Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 7
Risaputo il caso in Palermo, il re chiamava il Forriâni; gli intimava di scrivere ad Omar che ritornasse all’obbedienza, se volea salvar la vita al padre. Il vecchio rispose tranquillamente: «Chi è corso tant’oltre non tornerà addietro per forza d’una lettera.» E fu chiuso in prigione coi ceppi ai piè; e mandato a’ ribelli un messaggio con minacce e promesse. Il quale arrivato a Sfax, non gli permessero di sbarcare quel dì. Venuta la dimane, dalla nave ei sentì gran clamore in città; vide aprir la porta di mare e uscirne la gente in processione, salmeggiando: «Iddio è grande. Non v’ha dio che il Dio; Maometto è l’apostol suo:» e recavan sulle spalle una bara. La messer giù; Omar si fece innanzi; recitò la preghiera; fe’ sotterrar la bara: e tutti gli furono attorno, com’era uso ne’ funerali, poi dileguaronsi a poco a poco. Instando l’ambasciatore presso le guardie perchè lo conducessero ad Omar, dissergli: «Lo sceikh è occupato nella cerimonia del duolo, sendo stato sepolto poc’anzi il padre, quel desso di Sicilia. Riferisci ciò ch’hai veduto e non occorre altra risposta.» Nè tardò guari in Palermo il supplizio dell’Attilio Regolo musulmano. Alzaron la forca su le sponde del Wadi-’Abbâs, come s’addimandava l’Oreto appo i Musulmani, e torna appunto alla pianura di Sant’Erasmo, or tutta ingombra di fabbriche e di giardini, nella quale un tempo si eseguivano le sentenze capitali e fuvvi acceso nel secol decimottavo l’ultimo rogo dell’Inquisizione. Malmenato da’ carnefici, strascinato al patibolo, Abu-l-Hasan recitava impavido e posato il Corano; e con le sacre parole in bocca morì.[287]
All’esempio di Sfax sollevaronsi le popolazioni delle Gerbe e di Kerkeni, dissanguate com’elle erano.[288] Tripoli tardò alquanto; sia che il presidio sapesse guardarsi meglio, sia che le due fazioni da noi già citate mal si potessero accordare insieme. Si trattò dapprima un caso legale. Per comando, com’egli è verosimile, della corte di Palermo, il capitano del presidio volea che da’ pulpiti delle moschee fosse recitato un sermone contro gli Almohadi, eretici, usurpatori, e quel ch’era peggio, possenti, vicini, e sospetti di pratiche in Tripoli. Rispondeano i cittadini che, secondo la capitolazione, nessun potea costringerli a cosa contraria all’islâm; e che tal sarebbe stato il detrarre pubblicamente ad altri Musulmani, fosser pure di rito diverso. Il giureconsulto che tenea la magistratura[289] allegò coteste ragioni al capitano; e conchiuse che s’ei non fosse persuaso, il popolo di Tripoli gli lascerebbe la città e andrebbe con Dio. Il Siciliano accettò, buona o trista, la scusa e stette in guardia; i Musulmani passaron dalle parole ai fatti. Fu il governator della terra, Jehia-ibn-Matrûh, quel desso che ordì coi notabili del paese la congiura di dar addosso al presidio, una notte di luna piena, per attirarli fuor della fortezza e avvilupparli in lor trappole. Venuta l’ora, congegnano per le strade legname e funi e levan quindi il romore. I soldati del presidio prendono incontanente le armi, montano in sella e spronano addosso alla turba: quand’ecco i cavalli incespano, s’avviluppano; i cavalieri son presi senza potersi difendere. Così del cinquantatrè (2 febb. 1158 a 22 genn. 1159) la città di Tripoli scosse il giogo e rimasene capo lo stesso Jehia-ibn-Matrûh.[290] Come a Sfax ed a Tripoli, così anco a Kâbes rivoltavasi il governatore del re di Sicilia, per nome Mohammed-ibn-Rescîd.[291] Gli Almohadi intanto, occupata Bona, stendeansi verso levante fin presso Tunis.[292] Rimanea soltanto alla corona di Sicilia la città di Mehdia, col borgo di Zawila e con Susa.[293]
