuto il diciottesim’anno, Gualtiero che in questo mezzo con pessime arti s’era fatto eleggere da’ canonici arcivescovo di Palermo, si fe’ fare dal re primo ministro; prese a compagni del governo Matteo e il Palmer, e congedò ogni altro. Il Falcando termina la storia con tali fatti e con queste gravissime parole: “che allora la potestà del regno e la somma degli affari cadde nelle mani di Gualtiero, attaccatosi al re con dimestichezza assai sospetta, sì che parea governasse non tanto la corte, quanto lo stesso monarca.”[348]

Pur Guglielmo fuggia talvolta di mano all’arcivescovo; al quale non venne fatto mai di allontanare il cancelliere Matteo, espertissimo nell’amministrazione pubblica e terribile maestro d’inganni. Era Matteo a corte capo della parte nazionale, nella quale noveravansi principi del sangue e nobili, con tutti i gaiti, con l’arcivescovo di Salerno ed altri prelati. Cotesta parte avean seguita i due inglesi Offamilio e Palmer contro Stefano e i suoi Francesi; e nella divisione delle spoglie s’eran prese le due sedi arcivescovili della Sicilia. Ma separandosi i complici quand’ebbero fatto il colpo, si trovò dall’un de’ lati Matteo con gli indigeni; stettero dall’altro, capitanati oramai da Gualterio, gli oltramontani d’ogni linguaggio e qualche barone: e le parti rimasero quali erano state nei primi anni del regno; rinsavite pur tanto che non proruppero a sedizioni, nè a scandali fuor della reggia. La quale moderazione venne, com’io penso, dalla bassa estrazione dei capi, uomini nuovi e cortigiani entrambi; dalle disposizioni del popolo che non avrebbe sofferta sedizione contro il buon re; e dall’indole stessa di Guglielmo, il quale contentava a vicenda i due ministri e maneggiava bene le fazioni ch’ei non sapea reprimere: savio nelle piccole cose e insufficiente alle grandi. Dopo il suo matrimonio (1177) vedendo ch’ei non avea prole, studiossi ciascuna delle due parti a designar il successore: gli indigeni cercarono di tirar su il principe Tancredi, non ostante la nascita illegittima; gli oltramontani vollero assicurare i diritti della Costanza, maritandola a un gran principe, e piombasse poi il diluvio su l’Italia meridionale. Si scorgono vestigie di quel piato in alcuni avvenimenti che noi narreremo; poche o nessuna nell’amministrazione interna, la quale era sì ordinata e salda che le discordie della corte non la turbarono. E veramente del regno di Guglielmo il Buono si posson dare due giudizii al tutto diversi, secondo che si consideri il governo in casa, o l’azione politica al di fuori. L’un comparisce giusto senza debolezza; ordinato senza avarizia nè severità; condotto secondo le leggi fondamentali, fuorchè nelle materie ecclesiastiche; sollecito della sicurezza de’ cittadini in casa e fuori: la quale fu piena e maravigliosa, come ai tempi di re Ruggiero, favorita anco ed accompagnata dalla prosperità economica. Al di fuori non si può chiamar Guglielmo nè pacifico, nè guerriero; poich’ei fece tante guerre che non dovea; scansò la sola che occorreagli, grande e necessaria; e vivendo ne’ suoi palagi e giardini, tra studii gentili e passatempi onesti, sciupò in imprese lontane forse più vite d’uomini e più tesori che non avessero mai consumati l’avolo e il bisavolo nei loro conquisti.