Nel primo impeto della riscossa, Oraar-el-Forriâni avea mandata gente a sollevare Zawila, sì che i Cristiani fossero minacciati nel centro delle forze loro. Gli Arabi del vicinato eran pronti a correre ad ogni odor di preda; de’ Cristiani in Zawila par vivessero pochi o nessuno. Agevol cosa fu dunque a gridar nel borgo “morte ai Rûm” e tentare un colpo a Mehdia stessa, nel mese di scewâl del cinquantuno (17 novembre a 15 dicembre 1156). Il qual colpo ancorchè fosse fallito, i sollevati con l’aiuto di que’ di Sfax e d’altre terre e anco degli Arabi, si mantennero in Zawila, intercettando dalla parte di terra le vittuaglie alla fortezza. Guglielmo inviò allora venti galee con rinforzo d’uomini, armi e provigioni; onde si ripigliò l’offensiva. Dicono i Musulmani che il capitan di Sicilia corruppe gli Arabi e che uscito il presidio a combattere, essi presero la fuga, lasciando nella mischia quei di Zawila e di Sfax. Che che ne sia, furono i Musulmani circondati e rotti con molto sangue. Que’ di Sfax fuggirono a’ legni che avean pronti alla spiaggia, onde ne campò di molti; ma gli uomini di Zawila stessa non trovaron asilo nel borgo, del quale furon chiuse le porte. Cadder essi lì combattendo; mentre i vecchi, le donne, i fanciulli cercavano di salvarsi, qual per mare, qual per terra, come ciascun potea. Ma non bastò il tempo a tutti. I vincitori, superato ch’ebbero il debil muro, non perdonarono a sesso nè ad età; rapirono o distrussero ogni cosa. Avvenne cotesto strazio il cinquantadue (13 febbraio 1157 a 1 febbraio 1158). Par che la penisola da Mehdia a Susa e forse più a ponente verso il Capo Bon, sia tornata allora in poter di Guglielmo; poichè gli annalisti musulmani dicono che i Siciliani stetter saldi in Mehdia d’allora infino all’assedio d’Abd-el-Mumen;[294] e Roberto dal Monte scrive che il millecentocinquantasette presa dall’armata di Guglielmo Sibilla, capitale dell’isola di Gerx, il re vi fece stanziare i Cristiani e lor prepose un arcivescovo.[295] Parrebbe da questo cenno che fossero stati accolti in quel territorio, e principalmente in Zawila, gli abitatori cristiani che la ribellione avea cacciati dalla costiera di levante, e la dominazione almohade da quella di ponente. S’ignora in vero il nome dell’arcivescovo, e se il cronista riferisca esattamente la dignità: ma non mi sembra punto inverosimile che la corte di Palermo abbia voluto nominare un metropolitano nelle sue possessioni d’Affrica; la quale dignità e le contese che nascer ne doveano tra il re e il papa, siansi dileguate insieme con la dominazione siciliana in quelle parti.[296]
Gli Almohadi in questo tempo non si erano risentiti, attendendo Abd-el-Mumen a mutar la costituzione dello Stato; farsi, di capo elettivo dell’aristocrazia masmuda, monarca assoluto ed ereditario, egli straniero alla tribù; togliere i governi delle province ai capi masmudi e affidarli a’ proprii figliuoli. Il colpo gli venne fatto di queto, senza immediato spargimento di sangue.[297] Nè era ch’ei non pensasse all’Affrica propria. Ricettò nella sua corte Hasan, il signor di Mehdia; per dieci anni potè ragionare con lui delle condizioni di que’ paesi; e narrasi che quando i miseri sopravissuti al caso di Zawila andarono a Marocco a chiedergli vendetta, ei li sovvenne di danari, li ascoltò con gli occhi pieni di lagrime, tacque un pezzo e poi, levando il capo, «Fate cuore, lor disse, io vi aiuterò; ma convien aspettare.» Ordinato intanto l’impero sì com’ei volle, si apparecchiò per tre anni alla guerra, grossa e lontana, ch’era necessaria a cacciare non solamente i Cristiani di Mehdia, ma a domare tutti que’ regoli o capi Berberi, quelle tribù d’Arabi ladroni che da un secolo e più viveano senza alcun freno tra Tunis e Barca. Dei quali preparamenti gli annalisti ci danno molti particolari, cavati com’e’ pare da Ibn-Sceddâd, il quale si trovò (1159) al campo almohade sotto Mehdia ed era stato tre anni innanzi in Palermo.[298]
Ci narrano dunque che Abd-el-Mumen fece far numero infinito di grandi sacca di cuoio per l’acqua e di otri e di truogoli; fece scavar pozzi lungo il cammino disegnato per l’esercito; che d’ordine suo per tre anni furono in quelle province segate le messi senza trebbiare e ammontati i covoni e ricoperti di creta, che parean tante colline; che fu messa insieme, tra Spagna ed Affrica, un’armata di settanta galee, senza contar le teride nè le salandre, e affidata a Mohammed-ibn-Abd-el-Azîz-ibn-Meimûn, di quella celebre casa di guerrieri di mare, scrisse Ibn-Sceddâd;[299] che noveravansi nell’esercito centomila combattenti e altrettanti saccardi; che nella marcia, passando pe’ luoghi cólti, nessun osava coglier pure una spiga di grano; e che facendo la preghiera sotto l’imâm, tutti intonavano l’”Akbar Allah” come un sol uomo. Cotesti racconti provano la maraviglia che recò nell’Affrica propria quello spettacol nuovo d’un’oste immensa, disciplinata e ben provveduta. La vanguardia mosse di Marocco allo scorcio del cinquecencinquantatrè (gennaio 1159): e nel sefer del cinquantaquattro (22 febbraio a 22 marzo dello stesso anno) era passato quasi tutto l’esercito.[300]
Abd-el-Mumen prima assalì Tunis (mag. 1159); dove trovando resistenza e non essendogli pur giunte le forze navali, andò a Kairewân ed a Susa, entrò in Sfax; poi ritornò sotto Tunis (13 luglio), dielle un assalto che la sforzò ad arrendersi: e quindi perdonò a tutti la vita, cacciò Ahmed-ibn-Abi-Khorasân, lasciò l’avere a pochissimi cittadini, agli altri tolse la metà de’ beni mobili o stabili; a’ Giudei ed a’ Cristiani diè la eletta tra l’islamismo e la morte: e chi non rinnegò fu trucidato. Quel terribil nembo dopo tre giorni piombò sopra Mehdia: la quale fu stretta per mare e per terra.[301]
Sgomberata Zawila all’appressar di tant’oste, i Cristiani si chiusero nella fortezza, con alquanti Musulmani, com’ei pare, leggendosi che vi fosse il principe zirita Jehia-ibn-Hasan-ibn-Tamîm.[302] Militava nel presidio la più eletta gioventù del regno, per nobiltà e valore;[303] sommavano i combattenti a tremila, secondo un compilatore che mi par bene informato.[304] Del sito e fortezza di Mehdia abbiam detto altrove: grossissime le mura da potervi correr due cavalli di fronte e altri scrisse anco sei; accessibile dalla parte di terra per una porta sola e un istmo stretto e ben munito; formidabile dalla parte di mare per le difese e per la prontezza all’offendere, poichè niun di fuori vedea le galee surte nell’arsenale che belle e armate usciano improvvisamente dalla bocca del porto.[305] Spaventevole all’incontro il numero degli assedianti. Al primo arrivo, Zawila deserta divenne come una gran capitale, scrivono maravigliati i Musulmani; pur non bastò a tutti i soldati, ribaldi e mercatanti, e fu forza che parte s’attendassero di fuori: poi trasservi anco Arabi de’ dintorni e Berberi della tribù di Sanhagia, ai quali Abd-el-Mumen non potea vietar di combattere la guerra sacra. Furono piantati i mangani e le ’arrâde;[306] a muta a muta i Musulmani davano l’assalto dì e notte: ma gli assediati se ne rideano; anzi con frequenti sortite batteano aspramente i nemici; sì che Abd-el-Mumen per difesa de’ suoi, fe’ tirare un muro a ponente della città:[307] e stava egli tutto il dì al campo, sotto una tenda, dormiva la notte in un palagio di Zawila.[308] Montata poi una galea con quell’Hasan ch’era stato signor della città, fecero il giro della fortezza; guardarono; discorsero e si persuasero che non vi era modo a dar la battaglia. “Or come fu che l’abbandonasti al nemico?” sclamò Abd-el-Mumen: ed Hasan “Mancavano le vittuaglie, io non avea di chi fidarmi: e poi così volle il destino!” “Ben dici,” replicò Abd-el-Mumen. Smesso il pensiero d’un assalto per mare, ordinò il blocco; dispose l’esercito a svernare a Zawila; onde, fattovi trasportare tutto il grano e l’orzo che si potè, ne fecero due masse tanto alte, che gli scrittori tornano al facile paragon delle colline, dicendo che quanti non avevan visto il campo da parecchi giorni, domandavano come fossero venuti su que’ due monticelli. Nè bastaron questi a prevenire il caro del vitto; onde s’arrivò a vendere sette fave per un dirhem mumenino, che tornava a mezzo dirhem legale, e però a trenta centesimi della nostra lira.[309] Ma il presidio era minacciato di pretta fame. Si argomenta dalle narrazioni musulmane che l’armata almohade avesse già chiuso il mare del tutto: onde ormai la sorte della fortezza dipendea da una battaglia navale.