Continuando il disegno di narrar quelle sole azioni esteriori, che toccarono Stati musulmani, dobbiamo ricordar che Guglielmo il Buono, per bocca degli oratori mandati al congresso di Venezia (1177) si vantò di non aver mai fatta guerra a principi cristiani; e che tra quelli, ei solo ormai perseguitasse per terra e per mare i nemici di Cristo, sì che ogni anno, senza perdonare a spesa, mandava “sue triremi” con milizie a combattere gli Infedeli e assicurar il mare a’ Pellegrini de’ Luoghi Santi.[349] Le quali protestazioni se dovessero tenersi fronde oratorie e se lo scopo delle imprese fosse stato di favorire il commercio del reame in Affrica e in Levante, parrebbe assai più savia la corte di Palermo. Il vero è che Guglielmo prendea sul serio le Crociate, ancorch’ei fosse in sua schiatta il primo che fuggì i pericoli e le fatiche del campo e che vide il più delle volte ritornare malconci i suoi soldati. I Musulmani, a lor volta, risero dell’insolito zelo della corte di Palermo. Abbiamo una epistola di Saladino, il quale, scrivendo al califo di Bagdad per man di un retore arabo, compiangea quel ragazzo di quindici anni che avea dato fondo al suo tesoro nella spedizione contro Alessandria, per mera vanagloria e ticchio di mostrare al mondo ch’ei pur sapesse provarsi contro un nemico il quale avea respinte poc’anzi da Damiata le prime spade di cristianità.[350]

Nè le armi di Guglielmo eran rimase addietro in questa impresa di Damiata, con la quale Manuele Comneno ed Amerigo re di Gerusalemme aveano sperato aprirsi la via al conquisto dell’Egitto, nel primo scompiglio della usurpazione di Saladino. Ritraggiamo dagli storici musulmani che i collegati, venuti con mille dugento legni, assediarono Damiata per cinquantacinque giorni, nei mesi di novembre e dicembre del millecensessantanove; ch’ebbero ajuti di Sicilia e d’altre terre cristiane; ma ch’e’ si ritrassero con perdita di trecento legni, essendo stata soccorsa la città da Saladino con uomini, danari e vittuaglie, e da Norandino con una impetuosa diversione in Siria.[351]

Il quale esempio non bastò ad ammonire la corte di Palermo che non si gittasse ad un’impresa assai più temeraria, quando Saladino avea già spento l’ultimo califo fatemita, rinnalzato in Egitto il pontificato degli Abbasidi, spartiti i beneficii militari a’ suoi Curdi e Turchi e mostrato al mondo che sorgeva tra i Musulmani un nuovo conquistatore. Uomini d’alto stato, mossi da un ardente sciita del Jemen, per nome Omâra-îbn-Abi-l-Hasan, giurista e poeta di nome in quel tempo, cospirarono a ristorare la dinastia fatemita; trovaron seguaci tra i cortigiani, e le milizie d’Egitto, tra i Negri mercenarii e tra gli emiri stessi di Saladino; e pur non fidando nelle proprie forze, chiamarono in aiuto il re di Gerusalemme e quel di Sicilia, profferendo e danari e cessione di territorii. Omâra intanto, sendosi insinuato nella corte di Saladino, spinse Turan-Sciah fratello di lui ad una impresa nel Jemen, per allontanarlo dall’Egitto; ma il perfido consiglio tornò a gloria di casa ajubita, poichè quegli insignorissi di Zobeir, di Aden e di tutto il paese.[352] L’ordine della congiura in Egitto era che, sbarcati i Cristiani, se il Saladino correva a combatterli con l’esercito, i partigiani al Cairo sollevassero il popolo e rimettessero in trono i Fatemiti; e s’egli, mandate le genti contro il nemico, rimanea con pochi soldati al Cairo, s’impadronissero i congiurati della sua persona. Designato il nuovo califo e gli ufiziali della corte fuorchè il primo ministro, altro non s’aspettava che l’assalto de’ Cristiani, quando Alì-ibn-Nagia, predicatore d’una moschea, scoprì la trama a Saladino e rimase, per costui comando, tra’ congiurati a far la spia. Saladino poi seppe da’ suoi rapportatori in Gerusalemme che dovea venir un ambasciatore di Amerigo a negoziare in apparenza con lui e in realtà con Omâra e i consorti; onde arrivato l’ambasciatore, gli pose addosso un cristiano suo fidato ed ebbe i nomi de’ congiurati. Dissimulò il tradimento degli emiri suoi, allora e sempre; mandò gli altri capi al supplizio, il due di ramadhan del cinquecensessantanove (6 aprile 1174) e gli parve finita ogni cosa.[353]