L’armata siciliana il millecencinquantasei avea cooperato possentemente a cacciare i Bizantini dalle costiere di Puglia. Nel cinquantasette, capitanata da Stefano fratel di Majone, essa avea prese cittadi e fortezze in Romania, desolate province e distrutta quasi del tutto a Negroponto l’armata greca: vittoria assai più gloriosa che niun’altra di Giorgio d’Antiochia. Perchè non mandarono immediatamente quest’armata a Mehdia con lo stesso Stefano? Era ita, in vece, alle Baleari; condotta da un eunuco Pietro, forse per intercettare le navi dei Beni-Meimun; ma altro non avea fatto che dare il guasto all’isola di Ivisa. Avea pieni gli scafi di prigioni e di preda, quando un ordine del re chiamolla a soccorrere Mehdia.[310]
Dove il lunedì ventidue di scia’bân (8 settembre) comparvero in lunghissima fila cencinquanta galee siciliane, oltre le teride e altri legni:[311] accennaron poi ad entrare nel porto: sì che alcune galee calavan le vele, ed una degli assediati uscì loro all’incontro. Le settanta galee almohadi, se non eran tirate a terra, come dice il Falcando, sorgeano in luogo sicuro e di certo non presentavan battaglia. Sospettando forse uno sbarco fuori la fortezza, Abd-el-Mumen schierò tutto l’esercito su la spiaggia: e stava a guardar le mosse del nemico, quando Ibn-Meimun viene in fretta; gli mostra le galee siciliane che s’avanzano sparpagliate per cagion del vento;[312] dice potersi tentar la battaglia, non ostante il disavvantaggio del numero. Abd-el-Mumen non rispose. Il marinaio spagnuolo, prendendo quel silenzio per assentimento, corre alle navi; fa montare le ciurme; esce e dà di fianco nella fila del nemico. Spezzatala, ricaccia nel porto di Mehdia le galee più vicine a terra; volta le prore contro le altre; le quali combattono un poco, poi, sbigottite le ciurme, dicono i Musulmani, dalla immensa moltitudine d’armati che vedeano a terra, prendono il largo, spiegan le vele: il navilio musulmano che non ne avea, rimase addietro nella caccia; talchè ghermite sette galee siciliane fu costretto a tornare. Abd-el-Mumen fin dal principio della battaglia, prostrato a terra, si spargea polvere sul capo, fervorosamente pregava: “Grande Iddio, non fiaccar tu i sostegni dell’islam.” Così Ibn-Sceddâd, ch’era presente. Gli scrittori musulmani che attinser in parte da lui, narrano questa giornata con poco divario l’un dall’altro. De’ cristiani, il Falcando afferma a dirittura che l’eunuco Pietro per tradimento, fuggì senza combattere, e Romualdo salernitano scrive ch’ei pugnò, fu vinto e perdette molte galee. Ma pochi anni appresso veggiamo Romualdo compagno o complice dell’eunuco Pietro nelle fazioni di corte.
Con aulica serenità, prosegue l’arcivescovo a dir che il presidio, scarseggiando di vittuaglie e non avendo speranza di soccorsi, _fe’ pace_ coi Masmudi; lasciò loro la città e tornò in Sicilia, ciascuno con la sua roba. Il Falcando, all’incontro, rincalza le accuse in quest’ultimo tempo dell’assedio: che gli eunuchi della corte assicuravano per lettere Abd-el-Mumen non si manderebbero aiuti; ch’egli offerì ai Cristiani di prenderli a’ suoi soldi o rinviarli in Sicilia; che stretti dalla fame promessero di lasciare la fortezza se chiesto soccorso l’ultima volta non l’ottenessero entro pochi dì; e che giunto il messaggio loro a corte, Majone diè ad intendere al re non mancar punto le vittuaglie in Mehdia; onde que’ prodi alfine, delusi e affamati, la consegnarono al nemico. Non parmi punto verosimile quell’ultimo messaggio in Sicilia. Al dir degli scrittori musulmani, quando il presidio ebbe mangiati tutti i cavalli e stava per morir di fame, che fu in su la fine di dsu-l-higgia (primi di gennaio), dieci gentiluomini scesero dalla fortezza a domandar salva la vita, la roba e la libertà. Rispondendo loro Abd-el-Mumen che più tosto abiurassero, replicarono: non esser venuti per questo, ma per implorare la magnanimità sua; che nulla aggiugnerebbe alla sua gloria il far perire di fame tanti cavalieri; che al contrario, s’ei li rimandasse alle case loro, gli sarebbero obbligati per tutta la vita. Andaron e ritornarono più d’una volta, finchè il monarca almohade, ammirando la fortezza dell’animo loro, il signorile sembiante e le oneste parole, o temendo, com’altri dice, che re Guglielmo non si vendicasse della morte loro sopra i Musulmani di Sicilia, accettò la resa e fece traghettare con navi tutto il presidio in Sicilia. Entravano i Musulmani nella fortezza la mattina del dieci di moharrem del cinquecencinquantacinque (21 gennaio 1160). Aggiungono gli scrittori arabi, ma il silenzio del Falcando mi distoglie dal crederlo, che la più parte dei reduci periva per naufragio. Intanto aveano gli Almohadi ridotte altre terre dell’Affrica settentrionale; sì che l’impero di Abd-el-Mumen si misurò da Sus dell’Oceano infino a Barca; da’ confini settentrionali dell’Andalusia alle estremità meridionali del Sahra.[313]
La cronologia, trascurata pur troppo da’ due cronisti di Guglielmo, ci mostra che il caso di Mehdia rinfocò le ire nel regno. Già da parecchi anni la parte feudale, per onestar la rivoluzione, movea di strane accuse contro Majone: ch’egli ambisse il trono, attentasse alla vita di Guglielmo, lo spingesse agli atti più crudeli per farlo comparire tiranno: or aggiunsero, troppo sottilmente, che avesse fatta cader Mehdia a bella posta per gittar novello odio sopra il re.[314] Ma non mancavano forti sospetti contro la corte tutta quanta: la connivenza degli eunuchi co’ Musulmani e di Majone con gli eunuchi; la nimistà del ministro e del re contro i nobili, che tanti ve n’era in Mehdia; e la voglia di liberar l’erario di quella dispendiosa e disutile dominazione.[315] Perchè non avean arso l’eunuco Pietro come Filippo di Mehdia?[316] Perchè non aveano rimandato il navilio in Affrica con un ammiraglio, uomo e cristiano, che sapesse vendicar la bandiera di Sicilia e liberar dalla fame il presidio? I cronisti scrivon poco o nulla di tai querele e notan secco il grave fatto che, il medesim’anno sessanta, Majone avea disarmati i Musulmani di Palermo.[317] Di che non ci si dice la cagione: se per punire i soldati musulmani dell’armata che fuggì nelle acque di Mehdia, o per reprimere la baldanza mostrata dopo le vittorie di Abd-el-Mumen, o per pratiche scoperte, o per querele dei Cristiani sbigottiti e umiliati. Di certo Abd-el-Mumen in quella stagione riordinava la costiera d’Affrica in guisa da dar molto pensiero ai vicini.
Pochi mesi eran corsi dalla dedizione di Mehdia e già, in Terraferma, città e baroni facean la giura che non si ubbidisse più a comandi sottoscritti da Majone: nè andò guari ch’egli stesso cadde una notte (10 novembre 1160) presso le case dell’arcivescovo di Palermo, intrattenuto a bella posta dal reo prelato che gli s’era giurato fratello, trafitto da Matteo Bonello, nobil giovane, creatura sua, confidente e satellite, il quale infingendosi più fedele che mai, tramava coi baroni malcontenti; e dopo il misfatto divenne l’eroe popolare di Palermo e di tutto il reame. E Guglielmo dapprima l’ebbe a ringraziare che gli avesse morto il primo ministro. Dissipato lo spavento, la combriccola dei prelati e degl’eunuchi di corte, incominciò a minacciare Matteo: indi parve ai malcontenti di affrettare il gran colpo, ch’era, deporre il re, esaltare il fanciullo Ruggiero suo figliuolo e regnar essi.
Non riuscì della congiura se non che l’esordio. Principi del sangue legittimi e bastardi e baroni e cavalieri, ai quali diè mano un capitan di guardie e prestaron forza soldati mercenari e uomini della plebe, presero Guglielmo nelle stanze del consiglio; si spartirono i tesori accumulati dal gran Ruggiero e le donne dell’harem; saccheggiarono la reggia; (9 marzo 1161) condussero per le strade della città il successore designato.[318] Non versarono i congiurati altro sangue che di Musulmani: e ciò mostra quali fossero i loro principali nemici. Quanti eunuchi trovarono, li messero a morte nella reggia e fuori, mentre andavano a nascondersi a casa gli amici; ucciser anco i Musulmani che stavano negli ufizi a riscuotere le gabelle, o ne’ fondachi a vendere lor merci; e spogliarono i cadaveri. Al qual romore i Musulmani del Cassaro, ch’era il quartiere più ricco della città, si ridussero nel borgo occidentale, asserragliarono le viuzze che vi mettean capo, e così, sprovveduti pur d’armi, fecero testa agli assalitori. Non picciol numero di Musulmani perì in questa sedizione.[319] Tra gli altri, il poeta Jehia-ibn-Tifasci, oriundo di Kafsa, cittadino di Kâbes, il quale forse, spazzate ch’ebbe Abd-el-Mumen le piccole corti d’Affrica, era venuto a tentar la fortuna in quella di Palermo.[320] Possiam supporre che fosse andato via dopo quell’eccidio l’Edrîsi, il quale era rimaso dapprima a corte di Guglielmo; poichè sappiamo da un contemporaneo ch’egli avea dedicata al nuovo re una edizione ampliata del _Nozhat_, la quale non è pervenuta infino a noi.[321]
Matteo Bonello era assente; tra i congiurati entrò subito la discordia; il popolo di Palermo che avea guardata la scena curioso e perplesso aspettando che vi comparisse Matteo, cominciò a mormorare che non si potea lasciar lo Stato a un’accozzaglia di facinorosi, buoni a saccheggiare il palazzo, scannare gli inermi e nulla più. I prelati ch’aveano tentennato e i più erano stati quatti, presero animo a questo, eccitarono il popolo a liberar il re: dai pochi, dice il Falcando, passò la voce alla moltitudine; come al comando di capitano audacissimo, come sospinti da una voce del Cielo, corsero alle armi: che ci par leggere i principii stessi di tutti i tumulti di Palermo, dal Vespro siciliano infino ai nostri dì. Il popolo circonda la reggia; e i congiurati, non bastando a difender quel vasto ricinto di mura, patteggiano col re, vanno via perdonati ed ei riman padrone (11 marzo); concede nuove franchige ai Palermitani; si assicura col navilio chiamato da Messina e con le forze che vengono a lui spontanee da varie parti dell’isola; e rimette su la sconquassata macchina del governo. Uscì allora in persona a combattere i baroni chiaritisi ribelli nella Sicilia orientale; li vinse (estate del 1161); e domò con pari fortuna e crudeltà maggiore i moti delle province di Terraferma (1162). Fece poi prendere a tradimento Bonello, accecarlo e sgarettarlo. Una seconda sollevazione tentata in palagio, finì con la morte di tutti i congiurati (1173). Come ognun vede, le città maggiori dell’isola teneano pel re contro i baroni, che lor pareano tiranni assai più molesti.[322]
Parteggiarono al contrario pei baroni ribelli le popolazioni lombarde, delle quali abbiam già notati gli umori e ordini municipali. La causa del divario mi sembra questa, che nella regione lombarda i comuni eran frammisti a feudatarii della stessa origine; onde l’umor della schiatta prevalea sopra quello del ceto; ed anco l’interesse, sendo negli uni come negli altri contrario a’ diritti degli antichi abitatori che la corte sempre difendea. E sappiamo dal Falcando che Ruggiero Schiavo, un de’ capi ribelli, tirate a sè Piazza, Butera e “altre terre di Lombardi” lor diè, gratissimo premio, il sangue, ed io correggo, la roba, de’ Musulmani; i quali, al dir di Falcando, in quelle regioni abitavano alcune terre insieme coi Cristiani e parte soggiornavano soli in lor case rurali. I Lombardi dando addosso improvvisi a quelle popolazioni agricole (primavera del 1161), ne uccisero moltitudine innumerevole; non perdonarono ad età nè a sesso. Camparono pochi dalla strage, chi fuggendo per boschi e monti, chi sgusciando travestito da cristiano; e ripararono nelle castella della Sicilia meridionale abitate da’ correligionarii loro: dove soggiornavano ancora quando scrisse il Falcando (1188), e tanta paura aveano del nome lombardo, che non solo non voleano ritornare alle case loro, ma non c’era modo di farli passar dal contado.[323]